Cornelio Gallo Due epigrammi Fino al 1979, di Cornelio Gallo, ritenuto il capostipite dell'elegia romana, si conservava solo un pentametro di argomento geografico; i giudizi sul suo ruolo nella vita letteraria del tempo si basavano sulle testimonianze di Virgilio (Ecl. 6,64-73), di Properzio (2,34,91-92), di Ovidio (Am. 1, 15,29-30; Rem. am. 765; Trist. 2,445-46), di Quintiliano che (Inst. 10,2,93) lo definiva durior rispetto a Tibullo e Properzio, e su riecheggiamenti della sua poesia contenuti soprattutto nella X Ecloga di Virgilio e nell'elegia 1,8 di Properzio; si sapeva che la sua perduta opera in distici era costituita da quattro libri di Amores, composti negli anni fra il 50 e i1 40, dedicati ad una famosa attrice di mimi, la liberta Volumnia, dal nome d'arte di Citeride, già amante di M. Antonio, cantata da Gallo con lo pseudonimo di Licoride (da Lycoreia sul Parnaso sacro a Febo, e dal nome cultuale di Apollo Lycoreus). Secondo gli antichi, Gallo si era anche dato alla composizione di poemetti mitologici nella scia dell'astruso poeta alessandrino Euforione di Calcide; infine, a Gallo era stato dedicato da Partenio di Nicea (poeta portato a Roma nel 64 da Cinna e mediatore degli influssi alessandrini nella letteratura romana dei tempo) il manuale 'Erotixà patémata (Erotiká pathèmata, Sofferenze d'amore), un repertorio che secondo l'autore doveva servire a Gallo per le sue opere sia in esametri che in distici. In mezzo alle discussioni degli studiosi su una presunta evoluzione di Gallo dall'elegia soggettiva all'epillio mitologico o viceversa, e sul suo ruolo nella nascita dell'elegia «soggettiva» latina, il deserto egiziano ha restituito un papiro contenente nove versi frammentari, in metro elegiaco, nel primo dei quali compare il vocativo Lycori (fr. a, v. 1). 1 frammenti di Qasr Ibrim sono stati pubblicati nel 1979 da R. D. Anderson, P. I. Parsons e R. C. M. Nisbet («Journal of Roman Studies» LXIX, 1979) con un ampio commento, e plausibilmente attribuiti appunto a Gallo, che, collaboratore e legato di Ottaviano, nel 30 era stato nominato prefetto dell'Egitto, e vi si era trattenuto fino al 26, anno in cui, caduto in disgrazia, fu richiamato a Roma, dove si uccise. L'attribuzione avanzata dagli editori è generalmente condivisa (a parte rare eccezioni, come il Giangrande), anche perché nei frammenti i caratteri linguistico-stilistici riferibili all'ultima età repubblicana, i nomi dei critici letterari apostrofati nei vv. 8 e 9 (cfr. il comm. al fr. c), la lode a Cesare e l'allusione al futuro trionfo sui Parti (cfr. il fr. b) sono elementi che parlano tutti a favore di una datazione «alta», intorno al 45 (almeno per il fr. b), in accordo con la ricostruzione delle vicende politiche e erotiche di Gallo (non manca tuttavia chi, pur riconoscendo in Gallo il probabile autore, abbassa la datazione al 32: cfr. il comm. al fr. b). Per quanto è possibile dedurre da un testo breve e spesso gravemente lacunoso, nei nove versi superstiti si riconoscono due epigrammi (b e c) di due distici ciascuno, che testimonierebbero in Gallo la compresenza del tema politico-civile e di quello erotico: una prima deduzione sarebbe dunque ricavabile, e cioè che Gallo non è il precursore della scelta di vita di Tibullo e Properzio, dell'opposizione fra l'otium del poeta elegiaco e il negotium dei cittadini impegnati nella guerra e nella politica. Viceversa, altri temi dell'elegia romana sembrerebbero anticipati dai frammenti di Qasr Ibrim: innanzitutto il servitium amoris che lega il poeta all'amata (definita come