GIOVANNI POLLIDORI - POSTILLA A SILIO ITALICO

PREMESSA ALLA VERSIONE LATINA DIGITALIZZATA DEL POEMA "PUNICA"

Il poema più lungo della letteratura latina (12.202 versi esametri contro i 9.896 dell'Eneide di Virgilio): questo sono i Punica di Silio Italico, poema in XVII libri dedicato alla II guerra punica e alla figura di Scipione l'Africano. Annibale, anche se "eroicamente", vi fa la parte del "cattivo", e in questo le critiche a Silio Italico trascendono la poesia per finire nella storiografia. L'autore del presente saggio sta completando la traduzione in versi italiani dell'intero poema, guardando alle traduzioni in prosa inglese (SILIUS ITALICUS, Punica, 2 Voll., LONDON- CAMBRIDGE, MASSACHUSETTS - Harvard University Press, 19342.  VOL. I:J.D.DUFF Libri I-VIII; VOL.II: Libri IX-XVII) e francese (SILIUS ITALICUS, LA GUERRE PUNIQUE, a/c G.DEVALLET-P.MINICONI -P.MINCONI:Tome I (I-IV); -J.VOLPILHAC: Tome II (V-VIII); -J.VOLPILHAC-M.MARTIN: Tome III (IX-XIII); M.MARTIN: Tome IV (XIV-XVII), LES BELLES LETTRES Paris 1979-1992).

 

La presente riproduzione in editoria elettronica del testo latino del poema di Silio Italico è stata controllata sull'edizione Teubner, SILI ITALICI - PUNICA, edidit Iosephus Delz, Stuttgart 1987, vol. unico di pagine 528 (Silius Italicus, Tiberius Catius: [Punica]). Anche la numerazione delle pagine corrisponde fedelmente all'ed. Delz. Pur tralasciando aspetti più tecnici dell'edizione critica (raffronto tra primi codici e manoscritti originali), viene riportato, sia del Delz che delle principali edizioni critiche a partire dalla prima (dell'Asulanus, Venezia 1523), il raffronto con relativa indicazione per ogni variazione del testo. Segnaliamo in nota o nel testo tra vigolette singole < > le variazioni rispetto alle ed.:

1> Asulanus Franciscus, Silii Italici De Bello Punico Secundo XVII libri nuper diligentissime castigati ... Venetiis in aedibus Aldi 1523

2> Bauer L., Sili Italici Punica, Lipsiae 1890. 1892

3> Bothe, Des Cajus Silius Jtalicus Punischer Krieg oder Hannibal. Berichtigt, verdeutscht und erklärt von F.H.Bothe. Stuttgart 1855-57

4> [Heinsius] Drakenborch A., Caji Silii Italici Punicorum libri septemdecim cum ... postumis notis Nicolai Heinsii, nunc primum editis curante Arnoldo Drakenborch ... Trajecti ad Rhenum 1717

Duff J. D., SILIUS ITALICUS - PUNICA, London- Cambridge Massachusetts 1927 (19342), 2 voll.

5> Heinsius D., Silius Italicus De Secundo Bello Punico, in quo ad codicis Modiani fidem1 versus spurii eiecti sunt, ac legitimi qui defuerunt hactenus, substituti... Lugduno 1600

6> Miniconi P.- Devallet G., SILIUS ITALICUS - La Guerre Punique, ed. "Les Belles Lettres" Paris 1979, 4 voll.

7> Summers G. C., Sili Italici Punica, in: Corpus Poetarum Latinorum... ed. Iohnannes Percival Postgate fasc. IV, Londini 1904

8<Blass H., Emendationes manu scriptae (1867), citate dal Bauer, e sue successive annotazioni (1875/76).

Se le <> sono vuote all'interno, significa che in quell'ed. manca l'interpunzione o la parola precedente. Per comodità anche di ricerca automatica e indici, la vocale u compare sempre in luogo della trascrizione "v" dei codici e delle ed. critiche. Per il medesimo motivo le virgolette aperte (" oppure <<) di inizio discorso diretto sono scritte in fine del verso che precede e non, com'è invece corretto, all'inizio del verso.

Il Delz dichiara brutalmente, già nella seconda riga della prefazione, di aver curato l'edizione più recente "non admiratione poetae mediocris instinctus" (non per ammirazione di un poeta di mediocre ispirazione), ma solo per fornire un'edizione critica più completa e accurata rispetto alla precedente ed. Teubner (Sili Italici Punici ed. Ludovicus Bauer, Lipsiae 1890-1892), che poco considerava alcuni codici, tra cui il V(aticano latino 1652), e studi più recenti su integrazioni quali VIII, 144-223 (versi mancanti nel codice scoperto da Poggio Bracciolini) (Delz, Praef., p. LXIV sgg.).


1- SILIO ITALICO: LA VITA E L'OPERA.

Presentando la traduzione "poetica", cioè in versi italiani, dei 12.202 esametri [1] latini del poema "Punica" di  Silius Tiberius Catius Italicus (propriamente "Punicorum libri XVII" ma più comodamente "Punica"; anche "De secundo Bello Punico Silii Italici" o "Silii Italici Punicorum libri septemdecim"), è doveroso parlare della modesta fortuna nei secoli di questo poeta latino e della controversa validità poetica della sua opera.

Silius Italicus, di probabile origine padovana [2], sarebbe nato nel 26-27 dopo Cristo e morto nel 102 (ma sono date solo "probabili", non certe; forse più attendibili del 25 e del 101 più riportate in manuali e biografie). Quando egli nacque era imperatore Tiberio, ed egli visse tanto da vedere Traiano succedere a Nerva. Per Silio oriundo dell'Umbria, cfr. Delz, ed. Teubner 1987, Praef., pag. XXX. Le notizie sulla sua vita ci vengono da Tacito (hist.3,65), Marziale (7,63; 8,66; 11,48; 11,50; 12,67) e soprattutto Plinio il Giovane (3,7).

Silio era avvocato negli ultimi anni del regno di Claudio e nei primi di quello di Nerone. Fu fatto console ordinario da Nerone nel 68 d.C., nell'ultimo anno del suo principato. L'influenza politica di Silio fu certo considerevole in quel periodo: lo troviamo nel 69 impegnato in negoziati con Vitellio, di cui era amico, e con Flavius Sabinus, fratello del futuro Vespasiano, fu cioè amico degli imperatori di casa Flavia. Secondo Tacito (Annales, III, 65) questi colloqui segreti ebbero solo due testimoni: Cluvius Rufus e Silius Italicus. Fu in seguito, nel 77 d.C., proconsole in Asia sotto Vespasiano, ricoprendo con onore la sua carica, e, tornato a Roma, rinunciò ad ogni attività politica. Questo ritiro pieno di dignità conferì a Silio un'ottima reputazione, come ci riferisce Plinio il Giovane, e Silio conservò un prestigio personale considerevole. Molte delle cose che sappiamo sulla sua vita le dobbiamo proprio a una lettera di Plinio (III, 7) che pare un vero e proprio necrologio[3]. Silio fece parte dell'alta società romana, frequentando i principes civitatis, i "primati cittadini". Si dedicava a conversazioni erudite. E fu in questo periodo, intorno all'80, che iniziò la composizione del suo poema. Solo dall'88, seguendo la cronologia del Friedländer per l'edizione degli Epigrammi di Marziale (Leipzig 1886), abbiamo certezza della risonanza pubblica, o almeno del riconoscimento dell'opera che stava realizzando, da versi di encomio di Marziale nel libro IV, 14, 2-4. Del resto Marziale mostrerà spesso riconoscenza, nei suoi versi, a colui che era uno dei suoi protettori e amici [4]. Ancora in quegli anni Marziale incontrò Silio a Baia presso Napoli e a Roma, dove viveva ormai stabilmente. Di Silio Italico ci resta anche una Ilias Latina, di un migliaio di versi.

Primo, cronologicamente, tra i poeti epici dell'età flavia (Stazio e Valerio Flacco), esponenti del tradizionalismo (o neoclassicismo) accesamente virgiliano (di contro, soprattutto, a un Lucano), Silio manifestò estremamente questo classicismo sia nell'arte che nella vita pubblica e privata, avendo i mezzi economici sufficienti per fare il collezionista di raffinati oggetti d'arte antiquarii e soprattutto per comprare la villa appartenuta a Cicerone a Tusculum (Cicerone era un idolo di questi "neoclassicisti") e alcune ville in Campania, tra cui una nel cui terreno si conserva la monumentale tomba attribuita a Virgilio, a cui Silio dedicava una specie di culto domestico. In questa villa, infatti, scelse di ritirarsi a vita privata e lì, affetto da una malattia incurabile, preferì, con stoica rassegnazione, lasciarsi morire di fame nel 102 d.C., all'età di circa 76 anni. Sulle ipotesi del male incurabile (clavus inteso come callo da Celso e quindi come tipo di ulcera interna secondo MERRILL E.T. sulla base della terminologia di Plinio il Vecchio e della notizia su Silio di Plinio il Giovane) vedere G.Laudizi, cit., p.16 in nota; ma anche Laudizi sembra considerare tale ipotesi come improbabile non trattandosi evidentemente di ulcere interne nel contesto pliniano (cfr. SHERWIN-WHITE, cit., p.227). Per la sua morte stoica Epittéto annovera Silio tra i veri filosofi [5]. E l'amicizia di Silio col grammatico e filosofo stoico Anneo Cornuto, la comune ammirazione con lo scrittore Q.Asconio Pediano di Padova per Cicerone e Virgilio e la presunta origine patavina di Silio sono tutte collegate all'adesione di Silio allo stoicismo.

Il nome completo di Silio risulta in una iscrizione dei Fasti Sodalium Augustalium Claudialium (Corpus Inscriptionum Latinarum VI, 1984, 9):

C. Rutilius Gallicus cooptatus
   .. Galerio Thachalo
   Ti. Catio Silio Ital(ico) Cos.
   
p(ost) R(omam) c(onditam) an(no) DCCCXXI.

Ne risulterebbe che il nome originario era Silius e che egli fu adottato da un Tiberius Catius [6]. Ma una iscrizione greca riscoperta nel 1934 presso Afrodisia, in Asia Minore, alla frontiera tra Frigia e Caria,  e descritta da W. M. Calder (Silius Italicus in Asia, in Classical Review, 49, 1935, p.216-217) ci ha restituito il nome completo: TIB. CATIUS ASCONIUS SILIUS ITALICUS.

 

Nel 1416-1417 Poggio Bracciolini ritrovò a St. Gall un manoscritto di Silio. Le due prime edizioni furono stampate a Roma nel 1471. L'edizione Aldina del 1523, curata dall'Asulanus, è importante nella storia del testo, perché presenta 81 linee (VIII, 145-225) non presenti nei manoscritti (lo Heitland, "Journal of Philology, vol. XXIV, pp.179-211, non dubitò dell'autenticità siliana di questi versi, autenticità spesso messa in discussione e riaffermata alla fine del 1995 da due studiosi dell'Università "La Sapienza" di Roma con un saggio che non adduce però motivi definitivi). (Un conoscente, filologo dell'Università "La Sapienza", mi riferisce che -in un raffronto al computer tra un mio dischetto con tutto il poema latino di Silio e il poemetto latino Africa di Francesco Petrarca- solo un verso risulterebbe simile, o copiato, tra i due poemi : ma sarebbe fantascienza pensare che Petrarca conoscesse o possedesse -senza dichiararlo- il poema di Silio).

Da un punto di vista quantitativo, le Punica Di Silio Italico sono il più lungo poema latino [7]. Si veda a proposito la seguente tabella riassuntiva di tutta l'epica latina conservataci, con numeri di libri (oggi diremmo "Canti") e versi in colonne affiancate: i numeri di versi della seconda colonna sono quelli dei Silii Italici Punicorum libri XVII:

   Silio   Virgilio Lucano   Stazio      Val.Flacco

  Punica   Eneide  Farsagl.Tebaid.Achil. Argonaut.

Lib.versi

1  694+    1  756+  695+     720+ 960+  1  850+

2  707+    2  804+  736+     743+ 167=  2  664+

3  714+    3  718+  762+     721+ _____ 3  740+

4  829+    4  705+  824+     850+ 1127  4  762+

5  678+    5  871+  815+     753+       5  695+

6  716+    6  901+  830+     946+       6  760+

7  750+    7  817+  872+     823+       7  653+

8  676+    8  731+  872+     766+       8  467=

9  657+    9  818+ 1105+     907+          ____

10 658+    10 908+  546=     939+         5591

11 611+    11 915+ _____     761+         

12 752+    12 952= 7057      819=         

13 895+    ________        ______         

14 688+      9896           9748          

15 823+   

16 700+   

17 654=   

_________ 

 12202

Se si considera che il primo poema epico latino in assoluto (cronologicamente), quello di Nevio, anch'esso su una guerra punica, la prima, era di 4000/5000 versi secondo gli studiosi; e che i 18 libri degli Annales di Quinto Ennio (il primo poema epico latino in esametri, fondamentale anche nell'ispirare Virgilio, dedicato alle due prime guerre puniche con l'apoteosi di Scipione vincitore su Annibale e ipotizzato in circa 30.000 esametri) si sono conservati in soli 400 frammenti per poco più di 700 versi (si veda nell'Appendice la nostra ristampa di tutti i frammenti sopravissuti del poema nelle edizioni Teubner, nell'edizione Valmaggi e nel riferimento alle altre principali edizioni): se prendiamo in considerazione, dicevamo, anche questi due aspetti e raffronti, avremo l'idea dell'importanza, almeno come mole di esametri, dell'opera tràdita di Silio Italico.

Il lungo poema siliano viene considerato una parafrasi di Tito Livio, della deca liviana (XXI-XXX) che narra la Seconda Guerra Punica tra Roma e Cartagine. Da qui anche la severa critica di essere una messa in poesia di pura prosa e cronaca storica. Critica che si scontra però con l'altra, che vorrebbe essere altrettanto feroce, verso la massa di artifici retorici, rielaborazioni mitologiche, romanzesche, immaginifiche e orrorifiche presenti nel poema.

In realtà Silio si rifà palesemente anche a Nevio, a Ennio, a Catone e al greco di Sicilia Timeo. L'amplissima cultura ed erudizione di Silio era peraltro rinomata al suo tempo.

I 18 anni della II guerra punica, per come Silio ha impostato gli argomenti dei 17 libri, avrebbero richiesto 18 libri, uno per ogni anno di guerra. Il poema ha in verità un difetto nello spesso eccessivo affollarsi di avvenimenti e battaglie per ogni anno-libro. L'insolita frettolosità di stesura e soprattutto di chiusura dell'ultimo libro hanno fatto supporre che Silio concludesse in anticipo l'opera per la grave malattia con cui si spense. Oltretutto, il tradizionalismo del numero 6, le esadi così rispettate in Ennio come in Omero e Virgilio, non sarebbe stato altrimenti trascurato da Silio, classicista fino all'esasperazione.

Gli eroi principali del poema sono Annibale, Quinto Fabio Massimo, Marcello, Claudio Nerone e Scipione, che primeggia negli ultimi tre libri (XV-XVII). E' stato detto di questo poema: "Silio non è un grande poeta. Molto spesso egli non è neppure un poeta. Appassionato cultore di letteratura egli ammira profondamente e studia Virgilio, e versifica la seconda Deca liviana sullo stile, sulla lingua e col metodo di comporre proprio al suo grande modello. Nella fedele parafrasi, ch'egli fa, dell'opera liviana, Silio cerca di ravvivare la narrazione introducendovi frequenti elementi mitologici, e divagando con la esposizione di leggende antiche. Raramente, a dire il vero, Silio Italico si addimostra più di un fedele imitatore di Virgilio. Egli si toglie dalla mediocrità solamente quando, dimenticato il suo modello, esprime - con sobrietà e austerità di forma - pensieri patriottici o concetti di filosofia morale" [8].

 

2- POESIA E NON POESIA.

Si è inteso il giudizio di Plinio il Giovane su Silio (Scribebat carmina maiore cura quam ingenio) come un giudizio estetico negativo della sua opera, anzi come una svalutazione, che ha inficiato tutti gli studi moderni su Plinio. Laudizi ha riportato il valore dei termini pliniani alla loro epoca, dimostrando che cura, come sinonimo di ars, non è in nessun caso negativo (intesa come correzione e perfezionamento, tipiche di Orazio e -per Quintiliano inst.10,1,85- fondamentali in Virgilio). In una cronistoria del significato di ars e ingenium [9] si può osservare che, se nell'antica Grecia l'ars era una tecnica che svalutava la poesia, che invece doveva essere opera d'ingegno naturale (Pindaro, Euripide, ecc.), con gli Alessandrini da Callimaco e con i neoteroi anche a Roma assume importanza la tecnica compositiva come ars. In Orazio (Ars poetica 408 sgg.), poi, e anche nell'Anonimo del Sublime (cap.22), ars e ingenium sono parificati. L'analisi dell'opera di Plinio il Giovane conferma l'adesione estetica ai termini oraziani e dell'Anonimo: non contrasto tra innato e artificiale nella poesia, ma necessità, soprattutto per la poesia epica, della cura. Ne deriverebbe, per Silio, il diritto a un'attenzione maggiore da parte della critica [10]

Cambiando registro alla nostra analisi, osserviamo che Aristotele (384 - 322 a.C.) [11] nella sua Poetica espone dei criteri universali, sempre validi, sulla creazione artistica e sulle varie arti. Egli definisce la creazione artistica, l'arte poetica, la poesia, come imitazione (mìmesi). Le arti si distinguono dunque fra loro rispetto ai "mezzi" dell'imitazione. Il verso, caratteristico della poesia, non è sufficiente, da solo e senza l'imitazione, a generare poesia, a fare il poeta degno di questo appellativo. Riportiamo le parole di Aristotele:

 

"Cap.I. La poesia è imitazione (mimesi). Distinzione fra le arti rispetto ai "mezzi" dell'imitazione.   1447 a

Trattiamo dunque dell'arte poetica in sé stessa, dei suoi generi, della funzione di ciascuno di essi e come si debba costruire la favola (il contenuto -mitos) perché la creazione poetica riesca bella, e ancora quanti e quali siano gli elementi di ogni genere letterario, ed esaminiamo infine tutti gli altri problemi che concernono una ricerca di questa natura, cominciando da quello che viene per primo e seguendo l'ordine naturale.

La epopea e la tragedia, come pure la commedia, la poesia ditirambica e gran parte dell'auletica e della citaristica [12], sono tutte, in generale, imitazioni, ma differiscono tra loro sotto tre aspetti, in quanto imitano o con mezzi diversi o cose diverse o in modi diversi e non nello stesso modo.

Infatti, come taluni (chi per arte, chi per pratica) imitano i vari soggetti o coi colori e con le forme plastiche, o invece con la voce, così accade anche nelle arti prima nominate, le quali tutte attuano la imitazione col ritmo, la parola  l'armonia, o usandone separatamente o combinandoli insieme. Ad esempio: l'auletica e la citaristica e qualsiasi altra arte produca lo stesso effetto, come l'arte di suonare la zampogna, si servono solo del ritmo e dell'armonia. Del solo ritmo, invece, senza l'armonia usa la danza; infatti coloro che danzano riproducono caratteri, casi e azioni con ritmi figurati.

1447 b

Quanto all'arte che si serve della parola pura e semplice o dei soli metri, sia mescolandoli tra loro, sia usandone di una sola specie, essa sinora non ha un suo nome [13]. Infatti non possediamo un termine comune per denominare i mimi di Sofrone e di Senarco [14], i dialoghi socratici e le imitazioni che si possono fare in trimetri, in versi (distici) elegiaci o in altri metri consimili.

Senonché la gente, attaccando al nome del verso quello di "poeta", chiama gli uni poeti elegiaci e gli altri poeti epici, definendo così i poeti non dal genere di imitazione che compiono, ma dalla specie di verso che usano[15]. E così, se uno tratta in versi argomenti di medicina o di fisica, si è soliti chiamarlo poeta. Eppure non vi è niente di comune fra Omero ed Empedocle[16], eccetto il verso; onde sarebbe giusto chiamare il primo poeta e il secondo naturalista, piuttosto che poeta. Del pari, anche quando uno compone un'opera mescolando insieme tutti i metri, come fece Cheremone [17] nel suo Centauro, rapsodia composita di versi di ogni specie, bisogna dargli il nome di poeta.

Queste dunque siano le distinzioni da fare su questo argomento. Ci sono poi arti che si valgono di tutti i mezzi prima esposti, cioé del ritmo, dell'armonia e del verso, come la poesia ditirambica, il nomo[18], la tragedia e la commedia; con la differenza, però, che ditirambo e nomo li adoperano contemporaneamente, mentre la tragedia e commedia a volta a volta.

Queste dunque sono le distinzioni che io stabilisco fra le arti rispetto ai mezzi con i quali esse compiono l'imitazione."

 

 

La critica di Aristotele alla poesia "didascalica" come non poesia, cioè l'esclusione che possa essere il verso a fare il poeta, con l'esempio esplicito di Empedocle, influenzò fin dal Cinquecento la questione della struttura metrica in rapporto al contenuto della poesia, il rapporto tra poesia e non-poesia, il rapporto tra forma metrica e contenuto poetico.

Il Trissino, sul principio della Quinta divisione della poetica, aveva accolto la proposizione: "Vero è che per i versi e le qualità loro non si dee nominare alcuno poeta, ma per la imitazione, perciò che, se uno scrivesse di medicina o di filosofia in versi, costui non si nominerebbe poeta, ma piuttosto filosofo o medico si dovrebbe nominare". Se Aristotele aveva fatto il nome di Empedocle, gli aristotelici del Cinquecento gli abbinarono, fra  i Latini, quello di Lucrezio, che del nome di poeta venne privato da tutti: dal Lionardi, nel 1554; dal Capriano, nel 1555; da Bernardino Partenio, nel 1560; dal Del Bene nel 1574; dal Rossi nel 1589 e nel 1590; ecc. E, tuttavia, la conclusione non poteva riguardare il solo Lucrezio (e neppure il solo Lucano: uno storico, costui, e non un poeta, per il Capriano e per altri), ma anche, a rigor di logica, il Virgilio della Georgica, da tutti e da sempre non solo avuto per poeta, ma per poeta grandissimo. Nel 1550, già si era preso coscienza del problema; e il Maggi, nelle Explanationes, aveva pensato, onde non esiliare quel mirabile poemetto dal regno della poesia, d'uscire dalla strettoia teorizzando l'esistenza di una poesia minore. La Storia della Letteratura Italiana Einaudi, curata da Alberto Asor Rosa, dedica a queste osservazioni e ricostruzioni sul valore della poesia didascalica parte del III volume "Le Forme del Testo - I: Teoria e Poesia", pagg. 560 sgg. Al saggio di Mario Martelli ci ricolleghiamo. Per il Maggi, in deroga parziale alla precettestica aristotelica, potevano essere postulati tre tipi di poesia: quella che aveva verso e imitazione; quella che aveva imitazione ma non verso; e quella infine, che, ultima sì ma non del tutto non poesia, aveva verso e non imitazione. E Camillo Pellegrino, componendo Il Carrafa, o vero Della poesia epica (1584), aderiva, convinto e sollevato, alla tesi del Maggi. L'uno dei due interlocutori, quello da cui il dialogo s'intitolava, proponeva il tema:

<<Voi avete chiamato Lucano poeta, e sono alcuni che non gli dan quel nome, e non solo il niegano a lui, ma anco a Lucrezio et a Virgilio nella Giorgica, dicendo che, trattando l'uno, benché in versi, una pura istoria, e l'altro le cose di natura, e Vergilio la coltivazion de' campi, che niuno dee chiamarsi poeta, poichè non il verso, ma l'imitazione e la favola fa che altri sia degno di questo nome. E favoriscono la loro opinione con l'autorità di Aristotile, il quale par che dica ritrovarsi poesia sciolta da numero di versi, chiamando poi Empedocle (che scrisse in versi le cose di natura) non poeta ma trattator delle cose di natura. Et altri poi, contrarii a questa opinione, dicono che il verso solo sia quello che forma il poeta, pur che non sia ignudo di frasi poetiche e di figurate locuzioni. Che sentite voi sopra questa diversità di pareri?>>[19].

Cui l'altro interlocutore, Attendolo, rispondeva distinguendo appunto secondo quando abbiamo premesso: <<Io non aderisco né all'un parere né all'altro, poiché Lucano, Lucrezio e Virgilio trattante l'arte di coltivar i campi, benché ne' lor poemi non abbian fatto elezione di soggetto poetico, mancando essenzialmente in ciascuno l'imitazione e la favola, non è che a loro si debba negare il nome di poeta, come anco conceder si può di Platone e di Luciano, l'uno e l'altro imitatore ne' lor dialoghi. Ma sì come l'imitazione sola è quella che fa chiamar questi poeti, così quelli saranno degni di questo nome per aver solamente il verso con frasi di poesia; ché non è buona per aventura la ragione di Giulio Cesare Scaligero, che dice Lucano esser poeta per avere non men che Omero usate finzioni poetice sopra una istoria, la quale si ha per argumento dell'epico poema. Perciò che, se Lucano finge l'imagine della romana republica offrirsi inanzi a Cesare, e le anime rivocate dall'inferno, et altre cose simili, queste sono prosopopee e figure le quali vengono accidentalmente nell'epico poema, sì come accidentale e non essenziale è la favola di Aristeo nella Georgica di Virgilio. Però, intorno a questo particolare, a me piace l'opinione del Maggio, il quale vuole che si ritrovino tre sorti o gradi di poesia: la prima, che è l'ottima, sarà di colui che nel suo poema ha il verso e l'imitazione, come Omero nella Iliade e Odissea, e Vergilio nella Eneide; la seconda è di colui che ha l'imitazione senza il verso, come Platone, Luciano, et anche il nostro Boccaccio in alcuna delle sue prose; e la terza, di colui che ha il verso senza l'imitazione, come Lucano, Lucrezio, Vergilio nella Georgica et altri>>[20].

Poesia didascalica tutta, in senso lato: così quella d'Empedocle, come quella di Virgilio e quella di Lucano. Pier Vettori, commentando nel 1560 il passo aristotelico, affermava che esporre il sistema della natura <<idem est, ac praecepta alicuius artis tradere>> (<<è la medesima cosa che tramandare i precetti di una qualche arte>>); e, a proposito dei due esempi proposti da Aristotele, aggiungeva, ampliando il raggio delle autorità, i riferimenti di Plutarco in un opuscolo con cui ammaestrava i giovani alla lettura dei poeti, con la tesi che anche Parmenide, oltre a Empedocle, e Nicandro nei Theriaca e Teognide, non fanno vera poesia, ma prosa che ha preso in prestito grandezza del metro e luci poetiche.

Anche il Vettori accoglie l'idea che, assente l'imitazione, sia assente la poesia: Empedocle o Virgilio (naturalmente, quello della Georgica) debbono per questo, per quanto abbiano reso perfette le loro opere (<<quamvis... opus suum expoliverint>>), rinunciare a quel nome glorioso. Bellissima non poesia, insomma, per usare un fortunato ossimòro, che ha dominato (e, non poi così sotto sotto, continua a dominare) il campo della riflessione estetica. Il Pellegrino diede della Georgica di Virgilio ("chiamata meritatamente poema assolutissimo... ma non in virtù del soggetto preso senza imitare, ma sì bene in virtù del verso, tale che chiude... tutte le perfezioni")[21] non lontano da quello che il De Sanctis darà sull'ultimo lavoro del Foscolo, le Grazie: "Comparvero ultime le Grazie. Lavoro finissimo d'artista, ma il poeta quasi non ci è più... Ci si vede l'artista consumato; appena ci è più il poeta"[22]. E in questa ottica va considerata l'intepretazione crociana. Ma come dice Mario Martelli [23], "Otto e Novecento furono tempi impietosi per la poesia didascalica".

