DUE LETTERE POLITICHE DI SALLUSTIO A CESARE, CAPO DEL PARTITO DEMOCRATICO, PER LA SALVEZZA DELLO STATO CONTRO LE PREPOTENZE DEL PARTITO CONSERVATORE. I [I, 1] Era per l'addietro verità inconcussa che la fortuna concedesse in dono regni ed imperi, nonché gli altri beni cui gli uomini aspirano avidamente: perché, conferiti quasi a capriccio, si vedevano spesso in mano di uomini indegni, ed alcuno mai li aveva conservati integri. [2] Ma l'esperienza ha dimostrato vera la massima di Appio, che cioè ciascuno è artefice della propria fortuna: e questo nel caso tuo in particolare, che hai spinto tanto innanzi la tua superiorità sugli altri che la gente si è stancata prima di esaltare le tue gesta che tu di compiere imprese lodevoli. [3] Inoltre, tanto i prodotti dell'arte quanto le conquiste del valore vanno conservati con la massima diligenza, perché non abbiano a guastarsi per l'incuria e a vacillare sino alla rovina totale. [4] Nessuno, in verità, cede spontaneamente ad un altro il comando supremo e chi ha maggior potere, per quanto buono e clemente sia, incute tuttavia maggior timore perché ha modo di essere malvagio. [5] E questo avviene perché la più parte dei principi praticano una politica sbagliata e si ritengono tanto più sicuri quanto maggiore è la dappocaggine dei loro sudditi. [6] Tu, per contro, essendo personalmente buono e valoroso, devi fare ogni sforzo per rendere migliori i tuoi sudditi: ché più uno è cattivo, più è insofferente del comando. [7] È vero, tuttavia, che l'ordinare le conquiste militari riesce più difficile a te che a tutti i tuoi predecessori, poiché sei stato più clemente tu nella guerra che gli altri nella pace. [8] Si aggiunga il fatto che i vincitori reclamano la preda e i vinti sono pur essi cittadini. Tu devi trarti da queste difficoltà e rafforzare per l'avvenire lo Stato: non solo con le armi e contro i nemici esterni ma - ciò che è di gran lunga più arduo - con le buone arti della pace. [9] La situazione richiede dunque che tutti, più o meno saggi che siano, espongano il parere che ritengono migliore. [10] E il mio è questo: il corso degli avvenimenti futuri dipenderà dal modo in cui tu darai ordine alla vittoria. [2, 1] Adunque, per poter decidere meglio e più agevolmente, ascolta in breve quel che voglio consigliarti. [2] Hai combattuto, o generale, con un uomo illustre, ricchissimo, avido di potere, più fortunato che saggio, che ha trovato un seguito di pochi, nemici a te per offese personali e spinti a lui dalla parentela o da qualche altro legame. [3] In effetti, egli non ammise alcuno a partecipare dell'autorità suprema e d'altra parte, se avesse tollerato un fatto del genere, il mondo intiero non sarebbe stato sconvolto dalla guerra. [4] La massa degli altri, non a ragion veduta ma secondo l'abitudine del volgo, si accodarono ognuno all'altro, quasi fosse più saggio. [5] Frattanto, uomini avvezzi agli eccessi più turpi, e dalle calunnie di malpensanti indotti a sperare la conquista del potere, convenivano al tuo campo e minacciavano apertamente ai cittadini pacifici morte, rapine, qualsiasi arbitrio, insomma, talentasse al loro spirito corrotto. [6] La maggior parte di costoro, visto che tu non condonavi i debiti e non trattavi da nemici i cittadini, scomparvero: e rimasero soltanto quei pochi che avevano prospettiva di vita più tranquilla al campo che a Roma, tanti erano i credi-tori che li attendevano. [7] Per contro è impossibile dire quante e quali persone passarono poi per gli stessi motivi dalla parte di Pompeo: di cui, per tutta la durata della guerra, i debitori profittarono come di un tempio sacro ed inviolabile. [3, 1] Poiché, dunque, a te vincitore spetta il deliberare sulla guerra e la pace, mettendo fine alla prima con spirito civico e facendo in modo che la seconda riesca il più possibile giusta e durevole, comincia col considerare che cosa convenga soprattutto fare a te, che ti accingi a risolvere quei problemi. [2] Da parte mia sono convinto che tutte le dominazioni crudeli riescano invise più che durature e che nessuno possa incutere timore ai più senza che la paura dai molti ricada su di lui: vivere così significa condurre una guerra interminabile ed incerta, poiché non si è sicuri né di fronte né di spalle né di fianco e si tira avanti sempre fra pericoli e paure. [3] Invece, coloro che sanno addolcire la disciplina con la bontà e la clemenza, si vedono circondati da serenità e schiettezza e trovano persino i nemici più equanimi di quanto gli altri non trovino i concittadini. [4] Né mancherà, penso, chi andrà dicendo che con questi consigli io guasto la tua vittoria e inclino troppo dalla parte dei vinti: per il bel motivo, ovviamente, che io ritengo si debbano riconoscere ai cittadini gli stessi diritti che noi ed i nostri antenati abbiamo più di una volta concesso a popoli stranieri ed a noi naturalmente ostili: e che non sia lecito espiare strage con strage e sangue con sangue, all'uso dei barbari. [4, 1] O forse è già caduto in oblio quanto si rimproverava a Cneo Pompeo e a Silla vincitore poco prima della recente guerra? Domizio, Carbone, Bruto ed altri ancora, trucidati non con l'armi in pugno o in combattimento, secondo il diritto di guerra, ma con inaudita scelleratezza quando ormai imploravano il perdono a cose finite? E la plebe romana massacrata come greggia nella tenuta pubblica? [2] Ahimé, quanto feroci e crudeli, prima della vittoria da te riportata, erano le morti misteriose e le stragi repentine dei cittadini, le fughe di donne e fanciulli nel seno dei genitori e dei figli, le devastazioni delle case! A rinnovare tali infamie ti esortano quelli stessi che le perpetrarono. [3] Ma allora dovremo pensare che si è combattuto per decidere a quale di voi due dovesse toccare l'arbitrio delle violenze; che tu hai conquistato e non ricuperato lo Stato; e che, ottenuto il congedo, i legionari più forti e sperimentati continuano a combattere contro fratelli e genitori affinché dai mali altrui gli uomini più abietti ricavino alimento al ventre ed all'insaziabile libidine loro e siano disdoro al vincitore, contaminando con i delitti la buona fama dei galantuomini. [4] Non ignori infatti, penso, quale vita morigerata abbiano praticato, dal primo all'ultimo, quando la vittoria era ancora incerta: ed in qual guisa, quando conducevano la guerra, si siano logorati in amorazzi e banchetti certuni la cui età non giustificherebbe tali piaceri nemmeno in tempo di pace. [5, 1] Della