domina al v.. 7, e capace di nequitia -probabilmente da tradurre con «infedeltà», come propone Nicastri - al v. 1), un rapporto di sudditanza e di accettazione dei capricci e dei tradimenti della puella; inoltre, il concetto della donna come destinataria dei carmi, esaltata da essi e dal poeta, investito a questo scopo di una missione dalle divinità della poesia (cfr. il nesso fra la collaborazione delle Muse e i carmina digna di Licoride nei vv. 6-7), e ancora, le discussioni letterarie sulla poetica, inserite nei versi (cfr. i vv. 8-9), e la consuetudine della finzione dialogica, visibile nella frequenza delle apostrofi (cfr. il comm. ai vv. 8-9). A parte il servitium amoris, si tratta di temi anticipati già dalla poesia ne erica, come si è visto in Catullo; e dei resto Gallo si colloca sia cronologicamente che letterariamente fra i poetae novi e la generazione successiva di poeti erotici, come testimonierebbe l'apostrofe a Valerio Catone (v. 9), chiamato a giudicare, lui caposcuola dei neoteroi, la poesia di colui che sarebbe stato il caposcuola degli elegiaci. Metro: distico elegiaco. Versi 2-5 e 6-9 per i due frammenti papiracei (così nei codici). Per mia comodità: 1-4 e 5-8 Epigramma b. Fata mihi, Caesar, tum erunt mea dulcia, quom tu maxima Romanae pars eri historiae postque tuum reditum multorum templa deorum fixa legam spolieis deivitiora tueis. 1-2. Fata - historiae: «il mio destino. o Cesare. allora mi sarà dolce, quando tu sarai la parte più grande della storia di Roma». Nei vv. 2-5 del frammento papiraceo già gli editori hanno riconosciuto un epigramma indirizzato a «Cesare» e contenente l'augurio di un prossimo trionfo. Il dibattito si è sviluppato intorno all'identità del destinatario e dell'occasione (e quindi la datazione): l'ipotesi che trova attualmente maggiori consensi (già avanzata da Parsons e Nisbet) è quella che in Cesare riconosce Giulio Cesare, alla vigilia della partenza per la grande spedizione contro i Parti progettata nel 45/44 e interrotta a causa della morte dei dittatore; sempre nell'ambito dell'ipotesi «cesariana», una datazione alternativa è quella che pone l'epigramma nel periodo precedente a Munda (45), la vittoria definitiva sui Pompeiani, alla quale tuttavia si oppone l'accenno al ricco bottino preso al nemico (v. 5), che sarebbe inopportuno se si trattasse di guerra civile. L'alternativa è rappresentata principalmente dalla proposta di S. Mazzarino, che riferisce l'epigramma al 32 e la dedica a Ottaviano, prima della guerra contro Antonio e Cleopatra conclusa dalla vittoria di Azio (altri pensano sempre ad Ottaviano, ma alla vigilia delle guerre illiriche del 35). Il primo distico mostrerebbe l'identificazione dei destino di Gallo con quello di Cesare (quindi con mihi, mea dei v. 2 in correlazione retorica ma non in opposizione concettuale con tu, tuum del v. 4 e tueis dei v. 5). Eris del v. 3 è emendazione sicura degli editori per erit trádito dal papiro; maxima pars historiae allude al valore epocale delle future conquiste cesariane, che saranno celebrate dagli storiografi, e si accorda con l'enfasi encomiastica dell'epigramma, confermata da multorum al v. 4 (templi di molti dei, data la ricchezza dei bottino). Quom è la grafia originaria della congiunzione temporale (dalla radice del relativo qui) poi confusasi con cum in età imperiale. 