Volendo comunque correggere il punto di vista aristotelico con la saggia mediazione dell'aristotelico Maggio, si può considerare che due, e non tre, sono i tipi possibili di "vera poesia": quella completa e autentica, che ha verso e imitazione; e quella minore, che ha verso senza imitazione, ma comunque verosimiglianza, sentimento e retorica adeguata alla forma poetica. Il caso intermedio, di imitazione senza verso, non può essere. Sia perché Boccaccio, ad esempio, fu ottimo poeta (nei poemi giovanili in ottave e altre poesia) e ottimo prosatore (nel Decameron), senza poter troppo confondere i due aspetti. Sia perché, altrimenti, tutti gli ottimi scrittori, con ottima invenzione, favola e imitazione, sarebbero poeti, il che non è. Il verso soltanto, dunque, in maggiore o minore misura con l'imitazione (contenuto) ma anche da solo con perfezione retorica, realizza la poesia, che, come affermerebbe Aristotele, è sempre metrica (<<i metri sono varietà del ritmo>>), possiede cioè comunque ritmo oltre a parola e armonia: infatti la poesia, unendo al massimo grado armonia, ritmo e imitazione, è la prima delle arti [24] . La critica alla poesia, come invenzione, ricalca però il tipo di critica svolgibile per tutte le altre arti che usano o combinano ritmo o parola o armonia.

Eduard Norden [25] ha affermato che, confrontata con l'ottusità di un Silio Italico, persino la poesia di Lucano, nonostante il sistematico travestimento retorico dell'epos storico, dimostra il talento del poeta, indipendentemente dalla critica astiosa di Petronio verso questo esperimento di epos storico. Troppo decisamente nella sua storia della letteratura latina il Norden trascura e scavalca a piè pari Silio Italico. Del resto, parrebbe che egli valuti la relativa validità e originalità di Lucano soprattutto per la metrica: elementi stilistici e il controllo delle cesure che distaccano l'esametro della Farsaglia dal modello virgiliano, pur perdendo colore ed ethos. Ma certi livelli poetici alti in Lucano e la sua (per l'epoca prima di Claudiano) modernità, non bastano secondo noi a liquidare l'apparato mitologico tradizionalista di Silio Italico come poesia minore (egli non fa neppure un poema prettamente o intenzionalmente storico- didascalico), solo perché contemporanea a poeti meno freddi o più sensibili, quali Valerio Flacco con la Argonautica o Stazio con i suoi poemi Tebaide e Achilleide, in cui il sentimento poetico più pieno vince sulla pur invadente retorica e mitografia. A dire il vero, se la realtà storica di Lucano, di contro alle regole aristoteliche, era troppo vicina, politicamente strumentale e poco mitologica, la realtà storica più lontana e quasi mitica delle Punica di Silio aveva i crismi per essere cantata epicamente. Se si considerano i principali poemi epici antichi, si nota come solo i più famosi hanno contenuti mitico- mitologici, cioè per lo più di "invenzione", ben poco legati alla storia vera o recente se non in collegamenti apologetici (Iliade, Odissea, Eneide oltre a Tebaide e Achilleide di Stazio o le Argonautiche di Valerio Flacco), mentre opere come la Farsaglia di Lucano o le Punica di Silio, "relativamente" contemporanee (cioè troppo vicine e troppo documentate dal punto di vista storico), sono quelle criticate e svalutate per il loro aspetto didascalico.

Si può contrapporre a queste osservazioni il fatto che Nevio ed Ennio fecero poemi sulla storia "contemporanea" (sulle guerre puniche : il primo Bellum Punicum per Nevio, gli Annales per Ennio, sulla II punica, avvenimenti del tutto a loro contemporanei) con una validità e levatura poetica riconosciuta dai contemporanei e dalle generazioni successive. Una levatura cioè tale da far parlare (almeno per Ennio) di pura e autentica poesia, di elevatissima ispirazione veramente intermedia (non solo cronologicamente) tra Omero e Virgilio. (Si consideri però che, nonostante tutto, sia Nevio che Ennio non furono ritenuti, tra l'antichità e il Medioevo, talmente insuperati e insostituibili nell'epica, da tramandarcene l'intera opera, e possediamo solo pochi frammenti).

Si deduce da tutto questo che, non la contemporaneità storica in quanto tale, ma il tipo di contenuto nella sua unitarietà e rielaborazione poetica può porre o meno ostacoli alla vera invenzione poetica. La storia minuziosa della guerra civile tra Cesare e Pompeo o la storia troppo ricca e complessa della II guerra punica, a secondo dello spazio e della minuziosità dedicata a singoli aspetti storici, può essere ostacolo all'"invenzione" di cui parla Aristotele. Nevio, nei suoi appena 4000/5000 versi sui 23 anni della I guerra punica, dedicava moltissimo spazio (3 libri su 7, anche se l'opera era unitaria e fu divisa in libri da studiosi successivi) alla leggenda di Enea e alla fondazione di Roma. Ennio, riprendendo in tutto lo spirito di Omero, parla a tal punto per bocca non sua, ma delle Muse (come sarà per Properzio in tutte le sue elegie, comprese quelle "civili" cioè "epiche" [26]), che l'ispirazione e l'invenzione trasmutano (come sarà in Virgilio) le più realistiche descrizioni di battaglie terrestri e navali o l'apologia del vivente Scipione l'Africano [27].

Gli ostacoli che invece, come abbiamo detto prima, potevano frapporsi all'invenzione poetica, sono molteplici in Lucano e Silio: nel primo, perché vuole riscrivere, anche con minuzie, la "vera" storia dal punto di vista pompeiano (cioè perdente, oltre che antistorico); nel secondo, perché vuole trasporre in poesia anche i complessi libri di storia di Livio sulla II punica, guerra "mondiale" dell'antichità con infiniti teatri di guerra mediterranei.

Tornando quindi agli aspetti retorici e didascalici, alla realtà storica troppo ravvicinata e alla imitazione eccessiva del modello Virgilio (senza riuscire a superare il Maestro), il poema di Silio può essere sì criticato come tradizionalista ed epigonico, ma all'interno di leggi poetiche che da Omero in poi erano considerate inviolabili. Silio Italico è stato farraginoso così come farraginosi e complessi sono stati grandi storici antichi quando hanno scritto delle guerre puniche: Livio, e persino Polibio, per l'ampiezza geografica ed epocale degli avvenimenti. Silio è stato quindi meno letto per questa farraginosità, pesantezza e prolissità. Ma ciò non toglie nulla ai momenti di alta poesia, poiché, come già detto, la sua non è un'opera semplicemente storico- didascalica. All'epoca esisteva ancora intero Quinto Ennio, sull'argomento; e l'enorme valore riconosciuto al poeta di Rudiae, i suoi esametri imitati così spesso da Virgilio, erano un modello e un monito troppo severo anche per un Silio Italico [28], sebbene Virgilio si fosse levato tantissimo più in alto come erede della grande epica greca e nuovo padre di quella latina.

Silio Italico è stato misconosciuto proprio per aver troppo osato, sia in così vasta tematica che negli strumenti retorici ad essa occorrenti, non essendo egli nè un Virgilio nè uno Stazio. Ma egli dovrebbe essere, proprio per questo, letto con più attenzione.

Due, tra tante, sono le possibilità che consigliamo per ben "rileggere" Silio Italico. Una è quella di ignorare, leggendone la "pura poesia", il continuo raffronto filologico con brani in prosa di storia romana e di Tito Livio. Un'altra è quella di riconsiderare la critica all'eccessiva retorica della sua epoca, quella retorica che primeggiava nelle scuole e in un Lucano. Si erano spesso criticati, soprattutto da parte dei nostri grandi romantici dell'Ottocento, gli eccessi di mitologia, di retorica o di classicismo più o meno formale in poesia. Questi tre aspetti, così ben distinti l'uno dall'altro (si pensi ad es.: alla mitologia in Omero e in Monti, alla retorica post-augustea in Lucano e Silio Italico, al classicismo di un Carducci, di un Cardarelli, di un Quasimodo), quando non hanno impedito la grande poesia (ed è il caso degli autori sopra nominati) sono stati o il segno distintivo (persino la moda) di un'epoca o uno dei tanti strumenti con cui il poeta ha espresso la sua più o meno grande capacità di invenzione. Silio ha tentato, seppure con risultati modesti, di fondere tutti questi aspetti.

L'originalità di Silio, secondo M. von Albrecht [29](cit. anche in P.Miniconi-G.Devallet, Silius Italicus - La Guerre Punique, pag. LXXXIX), e non solo in rapporto a Virgilio, consiste essenzialmente nel fatto che Silio moltiplica le notazioni di stampo psicologico e intensifica il patetico. Esercitazioni retoriche, le scuole retoriche, un nuovo enciclopedismo scientifico e antiquario più ampio ma anche più scollegato del precedente (ad esempio, Plinio il Vecchio, con un sistema da computer moderno, si accontenta di registrare le sue "schede" una dietro l'altra, senza preoccuparsi troppo della composizione [30]): questi aspetti vanno ben tenuti presenti non per "giustificare", ma per capire Silio nella sua epoca. Il poema di Silio, vedremo meglio più avanti, sarà la summa di ciò che l'epica latina possa racchiudere (a parte il controverso alto livello poetico). Del resto, anche per il contemporaneo Quintiliano è stato notato che egli, con la Institutio oratoria, ha voluto fornire la summa di tutta l'eloquentia ("Una delle tendenze più tipiche della sua età era quel gusto per la summa, per l'enciclopedia che è possibile riscontrare anche in eruditi come Plinio il Vecchio" [31]). Avremmo quindi, a mio modesto parere, che Silio è il terzo, insieme agli altri due autori appena citati, ed ognuno per motivi ben diversi (scienza, formazione culturale e intellettuale, epica e tecniche di poesia [32]), a rappresentare il massimo livello di "summa" che il tradizionalismo (o classicismo) dell'età flavia abbia prodotto. Sono spesso di gusto ovidiano, in Silio, le digressioni mitologiche: forse proprio per un'ottica di "enciclopedismo" mitologico.

Per l'accusa di "retorica" e formalismo nei poeti di quel periodo, ricordiamo che il più valutato (anche attualmente) tra i "retorici" poeti dell'età Giulio-Claudia, Lucano, non utilizza gli artifici retorici meno degli altri epici a lui vicini (Silio, Stazio, Valerio Flacco). E le stesse Silvae di Stazio, che come opera lirica e non epica primeggiano per spontaneità, sono intessute "di espedienti retorici, di richiami mitologici,... quasi formule precostituite... e proprio il ricorso a tale apparato retorico-mitologico... fa sentire meno profonda la dicotomia fra la Tebaide e le Selve" [33]. Precedendo, la Farsaglia, come produzione, gli altri epici appena nominati, è proprio essa a introdurre nell'epica latina, come novità, il massimo di retorica, o a introdurvi l'eccessivo  gusto del macabro, al pari del Seneca tragico. Come "gusto dell'epoca", anzi, Lucano forse più degli altri ha corso il rischio di una dubbiosa valutazione nella grande critica: opera di poesia o prodotto della cultura retorica dell'autore?

Meglio di tutti, con maggior equilibrio e obiettività, ha risposto a tale quesito il grande critico tedesco Fraenkel, anch'egli propenso, peraltro, a criticare l'eccesso di retorica in Lucano: "Anche Lucano, il discepolo dei retori (non vogliamo affatto negare l'immenso influsso che essi hanno esercitato sul poeta, ma con questo non riteniamo ancora, secondo una delle concezioni predominanti nella critica, di aver detto qualcosa di essenziale sulla sua fantasia e sul vero fondamento della sua poesia), anche Lucano, nel quale gli insegnamenti retorici sono ormai, per così dire, penetrati nel sangue, segue la sua ispirazione; e quello che talvolta lo rende ancora ai nostri occhi un mirabile artista non è certo ciò che ha potuto imparare sui banchi della scuola".

In una intervista rilasciata nel dicembre 1995, pochi giorni prima di vincere il Premio Nobel per la letteratura, il grande poeta irlandese Seamus Heaney [34] ha spiegato alcuni punti della sua poetica (egli ha  insegnato per anni retorica ad Harvard e poesia a Oxford). Heaney ha ribadito la differenza sostanziale tra poesia e prosa: la poesia è musica, la prosa potrebbe anche essere ma non è necessariamente musica. La poesia è "necessariamente", intimamente musica, ed è "sin dalle origini più remote legata al canto e alla danza". A tal punto la poesia è musica, che in realtà il contenuto, il significato, l'argomento nella vera poesia non conta quasi nulla: conta la musicalità. La poesia ha la musicalità al centro della ricerca poetico-linguistica, non conta il messaggio [35]. E non a caso (aggiungiamo noi) gli antichi storpiavano in poesia l'accento grammaticale delle parole pur di ottenere il ritmo, la musicalità, che doveva prevalere con il "tono della poesia", "il contenuto musicale della poesia" di cui parla Heaney.

Si rileggano - non nella traduzione in qualsivoglia lingua - la musica, la cadenza dei versi di Silio Italico. Essi sono in gran parte vera musica, o perché è l'artificio retorico a crearla, o perché il concetto altamente poetico, stringato o lapidario, emerge (suona) come "massima" musicale, come pura ritmicità, come raffinata assonanza. Ci sono voluti secoli e secoli per capire Dante (la sua poetica)[36]. Che ci voglia ora di meno per apprezzare la "retorica musicale" di Silio. Per gli aspetti stilistici che confinano con una valutazione della tecnica retorica, l'opera senz'altro più interessante finora è: Lindblom A., In Silii Italici 'Punica’ quaestiones, Uppsala, Almqvist, 1906, commentatio academica tutta in latino che comprende note di critica testuale, l'analisi dei modi e tempi verbali e la tipologia delle proposizioni principali e secondarie in Silio (ad esempio, l'uso del presente storico al posto dell'imperfetto nella principale, oppure il presente congiuntivo con licet nelle concessive, etc.)

 

3- POLITICA E STORIA.

Il mio impegno di lavoro sui Punica di Silio Italico si è concretizzato anche per certe idealità politiche e storiche comuni, che vanno al di là dei lunghi decenni da me dedicati alla guerra annibalica in termini puramente storiografici, militari e statistici. Queste idealità politiche erano certo anche sottese nel nostro lavoro storico sulla guerra annibalica: in particolare per le classi in lotta e per i partiti politici attivi a Roma e a Cartagine durante la guerra: il partito aristocratico e latifondista degli Annoni e quello democratico e guerrafondaio dei Barca, cioé di Annibale, in Cartagine; i due grandi partiti (pur sempre "nobiliari") di tendenza uno democratico-plebea, l'altro oligarchica, in Roma.

Spieghiamo come anche il poema di Silio Italico possa avere- e mi auguro non solo per me- una valenza politico-ideale (speriamo, non "ideologica", nel senso negativo - non scientifico, né pragmatico, né laico- che già Marx attribuiva al termine "ideologia").

Io sono un incondizionato estimatore di Giulio Cesare, perché egli, più che un grande generale, fu un grande statista e uomo politico, capo del partito democratico in Roma. Cesare propose, prima ancora di Ottaviano Augusto e di Marco Antonio, la soluzione politica più importante alla "rivoluzione romana dei 100 anni", alla lunga rivoluzione borghese [37] dell'antica Roma, che vedeva le nuove classi borghesi, finanziarie ed emergenti, seppure plebee, in competizione con una nobiltà di sangue arretrata, legata quasi solo al latifondo, retriva rispetto ai nuovi sviluppi sociali ed economici. Questi nuovi sviluppi, prima con Caio Mario poi con Cesare, videro emergere, soprattutto con l'Impero, le nuove classi: i cavalieri e persino i liberti.

Va da sé che io sono anche, e per i medesimi motivi, un grande estimatore di Napoleone Bonaparte: io sono un bonapartista, oltre che un cesariano, nel significato più politico di tale parola (compreso Napoleone III, per intenderci).

E, sempre per gli stessi motivi, sono ammiratore dei grandi predecessori di questi uomini:

1) Alessandro Magno, fondatore del più duraturo (culturalmente) impero multirazziale e multiculturale della storia (a parte in tempi moderni il Regno di Prussia da Federico II a Bismark e attualmente gli Stati Uniti d'America), fondatore, con lo stesso Ellenismo, di un centralismo politico (la divinizzazione del monarca ellenistico) legato ai più grandi sviluppi della scienza e della finanza (con aspetti, oggi diremmo, pre- capitalistici): si pensi anche solo all'Egitto tolemaico o alla grande razionalizzazione finanziaria e politica che Cesare prefigurò ai successivi imperatori romani.

2) Publio Cornelio Scipione, detto l'Africano, che precederà Cesare nell'utilizzo politico e militare, in Roma, di investiture divine e poteri carismatici ereditati dall'Ellenismo, per guidare gruppi e linee politiche contrapposti (il partito degli Scipioni contro il partito dei Fabii).

E' stato eloquentemente dimostrato, nella storia e nella letteratura latina, che negli anni prima e durante Nerone, il Principato a Roma ebbe la più fiera opposizione politica e culturale dalle file senatorie, oligarchiche e repubblicane, tra gli eredi degli uccisori di Cesare. Lucano, col suo poema Farsaglia, dedicato appunto alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, rappresentò massimamente questo quadro politico (se non nei primi tre libri, almeno nei successivi dal IV al X), la nostalgia della vecchia Repubblica oligarchica contro il dispotismo di Cesare e il Principato: e non solo tra le righe del poema si evince che le parti in lotta, non divinizzate o mitizzate come negli altri poemi epici, sono vere classi sociali e schieramenti politici: quello plebeo-democratico cesariano e quello aristocratico-senatorio pompeiano. La Farsaglia di Lucano è l'opera più feroce contro la figura che la storia stessa- anche politicamente- ci ha tramandato di Caio Giulio Cesare dal punto di vista di un Romano (non certo di un Gallo o di un Massiliota, che poteva avere  ben altri motivi di risentimento)[38].

La battaglia (culturalmente ammirevole e rispettabilissima) di Lucano si volse essenzialmente su un piano polemico verso la tradizionale poesia "nazionale" romana, arrivata ai massimi fasti con Augusto: il poema epico. Ha scritto il grande critico Narducci: "Nelle mani di Lucano il poema epico stravolge le caratteristiche che a Roma gli erano state proprie fin dai tempi di Nevio e di Ennio: da monumento eretto a testimonianza delle glorie dello Stato e dei suoi eserciti, si trasforma nell'indignata denuncia della guerra fratricida, del sovvertimento di tutti i valori morali, dell'avvento del regno dell'ingiustizia". E, aggiungiamo noi, dell'ingiustizia cosmica della storia e del destino, che fa vincere chi non è meritevole (Cesare) e soccombere chi tutto meritava (Catone).

Il NORDEN, ancora più critico verso le deviazioni dalla grande tradizione greco-ellenistica che fece la grandezza della letteratura romana fino ai suoi più alti sviluppi [39], dice: "E' opera di Lucano il sistematico travestimento retorico dell'epos storico, che fino allora era obbligo innalzare nella sfera dell'ideale mediante l'apparato mitologico: si tratta dunque di una cosciente deviazione dalle leggi che da Omero in poi erano considerate inviolabili". Dopo di che il Norden prosegue difendendo comunque le innovazioni e il talento di Lucano di contro all'"ottusità" di Silio, che il Norden considera il meno dotato rispetto a Stazio e Valerio Flacco; anzi non lo considera (o meglio, non lo "studia") affatto. Eppure, si dovrebbe tenere a mente che sarà Silio Italico, di lì a poco, a ripristinare non tanto il modello virgiliano, quanto soprattutto il "verso" virgiliano, e non certo in maniera stilisticamente disprezzabile. Dice Norden di Lucano: "Come tutti gli altri elementi stilistici, anche l'esametro (della Farsaglia)... si distacca in modo netto ed evidente da quello virgiliano, ma perde così la pieghevolezza, il colore e l'ethos" [40].

La posizione estremamente polemica di Lucano verso tutta la tradizione del poema epico è stata sempre sottolineata. "Nella Pharsalia i riferimenti all'Eneide sono continui, ma in termini di contrapposizione". Molti studiosi hanno definito Lucano come un anti-Virgilio. Ciò è sembrata una esagerazione. Ma a noi non sembra una esagerazione definire i Punica di Silio Italico come il contraltare alla Farsaglia di Lucano e come il poema più virgiliano della letteratura latina.

Né sembrerà esagerato motivare l'avversione di Lucano verso il poema epico tradizionale soprattutto perché quest'ultimo ebbe il suo apice nell'esaltazione del Principato (augusteo). Del resto, la grande tradizione culturale dell'epica greca e latina non poteva non partorire prodotti e tecniche ammirevoli. Dice ancora il Norden: "L'Argonautica di Valerio Flacco è fra le opere più piacevoli: se il poeta è riuscito a superare il suo modello greco Apollonio Rodio- caso raro nella storia della letteratura romana- lo deve alla tecnica formata su Virgilio" (Ibidem, pag.132).

La linea di Lucano, che prevalse politicamente e culturalmente negli anni fino alla morte di Nerone, fu fortunatamente sconfitta negli anni di Vespasiano e Domiziano; ma già negli anni della scomparsa di Nerone l'opera di Silio Italico, più ancora di quelle contemporanee di Stazio e Valerio Flacco, fu la più evidente iniziativa culturale contro la tendenza lucanea: poesia la più vicina alla corte imperiale come con Virgilio e Orazio; ritorno pieno a Virgilio, quanto più feroce era, stilisticamente, la lotta di Lucano contro il modello virgiliano e la tradizione augustea; ritorno al mito, quanto più Lucano (e la tradizione senatoria-repubblicana con lui) volevano storicizzare e politicizzare tutti i riferimenti culturali: a tal punto, per quel che riguarda Lucano, da negare valore agli déi ("che non vogliono le cose giuste"- vale a dire che, contro l'evidenza della Storia, il pensiero anti-storico, che non sa perdere, si appiglia alla irrazionalità di ogni cosa), da negare la loro esistenza (non solo estromettendoli da ogni intervento diretto nel poema), negando la religiosità tradizionale romana e qualsiasi forma di giustizia negli eventi umani.

Il CITRONI, osservando che comunque anche Silio deve molto a Lucano (che anch'egli definisce l'<<anti-Virgilio>>), elenca, nei rapporti tra poesia e potere nell'età Flavia, tutto ciò che la sottomissione a Virgilio e al Principe nei nuovi "classici" Stazio, Silio, Valerio Flacco ("Neoclassicismo" viene definita l'epoca da molti, tra cui il Bayet) comporta di adulazione, di brani encomiastici nei poemi epici, nelle Selve di Stazio o in Quintiliano. Ma tutto ciò viene riconosciuto come non assolutamente prioritario nei poemi, anzi senza molto spazio soprattutto nelle Puniche di Silio (dove manca- caso unico nei poemi dell'epoca- un proemio dedicatorio al Principe). Comunque questi poemi corrispondevano in tutto alla politica culturale flavia, che richiedeva "una nuova Eneide, non certo una nuova Farsaglia" [41].

Si osservi la commistione di artificio declamatorio e retorico da una parte e di felice intuizione e capacità poetica dall'altra, nei versi del libro IX (vv.349-353), subito dopo la  battaglia di Canne, in cui si esalta, di questa gravissima sconfitta romana, la capacità di resistenza di un popolo e il suo eroismo nelle avversità: :

                  ..... Tuque, anxia fati,
pone, precor, lacrimas et adora vulnera, laudes
perpetuas paritura tibi; nam tempore, Roma,
nullo maior eris; mox sic labere secundis,
ut sola cladum tuearis nomina fama.

("E tu, Roma affannosa del tuo destino, deponi, ti prego, le lacrime ed adora le ferite per cui avrai gloria imperitura; infatti in nessun tempo tu sarai più grande; perché tanto decadrai nella sorte favorevole che il tuo nome vivrà famoso solo per le sconfitte"). Anche con questi versi si è contribuito, nella tradizione storica ma anche nell'immaginario collettivo, a quel mito di tenacia, di riscossa e di resistenza all'avversa sorte che fu l'orgoglio sia militare che civile dello Stato romano.

Sarà questo uno degli assi portanti, "edificanti" e (seppur indirettamente) di adulazione verso i governi della grande Roma, nel poema di Silio: cogliere di Roma "il punto più alto della sua grandezza morale... nel momento in cui essa ha resistito al rischio di soccombere a una serie travolgente di atroci sconfitte" [42]. Non i singoli personaggi (nè Scipione, nè il "negativo" Annibale) acquistano rilievo nel poema, quanto proprio tutti i Romani e Roma nelle loro sconfitte. Canne acquista così un valore centrale (e non per controsenso, positivo) nel poema di Silio, come Farsàlo, in negativo, lo assume nel poema di Lucano: questa contrapposizione è stata colta da K.-H.NIEMANN, Die Darstellung der römischen Niederlagen in den Punica des Silius Italicus, Bonn 1975, e da F.AHL,M.A.DAVIS,A.POMEROY, Silius Italicus, in ANRW II, 32-4 (1986), pp.2492 sgg.  Secondo noi, questa contrapposizione, intesa non solo come ideale, di contenuto, ma anche spinta anch'essa ai limiti dell'artificio retorico, spiegherà meglio le incongruenze psicologiche e gli eccessi stilistici attribuiti al poema di Silio.

Silio, soprattutto nelle sue idealità, rappresenta tendenze da noi condivise. Del resto, anche nel giudizio più attuale dei contemporanei, l'epos di Lucano fu criticato da Petronio, Silio fu esaltato da Marziale. E in quanto a saggezza ed equilibrio, Silio ebbe tra i migliori amici il filosofo Epittéto [43].

Anche il grande latinista francese Jean Bayet, dopo aver stroncato le proporzioni delle parti e l'ispirazione nel poema di Silio Italico, conclude: "Ma i Punica sono un eccellente repertorio dell'apparato epico, cosiddetto virgiliano, di cui tutta l'epopea latina sarà ormai ingombra" [44]. Un primato, ci sembra, che oltre all'aspetto quantitativo deve pur riunire anche aspetti qualitativi.

Il ritorno ai classici e l''adesione al classicismo (tipici comunque dell'età flavia e che si "contrapponevano al gusto barocco e cortigiano della precedente età neroniana e lucanea ad uso di selezionati gruppi aristocratici" [45] ) sono tanto indiscutibili in Silio che "il poema epico come strumento privilegiato di propaganda politica"[46] ha una straordinaria coincidenza col personale gusto classicista di Silio. Tornando a un generico filone classicista della nostra letteratura italiana (Leopardi, Carducci, Cardarelli), che spesso è stata definita "reazionaria", o comunque una reazione letteraria [47], è notevole l'assonanza terminologica di "restaurazione avviata nell'età flavia con Silio" in Laudizi, che dedica al "Classicismo di Silio Italico" l'ultimo capitolo del suo volume, e il saggio "Silius the reactionary" di C.W.Mendell.

 

Carlo Santini (cit., Amsterdam 1991, p.119) ha ben sintetizzato la sostanza del saggio su Silio Italico di Ahl-Davis-Pomeroy in ANRW II,32,4, 1986, pp.2492-2561: le Punica sono un'opera attraversata da un paradosso: "it is, like the Aeneid, a tale of victory emerging from defeat; yet it is also, like the Pharsalia, a tale of ultimate defeat in victory": vi è cioè in Silio adesione all'autentico spirito repubblicano che pure sarebbe contraltare politico all'Impero da lui esaltato. Lo stesso, complesso spunto problematico, secondo noi, scaturisce dal fatto che Annibale - il vero eroe negativo del poema, per dirla col Laudizi- rappresenta un eroe "individuale" che lotta -sempre più vanamente- contro il fatum e contro la realtà storica.

 

4- LA SECONDA GUERRA PUNICA O GUERRA ANNIBALICA.

La prima guerra punica fu una guerra "locale", la seconda fu "mondiale" anche per le alleanze internazionali delle due parti in lotta. Anche la conquista dell'Oriente da parte di Alessandro Magno aveva avuto le dimensioni di un impero "mondiale" e "universale", ma, a parte l'aspetto militare, più da un punto di vista "culturale" e di "civiltà": lo dimostrano già le numerose leggende antiche su un piano di Alessandro di conquista dell'Occidente, di ripercorrere le orme di Ercole in Occidente, di combattere contro Romani e Cartaginesi: progetto che sarebbe stato interrotto dalla prematura morte del Macedone. Alessandro ebbe certo sentore che, per rendere davvero "mondiale" il suo impero, esso doveva comprendere già allora Romani e Cartaginesi. I quali furono comunque conquistati, "culturalmente", dall'Ellenismo alla morte di Alessandro. Anzi, i principali personaggi della II guerra punica, la famiglia degli Scipioni a Roma e i Barca, la famiglia di Annibale, a Cartagine, furono i massimi propugnatori ed esponenti dell'Ellenismo nei rispettivi Stati. Ma la conquista "culturale" ellenistica non fu comunque in tal caso conquista "militare". Anzi, al contrario, se "culturalmente" il baricentro anche politico ed economico- finanziario restò in Oriente, "militarmente", con la II guerra punica, cominciò a spostarsi in Occidente, con le premesse di Cinoscefale e Pidna.