guerra ho parlato abbastanza. E giacché tu e tutti i tuoi collaboratori riflettete al modo di rafforzare la pace, ti prego in primo luogo di esaminare nella sua sostanza il problema che ti poni: in tal modo, distinti i vantaggi dagli svantaggi, arriverai alla soluzione per una strada sicura. [2] La mia opinione è questa: poiché tutto ciò che nasce deve morire, nel periodo in cui sopraggiungerà la fine per Roma, i cittadini lotteranno con i cittadini e così, stremati ed estenuati, diverranno preda di re o di barbari. In nessun altro modo potrebbero abbattere questo impero il mondo intero e tutti i popoli coalizzati. [3] Debbono perciò essere rafforzati soprattutto i vantaggi della pace ed eliminati i mali della discordia. [4] E ciò sarà se tu sopprimerai la licenza di spendere e rapinare, non richiamando agli antichi costumi, che da tempo, ormai, sono oggetto di scherno a causa della corruzione morale, bensì ponendo a ciascuno un limite delle spese in relazione al suo patrimonio. [5] Giacché è venuto di moda che i giovani dissipino i beni propri e gli altrui, stimino somma gloria il non negare nulla alle proprie passioni e alle richieste degli altri: e giudichino questo virtù e magnanimità e, per contro, inerzia il riserbo e la moderazione. [6] In tal guisa un animo protervo, una volta imboccata la via del male, se gli vengono a mancare le risorse abituali, si volge ostilmente ora contro gli alleati ora contro i cittadini, turba l'ordine stabilito e cerca di procurarsi nuove ricchezze avendo dilapidato le antiche. [7] Perciò in avvenire bisognerà eliminare gli usurai, affinché ciascuno curi da sé i suoi beni. [8] Il modo giusto e semplice è questo: esercitare le cariche nell'interesse del popolo, non dei creditori: e dare prova di magnanimità aumentando i beni dello Stato, non diminuendoli. [6, 1] Da parte mia so bene quanto sarà difficile, in principio, questo programma, specialmente per coloro che, vincitori, ritenevano di vivere in maggiore licenza e libertà anziché in più stretta disciplina. Se tu ti darai cura più della loro salvezza che delle loro passioni, stabilirai in sicura pace essi, noi e gli alleati; se invece le inclinazioni e la condotta dei nobili non cambieranno, certamente questa tua nobile fama rovinerà ben presto insieme a Roma stessa. [2] A dirla in una parola, i saggi fanno la guerra per ottenere la pace, sostengo-no travagli nella speranza del riposo. Se tu non renderai duratura la pace, che importanza ha esser vinti o aver vinto? [3] Poni dunque mano allo Stato, per gli dèi, e supera, com'è tuo costume, tutte le difficoltà. [4] Giacché o tu riesci a sanarlo oppure tutti dovranno rinunciare a curarlo. Nessuno ti richiama a pene crudeli e a giudizi severi, mezzi con i quali i cittadini vengono straziati più che corretti: ma si vuole che tu allontani i giovani dalla cattiva condotta e dalle insane passioni. [5] La vera clemenza sarà questa: impedire che i cittadini vengano esiliati anche se lo meritano, allontanarli dall'ignoranza e dai falsi piaceri, fondare la pace e la concordia: non favorire scelleratezze e tollerare delitti per concedere la letizia dell'oggi a prezzo di una rovina imminente. [7, 1] Ed io traggo fiducia proprio dalle circostanze che preoccupano gli altri: dall'immensità del compito e dal fatto che tu devi riassestare contemporaneamente terre, mari ed ogni cosa. Giacché una mente così vasta non potrebbe curarsi di minuzie e grande è la ricompensa di una grande fatica. [2] Occorre dunque che tu provveda a fornire alla plebe, corrotta dalle largizioni e dalle distribuzioni gratuite di frumento, un'occupazione stabile che la trattenga dall'attentare allo Stato: i giovani abbiano di mira la morigeratezza e il lavoro, non le ricchezze e lo sperpero. [3] E questo potrà realizzarsi se tu ridurrai la necessità e il prestigio del denaro, che è il malanno peggiore di tutti. [4] Infatti, quando più e più volte mi trovavo a meditare sui motivi particolari che avevano consentito agli uomini illustri di raggiungere la grandezza e sui fattori che avevano determinato il grandioso sviluppo di Stati e popolazioni, nonché alle ragioni che avevano portato alla rovina potentissimi regni ed imperi, trovavo sempre le stesse virtù e gli stessi vizi: tutti i vincitori avevano spregiato le ricchezze, tutti i vinti le avevano bramate. [5] Nessuno, invero, può elevarsi e, nella propria umanità, attingere il divino se non abbandonando i piaceri della ricchezza e della carne per dedicarsi interamente allo spirito: non però viziandolo con le lusinghe e l'appagamento delle passioni, col risultato di concedergli un malinteso favore, ma esercitandolo nella fatica, nella tenacia, in retti principi ed in azioni virtuose. [8, 1] Infatti, costruire palazzi e ville, adornarli di statue, arazzi ed altre opere d'arte e far degna d'ammirazione ogni cosa piuttosto che se stessi, questo non è trarre lustro dalle ricchezze ma degradarle con la nostra condotta. [2] Quelli, poi, che hanno l'abitudine di rimpinzarsi il ventre due volte al giorno e di non passar notte senza la compagnia di una sgualdrina, quando hanno reso servo l'animo a cui invece si addiceva il dominare, invano più tardi vorrebbero trovarlo vegeto e pronto anziché fiacco e vacillante. [3] Il più delle volte, infatti, l'imprevidente rovina anche se stesso. Però questi e tutti gli altri mali cesseranno quando verrà meno il prestigio del denaro, giacché non si farà più mercato delle magistrature né delle altre cose che suscitano l'avidità generale. [4] Tu devi inoltre provvedere alla maggiore sicurezza dell'Italia e delle province: ed è chiaro come ciò possa essere realizzato. [5] Poiché sono sempre gli stessi coloro che tutto devastano, abbandonando le proprie case ed occupando con la forza le altrui. [6] Devi ancora fare in modo che il servizio militare non sia più ripartito ingiustamente ed iniquamente come tuttora avviene, sì che molti stanno sotto le armi trent'anni ed alcuni non ci vanno per niente. Quanto al frumento, che è stato sinora concesso in premio agli inetti, converrà distribuirlo ai veterani reduci. [7] Ho esposto con la maggiore brevità possibile i provvedimenti che ritengo necessari al bene dello Stato ed utili alla tua fama. [8] Non sarà male che ora io aggiunga qualcosa sulla mia iniziativa. [9] I più degli uomini hanno o fingono di avere abbastanza intelligenza per formulare dei giudizi: ma tutti bruciano dalla voglia di criticare atti e parole del prossimo, e