3-4. postque - tueis: «e leggerò che i templi di molti dei, dopo il tuo ritorno, si sono arricchiti, perché in essi è stato affisso il tuo bottino». Legam è seguito dall'oggettiva templa ... deivitiora (sott. esse), in cui fixa indica un'azione anteriore (le spoglie nemiche. affisse nei templi, li hanno resi più ricchi). Il comparativo deivitiora presenta la forma non contratta (rispetto a ditiora), più rara in poesia, e la grafia anteriore alla chiusura dei dittongo -ci (> -i); tueis, è forma intermedia (*tu-ois > tueis > tuís) frequente in età repubblicana. Si noti il pesante omeoptoto multorum / deorum, evitato per lo più nei poeti successivi. Epigramma c. ….]..... tandem fecerunt c[ar]mina Musae quae possem domina deicere digna mea. ......... ]. atur idem tibi, non ego, Visce ..] ..l. Kato, iudice te vereor. 5-6. tandem - mea: «infine le Muse hanno composto poesie che io possa cantare (in quanto) degne della mia signora». L'epigramma sembra fondere la dichiarazione di poetica con l’omaggio all'amata (qui definita domina, con un termine già impiegato da Catullo: cfr. e. 68.68 e 156). ma senza la connotazione dei servitium amoris, della soggezione del poeta alla donna, che sarà elemento centrale dell'elegia latina: si discute appunto se Gallo sia stato il primo a introdurre questo concetto nella poesia elegiaca. Inoltre l'espressione carmina dicere digna domina (in cui si noti la triplice allitterazione) implica la concezione della donna come destinataria della poesia d'amore: se poi Licoride sia anche ispiratrice di questa poesia (come lo sarà in seguito Cinzia per Properzio: cfr. 2.1,4 ingenium nobis ipsa puella facit) non appare chiaro dall'epigramma, e ancora meno sicura è l'ipotesi, pur suggestiva, che l'amata fosse già per Gallo anche giudice dell'opera a lei indirizzata (cfr. il distico successivo). 9 invece certo l'apporto determinante, quasi «concreto» delle Muse nella creazione dell'opera (fecerunt), invece dei più consueto cliché che le presenta come ispiratrici e intermediarie: esso viene fatto risalire a fonti alessandrine, in cui le dee cooperano fattivamente con il poeta (per es. Cali. fr. 7,13 sg. Pf.), e forse potrebbe contrastare con un eventuale ruolo di ispiratrice riservato alla donna amata: ma il testo è troppo breve e frammentario per trarne deduzioni sicure. In deicere ritroviamo la grafia anteriore alla monottongazione di -ei in -í. 7-8. ... vereor: "lo stesso a te, o Visco.... io non temo, o Catone, di fronte al tuo giudizio». 1 personaggi apostrofati appartengono all'ambiente letterario dei tempo: Visco è con ogni probabilità uno dei due fratelli ricordati come critici letterari da Hor. serm. 1,10,81 sg., e Catone sarà Valerio Catone. caposcuola dei neoteroi, autore dei poemetti Lydia e Dictynna (lodati dai frammenti neoterici citati nell'intr. al c. 95 di Catullo) e di altre nunierose opere anche grammaticali. Le lacune del distico sono state integrate in decine di modi, a seconda dell'interpretazione globale che i singoli studiosi avanzano sull'epigramma c: chi vorrebbe vedere in Gallo il precursore di affermazioni properziane come 2, 13, 14 domina iudice tutus ero. riconosce nei due distici un'opposizione fra il giudizio di Licoride, l'unico che importerebbe al poeta, e quello dei critici di mestiere, dei quali egli non avrebbe timore. Sul piano stilistico. notiamo la frequenza statistica delle apostrofi (4 su 9 versi, se si calcola Lycori dei fr a), la tendenza a contrapporre pronomi e aggettivi possessivi (oltre ai vv. 2-5, tibi non ego al v. 8) e a porre un sostantivo e il suo aggettivo in omeoteleuto alla fine dei due emistichi del pentametro (una caratteristica che sembra da ricondurre agli elegiaci alessandrini Ermesianatte e Fanocie, e che si ritroverà nel Monobiblos properziano).