Silio Italico, come già Polibio e Livio prima di lui, aveva ben chiara la "centralità", per l'impero ed il dominio mondiale di Roma, della svolta della II guerra punica: proprio su questo egli incentra la straordinarietà e l'epicità dell'evento. Ma fin dall'inizio del poema, sottolinea altri fenomeni unici o rari (facilmente utilizzabili anche nell'amplificazione retorica), quali ad esempio il fatto che, nei mille anni di più stabile potenza romana, solo due volte Roma fu assediata: con successo dai Galli nel 390 a.C.; invano e molto brevemente da Annibale nel 211 a.C. Da cui anche, negli antichi storici di Roma, la presenza dei due "metus" (terrore) nella psicologia romana: metus Gallicus e metus Punicus.

Non solo. Con gioco retorico, già nei primi versi del poema, si sottolinea che chi più patì sconfitte e corse pericolo (i Romani) doveva superare l'avversario (i Punici). E su tre guerre puniche scatenate dai Punici con proprio danno, proprio la seconda mise più in discussione il dominio del mondo (cioé in quale rocca- Roma o Cartagine- il destino dovesse porre la capitale del mondo), con l'incertezza fino alla fine della guerra (Zama).

Altri effetti, ottimamente utilizzabili e utilizzati dal punto di vista retorico: la feroce, barbara, sanguinaria Cartagine (si pensi ai sacrifici dei bambini al dio Baal [48]) assume il Diritto italico e romano, faro secolare di civiltà (ossimòro, del tipo "ghiaccio bollente": ferox/iura); l'enorme "quantità" di forze mobilitate da Roma contro Annibale, che fa allibire anche i polemologi moderni, non bastava contro il Cartaginese se la "qualità" degli uomini (generali, condottieri, consoli e senatori in genere) non fosse stata straordinaria ed epicamente eroica (quantosque... et quot viros). I riferimenti del 2° e del 17° verso (i Romani intesi come Eneadi e l'odio perenne a Roma tramandato nei Punici fin da Didone) appaiono omaggio a Virgilio, oltre che a Nevio ed Ennio. Infine, per le figure e gli artifici retorici, nei primissimi versi, si consideri l'invocazione alla Musa che deve "abbellire" (con decoro estetico- decus) gli "affanni" (laborum- noi potremmo tradurre con "lutti") di Romani e Italici nella guerra: bellezza e lutto accostati qui come puro ossìmoro (decus/laborum).


SILIO ITALICO: BIBLIOGRAFIA

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SILIO ITALICO

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Miniconi P.- J. VOLPILHAC- G. DEVALLET, Paris, Les Belles Lettres, 1979, 1981, 1984) della Coll. Univ.France, di cui sono usciti i tomi I (I-IV), II (V-VIII) e III (IX-XIII). Assai inferiore all' edizione Delz.

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Recenti contributi su specifici passi dei Punica:

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Vessey D.W.T, The Dupe of Destiny: Hannibal in Silius, ‘Punica' III, in “CJ”,a. LXXVII I98I-I982, pp. 320-35

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Runchina G., Da Ennio a Silio Italico, in 44 “AFMC”, n.s., a. VI 1982, pp. 11-43 (spec. su XII 355 sgg.)

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Su grammatica e stile:

Lindblom A., In Silii Italici 'Punica’ quaestiones, Uppsala, Almqvist, 1906 (sono comprese note di critica testuale)

Flammini G., Tecnica e struttura del chiasmo in Silio Italico, in “GIF”, a. XXXV 1983, pp. 85-101.

Sui rapporti con Livio:

Sechi M., Silio Italico e Livio, in “Maia”, a. IV 1951, pp.280-97

Venini P. , Cronologia e composizione nei 'Punica’ di Silio Italico, in “RIL”, a. CVI 1972, pp.518-31

Venini P., Tecnica allusiva di Silio Italico, ibid., pp. 532-42.

Sulla trasmissione del testo

Reeve M.D., Silius Italicus, in TT, pp.389-91.

Note al testo: oltre a Lindblom, In Silii Italici ‘Punica’ quaestiones, cit.

Blomgren S., Siliana. De Silii Italici Punicis quaestiones criticae et interpretatoriae, Uppsala-Leipzig, Lundeqvist-Harrassowitz, 1938

Watt W.S., Siliana, in “MH”, a. XLV 1988, pp. 170-81.


 

CRONOLOGIA DELLA LETTERATURA LATINA

LETTERATURA E VITA CULTURALE

88 In quest'anno (o forse prima) SILIO ITALICO inizia i Punica.

QUINTILIANO abbandona l’insegnamento.

 

92 Muore intorno a quest' anno VALERIO FLACCO, senza terminare gli Argonautica. STAZIO, che ha pubblicato la Tebaide, inizia la stesura delle Silvae.

 

94 ANNIO FLORO, autore di un dialogo Vergilius orator an poeta, partecipa a Roma ai concorsi capitolini.

 

95 Nasce a Nicomedia (Bitinia) FLAVIO ARRIANO, storico di Roma in greco.

 

96 QUINTILIANO muore, poco dopo aver compiuto e pubblicato l'institutio oratoria. A Napoli muore STAZIO.

 

97 In quest'anno o nel 98 compare l' Agricola di TACITO. FRONTINO, curator aquarum, scrive il de aquis urbis Romae.

 

98 TACITO pubblica de origine et situ Germanorum.

 

100 PLINIO il Giovane recita e pubblica il panegyricus Traiani. GIOVENALE inizia dopo quest' anno la stesura delle Satire. Si data a questi anni il dialogus de oratoribus.

 

101 SILIO ITALICO, che ha completato i Punica, si lascia morire a Napoli di fame per un male incurabile.


STORIA E ISTITUZIONI CIVICHE

 

88 L. ANTONIO SATURNINO, legato della Germania superiore, tenta una rivolta contro l'imperatore, ma è sconfitto e ucciso. DOMIZIANO inasprisce il proprio regime di governo.

 

89 DECEBALO si riconosce alleato di Roma. Durano fino al 97 le campagne contro Suebi e Sarmati sul Danubio.

 

93 Muore AGRICOLA.

 

95 DOMIZIANO ordina una persecuzione anticristiana.

 

96 DOMIZIANO è assassinato per mano di un liberto in un complotto cui partecipa anche la moglie DOMIZIA. Gli succede il senatore M. COCCEIO NERVA (96-98). È dedicato il Foro di Nerva.

 

97 NERVA adotta M. ULPIO TRAIANO. TACITO è consul suffectus. È inaugurato il Foro di Nerva.

 

98 Muore NERVA; gli succede TRAIANO (98-117).

 

100 ADRIANO sposa VIBIA SABINA. PLINIO il Giovane è consul suffectus.

 

101 TRAIANO conduce la prima campagna in Dacia (101-102).

 

LIBRO I

Tesso le imprese, per le quali al cielo

Si leva la gloria degli Eneadi

E la feroce Cartagine cede

Alle italiche leggi (1). Guida, o Musa,

La bellezza nel ricordare i lutti

Dell'antica Italia, quali forze

per numero e valor, soldati e duci

Roma profuse, quando la perfida

Ai sacri patti gente Cadmèa

Mosse le sfide per il grande impero.

E a lungo fu indeciso in quale rocca

Ponesse il Fato il centro del mondo.

Per tre volte con sfortunata guerra (2)

il giuramento a Giove, l'alleanza

E gli accordi dei Padri, i Sidònii

Condottieri infransero, e tre volte

l'empia spada con tracotanza osò

Frantumare la concordata pace.

Ma nella seconda guerra si volse

a reciproco sterminio il mondo

e più vicino si trovò al periglio

Colui cui vincere fu dato; rocche

degli Agenorèi il dardanio

duce disserrò,

Assediato il Palatino dal vallo

dei Punici; e dalle mura soltanto

Roma difese la propria salvezza.

Di tante ire le cause e dell'odio

Perenne, così nutrito nel cuore,

Le guerre tramandate ai nipoti

Mi sia dato descrivere, i progetti

delle menti celesti disvelare.

E già pertanto ricorderò, antichi,

I primordi di così grande evento.

 

Dal regno di Pigmalione macchiato

del crimine fraterno rifuggendo

un giorno Dido su campi cerulei (3)

giunse al lido fatale della Libia.

 

1 Alle leggi di Enotria. Non il "diritto latino" (Nomen Latinum), bensì il diritto ormai universale, le leggi divenute civiltà romano-italica dalla Repubblica fino ad Augusto. Si noti l'ossìmoro: ferox (sinonimo di barbarie) - iura (sinonimo di civiltà).

2 Con Marte sinistro, con guerra sfavorevole.

3 Azzurre distese, il mare.

 

Allora, comperato il terreno, innalzò nuove mura per quanta spiaggia occupa la pelle di un bue. Giunone ebbe così cara questa terra (è credenza antichissima) che le pospose Argo e l'agamennonia Micene, che pur tanto amava, e fondò per i profughi un asilo imperituro. Ma quando Roma levò il capo sopra le più grandi città e le navi inviate oltre i mari portarono per tutto il mondo i vessilli vittoriosi, essa timorosa eccitò i Fenici alla feroce guerra. Spento l'impeto della prima guerra e sparsi sul mare siculo gli avanzi delle forze libiche, riaccorrendo agita le armi ritemprate. Un solo condottiero ordina le schiere e Giunone turba le terre e sommuove i mari. Annibale bellicoso già arde di tutte le ire della dea ed essa lo pone in lotta col destino. Lieta quindi del sanguinario eroe e presaga del turbine di stragi che sta per abbattersi sul regno latino esclama: ”E sia pure che l'esule troiano abbia condotto contro il mio volere nel Lazio la gente dardania e i penati vinti due volte e fondato, vincitore, per i teucri il regno di Lavinio: non possano ora, o Ticino, entrare tra le tue rive i cadaveri latini e il flutto della Trebbia, per l'ammassarsi dell'armi e di cadaveri grondanti sangue latino, diverga il suo corso verso i campi celtici ed il Trasimeno inorridisca dei suoi stagni di putredine. Che io scorga dal mio trono Canne, tomba d'Italia, e la terra iapigea nota2 ricoperta per la strage degli ausonii, e ti veda, Ofanto, fuori dalle ripe auguste aprirti a stento un varco fra elmi, lorìche e cadaveri mutilati, verso il mare adriatico". Disse ed accese alla pugna il giovane guerriero. Annibale fu sempre un'anima irrequieta, fedifraga, astuta, ingiusta. Armato disprezzava gli dei, era d'improbo valore, nemico per natura della pace, ardente fin nelle midolla per sete di sangue umano; avido sin da giovinetto di cancellare il vituperio dei padri e il nome di Egati, e seppellire gli accordi nel più profondo del mar di Sicilia. Giunone lo ispira e gli affatica il cuore con la speranza della vittoria. Nei sogni notturni gli sembra di entrare già nel Campidoglio, o di valicare di tutta fretta le cime delle Alpi. I familiari che, mentre tutto taceva, gli erano vicini, venivano destati dal sonno e rimanevano atterriti dalle sue grida tremende e lo vedevano tutto sudato immaginare le future stragi e gridare fantastiche battaglie. Le furie del padre avevano in lui ancor fanciullo acceso immenso odio contro le saturnie rive d'Italia. Discendeva dalla gente Sarrana dell'antico Barca della cui famiglia pretendeva che fosse capostipite Belo, che il giorno in cui la vedova Didone era fuggita dalla serva Tiro, temendo l'empio signore, aveva seguito la sua fortuna. Amilcare, guerriero famoso, disceso da tale progenie, appena il figlio disse le prime parole, l'educò all'ira e gli instillò nel cuore il pensiero della guerra contro l'Italia. In mezzo a Cartagine sorge un tempio sacro ai mani della madre Elissa nota3, venerato dai tirii per pietà patria. Lo cingono pini e tassi e con le squallide loro ombre gli fanno scudo contro il sole. Si narra che là un giorno la regina depose ogni cura mortale. Si vedono intorno scolpiti con tristi volti il padre Belo con tutti i suoi discendenti; poi Agenore, onore dei suoi, e quel Fenicio che per lunga serie di anni diede nome alla terra, e Didone ora congiunta in eterno con Sicheo. Ai suoi piedi la spada frigia e intorno cento altari dedicati ai celesti e sacri al potente Erebo. La profetessa con le chiome sparse sulla veste stigia invoca il dio d'Ecate e d'Acheronte; la terra mugghia e fra le ombre irrompe orrendo un sibilo, e sugli altari ardono fuochi che nessuna mano accese. Intorno, all'aperto, le ombre vagolano scosse dalle parole magiche e la statua d'Elissa suda. Annibale giovinetto entrò in questo tempio come volle il genitore che spiava frattanto il suo aspetto. Non si spaventò della furibonda e ispirata Melissa né delle cerimonie mortali del luogo, né delle soglie lorde di sangue nero, né delle fiamme che sorgono al suono delle parole magiche. Il padre lo baciò dolcemente sul volto, lo accarezzò, l'infiammò e gli instillò tali sentimenti: "La razza frigia già due volte ha oppresso noi figli di Cadmo con ferrei patti. Se il cielo non permetterà che io possa cancellare il vituperio della patria, a te, figlio mio, rimarrà l'onore dell'impresa. Pensieri di guerra ti accendano il cuore: di una guerra che porti sterminio ai figli di Laurento, ed al tuo solo nome la gioventù tirrena tremi di terrore, e quando tu sorgerai, figlio, le madri romulee abbiano ribrezzo di generare". Così lo stimolò e il figlio non meno feroce gli rispose: "Distruggerò i Latini in mare e in terra con fuoco e con ferro e se gli anni me lo concederanno rinnoverò il destino di Troia. Nulla potranno contro di me gli dèi, né mi tratterranno i patti che vietano la guerra, o le cime della Alpi o la Rupe Tarpea. Lo giuro per il nume del nostro Marte e per la tua ombra, o Regina!".Immolò alla dea triforme un nera vittima e la profetessa che cercava il responso scoprì gli arti fumiganti e consultò prontamente la vita fuggente nelle viscere. E quando, come è rito antico, ebbe penetrato il segreto volere dei Numi, disse: "Vedo i campi etoli nota4 ricoperti di strage e i laghi rossi di sangue italico. Un'immensa mole che si leva con le sue cime alle stelle, e nel vertice aereo di quella i tuoi accampamenti! Io vedo le schiere tratte sotto i gioghi e fumare le mura vacillanti, e splendere tutta l'Italia per le sidonie fiamme. Scorre il Po con onde di sangue. Giace orrido in volto sopra armi ed armati quello che per la terza volta vincitore aveva recato a Giove Tonante spoglie opime. Oh! tremenda ed improvvisa una tempesta si raduna, furiosa di nembi, e il cielo balena squarciato da lampi. Grandi cose preparano i Superi. La reggia dell'alto cielo tuona e vedo Giove che si appresta a combattere". Giunone non le permise di conoscere oltre gli avvenimenti futuri, e le viscere tacquero improvvisamente. Rimasero celati i vari eventi e le lunghe fatiche. Il condottiero tirio, serbando così nell'animo il segreto di questa guerra, giunse armato a Gadi e Calpe nota5, ultima parte del mondo abitato, e mentre spinge le insegne dei Garamanti nota6 fino alle colonne d'Ercole, muore fieramente in battaglia. Allora ha il supremo comando Asdrubale, che con iniqua furia opprime nell'opulente contrade occidentali il popolo degli Iberi e gli eroi Betici. Egli era di cuore ferreo, indomito nell'ira e feroce per avere a lungo comandato, avido sempre di sangue, e mai sazio di stragi, e nella sua rabbia si gloriava d'essere chiamato "il folle". Dimentico degli dei e degli uomini andava mostrando ai popoli addolorati Tago, re d'antichissima stirpe, bellissimo ed ammirato pel suo ardire, confitto su di un'alta croce, senza aver avuto funebri onori. “Tago” - egli aveva preso il nome del fiume aurifero- chiamavano le iberiche ninfe per rive e per antri. Quel suo fiume egli preferiva ai guadi meonii, ed agli stagni lidii irrigati da una ninfa d'oro per le arene che versa in loro l'Ermo. Primo nel combattimento rimaneva per ultimo sul campo, e quando a briglia sciolta, alto in arcioni, lanciava il cavallo non v'era spada né lancia gettata da lontano che lo potesse fermare. Passava esultante e tutti lo riconoscevano all'armi dorate. Ora, quando un suo familiare lo vide, inchiodato all'albero infame e sfigurato in volto dalla morte, afferrò di nascosto la spada del suo signore e precipitandosi sul condottiero più volte gli trafisse il cuore crudele. Ed ecco, quelli che s'erano divertiti ad essere crudeli, ora pazzi di rabbia e di dolore si scagliano infuriati a preparare tormenti. E non hanno pace le fiamme e gli acciai arroventati e il flagellare di mille e mille colpi che aprono le membra scorticate, e le mani omicide cacciano a gara entro le midolla, per le ferite, liquidi ardenti. Orrida cosa a vedersi e a dirsi: le membra tese con raffinata crudeltà si gonfiano obbedienti agli strumenti di tortura e le ossa aride, denudate dei muscoli, fumano senza spargere sangue. Egli non si turba e rimane come uno spettatore ed irride agli strazi; rampogna aspro gli stanchi aguzzini, e chiede anche per sé, con alte grida, la croce del suo signore. Mentre si porta a termine lo spregevole strazio, le genti sidonie rimaste prive del condottiero acclamano duce Annibale. Gli acquista favore in tutti i cuori il ricordo del padre ed ancor più la fama del giuramento di guerra e l'età focosa e l'ardire e l'anima pronta ad ogni inganno e la sua facondia. Al nuovo condottiero prima i Libici, poi i Pireni e gli Iberi bellicosi applaudirono festanti. La sua anima esultava già pensando al vasto dominio in terra ed in mare. La Libia giace quale gran fianco dell'Asia nota7, o meglio terza parte del mondo, sotto l'ardente Cancro, infuocata dalla vampa del sole e dal vento Eolo. Ha ad Oriente il fiume Nilo che per sette bocche si getta nell'onde del gonfio mare: ed al lato opposto dove si rivolge all'Orse ineguali la spezza lo stretto d'Ercole e si scorgono ivi vicini i monti e i campi d'Europa. Da ogni altra parte la cinge il mare e Atlante non concede che il suo nome risuoni più lontano; Atlante che se ritraesse il capo farebbe crollare il cielo. Il suo capo cinto di nubi tocca gli astri, e l'altissima cervice trattiene per l'eternità le compagini celesti: ha la barba bianca per il gelo, ed una selva di pini gli avviluppa la fronte di ombre immani; i venti infuriano intorno alle sue tempie ed i fiumi piombano dalla bocca tempestosi spumeggiando. Alti mari da ambo i lati sferzano due rupi, ed allorché Febo stanco si tuffa con gli anelanti cavalli il carro fiammeggiante si cela nel vortice che fuma. Dalla parte dove l'Africa si stende in squallidi deserti, il suolo è fecondo di serpi velenose, ma ove un vento più mite tempera felicemente i campi può gareggiare con l'Ennea Cerere e con le messi di Faro. Il nomade galoppa laggiù senza briglia, e guida i suoi cavalli che non conoscono morsi e redini con una sottile verga agitala fra le orecchie che vale il morso Questo territorio è culla di uomini d'arme che non si fidano, senza inganni, della nuda spada. In altri campi erano gli Ispani che con più vittorie il padre aveva tratto d'Europa. Ivi sono i destrieri bellicosi che empiono i campi di nitriti, e quando s'impennano trascinano così veloci i carri quanto non volerebbe la ruota d'Ellade. E' questo un popolo incurante della vita, pronto a finirla, poiché trascorsa la giovinezza si uccide. Quivi trovasi ogni metallo, e nella terra splendono vene di due specie di elettro nota8 e nereggiando ella nutre orridi parti d'acciaio Un Dio lo nascose: seme maledetto della colpa; ma Asturo l'avaro penetra le profonde scavate viscere della terra e sciagurato ritorna pallido come l'oro che trae. Scorre su questa terra, gareggiando con il Pactolo il Tago il Durio ed il Lete che versa lucenti arene sui campi gravii, e porta agli Ispani l'immagine dell'oblio dell'Averno. La contrada spagnola a Bacco amica non è avversa a Cesare e su tutti gli altri qui s'innalza l'albero di Pallade nota9. E poi che il duce Tirio cominciò a comandare queste genti pronte al suo volere desiderò guadagnarne il cuore con le arti paterne. Ora con le armi, ora con doni infrange i decreti del Senato; primo nel correre alla fatica, marcia avanti a tutti, e se è urgente la costruzione delle trincee anch'egli vi prende parte. Pronto ad ogni audacia, ogni cosa lo spinge alla gloria, contende il sonno alla natura e passa le notti in armi vegliando, oppure si stende a terra con in dosso un saio, sempre d'esempio ai manipoli libici usi alla fatica. Ora maestoso capitano è innanzi all'esercito e lo comanda; ora a capo nudo sfida le burrasche di pioggia e le tempeste celesti. I Puni lo fissavano istupiditi, e l'Asturo ne tremava quando tuonando e tempestando Giove, tra le bufere e i fulmini sprigionati dal cozzo dei venti egli passava sul dorso del cavallo impaurito. E non l'offende, stanco dopo una giornata di campo, l'ardente astro di Sirio. Quando il suolo, bruciante per i raggi fiammanti del sole che infuoca l'aria, si spacca, egli disdegna come mollezze femminili le fresche ombre; resiste anche alla sete e se s'imbatte in una sorgente la guarda e passa oltre. Se v'è un cavallo restio, egli ne impugna le redini e lo doma ed è orgoglioso di avere un braccio cui non si resiste. Varca tra i sassi suonanti i torrenti ignoti e chiama dall'opposta riva i suoi. Si pianta per primo sulla breccia delle mura vinte, ed ogni volta che corre rapido alle stragi sul campo, intorno al giro della sua spada il terreno è per largo tratto rosso di sangue. Vuol forzare impaziente il destino, e con il proposito di rompere i patti di amicizia è lieto che Roma si lasci attirare alla guerra, e nel suo pensiero dai lidi opposti abbatte il Campidoglio. Nella guerra intrapresa per desiderio di un'altra maggiore fa dapprima risuonare i tamburi alle porte di Sagunto. La città di Alcide prossima al mare s'innalza in cima ad un colle che sale dolcemente e prende il nome illustre da Zacinto che vi è sepolto in cima. Era compagno di Alcide questi, ed ucciso Gerione tornava un giorno ai suoi campi di Tebe levando al cielo il vanto di così grande impresa, perché il mostro aveva tre anime e di tre braccia erano armate le sue tre teste, alte su tre colli. Non si vide mai mostro simile che una sola morte non poteva uccidere, per cui rotto due volte lo stame le rigide sorelle ne torcevano il terzo. Il vincitore festante faceva mostra di quelle spoglie, e soleva in pieno meriggio condurre al fonte gli armenti catturati, allorché una serpe che aveva calcata col piede, spalancò le fauci gonfie del veleno acceso dall'arsura e prostrò nel suolo ispano il duce inachio ,con mortale ferita Spinta dall'Austro poi vi approdava una gente fuggiasca nata a Zacinto che è un'isola cinta dal mare Graio e fece parte un giorno del regno di Laerte. La gioventù daunia - mandata da una città popolosa, ma