giudicano di non aver bocca abbastanza capace né lingua tanto pronta da poter esprimere i loro pensieri. Non mi pento d'essermi esposto alla loro critica, perché mi spiacerebbe assai più l'aver taciuto. [10] Infatti, sia che tu scelga la via da me indicata o un'altra migliore, io potrò dire d'aver parlato e collaborato per quanto mi era possibile. Non mi resta che augurare alle tue decisioni il benestare degli dèi immortali e la grazia di un felice esito. II [I, 1] So perfettamente quanto sia arduo e difficile dar consigli a un re o a un generale, in una parola a chiunque si trovi nel fastigio della potenza: perché un uomo tale ha a disposizione schiere di consiglieri e nessuno, d'altro lato, è abbastanza accorto e saggio nel far previsioni sul futuro. [2] Per di più si dà il caso che spesso il successo arrida ai cattivi anziché ai buoni consigli, giacché la fortuna amministra a suo capriccio la più parte delle cose. [3] Io però, sin dall'adolescenza, mi proposi di darmi alla politica ed impiegai la più grande diligenza nell'approfondirne gli aspetti: non però nell'esclusivo intento di raggiungere una di quelle cariche che molti avevano conseguito con mezzi disonesti, ma anche allo scopo di conoscere a fondo lo Stato in pace ed in guerra, e precisamente la sua potenza in fatto di armamenti, di uomini e di mezzi. [4] Fu così che, dopo lungo travaglio di meditazione, decisi di posporre la mia modesta fama al tuo merito e di rischiare ogni altra mia cosa purché qualche gloria potesse derivartene. [5] E non ho preso questa risoluzione avventatamente o in considerazione della tua fortuna, ma per il motivo che ho riscontrato in te, fra le altre, una qualità singolarmente mirabile: una maggior fiducia in te stesso nelle avversità che nei successi. [6] E sono proprio gli altri uomini a mettere in più viva luce questo lato del tuo carattere, giacché si sono stancati prima loro di lodare e di ammirare la tua generosità che tu di compiere azioni degne di gloria. [2, 1] Io sono veramente convinto che nulla si possa escogitare di così profondo che non sia presente all'occhio della tua mente. [2] E nemmeno ti ho voluto esporre le mie opinioni politiche sopravvalutando il mio senno e la mia intelligenza. Ho pensato semplicemente che, fra le cure della guerra, le battaglie, le vittorie e il comando supremo, non ti fosse inutile un ragguaglio sugli affari di Roma. [3] Per vero, se tu ti prefiggi soltanto di salvarti dagli attacchi degli avversari e di conservare, nonostante le mene del console che ti è ostile, i privilegi che il popolo ti ha conferito, tu allora mediti azioni indegne del tuo valore. [4] Se invece alberga ancora in te quella fierezza che fin dal primo momento sgominò il partito ottimate, che riscattò da un pesante servaggio alla libertà la plebe romana, che durante la pretura disperse senz'armi i nemici armati e che in guerra e in pace compì imprese tanto grandiose e tanto illustri che persino i tuoi avversari null'altro possono lamentare se non la tua grandezza: ascolta allora i consigli che voglio darti a proposito del bene dello Stato. Li troverai senza dubbio giusti o, almeno, non lontani dal giusto. [3, 1] Ma poiché Cneo Pompeo, o per malvagità d'animo o perché non mirò se non a quello che poteva nuocerti, giunse a tale aberrazione da porre le armi in mano al nemico, tu hai il dovere di ricostruire lo Stato con gli stessi mezzi con i quali Pompeo lo sconvolse. [2] Prima di tutto conferì a pochi senatori il potere assoluto di legiferare in materia tributaria, economica e giudiziaria, mentre lasciò languire in servitù, e sotto leggi inique, la plebe romana a cui apparteneva dianzi il sommo potere. [3] I tribunali stessi, anche se restarono affidati ai tre ordini" com'era prima, sono retti in pratica da quegli stessi faziosi che danno e tolgono a loro capriccio, condannano gli innocenti ed innalzano agli onori i loro amici. [4] Delitti, scandali e scelleratezze non valgono ad ostacolare la loro carriera politica. Eliminano, anche con la forza, quelli che a loro fa comodo: insomma, come fossero in una città conquistata, governano obbedendo ai loro impulsi sfrenati anziché alle leggi. [5] Tuttavia non mi tormenterei oltre misura se, a rendere schiavo il popolo, profittassero di una vittoria ottenuta col valore. Invece no: [6] uomini completamente inetti, la cui unica forza e capacità sta nella lingua, esercitano senza misura un potere che è dono del caso e della fiacchezza altrui. [7] Infatti, quale rivoluzione o quale discordia civile ha mai distrutto dalle fondamenta tante famiglie di così illustre nome? E chi mai, dopo la vittoria, si mostrò così sfrenato ed insaziabile? [4, 1] L. Silla, a cui vittorioso tutto era lecito per legge di guerra, pur comprendendo che la strage dei nemici rappresentava un rafforzamento del suo partito, tuttavia ne fece uccidere pochi e preferì imbrigliare gli altri più con la munificenza che col terrore. [2] Invece, per Ercole, Marco Catone, Lucio Domizio e gli altri dello stesso partito scannarono come vittime quaranta senatori e molti giovani che facevano sperar bene di sé, senza che quella maledetta genia riuscisse a saziarsi del sangue di tanti infelici cittadini! Né figli orfani, né padri decrepiti, né dolori o lamenti di uomini e di donne piegarono il loro animo inflessibile, distogliendoli dal cacciare alcuni dalle cariche ed altri dalla patria, in un crescendo crudele di sopraffazioni e calunnie. [3] E che dire poi di te? Essi, per quanto pusillanimi, darebbero volentieri la vita - se potessero - pur di farti oltraggio. La gioia che traggono dal loro dominio, che pure non si aspettavano, è superata dal cruccio per il tuo prestigio: preferirebbero anzi mettere a repentaglio la libertà piuttosto che l'impero del popolo romano da grande diventasse grandissimo per opera tua. [4] Proprio per questo devi provvedere sempre più attivamente a rinsaldare e a tutelare lo Stato. [5] Da parte mia non esiterò ad esporti quel che la mente mi suggerisce. Per il resto sarà compito della tua intelligenza approvare le proposte che riterrai giuste ed utili a realizzarsi. [5, 1] Io ritengo, secondo l'insegnamento dei vecchi, che la cittadinanza fosse un tempo divisa in due partiti: patrizi e plebei. Dapprima il sommo potere era in mano ai senatori, ma il nerbo della forza stava nella plebe. [2] Così si avvicendarono in Roma le secessioni e, mentre l'autorità dei nobili ne usciva sminuita, aumentavano invece le prerogative del popolo. [3] Ma la plebe viveva in libertà perché nessuno era più potente delle leggi e i nobili erano superiori ai plebei non in ricchezza e fasto ma in rinomanza e forti imprese: i più poveri, vivendo in campagna o sotto le armi senza mancare del necessario, bastavano a se stessi e alla patria. [4] Ma quando, a poco a poco, furono cacciati dai loro campi e si videro costretti dall'ozio e dalla povertà a vivere senza stabile dimora, cominciarono a bramare i beni altrui e a far mercato della propria libertà e dello Stato medesimo. [5] Così, a poco a poco, quel popolo che era stato signo-re e dominatore del mondo si sfasciò, e in luogo di un impero comune i singoli si procurarono una schiavitù individuale. [6] Di conseguenza questa massa, infetta in primo luogo da costumi immorali, poi dissipata in vari mestieri e forme di vita senza alcun legame reciproco, a me almeno sembra poco adatta ad addossarsi il governo dello Stato. [7] Ho però molta speranza che l'aggiunta di nuovi cittadini possa provocare un risveglio generale alla libertà: giacché quelli cominceranno a preoccuparsi di conservare la libertà, questi di deporre la schiavitù. [8] Secondo me tu dovresti mescolare i nuovi con i vecchi e stanziarli nelle colonie: in tal modo il dispositivo militare sarà rafforzato e la plebe, intenta ad occupazioni oneste, smetterà di danneggiare lo Stato. [6, 1] Tuttavia prevedo chiaramente quali saranno la reazione e gli attacchi dei nobili in quella occasione, quando proclameranno sdegnati che si sta sovvertendo l'ordine costituito, che si vuole imporre questo servaggio ai vecchi cittadini, che la repubblica si tramuterà in regno se una gran massa di persone entrerà a far parte dei cittadini per concessione di un uomo solo. [2] Io però sono convinto di questo: commette azione disonesta soltanto chi si procura popolarità a danno dello Stato; giudico invece ignavia e viltà l'esitare a realizzare un bene pubblico che coincida con gli interessi privati. [3] Marco Druso, durante il suo tribunato, seguì costantemente il partito di adoperarsi con ogni mezzo a favore dei nobili e nulla mai per principio intraprese se non dietro loro sollecitazione. [4] Ma quei faziosi, che anteponevano alla lealtà la frode e l'inganno, avendo capito che per merito di un uomo solo molti ottenevano grandissimi benefizi, ben consci singolarmente della propria malvagità e slealtà, giudicarono Marco Druso alla loro stessa stregua. [5] E così, temendo che sull'onda del favore pubblico arrivasse al potere da solo, nel tentativo di renderlo impopolare non riuscirono che a mandare all'aria i piani di quello ed i propri. [6] Perciò, o generale, devi procurarti con maggior impegno amici fidati e scolte numerose. [7, 1 ] Per un valoroso non è difficile debellare il nemico a faccia a faccia, per contro i galantuomini non riescono agevolmente a macchinare insidie e ad evitarle. [2] Pertanto, una volta che avrai creato i nuovi cittadini e la plebe ne sarà stata rinnovata, attendi soprattutto a far rispettare i buoni costumi e a stringere vecchi e nuovi nei vincoli della concordia. [3] Ma recherai il bene più grande alla patria, ai cittadini, a te, ai figli ed all'umanità stessa sradicando o diminuendo nei limiti del possibile l'amore del denaro. Diversamente, famiglia e Stato non potranno reggersi né in pace né in guerra. [4] Infatti, ove dilaga la sete di ricchezza, né l'educazione né le occupazioni oneste né l'ingegno hanno la forza di impedire che lo spirito, prima o poi, soccomba. [5] Ho sentito parlare spesso di re, repubbliche e popoli che, per colpa della ricchezza, perdettero i grandi imperi acquistati col valore in regime di povertà: e la cosa non è strana. [6] Giacché i buoni, vedendo i peggiori acquistare rinomanza e favore in grazia delle ricchezze, dapprima si crucciano ed agitano in cuore molti pensieri: ma quando il senso dell'onore e la virtù cedono progressivamente dinanzi alla brama di gloria e di ricchezza, l'animo passa dalla rettitudine al piacere. [7] E chiaro che l'operosità si alimenta della gloria che la circonda: tolta questa, la virtù di per se stessa risulta aspra ed amara. [8] Infine, quando la gloria va alle ricchezze, allora cadono in dispregio tutte le buone qualità, lealtà onestà ritegno e pudore. [9] Alla virtù, infatti, si perviene per un'unica e difficile via, mentre alla ricchezza si tende nel modo che a ciascuno aggrada e la si può raggiungere sia con mezzi onesti che disonesti. [10] Riduci dunque, anzitutto, il potere del denaro. Nessuno riceva o sia privato, in base al censo, della facoltà di giudicare sulla vita e l'onore di un cittadino: e parimenti si eleggano consoli e pretori non per ricchezza ma per merito. [11] Ma sulle cariche politiche il popolo si pronunzia facilmente. Invece è dispotismo che i giudici siano nominati da poche persone ed è disonestà che vengano scelti per censo. Propongo perciò che abbiano il diritto di giudica-re tutti i cittadini della prima classe e che il numero dei giudici sia però accresciuto. [12] Né a Rodi né in altre città, ove i ricchi misti ai poveri - come la sorte vuole - discutono gli affari importanti e quelli di minor rilievo, ci si è mai pentiti del modo di amministrare la giustizia. [8, 1] Riguardo poi all'elezione dei magistrati, ho fondati motivi per approvare la legge promulgata da Caio Gracco durante il suo tribunato, secondo la quale le centurie devono essere convocate per sorte fra le cinque classi indistintamente. [2] In tal modo i cittadini, messi alla pari in dignità e denaro, si sforzeranno di superarsi l'un l'altro in virtù. [3] Questi, a mio parere, sono i rimedi più efficaci contro lo strapotere della ricchezza: infatti qualsiasi cosa è esaltata e perseguita in misura dell'utile che ne deriva. La frode è praticata in vista di determinati vantaggi: tolti questi, nessuno sarà malvagio senza guadagno. [4] L'avidità è effettivamente una belva feroce, mostruosa e intollerabile: ove imperversa, saccheggia città, campagne, templi e case; sconvolge leggi umane e divine; né eserciti né mura possono arrestare la sua violenta irruzione; priva tutti del buon nome, del pudore, dei figli, della patria e dei genitori. [5] Per contro, se abolirai il prestigio del denaro, l'impeto smanioso dell'avidità si arrenderà facilmente ai buoni costumi. [6] Tutti indistintamente, buoni e cattivi, riconoscono che le cose stanno così: e tuttavia tu dovrai impegnare una lotta non facile col partito nobiliare. Se tu saprai