scarsa di abitazioni che vantava re generosi ed ora ha nome Ardea, - rafforzò le mura che si stavano allora innalzando. Per patto di popolo e decoro degli avi fu conservata la libertà e fu tolta ai Fenici la signoria sulla città nuova. Ma rompendo gli accordi il condottiero Tirio muove il campo e s'avanza con i bellicosi soldati. Egli scuote il capo e torvo in volto fa il giro delle mura sopra un'anelante corridore e misurando con uno sguardo le case degli atterriti abitanti esclama "S'aprano ormai le porte e si sgombri la trincea, lontana da voi assediati è l'Italia e sono lontani gli alleati. Leggi, diritti e decreti del Senato, e frode e Numi tutto è ormai in mio potere ". Così disse il feroce e il suo detto confermò con i fatti: gettò uno strale che trafisse attraverso lo scudo Calvo che era a difesa della muraglia e gridava vane minacce. La lancia lo ferì nel mezzo delle viscere per cui cadde riverso dal bastione scosceso e rese morendo l'asta ancora calda al vincitore. Tutti schiamazzando seguono l'esempio del guerriero e le mura sono nascoste da una nube atra di frecce. Anche la gran massa dei guerrieri gareggia in valore ed ognuno combatte in cospetto del suo comandante e sembra che combatta da solo tutta la guerra. Questi, roteando la fionda spagnola lancia infinite palle di piombo; gira tre volte sul capo la cedevole corda e così con il favore dei venti manda per l'aria il piombo. Altri con il braccio poderoso respinge sassi che fischiano in aria, o scaraventa lance possenti unite fra loro da lievi legami. Il condottiero innanzi a tutti, splendido nell'armatura paterna, ora scaglia un tizzone di bitume con fiamme e faville, ora lance, ora frecce, ora incalza il nemico senza posa con i sassi. Lancia due frecce avvelenate apportatrici di due morti ed a frode ferisce con la faretra, così come il Dace nelle contrade risuonanti di guerra scaglia sulle rive dell' Istro che ha due nomi, le frecce, lièto di averle prima intinte nel patrio veleno. Frattanto egli medita di circondare il colle e Sagunto con ripari turriti e castelli. Nume degli antichi popoli, o Fede, solo di nome conosciuto sulla terra! La gioventù, tolta ogni speranza di fuga rimane fiera pur vedendo intorno innalzarsi le mura e stima degno di Sagunto cadere rimanendo fedele all'Italia. Già con più sdegno tutti si accaniscono, sassi immani scaglia con stridore la balista focaica dal ben disteso nervo, e la stessa mutando il pesante proiettile lancia un albero ferrato nel mezzo della schiera nemica. Risuona alto il clangore delle trombe, ed in così grande battaglia si mescolano le schiere, sì che sembra l'assedio di Roma. Ma sopra tutto echeggia il grido " Migliaia di genti nate fra le armi rimarremo inerti dinanzi al nemico fatto prigioniero? Temete forse la guerra intrapresa? o i responsi? Sono queste le prove di valore al primo cimento del duce? E' con tale paura che ci prepariamo ad invadere l'Italia? con l'esempio di tale battaglia ?". Il Fenicio agita i cuori sino nel profondo ed il pensiero delle guerre future spinge gli animi esultanti: s'aggrappano con le mani agli steccati, e respinti lasciano sui ripari le destre mozze Intanto si erge la bastita ed un nuvolo di combattenti si leva sulla città. La pesante falarica, lanciata da mille mani difende le genti assediate e tiene il nemico lontano dalle porte. Trave enorme, orribile a vedersi, recisa sull'erme giogaie del nevoso Pireneo, con la cima armata di mille punte, capaci di abbattere le mura e intorno al tronco pece e zolfo cosparso che arde fumando A vederla sembra un fulmine quando piomba sospinta dall’alto della rocca, e balena per l'aria che solca tremando come quando cade dal cielo una meteora infuocata che abbacina la vista con il sanguigno e disperde con un sol colpo le membra fumanti dei combattenti sotto lo sguardo attonito del duce. Talora, come turbine conficcata nell'ampio fianco di una torre, molesta col fuoco i congiunti ripari, e seppellisce nelle ardenti rovine armi ed armati. I Fenici infine con gli scudi riuniti, a guisa di testuggine, scavano le mura al di sotto dei bastioni per oscuri meandri. L'erculea fatica fa precipitare sui vinti ripari gli enormi sassi e ne risuona il cielo per l'orribile strepito. Non altrimenti le aeree rupi sul vertice delle erte Alpi, divelte dalla mole rocciosa, rovinando squarciano i monti con grande rumore Da ogni parte si alzano mucchi di cadenti frantumi che ingombrano il passo alle schiere desiderose di combattere pur in mezzo alla rovina. Innanzi a tutti Murro, fiorente di prima giovinezza, figlio di padre rutulo e greco di madre saguntina per cui i figli di lui avevano per gli avi sangue italico misto a greco. Egli vedendo le mosse di Araldo che chiamava a gran voce i compagni lo colpisce dove il collo è scoperto, tra il soggolo dell'elmo e la corazza, ed atterratolo lo preme con la lancia e gli grida: "Giaci a terra, Fenicio ingannatore; volevi ascendere vincitore il Campidoglio per primo e donde tanta tracotanza? Ora porta guerra a Giove Stigio!". Quindi vibrando con furia la lancia la conficca nell'inguine ad Ibero e lui boccheggiante dell'ultimo singulto calca con il piede gridando " Ecco, o terribile schiera questa è la via che vi conduce a Roma. Così, quanto più vi affrettate vi andrete". D'improvviso si lancia verso le armi di Ibero che si era alquanto riavuto e toltogli lo scudo gli trapassa netto l'ignudo fianco. Ibero ricco di terreni e di greggi sebbene di oscura origine era solito cacciare le fiere armato d'arco e di saetta. Lui felice se avesse conservato ed arco e frecce per le selve paterne, contento della loro ombrosa quiete. Ladmo ne sentì pietà e per vendicarlo lanciò un colpo, ma il vincitore sogghignando ferocemente gli disse: "Porterai notizie di questo mio poderoso braccio, che dopo aver ucciso l'umile plebeo vi darà per compagno Annibale, all'ombra di Amilcare ". Alzata la spada su di lui la cala abbandonandosi tutto e d'un sol colpo gli fende la cresta dell'elmetto ferrato così che il teschio dentro stritolato ne scricchiola. E così spenti dalla sua sola destra caddero improvvisamente Cremete, la cui lunga chioma ombreggiava la fronte e dell'orribile crine soltanto aveva coperto il capo; e poi Masulo, e Cartalone che pure era vecchio alle armi e non temeva nemmeno di mungere le leonesse madri e Bagrada che aveva scolpito sulla celata l'urna fluviale, con Jempsale di Nasamone devastatore delle Sirti che rapiva audacemente ai flutti i rottami delle navi, e poi Atiro abile nel togliere il veleno alle serpi, che con il tatto rendeva placidi gli atri chelidri, ed avvicinando i serpentelli ne riconosceva la dubbia razza. Iarba garamantico, anche tu, abitatore dei boschi fatidici, cadesti per essere stato riconosciuto all'elmo dal curvo corno che ti copriva la fronte ed invano morendo chiamasti Giove mentitore ed imprecasti ai bugiardi oracoli che ti avevano assicurato il ritorno. Ormai cresce il mucchio dei cadaveri e le rovine fumano inondate di nero sangue e Murro impaziente sfida a battaglia il Fenicio, come un cinghiale furente che è volto in fuga dai campi di Sparta e, stanato dall'accorrere dei cacciatori arruffa il dorso, e tenta le ultime difese, emettendo bava e sangue, ed azzanna gli spiedi e le frecce. Ma il Sidonio infuria tra le turbe dalla parte opposta, come se non dessero abbastanza danno e morte l'armi dei guerrieri, ove le schiere escono improvvise dalle porte. Egli rotea la spada: quella che il vegliardo Temiso, maestro nell'arte di indurire il ferro, gli aveva temprata sul lido esperio nelle fiamme incantate mormorando magiche parole. Come Marte sulle rive bistonie corre in lungo e in largo sul carro di guerra, e fa splendere la lancia con la quale respinse la coorte dei Titani, e s'eccita alle guerre rumorose all'ansare dei cavalli e al cigolare delle ruote. E già Osto il rutulo Folo il poderoso Metisco spingeva nella notte perpetua e con essi cadevano Ligdo Durio, il biondo Galesio, ed i gemelli Cromi e Gia. Ed ancora cadde Danno, quello che seppe muovere le turbe con la gioconda voce e vincere le menti perorando. Fu rigido custode delle leggi, e parlando aspro lanciava dardi: " O Fenicio, quale furia paterna ti trascinò a queste spiagge? Queste non sono le mura sidonie che una femmina faceva innalzare su di una terra comperata questa non è l'immensa spiaggia concessa agli esuli. Hai dinanzi l'opera dei Numi e l’amicizia di Roma". Ma mentre andava gridando questo per il campo, Annibale con grande impeto lo ghermisce tra i soldati e le fitte lance e legategli tutte e due le braccia alle spalle lo destina ad un lento supplizio. Ed imperioso spinge i suoi a combattere rimproverandoli ed apre egli stesso la via tra mucchi di morti e di moribondi e chiama a nome tutti i compagni e superbo assegna in preda la città non ancora vinta. Ma come sente che dalla parte opposta la battaglia non volge a suo favore, ed il cielo concede a Murro l'onore della giornata, parte correndo come pazzo ed abbandona le grandi imprese. Le piume lucenti gli sventolano sull'elmo annunziatrici di morte come la fiera cometa atterrisce i regni barbari con il fiammeggiante crine, e getta, a torrenti ampi. scintillando sanguigna luce dal cielo e sembra che minacci la fine del mondo. Nella sua corsa precipitosa s'apre la strada tra i vessilli, fra le armi e coloro che combattono ed al suo apparire Saguntini e Fenici tutti trepidano: la lancia ha sulla cima sinistri bagliori e lo scudo splende dovunque. Così il cuore dei naviganti si stringe di paura se l'Egeo si leva fino alle stelle e Coro mugghiando frange contro le sponde ondate altissime sì che ne risuona da lontano il fremito ed ansanti sorpassano sulle curve onde le Cicladi Non lo potevano trattenere tutti i dardi lanciati dalle mura che gli piovevano addosso, né le fiammate che gli fumavano innanzi, ne i sassi scagliati dalle industriose macchine Non appena vide la cima del lucente elmo e l'oro delle armi insanguinate percosso dal sole rutilante esclamò furente: " Ecco Murro, il baluardo di Roma, che fa indugiare in tanta fatica le genti libiche. Ora saprai quanto vi giovi il patto stretto, e quanto il vostro Iberio. Porta con te e patti e giuramenti e fede, lasciami i Numi spergiurati". E Murro gli rispose: "Appari alfine desiderato. Ti cerco da molto per provarmi con te e mi riprometto la tua testa. Ora pagherai il debito di tante frodi e cercherai sotto terra l'Italia. La via che conduce alle itale terre è troppo lunga, e vedi, Annibale, questa mia destra ti libera dall'impaccio delle Alpi e dei Pirenei". Così disse e vedendo che il Fenicio si avvicinava dal basso approfittò dell'erta dirupata, e divelto un gran masso dalla trincea lo gettò contro di lui che saliva con fatica. Il sasso enorme precipita rotolando, Annibale all'urto poderoso indietreggia, ma subito si vergogna e la coscienza del suo valore lo sospinge. Si arresta digrigna i denti, e poi ricomincia ad inerpicarsi con gran fatica per l'ascesa e la sua armatura sfavilla, quanto più si avvicina. Murro al cospetto di così grande nemico, abbacinato, come se intorno lo stringesse infuriando un esercito intero, rimane trepidante. E gli sembra di vedere mille braccia insieme e mille spade che cozzino scintillando ed un'infinità di cimieri ondeggianti. Tutte e due le schiere levano un urlo, come se Sagunto tutta ardesse, e Murro impaurito per la morte vicina si regge appena e scioglie quest'ultimo voto: "O Ercole fondatore, di cui calchiamo le sacre orme, allontana dalla città questa tempesta minacciosa, se io difesi non codardamente queste tue mura". E mentre egli prega e leva lo sguardo al cielo il Fenicio gli grida: " Vediamo se il diritto vuole che Ercole sia più favorevole a me che a te. Se non ti dispiaccia emula gloria vedrai me, Ercole invitto, di non minor valore dei tuoi giovani anni. Il tuo Dio mi sia amico, e quegli, che illustre un giorno distrusse la prima Ilio, ora che mi accingo a sterminare i discendenti della razza frigia, mi aiuti". Così parlando, in un impeto di rabbia gli immerge la spada nella gola fino all'elsa e ne insozza orridamente di sangue le armi ritraendola. A quella vista la gioventù di Sagunto, esterrefatta, si slancia a contendere al vincitore la spoglia e le famose armi di Murro. La turba si ingrossa e s'anima a vicenda ed erompe in folla compatta. L'elmo di Annibale rintrona per i colpi dei sassi e delle lance e così la corazza di bronzo, le mazze e le palle di piombo lo assalgono incessantemente; il suo cimiero cade a terra e nella strage il fregio delle piume ondeggianti scompare. Un gran sudore gli cola per le membra stanche, e l'elmo è irto di frecce. La. tempesta dei colpi lo incalza senza requie, e non gli è concesso mutare l'armatura, le ginocchia gli traballano ed il braccio stanco non riesce più a sorreggere lo scudo. Egli sospira dal profondo petto, e dalle labbra. aride manda un singulto che interrotto dall'ansante fatica rimane chiuso nell'elmo e sembra un mormorio. Si fa forza tra sé, e si rallegra che il suo valore risplenda in ardue prove ed eguagli il premio della gloria ai rischi. Quando all'improvviso il cielo si squarcia tra le profonde nubi, scuote la terra uno schianto e Giove tuona e folgora due volte sopra i combattenti. Tra nubi e un pauroso turbine di vento scocca lo strale vendicatore della guerra ingiusta che si conficca nella coscia di Annibale. Rupi Tarpee, abitate dagli Dèi e voi fiamme di Laomedonte mai estinte sui verginali altari di Troia, quanto vi promisero gli Dei sotto l'aspetto fallace di uno strale! Se la lancia furente avesse colpito più in alto, ora le Alpi sarebbero ancora inaccessibili ai mortali né l'Allia sarebbe da meno, o Trasimeno, ai tuoi flutti.Ma Giunone che attendeva sull'alta vetta dei Pirenei il primo scontro ed i primi ardori della guerra non appena scorso l'eroe ferito per la freccia scagliata, volò a lui per l'aria, chiusa in una nera nube, e tolse dal duro osso la pesante lancia. Egli con lo scudo nascose il sangue che gli scorreva per le membra ed a poco a poco con passo barcollante si allontanò dal bastione. La notte scese alfine e nascose con le sue desiderate ombre la terra ed il mare, e al mancare della luce cessò la battaglia. Ma indocili i Saguntini vegliano intenti all'opera e nella notte ricostruiscono la trincea caduta. Il grave pericolo sprona il popolo assediato che nel caso disperato tenta l'ultima prova di disperato valore. Qui il fanciullo e il vecchio invalido e le donne in ressa miseranda accorrono in aiuto e lo stesso soldato ferito e sanguinante porta le pietre Senatori e patrizi raccoltisi eleggono dei messaggeri che vadano a chiedere salvezza a Roma ed insistono perché tutti vengano a gara a soccorrere la patria infelice: "Andate subito! Mano ai remi ed alle vele e la nave corra finché la belva giace costretta e ferita entro la sua tana. Bisogna approfittare del tempo che la guerra lascia libero e tra i pericoli andare. incontro alla gloria. Andate presto e riferite piangendo la fedeltà e le mura cadenti, recateci dall'antica patria benigni destini. Questo è quello che urge: ritornare a Sagunto prima che cada”. I messaggeri si precipitano alla vicina spiaggia e fuggono via per le azzurre onde a gonfie vele. La rosea coniuge di Tritone abbandonava i sonni ed il rosseggiante destriero faceva risuonare gli alti monti dei primi nitriti e scuoteva le briglie rosate e gli assediati dall'alta mole ricostruita mostravano la città racchiusa nelle torri innalzate durante la notte. Ma sono tutti lenti, e non badano all'assedio i Punici e l'ardore della battaglia si spegne perché ognuno ha la mente rivolta al pericolo del comandante. Frattanto i messaggeri rutuli spinti in alto mare vedevano sorgere dalle onde i colli d'Ercole e le cime di Monaco toccare le nuvole. Il tracio Borea soltanto ha l'aspro governo di queste rocce, Borea che percuote incessantemente le terre con gelati soffi e flagella le Alpi con l'ali stridenti. E quando dalla gelata Artide si scatena sulla terra, nessun vento osa levarsi a lui contro; il mare s'aggira per improvvisi vortici ed i marosi rotti mandano lamenti e l'onda turbinosa copre le montagne e il Rodano e il Reno innalzano gli spruzzi alle nuvole. Dopo che i Rutuli scamparono la feroce ira di Borea parlavano tra loro mestamente dei vari eventi della guerra, e del mare e della sorte incerta: " Patria inclita dimora della Fedeltà, quali sono ora le tue sorti? Stanno ancora le rocche sacre sovra i colli, o, forse, Superi, tanta grandezza è ridotta in cenere? Mandateci, o Dei, lievi venti e favorevoli se non ancora il fuoco tirio insulta le cime dei templi e se le latine navi possono ancora salvarli ". Trascorrono la notte e il giorno così piangendo e giungono alle rive di Laurento dove il padre Tevere accresciuto dell'acque dell'Aniene con le sue acque bionde si versa nel mare. Di lì entrano nelle mura di Roma che alberga il loro stesso sangue. Il console raduna l'angusto Senato composto di quei vecchi che beati della loro casta povertà e gloriosi per i trionfi sono pari ai numi in virtù. Le gloriose imprese ed il sacro amore del giusto rendono grandi quei vecchi dalle chiome irsute che hanno desco disadorno, e la mano pronta alla spada ed alla stiva dell'aratro, usi a tornare alle loro umili dimore sul carro trionfale. Sulle prime porte del tempio erano appesi ornamenti di guerra, carri conquistati. armi tolte ai condottieri, sbarre di porte, scudi perforati, accette tremende in guerra e giavellotti ancora macchiati di sangue. Pendono a testimonianza della battaglia delle Egadi e della Libia che corse il mare sconfitta, i rostri presi; e là si vedono gli elmi dei Senoni e la spada empia che fu un giorno contrappeso dell'oro: le armi dei Galli vinti per cui Camillo tornò glorioso all'Arce, e le spoglie dell'Eacide, e le insegne dell'Epiro, i cimieri orridi delle genti liguri, gli scudi rozzi che furono tolti agl'Ispani e le frecce alpine. Quando si vide lo squallore degli oranti, segno dell'orrida guerra e dell'estrema miseria ognuno ebbe chiaramente la visione di Sagunto che mandava l'ultima preghiera. Allora il vecchio Sícori con mesto accento disse: "Gente inclita per consacrata fedeltà che i popoli debellati giustamente chiamano illustre prole di Marte, non credere che ci mettemmo in mare per un lieve pericolo. Noi vedemmo la nostra patria assediata ed i muri cadere, vedemmo lui: Annibale, quegli che gli insani flutti respinsero od una belva partorì. O Numi, vi prego, tenetelo lontano da queste mura, e la sua mano fatale rimanga solo nel nostro territorio, poi che egli scaglia travi risuonanti, e giganteggia nelle armi. Varcò gli alti gioghi dei Pirenei ed indignato dell'Ibero che è di mezzo, sommosse Gibilterra ed armò i popoli che sono sepolti nelle sirti sabbiose, correndo avidamente in cerca di mura splendenti. Il flutto che s'alza nel mare e spumeggia, inonderà, se non sarà tenuto a freno, anche la vostra città. Forse credete che basterà al giovane fiero che si accinge a così grande impresa, e infrange i patti e contro i giuramenti scende in guerra, il dettar legge a Sagunto domata? Andate subito e spegnete la fiamma che sta nascendo affinché il consiglio non sia troppo tardivo per l'estrema sciagura. Fosse pure vano il nostro terrore e non ardesse più nascosto il fuoco di così grande guerra, vi sembrerebbe indegno distender la mano alla sorella Sagunto? Ci sta sopra tutta l'Iberia e tutta la Gallia dalle orde veloci, con l'intera Africa sitibonda per il sole ardente. Per i padri della razza rutula che vi furono a lungo sacri e venerati, per gli Dei di Laurento e le reliquie della madre Troia, salvate il popolo fedele che fu costretto a mutare le mura erculee per le torri acrisie. Voi correste un giorno contro le armi del tiranno siciliano in soccorso di Zancle, e voi, respinta la potenza sannita stimaste ben degno dei padri sigei proteggere le mura di Capua. Io, vecchio colono di Daunia, chiamo a testimoni voi, stagni misteriosi e sorgenti del Numicio, dite, se quando Ardea felice mandava altrove i troppi figli non portai oltre i Pirenei i sacri riti, i Penati, i simulacri dell'avo Turno ed il nome di Laurento! Ed ora sarò forse disprezzato come un membro staccato dal corpo? E il mio sangue che pure è il vostro pagherà il fio di essere rimasto fedele?”. Dopo che egli parlò tutti i messaggeri, squallidi, con le palme alzate e le vesti lacere (miseranda vista) si gettarono a terra. Intanto i Senatori, affaticati nelle aspre cure, tennero consiglio. Lentulo, quasi vedesse già ardere i tetti di Sagunto, voleva che il giovane Annibale fosse richiesto della meritata pena e se si ricusasse ardessero subito per la guerra i campi di Cartagine. Fabio invece, che era sempre solito con la sua grande anima guardare il futuro e non favorevole alle incertezze andava cauto, e con l'acciaio nel fodero indugiava alla guerra, consigliò: "Anzitutto fra tante cose bisogna vedere se il condottiero furibondo abbia preso le armi di sua iniziativa o per decreto del Senato. Si mandi qualcuno che scopra bene la verità e la faccia conoscere". Così provvidamente parlava Fabio che profeta vedeva le guerre future, come il marinaio esperto che se vede dall'alto della poppa appressarsi la bufera di Cori, raccoglie in tempo le vele alla cima dell'albero. Ma tutti furono spinti da quei pianti, dal dolore e dall'ira ad affrettare il destino ignorato. Si scelsero i Senatori che si recassero dal condottiero e qualora egli, disprezzando gli accordi continuasse a combattere, andassero a Cartagine e dichiarassero guerra alla dimentica degli Dèi.