evitarne le trame, il resto ti sarà facile. [7] Infatti, se i nobili fossero sufficientemente virtuosi, non sarebbero gelosi bensì emuli dei buoni. Invece, dal momento che si sono insediate nell'animo loro indolenza e accidia, stupidità e torpore, sbraitano e calunniano, considerando vergogna propria il buon nome altrui. [9, 1] Ma perché descriverli più a lungo, quasi fossero sconosciuti? La fermezza e la forza d'animo di Marco Bibulo si fecero luce in occasione del consolato! Fiacco di lingua, più perverso che scaltro di mente. Che coraggio potrebbe mostrare uno a cui il consolato, suprema delle dignità, portò suprema vergogna? [2] Ed è forse rilevante l'autorità di Lucio Domizio, che non ha parte del corpo immune da scelleratezze o delitti? Fatua ha la lingua, cruente le mani, pronti alla fuga i piedi; turpissime, poi, le parti che il pudore vieta di nominare. [3] Soltanto di Marco Catone non mi sento di disprezzare l'ingegno versatile, facondo e accorto. Sono, queste, qualità che si acquistano alla scuola dei Greci: presso costoro, tuttavia, non v'è ombra di virtù, di tenacia, di laboriosità. Non è possibile, di conseguenza, che si possa conservare un impero seguendo i precetti di gente che ha perduto per ignavia la libertà domestica. [4] Gli altri membri del partito sono certi nobili buoni a nulla che, al pari delle iscrizioni tombali, null'altro recano se non un nome illustre. I L. Postumii e i M. Favonii, poi, mi sembrano assai somiglianti alla zavorra di una nave da carico: se il viaggio è andato bene, sono utili; se sorge qualche avversità, i primi ad essere gettati a mare sono loro, tanto poco valgono. [10, 1] Ho trattato abbastanza ampiamente, credo, la questione del rinnovamento e del risanamento della plebe: ora passerò ad esporre i provvedimenti che tu dovresti adottare riguardo al senato. [2] Cresciuto d'età e di mente, trascurai quasi completamente gli esercizi militari e l'equitazione per dedicarmi agli studi: esercitai così le facoltà che da natura avevo ricevute più robuste. [3] E vivendo così fra continue letture e conversazioni, appresi che regni, repubbliche e popoli conservarono prospero il loro dominio sino a che tennero in considerazione i giusti consigli: una volta che favoritismo, paura e piacere li ebbero corrotti, non tardò il depauperamento della potenza, a cui seguì la perdita del dominio ed in ultimo il giogo della schiavitù. [4] Personalmente io la penso così: chiunque, nella sua città, abbia una posizione più elevata e più importante degli altri, si dà gran pensiero degli affari pubblici. [5] Per gli altri, infatti, la saldezza dello Stato rappresenta soltanto la sicurezza della libertà; ma quelli che si acquistarono ricchezza, prestigio e onore a mezzo della virtù, appena lo Stato accenna a vacillare e comincia a turbarsi, sono incalzati in mille modi da fatiche e affanni; difendono accanitamente gloria, libertà e patrimonio, accorrono dovunque in tutta fretta. Quanto più prospera era la loro condizione nei tempi buoni, tanto più amara ed agitata diventa la loro vita nelle avversità. [6] Perciò, laddove la plebe obbedisce al senato come l'anima al corpo e ne segue le decisioni, è bene che il senato deliberi saggiamente, il senno del popolo è invece superfluo. [7] Per questo i nostri antenati, fra la morsa di guerre durissime, pur scarseggiando di cavalli, uomini e denaro, mai si stancarono di combattere in armi per la supremazia. Né la penuria dell'erario, né la potenza nemica e nemmeno le avversità fiaccarono il loro animo generoso, distogliendoli dal proposito di conservare a costo della vita le conquiste realizzate col valore. [8] E questo scopo fu raggiunto più con decisioni coraggiose che con battaglie fortunate. Il fatto è che per essi lo Stato era uno solo, per quello tutti operavano, l'ostruzionismo si praticava a danno dei nemici e ciascuno sfruttava il braccio e la mente per render forte la patria, non se stesso. [9] Oggi, invece, i nobili hanno l'animo colmo di inerzia e viltà: ignari del travaglio delle guerre esterne e usi alle faziosità domestiche, impongono a tutti i popoli un'arrogante dominazione. [11, 1] Di conseguenza i senatori, sul cui autorevole consiglio si fondava dianzi la vacillante repubblica, si appigliano incerti a questo o a quel partito sotto l'imposizione del capriccio altrui: deliberano talora in un modo e poi in un altro, valutando il bene e il danno pubblico secondo i rapporti di rivalità o di alleanza che intrattengono con i potenti. [2] Invero, se la libertà fosse uguale per tutti o il voto diventasse segreto, lo Stato sarebbe più florido e la nobiltà meno potente. [3] Tuttavia, dal momento che non è facile parificare tutti in autorità - quelli infatti hanno avuto in legato dalla virtù degli avi gloria, prestigio e clientele, mentre la folla degli altri è per lo più di recente importazione - emancipa dalla paura i voti di costoro: nel segreto dell'urna ciascuno sarà più sollecito del vantaggio proprio che della potenza altrui. [4] La libertà è vantaggiosa a tutti, buoni e cattivi, valorosi e vili. E tuttavia i più vi rinunciano per paura. Ma vi può essere stoltezza più grande che addossarsi per viltà, quasi vinti in precedenza, quell'insuccesso che nella lotta sarebbe incerto? [5] In conclusione, io penso che a rafforzare il senato occorrano due cose: l'aumento del numero dei senatori e la votazione per mezzo della tavoletta. La tavoletta sarà un riparo dietro il quale potranno operare in maggiore libertà: il numero aumentato rappresenterà maggior sicurezza e più larga utilità. [6] Non è un mistero che, ultimamente, non pochi senatori, o perché convocati in processi pubblici o per impegni personali e di amici, non sono intervenuti alle riunioni consiliari: ma non sono stati tanto gli impegni a trattenerli quanto lo smodato strapotere. Giacché i nobili, coadiuvati da pochi elementi dell'ordine senatoriale che tengono in rango di satelliti del loro partito, amministrarono a loro capriccio quanto loro piacque approvare, respingere e deliberare. [7] Ma se verrà accresciuto il numero dei senatori e si voterà a scrutinio segreto, essi smetteranno una buona volta la loro altezzosità, dovendo ubbidire a coloro che, per l'addietro, tiranneggiavano ferocemente. [12, 1] Probabilmente, o generale, giunto alla fine di questa lettera vorresti conoscere la mia opinione sull'eventuale numero dei senatori e sulla loro migliore distribuzione fra molti e diversi incarichi; e parimenti, dato che mi sono mostrato favorevole ad ammettere ai giudizi tutti i cittadini della prima classe, l'eventuale modo di suddividerli e il numero che ogni commissione dovrebbe comprenderne. [2] Avrei potuto illustrare agevolmente questi punti categoria per categoria, ma ho preferito concentrarmi prima sulle misure essenziali e mostrartene la fondatezza. Se ti metterai per la via da me indicata, il resto verrà da sé. [3] Io desidero che il mio parere sia accorto ed utile il più possibile, poiché da ogni tua buona riuscita io ricaverò egregia fama. [4] Ma ancor più ardentemente bramo che al più presto, in qualsiasi modo, si venga in soccorso dello Stato. [5] Mi è più cara la libertà che la gloria e supplichevolmente ti esorto, ora che la conquista della Gallia ti ha consacrato condottiero illustrissimo, a non permettere che il sommo ed invitto impero del popolo romano si corrompa per la vecchiaia e si dissolva per l'eccessiva rilassatezza. [6] Se ciò accadesse, né di giorno né di notte troveresti requie: tormentato dall'insonnia40, saresti travolto dalla pazzia in preda al furore e al delirio. [7] Io so con sicurezza che la vita di ogni mortale è sorvegliata dalla divinità e che nessuna azione dell'uomo, buona o cattiva, è priva di importanza: al contrario, in virtù di una legge di natura, opposte ricompense attendono i buoni e i cattivi. [8] Intanto, nel caso che quelle tardino, ciascuno ricava dalla propria coscienza quel che debba aspettarsi. [13, 1] Se la patria e i genitori potessero parlarti, certamente ti farebbero questo discorso: "O Cesare, noi uomini fortissimi ti abbiamo generato in una città preclara perché a noi fossi vanto e presidio, ai nemici terrore. [2] Quando nascesti, assieme alla vita ti trasmettemmo quel che avevamo conquistato tra mille fatiche e pericoli: una patria di grandezza mondiale, un casato ed una famiglia fra le più illustri in patria, buone attitudini e onorate ricchezze, insomma tutto quanto si può coltivare in pace e conquistare in guerra. [3] E in cambio di così grandi benefizi ti chiediamo non di commettere qualche azione turpe o malvagia, bensì di ristabilire la libertà oppressa. [4] Fatto ciò, la fama della tua virtù si librerà in tutto il mondo. [5] Oggi, infatti, nonostante le gloriose imprese compiute in pace e in guerra, la tua gloria è pur sempre pari a quella di molti altri valorosi. Ma se arresterai sull'orlo della rovina e farai risorgere questa Roma dal nome famoso e dall'immenso impero, chi vi sarà al mondo più illustre e più grande di te? [6] Giacché, se questo impero andrà in rovina o per l'interno malanno o per l'avverso destino, non può esservi dubbio che in tutto il mondo scoppieranno devastazioni, guerre e stragi. Se invece tu nutrirai la giusta ambizione di mostrarti riconoscente verso la patria e i genitori, ricostituito lo Stato, vivrai in futuro più gloriosamente che tutti gli altri uomini e solo la tua morte sarà più gloriosa della tua vita. [7] I vivi, infatti, soffrono talvolta gli attacchi della sorte, spesso quelli dell'invidia: ma una volta che la vita si è arresa alle leggi della natura, non v'è più luogo alla denigrazione e la virtù per se stessa sempre più si sublima. [8] Ti ho esposto nel modo più sintetico quel che mi sembra più giovevole a farsi e quel che stimo utile a te. Non mi rimane che pregare gli dèi immortali affinché volgano a vantaggio tuo e della patria ciò che intraprenderai. NOTE (numerate nell’edizione latina) 1. Nell'epistola II (I, 2), cronologicamente più antica, era data maggiore importanza al capriccio della fortuna. 2. Appio Claudio, censore nel 312 e console nel 307 a.C., aveva composto un carmen moralistico che riecheggiava motivi pitagorici: ne rimangono tre sentenze, di cui una citata appunto nella nostra epistola. 3. Analoga espressione in epist. II, 1, 6: ala somiglianza ... dei due luoghi è così chiara che una loro connessione non può essere discussa » (PALADINI, Le Epistulae ad Caesarem, Bari, 1956, p. 17). 4. Per afferrare il nesso logico, si intenda che anche le conquiste realizzate con la virtù - come quella del potere - vanno conservate col massimo zelo. 5. II pensiero, adattato in senso morale, ricorre in SEN., de ira 3, 36, 4; cfr. ora anche P. Cugusi, Epistulae ad Caesarem, Cagliari, 1968, p. 61. 6. Generosità verso gli avversari, munificenza verso i gregari in guerra sono difficoltà per Cesare nel passaggio dalla guerra alla pace: tutti vogliono più di prima. 7. Si tratta di Pompeo, il cui profilo è tracciato in modo abbastanza equanime e distaccato. 8. P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 170 s. propone di intendere alia necessitudo come "qualche altro motivo". 9. Il senso più probabile del passo è che circolavano voci tendenziose (maledicta) che attribuivano a Cesare il disegno di impadronirsi dello Stato. 10. Gli avvenimenti a cui si fa qui cenno sono veramente assai anteriori alla guerra civile fra Cesare e Pompeo (hoc bellum): Cn. Papirio Carbone fu ucciso nell'82 per ordine di Pompeo, Cn. Domizio Enobarbo nell'81 e M. Giunio Bruto nel 77, presso Modena; anche il massacro della plebe nella Villa publica (un recinto nel Campo Marzio) avvenne nell'82. Si noti peraltro che non gli avvenimenti stessi ma le critiche che a quelli si muovevano sono situati dallo scrivente paulo ante hoc bellum: e storicamente è esatto che, ad es., Elvio Mancia in un discorso del 55 (cfr. VAL. MAX., VI, 2, 8) parlò in tal guisa contro Pompeo. 11. Per l'espunzione delle parole alii liberos di V, cfr. ora anche P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 207. 12. Il fato mortale per Roma non potrà provenire altro che da lotte intestine: in quell'occasione i Romani cadranno in potere di una monarchia straniera o di una popolazione barbara. 13. Non necessaria è l'integrazione vel del PALADINI, Epistulae ad Caesarem, Roma, 1952, p. 26: cfr. P. FRASSINETTI, "Parole e Idee", 1962, p. 61. 14. Si è cercato di sanare in vario modo la corruttela del manoscritto. La traduzione qui proposta presuppone emendamenti come amissis (I. LANA, » Riv. Filol. Istr. Class. », 1954, p. 198) o laceratis (K. VRETSKA, Invektive und Episteln, II, Heidelberg, 1961, p. 227; possibile anche adesis). Il PALADINI, Epistulae, cit., p. 88 ss. propone veteribus nexis conquirit, nel senso di "per i debiti vecchi cerca nuove condizioni". 15. Non si chiede la soppressione diretta dell'usura, ma la sua graduale eliminazione a mezzo di provvedimenti che moderino le spese eccessive e tolgano potere al denaro. 