LIBRO II -Già la nave dardania spinta in alto mare recava i Padri prescelti e gli ordini del Senato. Fabio, tirintia prole, ricordava trecento avi che in un sol giorno gli tolse il turbine di Marte quando la fortuna male corrispose al valore e macchiò di sangue generoso le rive del Cremera. Publicola, inclito figlio del laconio Volevo, divideva con lui in patria la difficile soma. Il console suo proavo dal bel nome che suona amore per la plebe, iniziava i fasti italici. Non appena Annibale seppe che le navi stavano con le vele calate, prendendo terra, e che si chiedeva per i decreti del Senato di Roma, tarda pace ed il supplizio - com'era prescritto nei patti - del condottiero, comandò che subito l'esercito si schierasse lungo la spiaggia ed in segno di minaccia s'innalzassero le bandiere, le spade e gli scudi ancora rossi di sangue."Ora -esclama - non è tempo di chiacchiere, la tromba tirrena risuona dovunque e così l'alto gemito dei moribondi. Varcate il mare di nuovo, finché vi è permesso, e non vi lasciate prendere dal desiderio di unirvi agli assediati: tutti sanno a che cosa spinge l'ira perciò fate che le spade nude e tepide ancora per la strage non si muovano contro di voi". Così respinti dalla riva inospitale alle parole del condottiero, volsero la prora verso Cartagine ed accelerarono il corso. Il Sidonio additando con la mano alzata la nave che al largo apriva le vele gridò: "Giove, quella nave pretende avere ora la mia testa! Lieta fortuna, o anime cieche, vi gonfia. La terra empia vuole morto Annibale, Annibale in armi? Non chiamarmi, o Roma, verrò prima di quel che tu pensi e sarai sazia di vedermi, e presto temerai per le tue mura e per i tuoi lari, tu che ora difendi i Penati altrui! Salite pure ancora una volta i sassi e le rupi del Tarpeo, vi sia pure di rifugio l'alta rocca: tanto non vi sarà oro pesato che vi riscatti la vita!". Annibale con tali parole accese gli animi e crebbe il furore dei soldati. Improvvise le frecce oscurano come nuvolo il cielo e le torri scrosciano sotto il fitto grandinare dei sassi. Tutti desiderano di combattere dinanzi alla nave che fugge, fin che da essa si possano scorgere le mura di Sagunto. Lo stesso Annibale spinge le torme ardenti alla scelleratezza promessa e audacemente denuda il suo fianco ferito e infuriato va ripetendo il lamento: "Amici, sfidiamo Fabio che dalla poppa ostenta le catene ed invoca su di noi l'ira del patrio Senato. Se vi duole ora di avere intrapreso la guerra e movemmo colpevoli le insegne richiamate subito la nave latina. Non indugiato: consegnatemi legato per il supplizio. Perché mai io disceso dalla stirpe di Belo, circondato da tante falangi libiche e iberiche, mi rifiuterò al supplizio? Anzi il Reteo comandi in eterno e propaghi sui popoli per i secoli il suo regno feroce: noi tremiamo agli ordini ed ai cenni dei Senatori ". Tutto il campo risuona di un gemito, gli auguri tristi si rivolgono contro la stirpe di Enea e s'infiamma tra i clamori l'ira. L'intrepida Asbite, figlia del garamanzio Iarba era venuta alla guerra itala non insegne marmariche fra i libi discinti e i popoli dalle due lingue. Iarba era nato da Ammone che regna sui Battiadi, bruciati dal sole infuocato, sui Forciniti degli antri di Medusa e sui Maci che stanno alle sponde del Cinifo. Il patrio Nasamone con la sempre arida Barca era a lui soggetto e il suo imperio si stendeva sui boschi degli Autololi, sulle Sirti ingannatrici e sui Getuli veloci che hanno corsieri senza briglia. La ninfa Tritonide s'era unita in matrimonio con Iarba e perciò Asbite vantava come suo proavo Ammone ed aveva nome dai boschi fatidici. Non conosceva uomo ed abituata a dormire sola aveva difeso la sua verginità cacciando nei boschi. La sua mano non era educata al molle lavoro del fuso e del ricamo e le piacevano Ditinna e i boschi e spronare corridori anelanti ed atterrare con ferocia le fiere. Allo stesso modo spesso le vergini Tracie correvano per i boschi del Rodope e per le cime erte del Pangeo passando a corsa lungo le rive dell'Ebro disdegnavano Geli e Ciconi, e la casa di Reso, e i Bistoni che portano lo scudo a forma di luna. Armata secondo il patrio costume con il crine- fulgente legato con un nodo esperio, il fianco destro ignudo per la feroce guerra ed il sinistro difeso in battaglia da una lucente corazza amazonia, con corse veloci squassava il carro fumante. Parte delle compagne sui carri, parte a cavallo, alcune maritate, le più vergini circondavano la regina. Asbite innanzi alla coorte agita superbamente i suoi cavalli, fiore delle mandre montane e mentre s'aggira per il campo lancia frecce che colgono a volo la cima della rocca. Talvolta esse varcano le mura ed il vecchio Mopso non le sopportò: lanciò con l'arco sonante frecce gortinie, che con le punte che solcano l'aria arrecano ferite mortali. Egli era Cretese, nato nelle spelonche rimbombanti dei Cureti e fanciullo di pochi anni era solito correre per i boschi armato di frecce pennate e spesso abbatteva gli uccelli che volano alti, e spesso colpiva da lontano il cervo che usciva dalle reti e quello cadeva fulminato prima che cessasse il sibilo dell'arco. Ed anche in gara con strali eoi, non vi fu allora arco più temuto del gortinio. Ma egli non volle stentare la vita cacciando e costretto dalla miseria si mise in mare con sua moglie Meroe e con i figli e spinto dal destino, venne, ospite senza gloria, a Sagunto infelice. Secondo il costume paterno i due fratelli avevano appeso all'omero turcasso e frecce, armi cretesi, ed egli in mezzo ai figli con l'arco cidonio tempestava le orde serrate dei massili. Uccisi ormai Garamo e l'audace Tiro e Gisgone e Lisso ancora giovinetto (immatura vittima di una freccia) che s'erano scagliati innanzi insieme alla veloce Baga, infallibile con la faretra ancora colma egli continuava la strage. Quindi volgendo l'occhio e l'arco alla vergine guerriera invocò Giove abbandonato con voti non graditi. Ma la nasamonia Arpe veduta l'insidia lontana e la mira dell'arco fatale si gettò incontro alla punta mortale e mentre gridava la freccia volante le entrò nella bocca aperta. Le sorelle videro l'arma uscire dalla parte opposta. Asbite appena vide cadere la sua compagna fremette di sdegno e la serrò fra le sue braccia, bagnò del suo pianto gli occhi di lei che vagavano fra l'ombra e la luce. Poi spinta dal dolore scagliò oltre le trincee con tutta forza la lancia mortale che colpì ad una spalla Dorile che torti i capi dell'arco e messane già nel mezzo la freccia levava la mano a scoccarla. La lancia lo fece balzare all'improvviso a capofitto dall'alto del muro e dal turcasso rovesciato gli piovvero intorno alle membra i dardi. Icaro, suo fratello, con un grande grido si apprestò a vendicare il suo lacrimevole destino, ma Annibale con un sasso lanciato come un turbine lo prevenne. Si sciolsero le membra intorpidite per il gran freddo ed il dardo ricadde dalla mano che tremò sulla faretra. Mopso allora che vide morti entrambi i figli afferrò tre volte iroso l'arco, ma quello altrettanto gli fallì perché il dolore lo rese inabile. Allora, ma troppo tardi, il misero si dolse di avere abbandonato i suoi dolci Penati ed aggrappandosi al sasso dal quale Icaro era stato colpito si percosse, ma invano, più volte il petto e poi sentendo che il braccio fiaccato dai molti anni non poteva dargli morte e riposo, si lanciò dall'alto della torre e precipitando di schianto cadde disteso sopra le membra esangui del figlio. Mentre nella guerra estrania perisce l'arciere di Creta, Tirone infiamma a nuove imprese i Saguntini. Egli era custode del tempio d'Ercole e sacerdote all'altare. Tratte fuor dalle mura le genti fa strage dei Libi sulle porte dischiuse. Senza lancia in mano ed elmo in capo, fidando solamente nell'età poderosa e nelle sue ampie spalle abbatte le schiere con la clava e non ha bisogno di acciaio. Sul capo ha la spoglia di un leone ritto con su in cima la bocca spalancata. Sullo scudo ha scolpiti cento mostri di Lerna e cento serpi e l'idra che si centuplica non i mozzi serpenti. Aveva spinto in fuga precipitosa dalle mura alla spiaggia Sace il mauro e Iuba, il padre Tapso e Micipsa illustre per il nome degli avi valorosi e con il suo solo braccio insanguinava il campo. Non sazio ancora della morte di Ido e di Cotone né della strage di Roto il marmarico e di Giugurta, vuole impossessarsi del carro di Asbite e la vergine guerriera dallo scudo di gemme occupa tutta l'anima sua. Ma essa appena scorge le armi insanguinate di Terone rivolge i cavalli e girando a sinistra in vario senso il campo, sfugge al suo sguardo ed i cavalli volando più veloci di Euro levano battendo gli zoccoli nuvoli di polvere, e la ruota stridendo a destra e a sinistra schiaccia il nemico che incontra, ed essa colpisce con i giavellotti i petti trepidanti. E cadde Lico e l'illustre Tamiri sceso dalla stirpe di quel famoso Euridamante che un giorno osò stoltamente sperare il superbo talamo e la moglie di Ulisse. Quella con il suo pudico artifizio tessendo i fili dell'ordito fallace più volte l'ingannò mentre egli le narrava che Ulisse giaceva in fondo al mare ma Ulisse diede al ciarliero vera morte per quella narrata e la face nuziale servì ad accendere il rogo. Euridamante che era il suo ultimo figlio periva così nelle campagne iberiche per mano d'una donna e le ruote del carro passarono stridendo orridamente e sfracellarono le sue ossa. Ma la vergine già tornava, e vedendo Terone alle prese con la folla, alzandogli contro la fronte l'ascia terribile ne votava a te, o Ditinna, le spoglie erculee ed il superbo trofeo. Ma Terone acceso da così nobile vittoria subito corre contro i cavalli e li sgomenta ponendo sotto il loro muso il capo fulvo del leone villoso. Quelli presi da nuovo terrore al ringhio minaccioso rovesciano a terra il carro ed il suo carico; Asbite si leva con un salto e pensa di fuggire lo scontro, ma Terone le è sopra e le mena tale un colpo di clava fra le tempie, che dalle ossa infrante schizzano fuori le cervella che si disperdono sulle lucide ruote e sulle briglie aggrovigliate nella caduta. Quindi afferra l'ascia e desiderosa di mostrare la vittoria riportata tronca il capo alla vergine abbattuta. Né ha fine la sua ira: innalza la testa in cima ad una lancia perché sia veduta, e comanda ai suoi che la portino dinanzi gli steccati dei Fenici e traggano in fretta il carro dentro le mura. Questo faceva Terone ignaro del suo destino, mentre senza il favore dei Numi la morte gli sovrastava. Annibale s'avanza iroso e minaccioso dolendosi in cuor suo dell'uccisione di Asbite e perché il capo di lei reciso è portato in alto come un trofeo ed il dolore lo rende furente. Le schiere non appena videro luccicare l'ampio scudo di bronzo ed il risuonare orrendo da lontano delle armi sulle agili membra fuggirono verso le mura. Spinte da cieco terrore senza por mente a nulla fuggivano come uno stormo di uccelli quando il cielo sul far della notte imbruna e torna ai consueti nidi o come lo sciame delle api in cima al cecropio Imetto, all'apparire di una nuvola gravida di pioggia si alza in fretta dai fiori dove s'era disperso ed in fitta schiera recando il miele e aliando si ripara nelle care arnie odorose al lavoro della cera, e fa pressa ronzando rauco sulle soglie. O blando lume del cielo, perché gli umani fuggono la morte con tanta ansia? Destino inevitabile sin dalla culla essa giunge. Tutti maledicono il momento in cui uscirono fuori dalle trincee e dalle porte. Terone ora col braccio, ora con grida e con minacce trattiene a stento i fuggitivi ed esclama "Fermatevi, o genti, quel nemico è mio. Fermati, la gloria di così nobile battaglia è mia, tutta mia ed io solo metterò i Libi in fuga da Sagunto, non il mio solo braccio. Ma voi rimanete spettatori perché se il terrore vi spinge tutti entro i valli, oh vituperio!, chiuderete dinanzi a me solo le porte". Mentre tremanti e disperati si salvano con la fuga, Annibale si avvicina a gran corsa alle mura pensando di entrare subito per le porte aperte, riservandosi a più tardi la battaglia e la vendetta. Ma si avvede del suo proposito l'accorto sacerdote di Ercole e sospettoso gli si lancia contro per primo. Ardente per ancor più violenta ira il Fenicio esclama "Tu frattanto, o fido portinaio della città, mi pagherai il fio, e mi aprirai morendo le porte di Sagunto ". Né la grande ira gli permette più di parlare e rotea il corrusco acciaio, ma il Daunio per primo gli scaglia contro con grande impeto la clava che brandisce. Al colpo le armi risuonano rocamente ed il legno noccheruto infranto dal bronzo cavo rimbalza in aria. Tradito ormai dal colpo inutile e disarmato, Terone fugge velocemente rasente al muro, ed il vincitore lo insegue da presso. Dalle alte mura ci levano confusamente acute grida di donne e chi lo chiama a nome chi - ahi troppo tardi! - vorrebbe aprire al fuggiasco le porte, ma prevale il terrore che insieme con lui non entri in città il terribile nemico. Il Fenicio alfine lo raggiunge con l'ampio scudo lo atterra e d'un salto gli è sopra e guardando con superbia i cittadini intenti dall'alto delle mura prorompe: "Ora va dalla misera Asbite e consolala per la sua improvvisa morte". Dicendo questo immerge il ferro nella gola di lui che era già stanco della vita. Quindi festante trae le regali spoglie ed i cavalli di là dalle mura dove la turba fuggiasca aveva loro impedito il passo. monta sul carro e ritorna vincitore ai suoi soldati che lo applaudono. La coorte nomade infuriata rende gli estremi e mesti onori ad Asbite. Porta il cadavere di Terone tre volte intorno al cenere di lei e dato fuoco all'orrido volto di lui ed alla sua clava apportatrice di morte, ne brucia il capo ed abbandona il cadavere deformato agli uccelli iberi. Frattanto il Senato Fenicio teneva consiglio sulla guerra e sui messaggi che erano giunti da Roma poiché l'arrivo dei minacciosi ambasciatori italici l'aveva impaurito Lo muove l'amicizia la fede ed i patti che i Padri avevano giurato chiamando a testimoni gli Dei, ma d'altra parte lo trattiene l'amore del popolo per il giovane e spera quindi nella sorte delle armi. Allora Annone che era avverso per odio famigliare ad Annibale assale il cieco ardore di quelli che parteggiavano per lui: "Tutto vuole, o Padri, poiché non vi è freno a queste ire minacciose, tutto vuole ora che taccia, per terrore, ogni voce. Ma io, anche se dovessi qui stesso morire di ferro, non tacerò. Invoco a testimone i numi e chiedo loro che manifestino quel che è necessario in questo momento per la nostra patria. E, tardo indovino, Annone non vi profeta ciò ora che Sagunto arde d'assedio: io affaticando il petto ansioso vi avvertii spesso affinché l'ingegno pericoloso di lui non fosse educato fra il sangue e le armi e finché mi basterà la vita vi dirò che riconosco in lui l'indole violenta e tracotante del padre; io, simile al pilota che spiando, gli astri nel cielo, non invano predice ai miseri naviganti l'impeto minaccioso di Coro e l'ira crescente del mare Egli si assise in trono ed usurpò il comando quindi con le armi infranse l'amicizia ed ogni legge e lontano da noi distrugge le città ed i popoli che dal Lazio hanno lo sguardo fisso da lontano sulle nostre mura. E chi parla di pace? Le ombre irate e le furie del padre, il giuramento maledetto, gli auguri dei Massili e l'ira degli Dei per la rottura infida degli accordi agitano l'animo del giovanotto. Forse che egli, cieco come è per la brama di regnare abbatte baluardi stranieri? Non è la città di Ercole (ed egli solo ne abbia la colpa e non unisca il suo destino a quello della patria) quella, o Cartagine, che combatte oggi. Egli è contro le mura e li cinge di assedio, te lo ripeto. Un giorno lavammo con nobile sangue le terre di Sicilia ed assoldammo un capitano spartano e mandammo innanzi a stento la guerra. Gli antri di Scilla furono ingombri delle nostre navi sfondate e vedemmo i nostri legni che travolti dalle onde rifluenti gremivano i banchi di Cariddi. Anima dissennata e senza Dio, mira le Egadi, e vedi galleggiare sulle onde i cadaveri libici. E dove irrompi? E speri gloria dalla rovina della patria? Sì, innanzi al giovane guerriero si appianeranno le immense Alpi e le cime dell'Appennino che bianche di neve si innalzano come le Alpi stesse! E sia pure che tu riesca a scendere alla pianura credi che quei popoli abbiano anima umana e che ferro e fuoco li domino? Non sai allora cosa sia combattere con la gente Nerizia! Là il soldato si abitua alle armi da fanciullo, e le guance prima che abbiano la bionda peluria hanno le grinze per il peso dell'elmo; nessuno di qualsiasi età si riposa; e i vecchi bianchi per lunghi stenti combattono da prodi in prima fila e sfidano la morte. Io stesso vidi gli italiani togliersi dalle ferite i dardi e rincoccarli, vidi il loro indomito ardire, e gli eroi ebri di gloria morire fieramente. Ah, se tu abbandonassi le armi e non esponessi il fianco incautamente quanto sangue, o Cartagine, ti risparmierebbe Annone". Gèstare che bolliva d'ira feroce e torvo ed impaziente aveva tentato più volte di interrompere il discorso dell'oratore proruppe alfine: "O Dei del cielo, è forse assiso nel Senato di Tiro un soldato di Roma? E non impugna ancora la spada? Per il resto è già nemico. Ora ci vuole impaurire con le sconfitte sicule, ora con i gorghi di Scilla, ora con le cime dell'Appennino e con quelle sorelle delle Alpi, e quasi si spaventa dei Mani e delle ombre di Troia, e chiama gloriose le ferite e la morte di coloro e le leva al cielo. E' mortale credimi, sebbene le anime fredde ne tremino di viltà, il nostro nemico, è mortale! Me ne avvidi quando si trasse all'oscuro carcere, tra la plebe festante, Regolo che era la speranza e l'ultimo aiuto di Roma, lo conobbi quando appeso all'alta croce spingeva lo sguardo lontano all'Italia. A noi non fan paura volti di fanciulli coperti da celate né le guance incavate anzitempo dall'elmo: non avemmo in sorte natura così vile. Guarda, quante libiche torme combattono a prevenire gli anni e avventano le armi ai veloci cavalli, ammira il condottiero, egli parlava appena e già giurava guerre e fiamme che distruggessero le genti di Romolo e sin da allora agitava con l'anima le armi paterne. Le Alpi crescano al cielo  e l'Appennino innalzi pure fino alle stelle le sue rocce splendenti, vi è chi osa (e lo dico, anima nera, ti dispiaccia la vana immagine) aprirsi la via anche al cielo. E' vile chi trema sulla strada di Ercole e dispera della fortuna e della gloria. Ma ora Annone c'ingrandisce le stragi libiche ed i danni della prima guerra e non vuole più che si combatta per la nostra libertà. Smettila con l'affanno e lo spavento e nasconditi, vile femminuccia tra le pareti domestiche e colà vivi e piangi! Noi andremo contro il nemico noi che abbiamo in cuore di sperdere i tiranni lontano dalla Tiria Birsa, e fosse pure contro il volere di Giove! Che se il cielo fosse contrario a Cartagine e il Dio delle armi fallisse, morrei prima di vederti schiava, o patria, e andrei libero allo Stige. E, o Numi, che cosa c'impone Fabio? Di deporre le armi e di sgombrare Sagunto già vinta. Che una schiera eletta dia fuoco agli scudi, che siano bruciate le navi e stiano lontane da tutti i mari. Se Cartagine meritò mai così grande pena, Numi, togliete tale vituperio e serbate libere le braccia al nostro condottiero". Così detto siede ed i Padri hanno il consueto diritto di decretare. Annone insiste fermamente perché si renda ogni bottino e si dia ai Romani colui che violò gli accordi. Allora i Senatori esterrefatti balzano dai seggi come se il nemico piombasse nel tempio, e pregano gli Dei perché il presagio sia rivolto contro Roma. Fabio, quando sa che gli animi sono discordi e che spergiuri inclinano piuttosto alla guerra, crucciato ed impaziente non si trattiene più e chiesta pronta udienza prorompe rivolto ai Senatori raccolti "Io porto, nel grembo della mia toga, la pace e la guerra, scegliete prontamente e senza ambagi aprite l'animo vostro ". Rifiutando il Senato sdegnoso sia l'uno che l'altro partito ripiglia: "Ebbene, abbiate la guerra e guerra infausta ai Libii, uguale alla prima! " Quindi, come se versasse armi ed armati spiega il lembo della toga e messaggero di guerra ritorna ai suoi. Mentre l'impero della profuga Elissa era così agitato, Annibale aveva in tutta fretta, rivolto alle mura di Sagunto le armi delle genti dome e dubitose degli eventi. Ed ecco che giungono. i popoli dell'Oceano e gli portano in dono, lavoro callaico, uno scudo che aveva fulminei bagliori di luce, un elmo sovrastato da un cimiero d'oro che sventolava corrusco bianchissime penne ondeggianti sulla cima, una spada ed una lancia fatale per molte migliaia, ed una corazza fatta di maglie d'oro rinterzate e bene difesa da una piastra impenetrabile. Le armi erano tutte di duro acciaio e di bronzo con ornamenti d'oro. Il guerriero le esaminava ad una ad una con occhi contenti e godeva per l'inizio del regno. Didone fondava le mura della prima Cartagine e portate a terra le navi la gioventù si affaticava in quella costruzione. Altri chiudevano il porto con grandi massi mentre il giusto e venerabile vecchio Bizia assegnava le abitazioni. Altri mostravano il teschio di un bellicoso cavallo che avevano dissotterrato, e mandavano grida di gioia per salutarne il buon augurio. In mezzo a queste immagini era scolpito Enea, che sospinto dal mare aveva perduto i compagni e la nave, in alto supplichevole e con le mani tese verso l'infelice Didone, che lo accoglie serena e lo guarda fiso. Callaica mano vi aveva scolpito la grotta e l'accordo degli amori furtivi. Risuona alto clamore, i cani latrano ed i cacciatori atterriti per l'improvvisa tempesta si rifugiano nei boschi. Poco lontano navigano le navi degli Eneadi che Elissa invano richiama e Didone trafitta giace su di un alto rogo, ed invoca dai nipoti guerre vendicatrici. Il Dardano vedeva dal mare ardere il rogo, ed alzava le vele verso il suo portentoso destino. E d'altra parte lo stesso Annibale che supplice dinanzi agli altari infernali liba l'arcano sangue con il vate stigio, e fanciullo ancora giura guerra agli Eneadi. Ed il vecchio Amilcare che scorre le pianure sicule tanto dagli occhi esprime minaccia che sembra vivo e pugnante. Dalla parte opposta dello scudo sono scolpiti i soldati Spartani dall'aspetto festante guidati da Xantippo giunto vincitore da Amicla. Triste ornamento, presso di quello pende Regolo suppliziato ed offre a Sagunto alto esempio di fedeltà. Ma le fiere agitate dalla caccia erano visioni più gioconde e le capanne che rifulgevano sul bronzo. Là presso la bruna sorella del negro Mauro ammansisce le leonesse abituate al linguaggio paterno. Il pastore erra libero per i campi ed il gregge innumerevole scorre per le foreste libere. Secondo l'usanza il vigilante custode fenicio ha con sé tutto quello che possiede: il latrante Cidone, la capanna, i dardi, il fuoco nascosto nelle selci e la zampogna che l'armento conosce. Sagunto sorgendo alta sull'eccelso colle giganteggia ed intorno a lei sono infinite genti e la cinge una fitta folla che la va tempestando con le lance che tremano per l'aria. Il fiume Ibero stagna sull'ultimo orlo dello scudo e racchiude con i suoi giri sinuosi tutto l'ampio cerchio, ed Annibale, varcate, violando i patti, le sue rive, che eccita i Fenici alla guerra contro l'Italia. Fiero di tale dono se lo adatta agli omeri ed esclama: "Quanto sangue italico gronderanno un giorno queste armi! O Curia che siedi arbitra di guerra, mi pagherai ben crudele fio!". L'esercito racchiuso fra mura e valli già languiva e la città che era in attesa degli aiuti di Roma, si stremava ogni giorno di più. Già ognuno abbandona deluso le rive e rivolge lo sguardo dal mare deserto e vede ormai vicino l'ultimo giorno. Mali segreti che già da lungo tempo covavano nei cuori scoppiano, e la fame nascosta da più giorni va rodendo le viscere disfatte da lento malore, e sugge dalle vene assetate l'ultimo sangue. Le pupille scompaiono entro le occhiaie infossate tra le guance e come spaventosamente scheletrite le membra non sono che vene tremanti e pelle color del piombo sulle ossa che sporgono. La rugiada con cui la notte irrora la terra era scarso ristoro per quegli infelici. Talora tentavano inutilmente di spremere dagli alberi secchi la linfa, ed il ventre digiuno li spingeva a trangugiare i più strani alimenti: divoravano dopo averli macinati i cuoi delle armi e non restò loro neppure una cinghia per imbracciare gli scudi. Ercole vede tutto dal cielo e piange sulle angustie della città che sta per cadere, ma piange invano perché costretto dal comando di Giove non può far nulla contro i voleri della crudele matrigna Quindi si appressa nascostamente alle soglie della sacra Fede per spiarne gli arcani. In un cielo solitario si trovava la Dea gelosa dei misteri volgendo nel suo conscio pensiero le alte cure degli Dei. Il domatore della Nemea così le parla con riverenza: "Dea, gloria del cielo e degli. uomini, nata prima di Giove, sola fonte di pace nelle terre e sul mare, fedele compagna della giustizia, segreto nume delle anime, puoi tu dunque vedere con serenità la rovina della tua Sagunto, e gli orridi mali che essa sopporta per te? O Dea, muoiono per te i cittadini. Tu dal cielo soccorri le madri oppresse dalla fame, sei la prima parola sul labbro degli eroi e dei bambini. Tu dal cielo soccorri i miseri e ristorali". Così dice il figlio di Alcmena e la Dea gli risponde: "Io vedo tutto e non mi cruccio lievemente per i patti infranti, ma è già scritto in cielo il giorno in cui così triste impresa sarà vendicata. La razza umana ricca di frodi mi costrinse a fuggire le terre impure ed a ricoverarmi quassù, in queste nuovi sedi; lasciai gli empi regni tanto più la temersi quanto più atterrisce la cupidigia dell'oro premio non vile alla frode; abbandonai le genti che vivendo di rapine come le fiere con rito esecrando hanno mutato ogni decenza in lussuria e sepolto il pudore in una grave notte. La forza è un Dio, e la ragione una spada, la virtù è vinta dal vituperio. Tu guarda le genti, è vano fra di esse cercare un solo giusto. Sono in pace soltanto per commettere colpe. Ma pure, perché la città da te fondata nella memorabile rovina si conservi degna di te, ed il popolo sfinito non si arrenda vivo al Fenicio vincitore, io stessa dando nuova gloria  alla: morte sublime ne guiderò le ombre famose a Plutone". La severa vergine tutta ardente, vola per l'aere lieve a Sagunto che lotta contro il destino. Invade le menti ed accende gli animi a lei noti ed agita in tutti il suo nome. Le genti ispirate ardono tutte d'amore per la Dea e vogliono le armi e si sforzano sebbene malate di combattere. Riprendono subito lena insperata e tacito nelle anime si afferma il proposito, ricordando dolcemente l'onore fatto alla vergine e che è sacro il morire per lei, e sono lieti di soffrire un tormento anche più crudele della morte. Ma talora pensano anche ad imbandire pasti crudeli e ferini e macchiare delittuosamente le mense. Ma la casta Fede li trattiene non permettendo che sazino la fame con membra umane e che continuino a vivere colpevoli. Frattanto Giunone che veniva dal campo libico vide in mezzo alle odiate genti la Dea. Rimprovera il furore della vergine istigatrice di guerre e quindi interrompendo per l'ira il suo viaggio, chiama subito a sé l'altra Tisifone, quella che flagella le più profonde ombre, e stese ambedue le mani verso Sagunto esclama " Figlia possente della notte, distruggi queste mura e fa che il popolo fiero muoia per la sua stessa mano. Lo vuole Giunone. Io vedrò da presso entro una nube gli effetti dei tuoi sforzi. Adopera quelle armi per cui tremano i Numi ed il Sommo Giove, quelle tremende fiamme e lo stridore dei Chelidri immani per cui agiti l'Acheronte e strozzi in gola a Cerbero atterrito i latrati e mescoli i veleni spumeggianti al fiele, e pene e colpe, e tutto quanto ribolle nella tua feconda anima, tutto a rovina dei Rutuli e precipita nell'Averno Sagunto. E sia questo il giovamento della discesa della Fede". Così sprona l'Eumenide e la spinge con il braccio verso le mura. Subito i monti intorno tremano e l'onda muggisce più rauca lungo la spiaggia. Mille serpenti si rizzano sibilando irti sul capo e risplendono con il dorso attorcigliato al suo collo gonfio. Ecco la Morte che spalancata la sua profonda gola minaccia il popolo che sia per perire: ai lati le stanno il Dolore e la Tristezza, gli altri Pianti e Lamenti, e tutta la turba delle Pene e la guardia insonne dell'abisso lacrimoso ringhia con tre gole. Il mostro mutevole prende subito il volto di Tiburna, ed il portamento ed il suono della voce di lei. Tiburna era la sposa di Murro e vedovata dal turbine di Marte andava piangendo il suo deserto talamo. Essa vantava alla discendenza ed il nome glorioso della stirpe di Danno; ed ora l'Eumenide vestita con le sue sembianze si scaglia irruente, con il crine arruffalo tra la folla e tutta lacrima e sangue sulle guance grida: " Quando finirà? Già facemmo assai per la fede e per gli avi. Io lo vidi il mio Murro, io stessa: insanguinato e con le piaghe aperte egli spaventa le mie notti e con strazio infinito lui grida: Fuggi o sposa, il destino della misera patria! E, qualora il vincitore ti impedisca ogni rifugio, scendi, Tiburna, ai miei Mani. I Penati già caddero e tutto è in preda della spada fenicia, e noi Rutuli cademmo. La mia mente inorridisce e ne ho l'immagine qui negli occhi. O mia Sagunto! dunque non vedrò più, mai più, le tue mura? Murro! O tu felice che moristi lasciando ancor viva la patria. E noi, Cartagine vittoriosa noi, vedrà condotte in servitù delle madri sidonie dopo gli stenti della guerra e tanti pericoli in mare Ed io. Finché non emetterò l'ultimo respiro giacerò schiava disonorata là sulla spiaggia libica Ma voi, giovani gagliardi, cui il, con-scio Valore fa liberi, voi, cui resta la morte, arma invitta nella sciagura, liberate con le vostre mani le madri dalla schiavitù H valore vi addita un arduo cammino e voi per primi cercate una gloria difficile e mai udita al mondo ". Subito dopo aver assalito gli animi turbati così spronandoli, sale a sommo del colle ove sorgeva alto in vista dei naviganti il sepolcro eretto dal figlio di Anfitrione al suo caro compagno. Ed ecco una serpe sbuca dagli anditi profondi, orribile a vedersi, tutta chiazzata d'oro e d'azzurro e splendente: dagli occhi accesi lancia fiamme e con strida e sibili dardeggia la lingua fuori dalla bocca. Archeggiando, balza verso Sagunto, tra il folto della folla trepidante. Piomba in un attimo dalle alte mura e via come uno che fugga, si precipita verso la spiaggia vicina e si tuffa nelle onde spumeggianti. Tutte le menti sono scosse e sembra che i Penati, cacciati dalle case ormai conquistate fuggano ed anche i morti disdegnino il riposo nella terra schiava. Stanchi di sperar salvezza odiano i cibi e sempre più l'incalza l'Erinni. L'indugio della morte è ormai per gli infelici l'ira più spietata del cielo ed ognuno già cieco non desidera che morire ed aborrisce il sole. Quindi alzano a gara un rogo nel mezzo della città e portano i trofei conquistati con le ricchezze accumulate durante la pace, le vesti delle donne ricamate con oro callaico, e le armi che avevano portato una volta gli avi dulichi da Zacinto, ed i Penati della Vetusta città dei Rutuli. Vi gettano sopra gli scudi e le infauste spade e quanto resta loro e tolti dal profondo i tesori nascosti durante la guerra godono che l'ultima fiamma distrugga la preda dell'insolente vincitore. La ferale Erinni quando vede raccolta ogni cosa agita la face che tuffata nelle accese onde del Flegetonte avvolge d'infernale caligine i Superi. E si compie l'opera di quegli invitti, opera illustre la cui fama lacrimevole risuona in eterno per il mondo. Tisifone per prima, indignata per l'irresolutezza dei padri, stringe con gioia loro nel pugno la spada e ripugnanti li sospinge a ferire, e più volte intorno risuona l'infernale flagello. Già si lordano, non volendolo, le mani di sangue fraterno e rimangono stupiti e inorriditi dell'opera loro e piangono la colpa. Uno d'essi, gonfio d'ira, inferocito per la strage, soffrendo il più grande dolore della vita, volge e rivolge lo sguardo al seno materno; un altro tiene sospesa la scure in alto sul collo della diletta sposa e nel suo furore riconosce rabbrividendo la vittima e rimproverandosi getta il ferro. Ma l'infelice non ha scampo. L'altra Erinni raddoppia i colpi, e soffia loro nell'anima novella furia. E così il marito fugge il talamo e dimentica le faci nuziali, il dolce amore e gli amplessi coniugali. Con uno sforzo supremo trascina il corpo inalato al rogo ed un fumo di pece si leva vorticoso in densi nugoli. E tu pure, misero Timbreno, sospinto da sinistra pietà infuriavi tra la calca. Risparmi alla lancia dei Fenici tuo padre ed intanto non riconosci il tuo stesso volto ed immergi il ferro nelle carni somiglianti alle tue. E voi, Eurimedonte e Licorma, gemelli così uguali da farsi scambiare, ambedue cadeste nel fiore dei primi anni. Spesso era per la madre dolce pena chiamarvi a nome e riconoscervi guardandovi in volto. Eurimedonte tu cadi trapassandoti la gola tra i lamenti della misera vecchia e così con il ferro sconti il delitto, e l'infelice pazza di dolore, e tradita dall'aspetto grida: "O mio Licorma, dove ti rivolgi? Affonda in me quel ferro! " Intanto ecco che Licorma s'apre la gola ed essa urla: "Eurimedonte quale furore è il tuo? " Così sempre in inganno era la madre e scambiandone i nomi cercava di distogliere i figli dalla morte finché anch'essa, immersa la spada nel trepido seno, cadeva ancora incerta sulla prole indistinta. Chi non piangerà ricordando la morte di Sagunto, i mostruosi memorabili avvenimenti, i mille strazi patiti per la Fede, e la fine empia di tanti eroi? Solo il soldato fenicio, nemico insensibile potrebbe trattenere il pianto. Ora Sagunto, l'antica città ospite della Fede, la città decantata opera di un Nume, precipita al suolo per le spergiure armi dei Fenici e gli eccidi fraterni, abbandonata iniquamente dagli Dei. Il ferro ed il fuoco la distruggono, e quello cui non giungono le fiamme lo contamina la colpa. Il fumo altissimo s'innalza nero in dense nuvole dal rogo: la rocca illesa durante la guerra, alta in cinta al monte, arde. Di lassù si potevano vedere le tende sidonie e le spiagge e tutta Sagunto. Ardono i templi e le fiamme si riflettono tremolando nelle onde e tutto il mare ne splende. L'infelice Tiburna ecco si avanza. tra l'orrenda strage. Stringe nel a destra la lucente spada dello sposo, ed agita non la sinistra un tizzone acceso; le irte chiome scompigliate, il braccio nudo, cavalca i cadaveri e corre alla tomba di Murro. Come quando l'orrida reggia del Sire tartaro rintrona ed il furore tirannico affatica le anime conturbate, Aletto dinanzi al tremendo soglio asseconda Sol lecito il Nume ed amministra sollecito le pene, così ossa pone sulla tomba piangendo le armi del prode poco prima difese con tanto sangue, e, supplicati i Mani perché l'accolgano benigni accende il rogo gettandovi la face ed esclama :"Ecco, o mio sposo, ti porto tutta me stessa". Quindi si trafigge con la spada e cadendo sulle armi bacia con l'avida bocca le fiamme. Il popolo infelice sparso qua e là in un solo aspetto giace orridamente confuso e quasi bruciato. Quale leone furioso per fame che assalga alfine dominatore con le avide fauci la mandra, e fremendo maciulli il gregge mansueto e dalla bocca ampia gli cola lungo il sangue e si posi ora sui mucchi nerastri degli agnelli spolpati, ed ora si aggiri con un mugolio anelante digrignando i denti, intorno agli avanzi lacerati. Giacciono intanto le greggi disperse qua e là ed i pastori, il guardiano e il vigile molosso dell'ovile mentre, guasto il tetto, la capanna è tutta sossopra. Così alfine le schiere libiche entrarono nella rocca dei morti. Gradita a Giunone, l'Erinni, compiuta l'opera crudele, ritorna ai Mani e con giubilo trascina superbamente, l'immensa turba a Plutone. Voi- per sempre, unica gloria del mondo, o magnanima schiera- andate, anime celestiali, al casto Eliso ed onorate il seggio dei giusti; ma quegli famoso per l'iniqua vittoria (udite genti od abbiate orrore di turbare i sacri accordi della pace, e rompere per cupidigia di regno la fede data!) andrà reietto dalla patria, errando esule di terra in terra, e l'atterrita Cartagine lo vedrà volto in fuga. Spesso atterrito durante il sonno dalle ombre di Sagunto, sarà dolente perché non lo spense arma nemica, cercherà invano un ferro, e con il corpo livido e sformato dal veleno l'invitto condottiero precipiterà nello Stige.