16. Cesare ridusse a 150.000 il numero degli assistiti dalla pubblica beneficenza, che avevano toccato il massimo di 320.000. 17. Alcune riforme di Cesare sono contro il capitalismo fondiario -latifondista-, contro le speculazioni degli appaltatori di imposte, provvedimenti a favore dei debitori. 18. Altri, dando diverso valore a imprudentia pleraque, intende "i più degli imprudenti mandano in rovina anche se stessi"; altri ancora "chi non è assennato rovina sé e la maggior parte dei suoi affari". 19. Occorre assicurare, in Italia e nelle province, l'ordine, contro il brigantaggio di coloro (amministratori, funzionari, ecc.) che si installano senza diritto nelle case altrui. 20. Sull'arbitrarietà dell'arruolamento fatto a mezzo di conquisitores, che svolgevano la loro attività cercando di non disturbare i ceti più elevati, cfr. GABBA, Athenaeum, 1951, p. 180 ss. 21. In questo richiamo agli affari interni di Roma (de negotiis urbanis) si è visto da qualcuno, senza fondamento, un lieve biasimo all'indirizzo di Cesare, intento esclusivamente alle conquiste militari. 22. Per coloro che datano L'epistola al 50, l'adversus consul sarebbe l'aristocratico C. Claudio Marcello che fu console nel 5o con L. Emilio Paolo, più favorevole a Cesare. Altri pensano a M. Claudio Marcello, console nel 51. 23. Pompeo è giunto a tale stoltezza da armare, nel suo cieco odio anticesariano, persino coloro che gli erano ostili: Cesare deve intraprendere una vasta riforma con gli stessi pieni poteri avuti da Pompeo, quand'era stato console senza collega nel 52. Secondo P. Cugusi, Epistulae, cit., p. 296 s. (che segue L. HELLWIG, De genuina Sallusti ad Caesarem epistula cum incerti alicuius suasoria iuncta, Lipsiae, 1873, p. 22, R. POEHLMANN, Sitzungsb. Akad. Wiss., 1904, p. 46, E. MEYER, Caesars Monarchie und das Principat des Pompeius, Berlin, 1922 3, p. 573), hostes non sarebbero i nemici di Pompeo (i Cesariani) ma i nobiles "che erano prima anche nemici di pompeo, cioè nemici comuni". Per quibus rebus, "i punti sui quali" (e non "i mezzi con i quali") la repubblica fu sconvolta. 24. Nonostante la riforma antisillana del 70 con la lex iudiciaria Aurelia (un terzo di giudici senatori, un terzo cavalieri e un terzo tribuni erarii, anch'essi in sostanza equites) Pompeo aveva permesso di fatto che dominasse l'arbitro degli oligarchi. 25. Lo CHOUET, Les lettres de Salluste à César, Paris, 1950, p. 88, pensa che questo biasimo degli eccessi aristocratici possa riferirsi al supplizio di un cittadino di Novum Comum, ordinato nel 51 da M. Marcello (cfr. CICERONE, ad Att., 5, 11, 2) ed all'assassinio di Clodio. 26. La notizia contenuta in queste righe non è certo errata, anche se c'è chi dice non vi sia notizia di tali massacri nel periodo compreso fra l'abdicazione di Silla e la guerra civile. Solo nell'81, al tempo delle proscrizioni sillane, furono proscritti e condannati a morte 40 senatori e 1600 cavalieri (cfr. APPIANO, B. C., I, 95, 442). Che i 40 senatori siano da identificarsi con quelli di cui parla Appiano è opinione di P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 310 (che si oppone all'emendamento quadraginta senatoribus di W. SEYFARTH, Klio, 1962, p. 113 ss.). Fra i sostenitori dell'autenticità, alcuni ritengono che lo scrittore voglia abilmente e copertamente coinvolgere gli aristocratici contemporanei nelle responsabilità di quelli del periodo sillano. Altri (fra cui K. VRETSKA, Invektive, cit., II, p. 98 s. e P. Cugusi, Epistulae, cit., p. 308) preferiscono seguire la congettura dell'Orelli at hercule M. Catoni (at herculem catonem ha il Codice Vaticano) con possibilità di interpretazione metaforica: Catone e Domizio, come quaesitores nei tribunali di Pompeo del 52, contribuirono ad allontanare senatori e cavalieri (questione in E. Wistrand, Sallust on judicial murders in Rome, stpckolm 1968). 27. Fin dal febbraio del 49 Cesare fece effettivamente accordare il diritto di cittadinanza ai Traspadani, continuando l'attuazione di uno dei punti programmatici più importanti del partito popolare, sin dall'epoca dei Gracchi. 28. M. Livio Druso, tribuno della plebe nel 91, fu sostenitore di un vasto programma di riforme, fra cui la fondazione di colonie per i cittadini più indigenti e l'estensione della cittadinanza romana ai confederati italici: il tutto conservando però al senato il suo ruolo direttivo. L'autore dell'epistola, pur rilevandone sin troppo marcatamente l'affiliazione aristocratica, tende a scagionare Druso dall'accusa di aver affettato la tirannide. 29. In luogo del tràdito tibi liberis, accolto anche da P. Cugusi, Epistulae, cit., p. 44, F. HORNSTEIN, Rhein. Mus., 1957, p. 393, ha proposto l'emendamento di tibi in parentibus, approvato da K. VRETSKA, Invektive cit., II, p. I29, A. D. LEEMAN, Mnemosyne, 1964, p. 381, P. FRASSINETTI, Parole e Idee, 1962, pp. 57 e 61; contra E.PASOLI, Problemi delle Epistulae sallustiane, Bologna 1970 p. 91 ss., per cui Cesare, anche se senza figli nel 50, viene considerato come rappresentante della generazione matura che potrà o potrebbe avere figli. 30. Conserviamo la lezione manoscritta honorem, anche se K. BUECHNER, Sallust, Heidelberg, 1960, p. 392 e Sallustinterpretationen, Stuttgart, 1967, p. 29 e K. VRETSKA, Invektive, cit., II, p. 135 s. hanno ripreso, non senza fondamento, la congettura honore (ablativo di limitazione come gloria) per cui cfr. B. EDMAR, Studien zu den Epistulae ad Caesarem senem de re publica, Lund, 1931, p. 99 S.: approva questo emendamento A. D. LEEMAN, Mnemosyne, 1964, p. 381, mentre, secondo il PASOLI, Problemi, cit., p. 104 s., honorem si deve espungere, interpretando gloria come ablativo, «in fatto di gloria » (ma in questo senso appare preferibile una lettura gloriae honore). Difendono il tràdito honorem anche P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 351 s. e G. SCARPAT, Riv. Filol. Istr. Class., 1970, p. 172 ss., mentre O. LANGWITZ SMITH, in Classica et Mediaevalia, 1973, p. 262 s., propone di leggere gloriam honorem. Nel passo in questione honorem può comunque essere mantenuto, intendendosi con gloria la rinomanza che può essere conseguita anche con mezzi non strettamente onorevoli (cfr. la discussione in V. PALADINI, Epistulae, cit., p. 121 S. e P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 351 s.). 