III - Dopo che i Tirii infransero i patti e l'incorrotta Sagunto (non fu giusto Giove) rovinò, il vincitore si diresse verso le ultime spiagge del mondo abitato ed ai confini dei Gadi a lui consanguinei. Consulta sacerdoti e richiede profeti per sapere la sorte dell'Impero e comanda ai Bostari di salpare subito per conoscere gli avvenimenti che accadranno. L'oracolo è venerato sin dagli antichi tempi. Il cornuto Annone emulatore delle caverne Cirree siede alto in mezzo alla selva e svela ai Garanii anelanti i secoli venturi.  A quello manda il libico capitano per avere l'auspicio dell'impresa e conoscere prima i vari casi della guerra. Egli prega frattanto innanzi all'altare del Dio armato di. clava e lo ricolma di doni tolti poco prima all'incendio di Sagunto. In questo tempio - e la fama che corre si crede vera - le travi del tetto che furono messe durante la costruzione esistono ancora e non vi operò altra mano di artefice se non quella di colui che l'eresse. Alle genti piace credere che qui si trovi il nume che preserva il tempio dalla rovina. Da coloro a cui è lecito si nega, alle donne l'onore di entrare nel sacro penetrale ed i porci setolosi sono allontanati dalle -soglie. Innanzi all'altare i sacerdoti vestono tutti ad una foggia: velano la persona col bianco lino ed un'infula pelusiaca splende loro sul cupo. Secondo le abitudini degli avi sono soliti ardere, l'incenso stando discinti, e fregiano il sacro manto di un grande chiodo. Vanno a piedi nudi, le chiome recise hanno casto giaciglio, conservano sugli altari fuochi mai estinti. Qui non si vede alcuna immagine dei numi e lo stesso luogo ispira sacro terrore e riverenza. Sulle porte sono scolpite una ad una le fatiche erculee: l'idra di Lerna con le serpi mozzate il leone cleoneo strangolato dal braccio, di Ercole spalanca le fauci. Altrove il guardiano dello Stige appare, mentre divelto dagli eterni baratri si divincola nei ceppi ed atterrisce le ombre con i suoi latrati, e si vede Megera che è presa da improvviso terrore per le catene. E poi il terrore di Erimanto, i corridori di Diomede e, alto il capo sopra gli alberi, la cerva dai piedi di bronzo. Sta sulla madre l'alunno della libica terra, ostinato lottatore, e poi vinti ed oppressi i biformi mostruosi centauri ed Acheloo privato di uno dei corni e Loeta arde nel mezzo rifulgendo per le celesti fiamme da cui è rapita in cielo la grande anima. Quando il condottiero fu stanco di ammirare le sculture volse intorno lo sguardo per contemplare nuove meraviglie Una mole d'acqua sorge, altissima improvvisamente e si rovescia sulla terra; scompaiono le spiagge ed il mare stagna per i campi inondati. Poiché quando Nereo sbocca dalle azzurre grotte e sconvolge le profondità marine le acque si rigonfiano impetuose e l'oceano si sfoga con sterminati cavalloni. Allora sempre più lo agita la possanza del tridente di Nettuno ed il mare si getta in piena sulla terra. Poco dopo ricorrendo con impeto contrario le onde si ritirano ed abbandonati dal mare i legni rimangono sull'arenile ed i marinai qua e là sui banchi attendono che tornino. Questo lavorio del mare accade per causa della luna nei regni della vaga Cimodoce. Per la luna che, scorrendo le azzurre volte sospira, e ritira i flutti e Teti mutevole che ne segue l'impulso. Annibale preoccupato da gravi pensieri guarda tutto di sfuggita. Gli preme più che altro di sottrarre ai pericoli della guerra la moglie ed il figlioletto poppante. Di lei ancora vergine giovinetta si era innamorato il Fenicio e l'aveva resa madre e sempre continuamente l'amava. Il figlio, nato dinanzi le trincee di Sagunto assediata, non aveva ancora compiuto dodici lune. Deciso a sottrarli entrambi ai pericoli della guerra il guerriero esclama: "Figlio, speranza dell'alta Cartagine, sii più tremendo del padre contro gli italiani e superalo in valore ed oscura la fama dell'avo tuo con le tue imprese insigni. Roma già accecata dal timore conta i tuoi giorni cagione di pianto alle sue madri. Se il desiderio presago ora non m'illude più tu crescerai e più sarà travagliato il mondo. In te riconosco il volto del genitore, la fronte torva e lo sguardo, il vagire grave e la furia della mia razza. Se un Dio troncherà colla morte così grande impresa qual é questa cui mi accingo, abbi costui, o consorte, come pegno di guerra e poni nel guardarlo ogni cura. Appena parlerà fa che percorra le stesse vie dei miei primi anni e con la tenera mano tocchi gli altari di Elissa e giuri sulla cenere del padre guerra al Lazio. E poi quando sarà giovinetto brilli tra le armi, onori le mie ceneri in onta ai patti, con un monumento sulla rocca del Campidoglio. Tu, o sposa, esempio venerando di fedeltà che sarai un giorno felice e gloriosa di tanto frutto, lascia le dure fatiche ed allontanati dai rischi della guerra. Ci attendono ora immense rupi ricoperte di nevi e monti che s’innalzano al cielo: sudata impresa dell'invitto Ercole compiuta dinanzi allo stupore della stessa matrigna. Le Alpi, ben più duro travaglio di ogni guerra ci aspettano! Se la fortuna mi sarà contraria e non manterrà quello che mi promise tu possa almeno vivere i tuoi giorni per ben lungo ordine d'anni. E' giusto che le Parche tronchino il filo della tua vita assai più tardi del mio”. Questo disse Annibale ad Imilce. Essa era figlia del cirreo Castalio il cui paese che egli chiamò, per sua madre, Casulone serba il nome del profeta Apollineo. Essa vantava sacra origine: Milico figlio di un lascivo satiro e della ninfa Mirice, pari al padre, emergeva la cornuta fronte il tempo che Bacco domava gli Iberi e scoteva colle sue Menadi armate e col tirso il paese di Calpe ed era signore di gran parte del territorio natio. Da lui discendeva Imilce il cui nome fu poi in parte storpiato con barbaro linguaggio. Essa lievemente piangendo così gli rispose: "Dunque mi rifiuti per compagna all'alta impresa? Dunque dimentichi che la mia vita dipende dalla tua e le prove dell'amore e le primizie del talamo. Credi che io tema, io tua moglie di salire con te i gelidi monti? Abbi maggior fiducia nel vigore della donna: il casto amore è invitto ad ogni prova. Se tu guardi in me solamente il sesso e sei deciso a lasciarmi mi arrendo al tuo volere né mi oppongo al destino: prego Iddio che me lo consenta. Vai felice e gli Dei siano propizi ai tuoi voti e là sul campo abbi nel cuore tra il lampeggiare delle spade il tuo figliuolo e la sposa abbandonata. Pensa che io temo il tuo valore assai più delle lance e dei fuochi italici perché tu ti scagli impetuoso nella battaglia e sempre insaziabile di vittorie e di onori rischi la vita. Per te la gloria non ha confine, per te il guerriero che muore in pace muore ignobilmente. Io tremo tutta e pure non temo alcuno che regga con te al paragone delle armi. Ma ti preservi pietoso dalla sventura il Dio delle armi e rimandi questo capo inviolato dalle offese nemiche". Usciti ambedue erano giunti all'orlo estremo della riva e i marinai messa la nave nelle acque a poco a poco andavano sciogliendo le vele dall'albero e le tendevano al vento che le gonfiava. Allora Annibale cui ardeva nel cuore il desiderio di consolare la dolente Imilce e di rassicurarla comincia a dire: "Risparmia, consorte fedelissima, le lacrime ed i presentimenti. A tutti in pace ed in guerra è segnata una fine e l'ultimo giorno è fissato sin dal primo. Solo a pochi è concesso il valore generoso che rende l'uomo glorioso in terra e lo sospinge al cielo. Soffrirò io dunque che Roma regni superbamente su Cartagine schiava? M'istigano i Mani, e di notte mi rimprovera l'ombra del genitore ed ho dinanzi agli occhi gli orridi sacrifici e gli altari; il tempo è breve ed incalza e mi vieta ogni indugio. Starò immoto perché solo Cartagine mi conosca e rimanga ignoto agli altri il mio nome? Dovrò rimanere lontano dalle alte imprese per timore della morte? E, quanto corre tra la vita e la morte se la vita non è gloriosa? Non temere poi in me incauto ardire; anch'io amo la vita e so quanto è bella la gloria nella vecchiaia e come risuoni dolce la fama degli onori. Anche tu avrai il premio di questa guerra che intraprendo; mi sia amico il cielo e ti servano i Tebri, le iliache nuore ed i ricchi Dardani". Mentre così tra loro piangendo parlavano, il timoniere dall'alta poppa della nave richiama lei che indugiava. Imilce è divisa dallo sposo e lo guarda fissa e volge lo sguardo lontano finché il mare, correndo velocissima la nave, glielo toglie dinanzi e scompare la terra. Il fenicio cerca di sopire l'amore con pensieri di guerra e fa ben presto ritorno alle mura, E, mentre le riguarda tutte, l'ostinato vigore oppresso dal faticoso incarico dà tregua e sonno all'anima guerriera. Ma il padre onnipotente meditando di esercitare ai rischi la dardania gente ed innalzare alle stelle il grido dei feroci combattenti e rinnovare le antiche sciagure, precipita i consigli dell'eroe ed atterrisce lui pigro e dormente e con la paura gli interrompe il sonno. Già Ermete apportatore dei comandi del Padre discende sull'ali nell'ombra umida della notte. Non v'è indugio. Si fa sopra al giovine sognante che si riposa sicuro e lo rimprovera con amari accenti: "Vergognati, o condottiero libico, di trascorrere tutta la notte nel sonno. Stanno desti coloro che pensano alla guerra. Mentre tu lento indugi in Iberia guarda il mare turbato per le sparse navi e l'itala gioventù che vola tutta sull'onde. Forse ti basta la gloria ed il memorando valore di avere abbattuto la gran mole della Graia Sagunto? Suvvia se ti basta l'animo per forti imprese, vieni svelto con me non ti rivolgere se vuoi vedere vincitore (questo ti dice il Padre degli Dei) le mura dell'alta Roma". Già sembrava che presolo per mano traesse rapidamente lui gioioso nei regni di Saturno quando per un improvviso fragore, per un sibilare di orride lingue che veniva dietro, per l'aria, dimentico del comando del Dio timoroso si rivolge. Ed ecco vede una serpe che sibilando schianta gli alberi dai gioghi, attorciglia con orride spire le querce immense e striscia su greppi fra burroni e sterpaie. Per quanto il celeste serpente striscia ed avvinghia le due stelle ineguali dell'Orsa, tanto apre le fauci, alza il capo e raggiunge i monti nuvolosi. Rintrona per la violenza il cielo irato e rovescia un turbine di pioggia misto a grandine. A tale miracolo quegli trema (poiché non era quello sonno, né la none era alta e la verga del Dio che fa fuggire le tenebre aveva mescolato al sonno la luce) e chiede quale ardua peste sia quella e dove lo portino le membra devastatrici e quali popoli lo attendano. A lui disse il figlio dell'alma Cillene nato nei gelidi antri: "Vedi le guerre dèsiderate. Immense guerre, stragi di boschi, torbide tempeste di cielo, stragi di eroi, rovine per la razza frigia e luttuosi destini. Come il dragone dal dorso squamoso trascina per i campi gli alberi divelti dai monti desolati ed ammorba la terra di atro veleno, così tu discendendo le Alpi superate avvolgerai l'Italia di guerre e con altrettanto fragore atterrerai le tremanti mura delle città". Il Dio così stimolato l'abbandona ed il sonno anche. Gli gronda dalle membra un sudore freddo e tra lo spavento e la gioia rivolge nello mente la visione notturna e le promesse. Per il fausto augurio rinnova i sacrifici a Giove ed a Marte e innanzi tutto placa con un bianco toro sovra degli altari il messaggero Cillenio. Comanda ai suoi che muovano rapidi le insegne ed il campo risuona dei confusi accenti di varie lingue. Dimmi, o Calliopea, quali genti mossero alla fatale impresa e piombarono sul Lazio; e quanta parte dell'Iberia indomita sorse in armi. Di quali torme la Libia raccolse sulla Spiaggia Paretonia, essa che presunse di impadronirsi del supremo potere e mutare governo al mondo. Mai fu veduta tempesta infuriare più fortemente con torbide nuvole né guerra di migliaia di navi strepitò più fortemente e fece tremare il mondo con uguale terrore. I guerrieri della Tiria Cartagine innalzarono per primi le insegne. Agili, veloci e non vanitosi per grandi corporature, inclini all'inganno, mai tardi a tramare occulte frodi. Avevano rozzi scudi e combattevano con corte spade; assuefatti a poche vesti, con i piedi scalzi, erano soliti celare nelle battaglie con la veste rossa il sangue delle ferite. Il loro capo era Magone fratello di Annibale, alto sugli altri di tutto l'elmo rifulgente. Squassa il carro ed armato somiglia al fratello. Vengono dopo i Sidonii le genti di Utica, quella che fu anticamente fondata ancora prima di Birsa. Di poi Aspi che cinse le sue spiagge con mura sicanie come uno scudo con intorno castelli. Ma tutti gli sguardi erano rivolti al comandante Sicheo, figlio di Asdrubale, che aveva succhiato insieme col sangue l'orgoglio avito ed aveva sempre sul labbro con parole di superbia il nome di suo zio Annibale. Quindi i soldati di Berenice e quelli di Barca sempre arida correvano, armati le destre di spuntoni. Anche Cirene, fondata dal nipote di Pelope, spingeva gli infidi Battiadi alla battaglia guidati da Ilerte, che Asdrubale il vecchio, giovine di mente, ma guerriero già fiacco aveva conosciuto un giorno. Inoltre Sabrata e la sarrana Leptis avevano mandato i loro figli ed Ea (1) aveva spedito siculi coloni insieme agli Afri, e Lisso dalle rapide onde aveva spinto gli abitanti di Tingi (2). E Tisso e Vaga (3) amore degli antichi re, e quelli di Rùspina, (4) posta più lontano dai flutti avversi, quelli di Zama e di Tapso (5), ora più fecondo poiché lo bagnò sangue italico. Anteo è il loro condottiero: grande di corpo e d'armi che ha fra i suoi fama di Ercole per il nome e le opere e tutti sovrasta del capo. Calarono gli Etiopi che conoscono il Nilo, abili nel tagliare le pietre magnetiche, ai quali soltanto va l'onore dei metalli per cui traggono il ferro non tocco dalle rocce. Insieme con loro vennero i bruciati Nubiani la cui pelle testimonia l'ardente sole. Essi non hanno elmi di bronzo, non scudi di ferro, non archi: ma cingono le tempie con molteplici fasce di lino e così i fianchi e lanciano frecce avvelenate con empi succhi. Secondo l'uso dei Fenici i Macei si accamparono allora la prima volta. Essi hanno il volto squallido per la gran barba, sulle spalle una setolosa pelle di capro, in mano una ricurva clava. Al braccio sinistro uno scudo di vario colore ed una spada falcata dall'arte degli Adirmachidi (6) ed uno schiniere alla gamba sinistra. Il loro vitto è aspro e parco poiché usano nutrirsi di cibi abbrustoliti nella sabbia. Anche i Massili (7) abitatori degli ultimi boschi dell'Esperia, movevano le fulgide insegne. Innanzi a loro il fiero Bocco dalle lunghe chiome inanellate che aveva visto sulle spiagge le sacre selve fiorenti di frutta d'oro fra le foglie sacre. Anche voi, o popoli Getuli (8), lasciate le antiche capanne correste alle armi, voi usi a vivere tra le fiere, esperti nel trattare con i leoni indomiti e nel placarne le ire feroci. Costoro non hanno case, abitano nei palustri, vanno raminghi per i campi e per loro costume traggono i padri Numi nei loro vagabondaggi. Le torme alipedi volarono alle battaglie a mille a mille sopra cavalli più rapidi dei venti, docili ai morsi come il bracco laconio corre veloce di qua e di là tra le siepi folte cacciando ed assorda intorno con i latrati; come vedi fuggire precipitosi a frotte i cervi spaventati quando l'umbro sagace li svia e li persegue. Li conduce Acherra, fratello di Asbite quella poco anzi uccisa, torvo e mesto nell'aspetto. Le schiere Marmaride, esperte nella medicina, strepitarono. Alle loro voci il serpente dimenticava il veleno e le vipere toccate da loro giacevano miti. Le seguiva la feroce gioventù di Baniura, (9) povera di ferro e contenta di picche indurite su poca fiamma. Ardeva dal desiderio della guerra e sussurrava ferocemente, nel suo linguaggio barbarico. E si muovono i focosi Autololi, agili tanto la vincere nella corsa i cavalli e torrenti infuriati: volano e sul terreno trasvolato non si vede orma di piede. Si schierano a battaglia quelli che si nutrono del succo degli alberi e delle bacche ospitali del loto. I Garamanti che temono i rabbiosi serpenti gonfi di bollente veleno negli ampi deserti di sabbia. E' fama che quando Perseo rapì il capo dell'accecata Gorgone da questo caddero sulla Libia sangue e veleno per cui la terra formicolò di chelidri medusei. Il condottiero di tante genti era Coaste, nato nella nerizia Meninge (10) che andava sempre con armata la destra fulminea di un giavellotto famoso. Si raccolgono quindi quelli che sono sul Nasamone audaci nel trarre dai flutti i resti dei naufragi e togliere al mare le prede; quindi quelli che abitano i profondi stagni della palude tritonide dalle cui onde un giorno (così si racconta) nacque la vergine guerriera che per prima diffuse lo scoperto ulivo nella Libia. Ed i popoli dell'Estremo Occidente: innanzi tutti il Cantabro, uso a patire la fame, il freddo e il caldo, ed a superare ogni rischio. Egli ha uno strano costume, quando la pigra età l'imbianca ecco tronca gli imbelli anni precipitandosi da una rupe e non sopporta la vita senza guerra; nato tra le armi stima vergognoso vivere in pace. E l'Asture sfortunato avversario del Memnone Eoo (11) che fuggendo lontano dai patri fidi era venuto nella parte opposta del mondo, quella bagnata dal pianto dell'aurora. Egli usa piccoli destrieri non avvezzi alla guerra che stringono i passi senza muovere dorso e con agile collo trascinano a corsa i pacifici carri. Il loro capitano è Cidno, cacciatore famoso sulle alte cinte dei Pirenei e lanciatore in guerra di maure frecce. Vengono i Celti che unirono i loro nomi agli Iberi. E’ loro vanto morire in battaglia e delitto cremare gli estinti. Credono che le anime tornino ai Superi se le salme sono ghermite dagli avvoltoi affamati. Mandò la Gallecia (12) ricca la sua gioventù, che indovina per le viscere i fulmini ed i voli, che urla barbari carmi nella lingua paterna ed ora batte col piede alternativamente la terra ed accorda la cetra al giocondo metro dei percossi scudi. Questo è il suo divertimento, questa la sola gioia delle sue feste Ogni altro lavoro lo compie la donna perché è vile per gli uomini arare la terra e seminare. Qualsiasi cosa, all'infuori della dura guerra spetta alla, irrequieta moglie del callaico marito. Viriato è il loro capo e dei Lusitani condotti dalle lontane loro tane. Egli è giovine di nome oscuro cui cresceranno poi fama le sventure italiche. Ed ecco poi pronti in armi i Cerretani,(13) soldati un giorno di Ercole ed i Masconi (14)non usi a portare elmi, e quelli di Ilerda (15) che fu testimone dei furori dardanii ed i Concani che dimostrano per la ferocia di essere figli di Massagete, usi a dissetarsi con il sangue dei loro cavalli. E già muove i Fenissi Ebuso ed Arbaco (16) i suoi guerrieri abili nel combattere con frecce e giavellotti ed i frombolieri delle Baleari cui fu padre Tlepolemo e patria l'Indo; ed i Gravi, chiamati un giorno Grai, che piombarono dalla Etolica Tilde e dall'antico regno di Eneo. Cartagine, fondata dall'antico teucro, manda i suoi uomini, i suoi Emporia (17) la focaica e Tarragona fertile di viti tanto da ceder il vanto dei vini solo al Lazio. Fra costoro splendeva per le lucenti corazze la coorte dei Sedetani che erano venuti dalle fredde onde del Sugro e dalle rocce alte della ubertosa Setabi che disprezza superbamente le tele dell'Arabia e paragona i suoi lini a quelli pelusiaci. Li comanda Mandonio e Cesone, celebre per domare cavalli, e dividono fra loro le fatiche della guerra. Per i campi aperti Balaro sperimenta le ali dei Vettoni (18). Presso costoro quando placida primavera scalda l'aria, il gregge delle cavalle giace conservando taciti giacigli e misteriosamente concepisce dall'aria fecondatrice. Ma la sua vita è breve: e presto invecchia, e non passa nelle stalle oltre la settima estate. Ma non corrono così veloci i cavalli che nutrisce Ussama (19) dalle sarmatiche mura. Questi vennero alla guerra a lungo vigorosi ma impazienti del morso e recalcitranti ai comandi dei cavalieri. I guerrieri armati di palo hanno per condottiero Rindaco, si fanno gli elmi con crani di belve e vivono cacciando o, secondo il costume dei padri, si pascono a forza di rapine. Splendono fra le più chiare insegne quelle di Castulone (20) parnasia e di Ispale nota per il flusso e riflusso dell'Oceano e Nebrissa (21) dai tirsi dionisei che fu abitata dai satiri leggeri e dalla sacra Nebride usa alle segrete orge notturne di Liceo. Arma Carteia (22) il nipote di Argantone che fu re, di tale età che combattendo vide trecento anni. Arma i Tartessi Munda (23) nota ai corsieri di Febo che avrebbero portato all'Italia tessale sventure. Né venne meno alla fama Cordova ricca d'oro i cui guerrieri conducono dalle campagne liete di spiagge il tremendo Araurico ed il biondo Forci che erano della stessa età ed entrambi cresciuti sulle ombrose rive del Beti ricco di ulivi. Il condottiero tirio conduceva queste genti per i campi polverosi e fiero nelle armi andava superbamente squadrando con l'occhio tutte le fulgenti insegne e segnava sul suolo una lunga ombra. Non altrimenti Nettuno quante volte corre per il mare con i frenati cavalli dirigendosi alle stanze di Febo nella parte estrema del mare ecco che sorge dagli antri il coro delle Nereidi a gareggiare nuotando ed agitando le candide braccia nelle chiare onde. Rotta ormai la pace del mondo il condottiero si affretta alle boscose montagne dei Pirenei. Dall'alto delle loro cime nuvolose i Pirenei guardano verso gli Iberi e dall'altro lato i Celti. Ebbero nome dalla vergine Bebricia per colpa dell'ospite Alcide che, portato dal destino delle sue imprese nelle contrade lontane dal tricorporeo Gerione ebbro di vino nella casa del Bebricio lasciò la misera Pirene non più vergine. Così, se lo si deve credere, un Dio di sventura fu la causa della morte della misera. Essa si sgravò di un serpe e temendo le ire paterne fuggì spaventata dalla casa e sola per gli antri deserti piangeva l'infausta notte e confidava ai boschi le promesse di Alcide e mentre si lamentava piangendo dell'ingrato amante e con le braccia tese invocava invano le armi dell'ospite, le fiere la sbranarono. Quando il Tirintio ritornò vincitore bagnò di pianto le lacere membra e come pazzo impallidì scorgendo il volto della diletta vergine. Percossi dall'erculea voce tremarono i gioghi dei monti. Egli con mesto grido chiamava -Pirene!- Le rocce tutte e gli antri delle belve risposero: -Pirene!- Quindi compose nella tomba le membra e piangendo le disse l'ultimo addio. Né mai col volger degli anni essa fu dimenticata ed i monti conservano per i secoli il compianto nome. Annibale per colli ed abetaie folte aveva passato i confini della reggia Bebricia. Quindi apertasi la via non le armi andava devastando le campagne inospitali dei Volcari e si affrettava alle sponde minacciose del rigonfio Rodano. Il fiume discende dai greppi nevosi delle Alpi; bagna i Celti ed ingrossatosi s'inoltra per le campagne con i gorghi spumeggianti e, rapido, furente, si precipita nel mare dall'ampio letto L'Arare che scorre tacito e tardo così che sembra stagnare, quando si mesce al Rodano travolto dalle onde infuriate è ingoiato, e sospinto e perde il nome lungo i campi che inonda Subito si gettano nel fiume insofferente di ponti e portano alte sopra la testa, per salvarle dalle acque, le armi gareggiando do tra loro nel tagliare i gorghi con le forti braccia. I cavalli, che erano legati all'altra riva, passano sopra barche né il timore fa indugiare gli elefanti: per traghettarli si calano nei guadi le zattere e si coprono di terra ed a poco a poco sciolti i legami che le tengono legato alla sponda vengono fatte passare. Il Rodano feroce si impaurì al frastuono delle moli giganti che scendevano ed agitò muggendo terribilmente le onde sin nel profondo. Di qui l'esercito si svolge ai confini dei Tricastini e si avvia per le campagne pianeggianti dei Voconzii. Colà la Druenza, torbida di tronchi e di sassi gli rese difficile il cammino poiché scendendo precipite dalle Alpi trae con le onde rumoreggianti alberi divelti e rocce franate e porta le sue onde ingannatrici di qua e di là muggendo malsicura per i pedoni e per grosse navi. Allora gonfia per le recenti piogge travolse tra i vortici turbinosi molti guerrieri e li sospinse miseramente a fondo laceri e deformi Ma il terrore con il ricordo delle sofferenze patite cede alla vista delle vicine Alpi. Ghiaccio eterno avvolge tutto, tutto copre bianca grandine. S'innalza il volto aspro di gelo dell'etereo monte. E sebbene posto di fronte al sole nascente non sa sciogliere ai caldi raggi le dure nevi. Quanto dalla superficie della terra ai più profondi lividi stagni ed alle più profonde ombre s’inabissa la voragine dello smorto regno di Tartaro, tanto si innalza la terra nell'aria e tocca il cielo. Qui non si vede mai fiore di primavera o frutto estivo l’inverno solo domina perennemente quegli orridi gioghi e vi raduna da ogni parte nubi, grandine e bufere. Qui posero la loro sede i venti impetuosi e gli uragani; la vista confusa non scorge le altissime rocce che si perdono tra le nuvole. Il Tauro aggiunto all'Alto ed il Rodope sovrapposto al Mimanto ed il Pelio all'Ossa né il Lotri all'Emo giungerebbero lassù. Ercole giunse per primo ai vertici non tocchi ed i Numi lo videro fendere le nubi, superare le alture e vincere le grandi rupi che sin dalla lontana origine dei secoli nessun passo aveva, battuto. A tale vista le schiere si fermarono dubitose quasi non volendo portare -guerra a quei sacri limiti posti dalla natura e dagli Dei. Ma né le Alpi né l'orrore del luogo aspro impauriscono H condottiero che rinfranca gli animi turbati dall'orrendo spettacolo e li incoraggia con tali parole: " Non vi vergognate dopo che l’onore della guerra e la fortuita favorevole vi ha stancato, di volgere le spalle a montagne nevose e darvi per vinti innanzi alle rupi? Ora o compagni, credetelo, ora noi saliamo le mura di Roma signora e il colle sacro a Giove. Questa è La fatica che ci darà in catene il Tevere e l'Italia " Senza alcun indugio si trae dietro per il monte l'esercito commosso per le larghe promesse e gli comanda di aprire una nuova vizi dove il luogo è più aspro. S'inerpica per varchi inaccessibili, valica per il primo la sommità delle rocce e dall'alto delle rupi chiama le coorti. E dove il ghiaccio rende sdrucciolevole il cammino egli si puntella con la spada. La neve ancor molle in. ghiotte molti uomini e cadendo dalle altissime cinte ne travolge altri nelle fredde rovine. Coro talora infuriando di fronte getta loro in faccia folto nevischio oppure con improvviso schianto stridendo toglie le armi ai soldati, le avvolge nel turbine e le rotea fra le nubi. Quanto più salgono i gioghi inerpicandosi e anelando per raggiungere la vetta, tanto più cresce la fatica. Raggiunta una cima se ne innalza di fronte alle stanche genti un'altra, né è per loro conforto il guardare indietro i passi valicati con tanto stento gli sguardi si smarriscono in quella sterminata e sempre uguale visione, che dovunque giunge la vista non discerne altro che nevi. Come il navigante che ha abbandonato la dolce terra, quando in mezzo al mare le vele senza vento pendono morte dall'albero sicuro, guarda l'immensa distesa delle acque e distoglie lo sguardo stanco per il lampeggiar delle onde mirando il cielo. E già oltre le sciagure e le difficoltà dei luoghi ecco sbucano dalle caverne, col crine irto, squallidi nell'aspetto, selvaggi volti: una torma alpestre che uscita dagli antri scavati nelle corrose rupi rapida oltrepassa varchi inaccessi e lievi e ghiacci e cespugli e scorrendo ovunque molesta colle sue corse il nemico rinchiuso tra. i monti. Ecco che cambia l'aspetto del luogo. Le lievi sparse di molto sangue rosseggiano e per il tepore, del sangue a. poco a poco si liquefà il ghiaccio Mentre il corsiero calca le orme con il corneo zoccolo le unghie gli si sprofondano nei ghiacci rotti e cade, né è solo la caduta che lascia sui ghiacci le membra rotte e gli ani morti per l'aspro freddo. Dopo dodici giorni ed altrettante noni, crudeli per le ferite raggiungono la cima desiderata e piantano le tende fra le rupi scoscese. Frattanto Venere presa da timore si rivolge al Padre, e mesta così gli parla: " Quando avranno fine, ohimè, le sventure degli Eneadi? Quando dopo tanto vagare per terre e per mari darai loro stabili sedi? E perché permetti che il fenicio si appresti a scacciare i mie nipoti dalla città che gli concedesti? Egli portò la Libia sopra le Alpi ed ora minaccia l'impero di rovina e Roma già teme la fine di Sagunto. O Padre, dai sicuro asilo a quelli che portarono le estreme ceneri di Troia e le reliquie di Assaraco ed i segreti fuochi di Vesta. E' forse poco aver cercato un ricovero errando per il mondo? O che in Roma schiava si ripeterà l'eccidio di Pergamo? ". Così Venere ed a lei il Padre rispose: " Non temere o Citerea, non turbarti dei vani tentativi della gente tiria: tengono ed a lungo terranno le rocche tarpee le genti del tuo sangue. Preparo così grande guerra per ammirare gli eroi e per misurare il loro valore; poiché la gente usa a sopportare e lieta nel superare le fatiche a poco a poco si disavvezzò dall'antica virtù dei padri e quel popolo latino, disceso da noi, sempre prodigo di sangue e desideroso di fama, ozia oscuramente in pace, trascorrendo gli anni muti ed ingloriosi, e con dolce veleno invecchia progressivamente nell'accidia. Impresa faticosa che richiede enormi fatiche è l'acquistarsi da solo il regno fra tanti popoli. E verrà il giorno in cui Roma sarà arbitra del mondo, divenuta ancor più nobile per le sue sventure. Ed ecco che nomi non indegni riferiranno le imprese al nostro seggio: Paolo, Fabio, Marcello, che grato mi offrirà opime spoglie. Costoro renderanno così grande il regno dei Latini con le loro ferite che le vili anime e la lussuria dei tardi nipoti non riusciranno a rovinarlo. E' già nato quegli che scaccerà dalla patria il fenicio e respintolo dal Lazio gli toglierà le armi dinanzi le mura della sua Cartagine. Da quel giorno, o Citerea, per lunghi anni regneranno i tuoi ed il valore innalzerà alle stelle i celesti Curi nota26 ed aggiungerà il suo nome a quello dei sacri Giulii una gente guerriera nutrita dell'ulivo sabino. Ed uno di questi vincerà i Caledoni, costringerà nelle sue rive il Reno, reggerà l"ignota Tule e condurrà per primo, le schiere noi boschi degli Afri che non hanno posa e vecchio domerà colla guerra la palmifera Idumea. Quegli non andrà al lago Stigio, nei regni privi di luce, ma avrà i nostri stessi onori ed un seggio tra i Superi. Ed un giovine grande per forza di mente continuerà l'opera del padre ed alta la fronte sarà pari all'impero. Questi nella sua gioventù distruggerà con guerre crudeli le genti di Palestina. Ma tu supererai le imprese dei tuoi, o Germanico, e sin da fanciullo impaurirai i Batavi dai biondi capelli, né il fuoco dell'alto Tarpeo ti spaventerà: tra le sacrileghe fiamme sarai conservato al mondo in cui rimarrai per lunghi anni. A lui un giorno la gioventù del Gange cederà gli archi non tesi ed il Battro la faretra vuota. Egli porterà il suo carro nell'Urbe dal nord ed avrà trionfi Eoi che oscureranno quelli di Bacco. E corso l'Istro debellerà nei loro covili quei Sarmati che disprezzano i vessilli italici. E le Muse gli saranno care e più potente. del poeta per cui si mosse il Rodope e si arrestarono i flutti dell'Ebro, canterà così da far stupire Apollo. Là sulla rupe Tarpea dove vedi la nostra antica reggia egli innalzerà l'aureo Campidoglio e le cime dei templi toccheranno il nostro cielo. Allora, o figlio di Dei, padre di Dei, reggerai le terre beate con paterno governo ed a tarda vecchiaia ritornerai al cielo e ti concederà Quirino un seggio e sarai tra il padre e il fratello presso il figlio tuo dalla stellata fronte ". Mentre Giove svela gli eventi che saranno, il duce agenoreo va balzando sopra ripide rupi e cespugli nevosi premendo il passo incerto e faticoso giù per la china. Non schiere nemiche ritardano i Libi, ma spaventose rupi e rocce scoscese ed aspre vie che hanno dinnanzi. Né possono con il sonno riposare le stanche membra e la notte si aggiunge alla fatica. Si caricano le spalle di rovi strappati e di orni e, quando hanno spogliato il monte dai folti alberi, raccolgono un mucchio di travi, che acceso intorno da rapide fiamme brucia le rocce. La fradicia mole rotta dal ferro geme e si spacca e schiude agli stanchi i regni dell'antico Latino. Varcate dopo tanti eventi le Alpi infine il condottiero si attenda nelle campagne di Torino. Frattanto Bostari tutto gioioso portava i vaticini di Giove dall'arenosa Garamanto ed accendeva il loro animo come se avesse visto il Tonante: " O gran Belide che liberi dalla servitù, con la invitta destra, le mura della patria, penetrammo nei templi di Libia. Le Sirti che spruzzano perfino le stelle, ci spinsero fino al cielo e più violenta del mare profondo la terra per poco non ci inghiottì. Aridi si stendono dal mezzogiorno al tramonto e da essi il cielo non largì alcuna altura tranne quelle che il turbine, che porta rapina fra le nubi onde ammassa con la sabbia. Come se Africo evaso dal carcere, ed Austro sollevando, e turbando le terre e le onde si scagliassero furibondi in lotta per i campi immensi innalzando a gara monti e monti ondeggianti di sabbia. Uscimmo alfine da quei valloni con lo sguardo fisso alle stelle perché il giorno impedisce ogni viaggio e il passeggero che erra per quei profondissimi deserti in mezzo alle continue arene è guidato dalla Cinasura, scorta fedelissima ai naviganti libici. E quando stanchi giungemmo ai boschi, regno del cornigero Giove, ed al fulgente tempio, Arisba ci accolse ospitale nel sacro luogo. Presso il tempio si trova, e bisogna ricordarlo, un'acqua strana, che cade sempre tiepida allo spuntar del giorno, fredda quando il sole a metà del suo corso arroventa il cielo bollente nel mezzo della notte. Quindi il vegliardo ci mostrò i campi fertili che non conoscono aratro e le grotte piene del Nume e con volto sereno ci disse: “Bostar, ti siano propizie le ombre di queste selve, questi alti alberi, questi boschi dimora di Giove. Chi è che non conosce la storia delle due colombe che erano in Tebe donate da Giove? Una delle due volò verso le spiagge Caonie ed empì di profetico mormorio i boschi di Dodona. L'altra mosse le nere piume di uguale colore sopra il mare Carpazio e giunse nella Libia e si fermò in questo tempio, sacro a Citerea. E qui dove mirabile a dirsi vedi tra le ombre del bosco l'altare la colomba si posò tra le corna di un montone eletto e diede ai popoli marmarici i responsi. Subito la terra si rivestì di antichissimi alberi e le querce sorsero giganti quali oggi sono. Da quel giorno l'albero accoglie il nume con l'antico sacro orrore, e sugli altari sono gli onori dei sacrifici ". " Eravamo intenti a queste parole quando, scosse improvvisamente, le porte stridettero, si aprirono ed una luce più viva ci colpì. Innanzi agli altri splendeva il sacerdote nella candida veste, intorno aveva raccolto il popolo. Non appena profferii le domande ecco d'un subito che il Dio entrò nel vate: tutto il bosco rimbomba di alti suoni, le querce si urtano una con l'altra e una voce formidabile risuona nell'aria: " Al Lazio, o Libi, correte al Lazio, distruggete con la guerra i figli di Assaraco. Vedo le lotte aspre e già sul carro sale trucemente il Gradivo, e gli ardenti corridori volti all'Italia spirano sangue e le redini sono rosse di sangue. Tu che desideri sapere gli eventi delle battaglie e l'ultimo destino e ti appresti fieramente alla difficile opera, invadi i campi Iapigi del condottiero Etolio e la gloria dei tuoi risplenderà più chiara. Nessuno potrà ferire con più crudele ferita l'itala gente: ché vinta da te e piena di spavento sarà tutta l'Ausonia e non avrà mai pace finché tu sarai vivo ". Bostari portava questi responsi ai soldati lieti ed accendeva in loro il desiderio di subita battaglia.

IV - La notizia che le alte e nuvolose cime dei monti minaccianti il cielo erano state superate e che le vie inaccessibili erano state percorse dai Libi e che Annibale era disceso al piano vantandosi di aver superato le imprese di Ercole, corre per le turbate città dell'Ausonia e correndo si accresce e più veloce del volo di Euro terrificante assorda le rocche attonite. Il timore della plebe pronta ad accrescere il vero, aggiunge sempre più cose alle notizie che ode. Il pensiero della guerra domina tutte le menti e l'improvviso clamore di Marte strepita per tutta l'Ausonia destando armi e guerrieri. Si rinnovano le lance ed il ferro splende deterso dalla ruggine e le piume nivee riposte tornano a decorare gli elmi e si rinnovano le cinghie alle aste. Si innalzano fornaci per ritemprare le scuri e rinterzare di più colpi con salde maglie le corazze, impenetrabile difesa ai petti. Ovunque ferve il lavorìo degli archi e si domano a sferzate i puledri e si fan correre e si affilano spade. Pronte braccia restaurano le mura ormai cadenti per l'ingiuria dei secoli, ammucchiano sassi ed innalzano nuove torri in luogo di quelle dirute da lunghi anni. Si armano le rocche di lance e nelle boscaglie si preparano steccati e forti sbarre per le porte mentre intorno si scavano a gara le fosse. Il timore urge, maestro infaticabile, tutte le cose e si diffonde per le vaste campagne. Abbandonano le case e come forsennati portano in collo le madri, trascinando in ultimo i vecchi decrepiti e le spose con le chiome sciolte corrono innanzi traendosi a destra ed a sinistra disordinatamente i figli. Così la plebe è trascinata dal timore che si crea da se stessa. Anche il Senato dinanzi all'impresa immane per cui furono varcate le Alpi che mai non fallirono è preso da sgomento, ma tuttavia innalza contro le avversità la sua grande anima. E' bene andare incontro ai pericoli e unire il proprio nome ai fatti memorandi come non fu mai concesso dalla fortuna. Frattanto il libico condottiero ricrea le sue schiere stanche e intorpidite da così lungo cammino entro gli accampamenti. Per consolarle mostra loro che la via all'Urbe si stende tra i campi e Roma è ad un tiro di lancia. Ma non tralascia di pensare alle cose di guerra ed egli solo non si concede riposo. Nei tempi antichi un popolo bellicoso superò i confini dell'Ausonia e penetrò nelle placide dimore e la sua spada fu di spavento per tutti ed anche i Quiriti vinti ed il Padre Tarpeio ne sentirono le empie ferite. Mentre il libico condottiero sollecita con doni queste genti mutevoli ed infide e le unisce alle sue schiere ecco che il console Scipione ritornando dai Focei lidi approda con il veliero. Il prossimo pericolo chiama ai valli l'uno contro l'altro i due gran condottieri che hanno superato così gravi stenti in guerra ed in mare a preludio di sanguinose battaglie. All'apparire di Scipione il fato rompe gli indugi e le coorti infiammate chiedono il segnale della strage: ed Annibale grida a gran voce in mezzo alle folte schiere che gli Iberi furono sterminati, che Pirene ed il feroce Rodano sono ligi ai suoi comandi e che la rutula Sagunto fu incendiata e le torme dei Fenici passarono rapide attraverso i Celti ed armate superarono i valichi dove il figlio di Anfitrione era giunto a stento: che i cavalieri caracollarono sopra le rocce scoscese e risuonarono le Alpi dei nitriti. Dall'altra parte il console incoraggia alla bella impresa: "Soldati, avete di fronte un nemico rotto dalle rocce nevose, arso dai geli, intorpidito così che si trascina a stento. Sappia colui che attraversò le sacre Alpi e le profonde vallate, che le nostre trincee si innalzano ben più alte della rocca erculea e che è meno faticoso salire le montagne che rompere le nostre file serrate. Si compiaccia pure di vane follie se sconfitto in battaglia tornerà là donde venne, le Alpi si ergeranno contro la sua fuga precipitosa. I Numi lo trassero qua attraverso le alte cime dei monti perché bagni con il suo sangue i campi Istini e la sua cenere giaccia in paese nemico. Ora vedremo se è una seconda e nuova Cartagine che combatte o se è quella stessa che, sommersa nel mare tra le Egadi, giace inabissata sotto le onde". Così parla e volge l'esercito alle sponde del Ticino. Ha questo fiume cerule acque che stagnano chiare nei guadi e non si turbano mai e volge la sua corrente verde e splendida così lentamente da sembrare immoto. L'ombra delle sue rive ed il mormorare dell'acqua nei gorghi tra il canto arguto degli uccelli invita al sonno. Fugate le ombre della notte la luce era sorta ed il sonno aveva compiuto il suo tempo. Il console si prepara ad esplorare il luogo e dall'alto gli un colle studia la natura dei campi. Uguale desiderio ed ugual pensiero agita il Fenicio ed entrambi con una squadriglia gli cavalieri si avanzano. Non appena il nuvolo della polvere svela l'avanzarsi del nemico gli squilli delle trombe coprono lo scalpitio e il nitrito dei cavalli sbuffanti. "All'armi, soldati, all'armi!" gridano ambedue i condottieri, entrambi ardenti di valore, portati soltanto dal desiderio di battaglie, di stragi e di trionfi. Non v'è indugio: già un esercito è distante dall'altro un tiro di lancia quando ecco, improvvisamente nell'aria limpida e sgombra da ogni nuvola un augurio cui si rivolgono tutti con l'occhio e con la mente. Uno sparviero volando da mezzogiorno calava furioso sugli uccelli cari a Venere e sacri a Dione con il becco e gli artigli, ed a colpi d'ala ne aveva abbattuti quindici e non ancora sazio ed avido di nuovo sangue si avventava su di un'altra colomba tutta tremante per lo scempio recente ed incerta nella fuga poiché le ali le fallivano, quando improvvisamente l'uccello di Giove scendendo dal nido solare lo costrinse a fuggire. L'aquila volse quindi il volo vittorioso verso le insegne latine e come fu sopra al figlio del condottiero, al giovane Scipione che squassa con il braccio le sue armi leggiadre, gridò rauca tre volte e scalfito col rostro l'elmo rutilante fece ritorno in cielo. Ligeri esperto nell'interpretare gli ammonimenti dei Superi e nel leggere nel volo degli uccelli esclama: "O Fenicio, simile all'audace sparviero inseguirai per sedici anni le genti nelle terre della nostra Italia ed andrai superbo di stragi e di infinite prede, ma trattieni le minacce: ecco l'uccello di Giove che ti vieta il regno sui Daunii. Ti riconosco, o sommo Dio, soccorri e conferma il presagio della tua aquila; che, qualora essa non menta con un volo inutile il pensiero divino, io vedo, o Padre, il giovane cui tu serbi la strage della vinta Africa ed il cui nome è più grande di tutta Cartagine". Bogo al contrario canta lieti presagi al Fenicio e vede nello sparviero la vittoria e nella strage delle colombe la rovina dei figli di Venere e di Enea. E così dicendo, come se lo spingesse un Dio o fosse conscio del destino, getta la prima lancia contro i nemici. Essa volò a lungo per l'aperto campo e per la troppa distanza sarebbe stata vana se Cato desiderando l'onore del primo scontro non le fosse corso incontro galoppando. Così la lancia che stava quasi per cadere tremando, ebbe modo di ferire l'avversario per causa di lui stesso e gli si conficcò tra le tempie. Si scontrarono le schiere e con grande frastuono tutti trattengono con le briglie i cavalli che retrocedono. E vanno con grande impeto saltando, ma leggeri così che segnano appena le impronte nella polvere. La schiera agile dei Boi con la sua grande corporatura urta per prima le file italiche, comandata da Crisso. Costui, che si diceva discendente di Brenno, era superbo dei suoi avi e vantava perfino a sua gloria l'aver preso il Campidoglio. Quell'insensato portava scolpita sullo scudo la rupe Tarpea e sulla sacra cima si vedevano i Celti che pesavano l'oro. Intorno al bianco collo gli splendeva un aureo monile e le vesti e le maniche aveva ricamate d'oro e di uguale metallo scintillavano le creste dell'elmo. La prima falange dei Camerti percossa dall'urto è abbattuta e le onde dei Boi irrompono tra folte schiere. Ingrossano la falange i perversi Semoni. I cavalli urtano col petto le genti che rotolano sfracellate per la vasta campagna. I campi s'inondano di largo sangue d'uomini e di cavalli e scompaiono le sudice orme dei combattenti. Il pesante zoccolo dei corridori scalpita sui moribondi e li finisce e correndo intorno solleva spuma orrida di sangue e le armi degli infelici rosseggiano del loro stesso sangue. Primo tu, o giovine Tirreno, muori ed arrossi morendo le armi vincitrici del superbo Peloro. Il tuo corno era di stimolo ai combattenti e con la possa del suo suono accendevi il desiderio della battaglia quando la freccia lanciata dalla mano di un barbaro ti colpì nella gola anelante ed il rauco suono fu soffocato dalla ferita mortale. Il labbro era muto e l'ultimo respiro del moribondo gorgogliava ancora nella ricurva tromba. Uno dopo l’altro Crisso feriva Lauro e Picente: trapassò Lauro con la spada e diede morte a Picente con la ben levigata lancia raccolta sulle rive del Po. Mentre Picente girando a sinistra voleva coglierlo alla sprovvista, l'asta di Crisso lo colpì al fianco trapassando insieme la pancia anelante del cavallo, e fuggì arrecando doppia e crudele morte Quindi strappa dalla nuca di Venulo una freccia sanguinosa e con quella ancora tiepida uccide Farfaro ed anche te, o Tullo, che eri cresciuto lungo il freddo Velino e se il destino non ti avesse colpito così presto, o se Cartagine avesse serbato fede ai patti, avresti avuto nome memorabile e saresti stato splendida gloria dell'Ausonia. Caddero Remolo ed i Magi tiburtini, nomi che un giorno furono celebri in guerra e Metauro di Spello e Clanio colpiti da frecce lanciate a caso. I Fenici non hanno modo di avanzare a combattere, perché i Celti furibondi occupano tutto il campo e non lanciano freccia che non raggiunga la meta; ognuna si conficca nei corpi. Fra i trepidanti vi è Quirinio, immane, che non conosce la fuga ed imperturbato desidera che la morte lo colga in fronte. Sprona il cavallo e lancia col braccio a destra ed a sinistra dardi tentando di aprirsi un varco tra la folla fino al condottiero. Certo di morire cerca con ardore disperato una gloria che non gli è dato godere. Coglie all'inguine Teutalo alla cui caduta la terra è scossa per il gran peso, ed uccide Sarmente che aveva consacrato in voto a te, o Marte - se fosse uscito vincitore- le bionde trecce che sembravano d'oro ed il nastro rutilante che le stringeva. Ma le Parche non udirono il suo voto e lo trascinarono all'Averno con le chiome intonse. Il sangue scorre fumando per le sue bianche membra ed arrossa il terreno. Ma Ligauno non si intimorisce per il dardo che gli vola incontro e balzando affronta Quirinio, e roteando la spada lo ferisce dove il braccio è unito con lenti nervi alla spalla. Il braccio sinistro è reciso dal colpo, la mano sinistra a poco a poco pende dalle briglie abbandonate e mentre tenta tremante di stringerle sembra che le regga come prima. Quindi Vogeso tronca il collo al romano ed appeso alla criniera l'elmo con la testa mozzata saluta gli Dei con le patrie grida. Mentre le falangi galliche fanno strage per il campo il console chiama dalle trincee i suoi soldati e li conduce in fretta a battaglia. Alto in groppa al bianco corsiero si lancia per primo contro i nemici e dietro di lui il fiore della gioventù d'Italia. I migliori di Cora e di Laurento, i Marzi e gli arcieri sabelli e di Todi che adorano sull'alta vetta Marte ed i Falisci che usano vestirsi del patrio lino ed i Catilli nati sui fruttiferi campi che l'Aniene lambisce mormorando presso le mura di Ercole e quelli che le campagne nuvolose di Cassino e le rupi Erniche bagnate dalle fredde acque mandavano alla guerra. Andavano i figli della superba terra alla battaglia condannati dai Superi a non ritornare mai più: Scipione lancia il cavallo là dove la battaglia sembra un vortice che ingoia le schiere ed irritato dalla strage dei suoi immola alle ombre dei caduti Labaro, Pado, Cauno e Breuco trafitto da cento colpi e Laro che strabuzzando gli occhi aveva l'aspetto di Medusa. Colpisce anche te, o pugnace Lepontice, il triste fato; mentre afferri le redini e ti spingi innanzi ferocemente, alto in piedi quanto Scipione a cavallo, il grave acciaio ti scende in mezzo alla fronte e declini sugli omeri il capo diviso in due parti. Bato che voleva scioccamente difendersi con lo scudo dai balzi del cavallo del condottiero è abbattuto da un calcio sulla fulva arena e muore fracassato e deformato dallo scalpitare accorrente. L'italico condottiero infuria per le turbate campagne come un turbine dacio che innalza, sin dal profondo, vincitore tutto il mare Icaro, mentre i marinai ed i rottami dei navigli fracassati galleggiano sballottati dalle vaste onde e le Cicladi biancheggiano di spuma; Crisso vedendosi alle strette dispera ormai di fuggire ed arma il suo cuore di disprezzo per la morte. L'orrida barba gli rosseggia di macchie di sangue ed ha la bocca spalancata per la rabbia ed i capelli bruttati di polvere. Assale Tario che combatte vicino a Scipione e lo incalza con le armi. Lo coglie al fianco con la lancia e lo rovescia; una gamba gli si impiglia nelle staffe ed il cavallo spaventato lo trascina penzoloni. Il sangue che cola segna una lunga striscia per la campagna e la punta della lancia tremante solca la polvere. Scipione lodando la morte dell'eroe si prepara a vendicarne l'ombra generosa. Ecco, mille voci urlano, poiché si appressa Crisso che egli non conosce. L'ira divampa violenta ed egli fissa con avidi sguardi il nemico desiderato e carezza il collo del suo cavallo animandolo e gli dice: "Fino ad ora non avemmo che battaglie volgari, adesso, o Gargano, gli Dei ti chiamano a maggiori imprese. Guarda come quel Crisso va superbo, va ed avrai in premio quella gualdrappa fiammeggiante di cui il barbaro si fregia e ti prometto in dono anche il morso d'oro di lui!". Quindi gridando sfida Crisso a singolare tenzone e quello acceso di uguale ira non rifiuta. Le schiere ad un cenno indietreggiano a destra ed a sinistra, lasciando in mezzo libero il campo. Crisso sembra Mimante, il figlio della terra, quale apparve sui campi Flegrei e si armò alla rivolta e fu terrore del cielo; gli escono dal petto rantoli di belva e più si adira più leva tremendi ululi: "Non rimane dunque nella città che fu arsa e depredata anima viva che ti dicesse qual è la forza di cui si armano i figli di Brenno? Ebbene ora apprenderai!". Così disse e gli lanciò contro una trave temperata al fuoco e nocchieruta che avrebbe potuto sfondare le porte di una città. Fischia terribilmente ma lanciata con troppo impeto va oltre il campo, di là dal vicino nemico. Ed allora Scipione gli dice: "Ricordati di narrare alle ombre ed al tuo bisavolo che sei caduto ben lontano dalla rupe Tarpea e che non ti fu concesso neppure di mirare la cima del sacro Campidoglio”. Quindi galoppando avventa la lancia spingendola a forza contro la gran mole dell'eroe. Essa entra  nelle pieghe delle molte vesti e passa la corazza di cuoio che è sotto e si conficca con tutta la punta nel profondo petto. Le pesanti armi scrosciano cadendo sul terreno come il masso che sulle rive del Tirreno lotta colle onde e le occulte procelle e precipita dall'alto con grande frastuono in fondo al mare mentre mugghia Nereo e le onde si aprono per il tonfo e gli si rinchiudono sopra con ira. Ucciso il condottiero che era sola speranza ed unico loro ardimento i Celti fuggono. Come il cacciatore, quando in vetta al Picano esplora i boschi ed affumica le nascoste tane e le fiamme a poco a poco alimentano il fuoco che arde e fuma con nera caligine, in alto roteando in dense nubi e poi si innalza ed in un attimo il monte sfolgora da ogni parte, intorno tutto crepita e le fiere e gli uccelli fuggono, e le lontane giovenche nella vallata tremano di paura. Magone quando vede in fuga i Celti, fallito il loro primo assalto, il solo di cui stima capace questa gente, chiama a battaglia le coorti ed i cavalieri della sua patria. Da ogni parte avanzano, cavalli frenati e senza freno, ed ora sono gli Italiani che rivolgono le briglie ed indietreggiano, ora sono i Libi che retrocedono per paura: quelli girando a destra, gli altri a sinistra ora si stringono con alternati galoppi in sol gruppo, ora si sciolgono con abile fuga. In uguale modo quando i venti si urtano, Africo respinge il mare e Borea lo risospinge e quindi con raffiche alternate fan correre a gara le ondate. Il condottiero sidonio si avanza splendente di oro e di porpora e la Paura, il Furore e lo Spavento lo accompagnano. Non appena agita la superficie lucente dello scudo callaico e colpisce il campo con lo scintillio abbagliante, tutte le schiere trepidano e fugge da loro la speranza, l'ardire e la vergogna di volgere le spalle; non si curano più di morire gloriosamente, sognano solo fughe e desiderano che un baratro le inghiotta. Come quando una tigre sbuca veloce dalle giogaie del Caucaso, il gregge corre dagli aperti campi, impaurito dall'aspetto furibondo, nei più vicini ricoveri. La belva dominatrice erra per le valli deserte e contorcendo il muso mostra a poco a poco le zanne che sembra maciullino la preda e si esercita alla strage non le fauci spalancate. Né Metabo, né l'alto Ufente sfuggirono al condottiero sebbene uno avesse ali ai piedi e l'altro spingesse il cavallo a tutta corsa. Una lancia di frassino lucente spinse il primo all'Orco e l'altro con le gambe rotte cadde e morì di spada e con la vita perdette la gloria degli agili piedi. E morirono Stenio e Lauro e Collino cresciuto sui freddi argini e nelle verdi grotte del Fucino ed abile nel traversare a nuoto il lago. Gli fu compagno nella morte per un colpo di lancia Massico che era nato dalla sacra vetta fertile di vigneti, e s'era nutrito alle tranquille fonti del Liri che celando il suo corso s'ingrossa per le piogge e rasenta le silenti rive con le splendenti acque. La strage infierisce e le armi non bastano all’ira, gli scudi cozzano contro di scudi, i piedi calpestano i piedi e sopra le fronti gli elmi ostili ondeggiando urtano gli elmi. Tre fratelli gemelli combattono aspramente nelle prime file. La sidonia Barca sposa feconda dell'edeo Xantippo, li aveva partoriti in mezzo alle armi. Inorgoglivano i cuori dei giovinetti al ricordo delle Graie imprese condotte dal loro padre, dal glorioso nome di Amicla, e le catene di cui un giorno fu da Sparta avvinto il collo di Regolo e le altre antiche lodi. Figli di Sparta e di Xantippo ardevano tutti di provarsi in guerra e desideravano di vedere i gelati vertici del Taigeto e pensavano di tuffarsi, a guerra finita, nel paterno Eurota ed apprendere gli usi di Licurgo. Ma un Nume impedì loro di entrare a Sparta, un Nume e tre fratelli italiani, usciti dalle mura della spietata Ariccia e dalle altissime selve di Egeria. Erano pari nelle armi e nel coraggio, ma l'implacabile Cloto non permise loro nemmeno di vedere il lago e l'altare di Diana. Avvolti nel turbine della mischia affrontarono Crizia, Eumaco e Xantippo che portava lieto il nome del padre. Come i leoni si avventano contro i leoni a furibonda pugna e le campagne arenose e gli abituri rimbombano di lontano dei ruggiti affamati ed i Mori fuggendo precipitosamente nei più segreti antri si celano tra le rupi e la sposa africana appende i figliuoli alle tumide poppe per quietarne i vagiti, mentre le fiere sbuffano orribilmente e le ossa stritolate crocchiano nelle bocche sanguinose e le carni palpitando lottano con i fieri denti, così i tre figli dell'Egeria si lanciarono alla battaglia: l'animoso Virbio e Capi ed Albano pari in armi. Crizia chinandosi atterra Albano trapassandogli il ventre e l'infelice cadendo versa i visceri nel concavo scudo. Quindi Eumaco assalta Capi che teneva con tutta forza lo scudo come incatenato alle membra ma il tremendo acciaio con un solo colpo taglia con la cinghia la mano sinistra che sebbene mozzata non cede, e cade a terra stretta miseramente allo scudo. Morti quei due non restava che Virbio per l'ultima vittoria. Questi fingendosi pauroso fugge e così uccide con la spada Xantippo e con la lancia Eumaco. La doppia morte rese pari la battaglia ed i superstiti trapassandosi a vicenda il petto con la spada posero fine con la vita alla lotta sanguinosa. Felici voi che moriste uniti dall'amore della patria! Fratelli simili a voi saranno sempre desiderati nei secoli e la vostra gloria non si oscurerà mai se questi miei versi vincendo l'oblio giungeranno ai più tardi posteri ed Apollo non mi negherà le sue grazie. Scipione, per quanto può, trattiene con la voce i soldati sgominati per la campagna gridando: "Dove andate con quelle insegne? Quale timore vi toglie a voi stessi? Se tanto vi spaventa il pericolo e non avete coraggio di combattere tra i primi rimanete dietro di me spettatori, ma senza paura. Questi nemici, o soldati, sono figli dei nostri schiavi e voi fuggite? E dove? E una volta vinti in che sperate? nelle Alpi? Roma coronata dalle sue mura turrite, Roma stessa tende qui a voi le supplici palme. Già vedo i nostri figli rapiti per le vie e scannati i nostri vecchi, ed estinti col sangue i fuochi di Vesta. Stia lontano da noi tanta vergogna!". Così gridava e divenutagli rauca la voce per tanto urlare e per la polvere densa, afferra insieme le briglie con la sinistra e con la destra le armi ed oppone il largo petto ai fuggiaschi e li minaccia, qualora non si rivolgano, con la spada alzata. Il sommo Padre guardava la battaglia dall'alto dell'Olimpo e fu commosso al pericolo del console generoso. Chiama il Gradivo e così gli parla paternamente: "Se tu, o figlio, non corri a sostenere la battaglia temo che questa sia l'ultima prova dell'eroe magnanimo. Togli dal campo il guerriero che ardendo nell'ebbrezza del sangue dimentica se stesso. Arresta il libico duce che insaziabile desidera più la morte del solo Scipione che la strage dell'intero esercito. Inoltre guarda il giovinetto che affida alla guerra il braccio gentile e vuole con l'opera sua sorpassare gli anni, ché gli sembra di essere già adulto alle armi, guidalo