31 L'autore caldeggia l'estensione del diritto di sedere in tribunale a tutti i cittadini della prima classe, non solo ai più ricchi, ampliando al contempo gli effettivi delle giurie. Cesare non potè accogliere questo desiderio dei democratici estremisti e riservò i tribunali a senatori e (comunque) cavalieri. 32. Molta incertezza regna sull'effettiva portata della legge di C. Gracco, non ricordata da alcun'altra fonte antica. Si è pensato alla costituzione per sorteggio di 5 gruppi di 70 centurie ciascuno, chiamati a votare nell'ordine stabilito dalla sorte; o, più probabilmente, alla chiamata al voto secondo sorteggio di ciascuna delle 350 centurie. 33. II passo ita coaequantur dignitate pecunia è assai controverso: è accolta qui l'esegesi proposta dal LANA, Riv. Fil. Istr. Class., 1954, p. 198 s. e accettata anche da P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 364 s. Alcuni, tra cui lo stesso PALADINI, Epistulae, cit., p. 127 s., accogliendo l'emendamento coaequatur di H. Jordan, intendono che "le disparità finanziarie vengono equiparate nel campo delle dignità pubbliche"; K. BUECHNER, Sallust 2, cit., p. 393, n. 59, conservando coaequantur ed accogliendo l'emendamento di pecunia in pecuniae di Orelli, intende che "le ricchezze vengono pianificate per mezzo della dignitas, che sola ha valore"; altro emendamento, coaequatus (P. FRASSINETTI, Parole e Idee, 1962, p. 61 s.). 34. M. Calpurnio Bibulo fu console con Cesare nel 59: dopo aver tentato vanamente di opporsi alle leggi agrarie proposte dal collega, fatto segno a violenze da parte della folla, si chiuse in casa per molti mesi accontentandosi di lanciare velenosi quanto impotenti editti contro i triumviri. 35 L. Domizio Aenobarbo, già ricordato in 4, 2, fu console nel 54, seguì Pompeo durante la guerra civile e fu sconfitto a Corfinio. Gli accenni dell'epistola possono riferirsi alla sua violenta repressione dei torbidi del 66 ed alla sua fuga dal Campo Marzio durante i comizi consolari del gennaio 55. Il tratto lingua vana, manus cruentae, pedes fugaces; quae honeste nominati nequeunt, inhonestissima si ritrova quasi uguale in Invectiva, 3, 5: dal confronto, tuttavia, sembrano difficilmente ricavabili ragioni pro o contro l'autenticità dell'epistola. (Su un tentativo di R. G. M. NISBET, «Journ. Rom. St.», 1958, pp. 30-32 di additare nel trattatista Rutilio Lupo la fonte dei due passi, ved. ROSTAGNI, «Riv. Filol. Istr. Cl.», 1959, p. 102). Si veda un ingegnoso tentativo di dimostrare la priorità dell'Invettiva, in BUECHNER- HOFMANN, Lateinische Literatur u. Sprache, Bern, 1951, p. 81 ss. 36. Lo CHOUET, op. cit., p. 43, rileva nell'espressione ingenium versutum loquax callidum «la malignità degli epiteti ambigui»; altri ritengono il giudizio indubbiamente polemico, ma non negativo. Da notare, tuttavia, la differenza col profilo favorevole di Catone tracciato nella Catilinaria (cioè prima dell'accanimento politico e la fondamentalizzazione catoniana contro i populares). 37. Syme, Sallustio p. 362 s., Mus. Helv. 1958, p. 46 ss. e ibidem, 1962, p. 177 s. ha voluto individuare in questo passo un argomento contro l'autenticità sallustiana dell'epistola, in quando un M. Favonio, quaesitor nel 52 e seguace di Pompeo e Catone, non avrebbe potuto essere annoverato tra i nobiles al tempo della repubblica (era invece nobilis, anche se di una famiglia in grande decadenza, L. Postumio). Ma si è osservato che qui i L. Postumii et M. Favonii sono introdotti come una categoria accessoria rispetto alla factio dell'aristocrazia, alla dipendenza della quale sono posti: cfr. K. BUECHNER, Sallustinterpretationen, cit., p. 28, P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 373 s. E questo può sostenersi senza bisogno di emendare (con Paladini) il tràdito additamenti in addiamenta: cfr. ancora P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 382. 38. L'idea dello scrutinio segreto (per tabellam) può essere stata suggerita allo scrittore dall'esistenza di alcune leges tabellariae del periodo repubblicano; o anche dall'osservazione della procedura seguita nei comizi popolari. Comunque Cesare non apportò modifiche in questo campo. Aumentò invece il numero dei senatori da 60o a 900, con l'intento però di abbassarne prestigio e autorità. 39. K. STIEWE, Hermes, 1970, p. 422 ss., contro la tesi di SYME, Mus. Helv., 1958, p. 45 ss., secondo la quale l'espressione cum paucis senatoriis sarebbe tipica del linguaggio volgare in età imperiale, propone di leggere cum paucis senatorii s. Contra E. PASOLI, Mus. Criticum, 1969, p. 63 ss. (= Problemi, cit., p. 107 ss.) per il quale senatoriis è aggettivo determinativo. 40. V. USSANI jr., Insomnia. Saggio di critica semantica, Roma, 1955, p. 47 ss. formula l'ipotesi (accolta anche da P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 408 ss.) che insomnium equivalga a somnium = enùpnion, ossia indichi «visioni nel sonno, sogni» e non l'« insonnia». 41. La concezione religiosa qui espressa non è quella tradizionale degli dèi protettori della città, ma rivela nell'autore approfondite letture filosofiche, specialmente di PLATONE che in Leggi, X, 901 d ss., aveva dimostrato l'esistenza della divinità, la sua onniveggenza e la sua cura degli uomini. 42. Non a torto si è rilevata nello scrittore una certa tendenza a mettere in secondo piano le glorie militari di Cesare rispetto ai meriti che egli può acquistarsi come riformatore politico. 43. Preferiamo riferire le parole morbo e fato al corpo dello Stato (si ricordi già il neviano fato Metelli Romae fiunt consules) piuttosto che ad un pericolo di malattia o morte riguardante Cesare personalmente. 44. Il passo, piuttosto oscuro, è stato interpretato in varie maniere: K. VRETSKA, Invektive, cit., II, p. 182, propone di emendarlo così: tuaque unius morte vita clarior erit; A. D. LEEMAN, Mnemosyne, 1964, p. 383, pensa che unius significhi unus omnium maxime, ma si oppone a questa interpretazione E. PASOLI, « Latinitas », 1967, p. 104 ss. (= Problemi, cit., p. 114 SS.). Per P. CUGUSI, Epistulae, cit., p. 422 s. (sulle orme di P. FRASSINETTI, Sallustio. Opere, cit., p. 234, n. 3), il passo è da intendersi nel senso che nessuno, pur morto e perciò maggiormente oggetto di gloria, potrà superare la gloria di Cesare vivo, all'infuori di Cesare stesso dopo la morte. Più recentemente A. SZANTYR, «Gymnasium», 1974, p. 41 ss., leggendo tuaque unius mors vita clarior erit, traduce: "e il periodo dopo la tua morte, che sarà ancor più glorioso della tua vita, apparterrà a te solo" (un po' cervellotico, ma molto bello politicamente).