ed ammaestralo. Siano gloriose le prime prove del giovane e sia suo primo trionfo l'aver salvato il padre". Così disse l'autore dell'universo. E Marte chiama il suo carro di battaglia dalla terra Odrisia, afferra lo scudo che lancia orribili splendori di fulmine e l'elmo che nessun Nume potrebbe reggere e la corazza, grave fatica dei Ciclopi. Agita in aria la lancia abbeverata dal sangue dei Titani e vola sul carro per la distesa campagna. Le Ire, le Eumenidi ed infiniti volti sanguinanti per la morte, gli fanno atro corteo e la feroce Bellona intenta a guidare la quadriga sferza i cavalli. Un'orrida tempesta si riversa improvvisamente dall'alto cielo ed avvolge nereggiando la terra di nubi e di vorticosi turbini. All'entrata del Dio si scuote e trema il regno di Saturno ed i fiumi al cigolìo del carro fuggono dalle sponde e tornano alle fonti. L'italico condottiero era stretto intorno dai Garamanti che volevano consegnare, spoglie novelle, al duce tirio l'armatura del console e la testa di lui sanguinosa. L'eroe fermo a non cedere al fato e incrudelito dalla strage saettava intorno, con grande impeto, lance. Già le sue membra erano bagnate e del proprio e del sangue nemico e squillando le trombe i Garamanti lo incalzavano più da vicino con le frecce ed una ne lanciano che lo colpisce con la ferrea punta. Il giovinetto, visto confitto lo strale nelle membra paterne, impallidisce, e colto da un tremore improvviso bagna le guance di pianto e manda alti lamenti. Tentò due volte, rivolgendo la destra contro se stesso, di precedere il padre nella morte ed altrettanto Marte rivolse le sue furie a danno dei Fenici. Ed ecco che il giovinetto si lancia intrepido in mezzo ai dardi, tra le schiere e sembra Marte che si avanzi. La folla subito indietreggia e in mezzo al campo si apre un largo passaggio. Coperto dallo scudo divino abbatte da ogni parte soldati e sopra i corpi e le armi dei caduti atterra quegli che scagliò la freccia ed immola dinnanzi agli occhi del padre molte vittime gradite. Estrae ad un tratto il ferro conficcato nel duro osso e solleva il padre, se lo carica sulle spalle e corre via. A così nuovo spettacolo le genti rimangono stordite con la mano sull'arco. Gli Africani feroci e gli Iberi fanno largo ritraendosi da ogni parte. Amore così grande in così giovine età fa tacere ammirato il campo. E Marte dall'alto del carro gli grida: "Tu, giovine diletto, che atterrerai le torri di Cartagine e darai leggi all’Africa non vedrai nella tua vita giorno più splendido di questo. Sorgi, o sacra indole, o vera prole di Giove, avrai un giorno onori per grandissime gesta e non mai per opera più bella". Così disse Marte e fece ritorno alle eteree nubi ché il sole aveva compiuto il suo corso e le ombre trattenevano nei ripari le schiere affaticate. Cinzia sospinta dai cavalli di Febo discese con il carro e traendo nuovamente con sé le ombre tra l'azzurro del cielo apparve, sulle spiaggie Eoe il roseo bagliore. Il console stava pensoso e temendo i campi aperti perché propizi ai Fenici si rivolse verso la Trebbia ed i colli. I giorni trascorsero velocemente in marce affrettate ed in lavori faticosi e la passerella che ora servita a traghettare le schiere italiche sciolta dai legami galleggiava nel mezzo del fiume quando ecco che il Fenicio giunse alle rive dell'Eridano. Subito tentò i guadi più facili e girando qua e là spiò nei luoghi nascosti dove le acque stagnano più quiete, e tagliò nei vicini boschi alberi per costruire zattere che servissero a traghettare i soldati. Nel medesimo tempo giunge, chiamato, l'altro console che veleggiava lontano lungo il trinacrio Peloro; figlio dell'inclita gente dei Gracchi, razza generosa nobile in guerra ed in pace. I Fenici, imbaldanziti dalla lieta fortuna, valicato anche essi il fiume, si accamparono sulla sponda ed il loro condottiero andava gridando: "Forse che Roma aspetta il terzo console? Oppure ha un'altra Sicania in armi? Or bene, le genti latine, i nipoti di Dauno sono tutti qui! Ed ora vengano a patti con me i condottieri latini, ma tu o misero vivi pure la vita che i tuoi nemici ti donarono sul campo e concedi anche un'altra volta a tuo figlio la gloria di salvarti. L'ultimo giorno fissato dal destino non lo vedrai in armi, è riservata a me la sorte di morire combattendo".E così, gridando ardentemente, lancia una leggera freccia e spinge i Massili sotto le trincee dei Romani e molestandoli li provoca a battaglia. I soldati Romani disdegnano di essere difesi dalle trincee e lasciano che le lance battano alle porte. Improvvisamente escono fuori dal camminamento e dinnanzi a tutti corre il console, nipote non indegno dei Gracchi. Il vento agita le piume dell'elmetto auruncio e sulle spalle gli risplende rosso come sangue il mantello avito. Rivolge indietro lo sguardo alle schiere e le chiama a gran voce e si apre un varco là dove la folla nemica circonda i suoi guerrieri, come il torrente piomba fragoroso dall'alto vertice di Tindo e precipita sui campi e trascina con gran fragore le rocce divelte dal monte e schianta gli alberi e rapisce tutto quello che incontra, fiere immani ed armenti, e la sonante onda spumeggia sopra le balze pietrose. Non io certo, anche se mi si desse la gloria della lingua meonia ed il padre Apollo mi largisse cento e cento voci, non io potrei narrare le stragi compiute dal braccio del console gagliardo e quelle al contrario dal cieco furore del Tirio. Questi uccide Murrano e l'ausonio condottiero Falanto, ambedue esperti di guerra e rotti alle fatiche. Caddero l'uno di fronte all'altro. Murano era del monte Ansuro nota1 procelloso e Falanto veniva dalle bianche onde sacre a Tritone. nota2 Non appena apparve il console, fulgente nel manto maestoso, Cupenco, benché mezzo cieco ed abile alla guerra per un occhio solo, gli scaglia contro una lancia che si conficca tremolando nell'orlo esterno dello scudo. Il console bollente di rabbia gli grida: "Audace, deponi quel tuo aspetto feroce che ti splende sul volto orbo". E gli scaraventa con impeto una freccia così ben diretta che gli trapassa con l'aguzza punta l'occhio cieco. Ma non più leggero infierisce il figlio di Amilcare. Atterra Vareno dalla bianca armatura; a lui infelice, Fulginia ara le ubertose campagne ed il Clitunno asperge con la sua fresca corrente i prati popolati di bianchi tori. Ma i Numi furono avversi e le vittime più belle furono offerte invano al Tonante Tarpeio. Gli Iberi avventano agilmente ed i Mauri corrono più veloci intorno mentre le frecce italiche e quelle libiche oscurano a gara il cielo come una densa nuvola, ed il campo fino al fiume è irto dei dardi lanciati e nella mischia non v'è luogo dove i morenti possano cadere. Il cacciatore Allio venuto dai paesi di Dauno e dai campi di Argiripa, nota3 caracollava sul dorso di un cavallo pugliese lanciando con mano infallibile rozzi dardi nel folto della mischia. La pelle di un'orsa sannitica gli faceva da irta corazza e l’elmo era difeso intorno da vecchie zanne di cinghiale. Strepitava come se battesse antri e foreste e perseguitasse belve sul Gargano. Ma il crudele Maarbale e Magone lo scorsero nello stesso tempo e come orsi che si slanciano affannosamente dall'opposta rupe contro un toro e strepitando nella contesa ognuno vuole nel suo furore la preda tutta per sé, lanciarono entrambi uno strale contro il gagliardo Allio. Il dardo mauro penetra fischiando in ambedue i fianchi e le punte si incontrano scricchiolando nel mezzo del cuore così che non si sa quale dei due l'uccise. Già le aquile romane vanno disperse qua e là per il campo ed il Fenicio incalza le schiere trepidanti verso le rive (miserabile cosa a vedersi) per sospingerle nel fiume. Ora le genti stanche combattono una nuova lotta colle onde della Trebbia che alle preghiere di Giunone si gonfia con funesti vortici. La terra cede ai fuggenti, si sprofonda ed ingannevole li inghiotte. Invano puntano i piedi e tentano di tirarsi fuori dalla melma vischiosa in cui tutto si sommerge. I guerrieri vengono tenacemente trattenuti e la riva precipita trascinandoli e la infida palude li ingoia. Uno si alza sullo sdrucciolevole pendio sopra l'altro per trovare una via, lottando colle alghe minacciose ed inestricabili, dove poggiare il piede, ma entrambi sdrucciolano, e cadendo si sprofondano. Quegli che crede, da esperto nuotatore, di giungere in salvo e solleva l'alta persona ed abbranca sia pure a stento le erbe vicine uscendo dal fiume, ecco che rapida una freccia sibila e lo inchioda sulla riva. Altri disarmati avvinghiano il nemico colle braccia e dibattendosi nel fango lo costringono a morire con loro. Mille aspetti di morte, in un momento. Un ligure cadeva sulla riva e nella sua bocca lambita dal fiume scesero con lunghi singhiozzi acque e sangue. Il bell'Irpino già si stava salvando a nuoto ed era giunto nel mezzo del fiume e chiamava a gran voce i compagni quando improvvisamente un cavallo furioso per più ferite e trascinato dalle rapide onde travolge lui stanco e lo sommerge. Per maggiore disastro apparvero ad un tratto, spinti nel fiume, gli elefanti che portavano sulle schiene le torri. Essi si gettano nelle onde, come rocce staccantesi dal monte urtano con i loro petti i gorghi e pesano sul fondo spumeggiante del fiume. Impauriti al loro strano sembiante, gli eroi tentano l'avversa fortuna ed il loro intrepido valore splende sul colle dopo un'aspra salita. Quindi Fibreno, che non vuole morire senza gloria, dice: "Ora si vedrà chi siamo. Il destino non vorrà che io muoia oscuramente travolto dai vortici. Si proverà ora se vi è cosa alcuna al mondo che l'itala spada non possa domare o la tirrena lancia trapassare". Così disse ed ergendosi lanciò un fiero dardo nell'occhio destro di un elefante e lo lasciò conficcato nella piaga. Al sentirsi trafiggere la belva emise un barrito terribile, scrollò la fronte lacerata e sanguinosa, sbalzò la guida e fuggì. Allora un nuvolo di lance e di frecce gli piombò addosso da tutte le parti ed aumentò la speranza di ucciderlo e nelle larghe spalle e nei rigonfi fianchi si moltiplicano le punte e le piaghe. Lancia sopra lancia si configge nelle anche e nella nera schiena: la selva che lo ricopre tentenna ad ogni scossa del gran corpo finché scrollati nella lunga lotta tutti gli strali si abbatte ed ostruisce il guado con la sua mole. Ecco che Scipione dalla riva opposta, nonostante abbia i movimenti tardi per la ferita, scende nel fiume e fa strage inesorabilmente dei nemici. Il fiume è coperto talmente di elmi e di corazze dei soldati caduti e dei cadenti da sembrare senza acqua. Mazeo e Gestare caddero l'uno di freccia e l'altro di spada e dopo di loro il cireneo Telone, disceso dai Pelopidi. Scipione gli lanciò contro un giavellotto ghermito dal mezzo della corrente e lo cacciò tutto dentro la bocca aperta quanto era lungo il ferro sottile ed i denti stridettero al fiero colpo. Né dopo morti hanno pace, la Trebbia travolge i cadaveri gonfi nel Po e il Po nel mare. Ed anche tu, o Tapso, muori e senza onore di tomba! A che ti giovarono la dimora delle Esperidi ed i boschi delle Dee dai biondi alberi che hanno tra i rami frutti d'oro? La Trebbia si gonfiò sollevandosi dai profondi abissi, spingendo i gorghi straripanti verso le sorgenti, si rimescolò tutta e le onde vorticose mugghiando e strepitando sgorgarono in un nuovo torrente. A tale: vista il condottiero italico acceso di maggiore ira esclamò " O Trebbia, pagherai il crudele fio che ti meriti o, perfida! Voglio disperderti in tanti rigagnoli per le pianure galliche; voglio toglierti anche il nome di fiume ed otturare le tue fonti. Non potrai più versarti nel Po, né raggiungerne le sponde. E che cos'è questa improvvisa rabbia che ti ha d'un tratto tramutato in fiume sidonio?". Così minacciava e l'acqua innalzandosi come un monte urta e si frange vorticosamente contro il suo dorso. Il condottiero sta alto ed immoto contro l'infuriar delle onde e ne sostiene lo scroscio con lo scudo. Il turbine gli stringe la schiena e spruzza d'acqua e di schiuma la cima dell'elmo. Non è più lecito tenere i piedi sul solido ed il fiume fa disparire terra e guadi; i sassi trascinati mandano da lontano un suono rauco mentre destate dall'ira del loro Dio le onde combattono furenti ed il fiume non ha più rive. Allora sollevando la testa coronata dall'umido crine delle verdi canne, il Dio così disse: "Minacci forse nuove pene? E' vuoi superbamente, nemico dei miei regni, distruggere ancora il nome della Trebbia? E quanti corpi non trascino, trafitti dalla tua mano? Impedito dagli elmi e dagli scudi delle tue vittime, uscendo dall'alveo ha perduto l'antico corso. Guarda come le profonde acque ritornano alla fonte rosse di sangue! E tu cessa o porta con te le stragi sui vicini prati”. Vulcano nascosto in una densa nube accanto a Venere guardava dall'alto ogni cosa. Scipione levando al cielo le palme si lamenta: " O patrii Numi che tutelate la dardania Roma, mi voleste dunque salvo or ora in così grande battaglia per serbarmi tale morte? Apparvi forse indegno, ai vostri occhi, di morire per mano di un forte? Restituiscimi, o figlio, ai pericoli ed al nemico. Possa morire da soldato ed onorare morendo la patria e il fratello!". Venere fu commossa da tali parole, e sospirando armò contro il fiume l'indomita potenza del marito. Il fuoco arde intorno sulle rive e distrugge violentemente le ombre per tanti anni nutrite dalle acque. Tutti i cespugli ardono ed il Dio si applica vincitore alle foreste ed infuriando crepita. Già pini, abeti ed ontani hanno le chiome bruciate e dei pioppi non rimangono che i tronchi, e gli uccelletti ospiti dei rami vagano per l'aria. La fiamma distruggitrice secca le più profonde acque e mentre brucia, coagula ed asciuga il sangue sulle sponde. Oltre, per i campi, la terra arida si spacca e tutto si divalla ed alte si levano le faville dai profondi stagni. Il padre Po si stupì che l'eterna corrente si fosse fermata all'improvviso e le Ninfe empirono di grida di dolore e di spavento, i profondi antri. Tre volte tentò di sollevare dalle onde il capo bruciacchiato e tre volte Vulcano gli scagliò un tizzone e lo fece sommergere nei gorghi fumanti e tre volte furono arse le canne che egli aveva per chiome. Solamente dopo lungo supplicare furono accolti i suoi voti e ottenne di rimanere fra le antiche rive. Scipione infine richiamò dalla Trebbia le stanche coorti ed insieme a Gracco poté ritirarsi su di un colle fortificato. Il Fenicio rese massimi onori al venerato fiume e gli innalzò molti altari di gramigne e non sapeva quali maggiori imprese preparava il cielo e quali lutti il Trasimeno. Flaminio aveva poco prima sconfitto i Boi, ma non era stata certo gloria difficile lo, sconfiggere una gente dall'animo fiacco e povera. Ben altra fatica è il combattere con il tiranno tirio. E proprio lui, che era stato generato sotto sfavorevoli auspici, era ben degno dei danni futuri. La saturnia figlia per affrettare la rovina d'Italia usciva a capo del già scosso impero. Ed il primo giorno che egli ebbe il supremo potere della patria e l'esercito fu sono il suo comando apparve simile ad un marinaio novizio posto al comando di un legno disgraziato ed ignorando l'arte del navigare compie quanto non possono i venti contrari e la nave divenuta zimbello delle tempeste erra travolta dai gorghi e la mano dello stesso pilota la spinge sugli scogli. Arma dunque l'esercito e lo conduce al paese dei Lidii, dimora di Coríto consacrata sin dall'antico, verso i coloni che hanno sangue Meonio misto all'italico sin dall'antico. Il Fenicio ebbe prontamente notizia dal cielo di queste mosse che dovevano dargli tanta gloria. Ogni cosa era immersa nel sonno ed erano sopite nell'oblio le affannose cure quando Giunone tramutatasi nel Dio del vicino lago e coronata l'umida fronte e la chioma con pioppo agita per improvvisi pensieri il capitano che dorme e lo desta con solenne richiamo: "Tu felice nella tua gloria, Annibale, cagione di pianto ai Latini, tu che se l'Ausonia fortuna volesse avresti un giorno un seggio tra gli Dei, perché indugi? E' breve il tempo in cui la fortuna sorride e non indugiare. Il sangue di cui facesti voto a tuo padre giurando guerra al Lazio ora lo verseranno tutto le itale genti e l'ombra di tuo padre sarà placata. Vincitore, mi renderai i dovuti onori poiché io sono quel lago che è cinto intorno da alti monti ed da ombrosi guadi, dove dimorano le genti discese da Tmolo: sono il Trasimeno". A tali voci subito conduce velocemente le schiere rincuorate dal presagio per gli alti monti. L'Appennino aveva allora le ripide balze orride di gelo, l'Appennino che innalza superbamente al cielo la fronte coronata di pini. Gli alberi sono ricoperti di alta neve e le cime delle giogaie si ergono bianche per le nevi ammucchiate. Ciò nonostante Annibale, cui sembra vana la gloria di poc'anzi se un monte qualsiasi ritarda chi ha varcato le Alpi, avanza ugualmente. Le schiere salgono di rupe in rupe i nuvolosi vertici. La pianura è tutta sommersa ché le nevi disciolte e straripanti stagnano in paludi melmose e malagevoli. Il condottiero che fra tante asprezze va innanzi a capo scoperto è colpito dal gelido vento ed uno degli occhi gli cola in umore giù per le gote. Né si cura di rimedi, ogni pericolo gli sembra da nulla pur di giungere al momento desiderato della battaglia ed intento soltanto ad affrettare la marcia non risparmia l'onore della fronte. Darebbe anche qualsiasi altro membro se ve ne fosse il bisogno a prezzo del trionfo e si contenta di quanta luce gli è sufficiente per vedere vittorioso la rupe Tarpea e ferire da presso i petti italici. Per così aspri luoghi giunsero alfine al lago desiderato dove egli avrebbe fatto con le armi aspra vendetta dell'occhio perduto. Ecco che i Senatori mandati da Cartagine giungono al campo apportatori di non liete novelle. Una grave ragione li aveva spinti al viaggio. Si costumava nella città fondata dalla straniera Didone di placare i Numi col sangue ed offrire (o nefandezza!) sopra gli altari ardenti i pargoletti. Le vittime miserande venivano ogni anno estratte a sorte ed il sacrificio si compiva secondo i riti di Diana Toantea. Ora Annone, antico nemico, voleva immolare al Dio il figlio di Annibale. Ma potevano maggiormente nei cuori le ire paurose del condottiero in armi: appariva loro gigantesco il fiero aspetto del padre. Con l'aspetto stravolto e scapigliata Imilce accresce le paure ed assorda la città con le sue grida. Come nell'orgia triennale l'edonide corre sulle cime del Pangeo e spira dal petto il racchiuso Bacco, così essa ardendo grida fra le tirie madri: "Ohimè marito, in qualunque parte del mondo tu stia guerreggiando, trai qui le insegne; il nemico più crudele e più vicino è qui. Tu ora forse stai sotto le mura della città dardanica e ribatti intrepido con lo scudo le aste lanciate e sfolgorando getti una tremenda fiaccola entro le case del Campidoglio, ed intanto il primo e l'unico tuo figlio nel seno della tua patria viene trascinato agli altari infernali. Distruggi pure col ferro e col fuoco i Penati italici, valica inaccessibili vie, rompi gli accordi che furono giurati su tutti gli Dei, ecco come ti ricompensa Cartagine, ecco come ti rende i primi onori. E' forse pietà insanguinare i templi? Ah! ragione prima delle colpe degli sventurati mortali è l'ignorare la natura degli Dei. Andate, implorate giustizia con preghiere ed incensi. E cessino gli orridi riti sanguinosi, che gli Dei sono elementi e di natura simile a quella dell'uomo. Vi basti vedere immolati sugli altari gli armenti, poiché se credete fermamente che gli Dei desiderino una colpa offrite vittima dei vostri voti me, non il figlio, me che lo getterai! E perché toglieremo alla Libia tanto figlio? Che forse non sarebbero degne di maggiori lacrime le Egadi ed il potere dei Fenici sepolto nel mare qualora questi annunci di morte spegnessero il sublime valore di mio marito?". I Senatori incerti fra il timore degli Dei e quello degli uomini furono resi prudenti da tali lamenti ed al condottiero stesso concessero la scelta di onorare i Numi o di interrompere la guerra. Ed Imilce è là tutta presa di paura e di orrore e quasi impazzita teme il rigido cuore del magnanimo marito. Il condottiero udì attentamente ogni cosa poi disse: "Che cosa ti deve di così grande Annibale che lo pareggi ai Numi, e quale premio troverò degno di te, o madre Cartagine? Combatterò giorno e notte ed i tuoi templi avranno dall'italo Quirino molte ed opime vittime. Ma sia salvo mio figlio e divenga erede della guerra e delle armi. O figlio, mia speranza, sola salvezza un giorno delle cose dei Tiri contro l'Esperia minacciosa, ricordati di perseguitare con le armi, in terra e in mare per tutta la vita, i nipoti di Enea. Orsù affrettati, la via delle Alpi è aperta, compi la mia opera. E voi, Dei della mia patria, dagli altari bagnati dal sangue delle offerte e venerati con terrore dalle madri dirigete lieti costà con tutta l'anima gli sguardi; costà vi preparo vittime ed eccelsi altari. Tu, Magone, occupa ora la sommità del monte di fronte, tu Coaspe rimani qui a sinistra dei colli, mentre Sicheo vada nei valichi più stretti, nelle forre. Ed io, aggirandomi veloce, o Trasimeno, ti scorrerò con i cavalli agili ed andrò cercando intorno libagioni di guerra per i Numi. .Il Dio mi promette chiaramente grandi cose e quanto a voi, messaggeri, è dato di vedere, tutto riferite in patria".

V - Le alture etrusche erano accerchiate da soldati nascosti ed Annibale si era posto insidiosamente nel folto delle boscaglie. A destra si stendevano i flutti stagnanti del grande lago immoto come un mare ed i luoghi interni erano ricoperti di fango. Questo lago che fu anticamente regno di Fauno d'Arno col volgere degli anni prese il nome di Trasimeno. Il meonio Tirreno onore del Tmolo che approdò all'Italia dai lontani mari con la gente lidia diede questo nome al territorio e fu padre di costui. Per primo egli insegnò ai popoli che l'ignoravano a suonare la tromba e per  primo ruppe i freddi silenzi delle battaglie. Tirreno ambiva grandi cose ed educava il figlio ad imprese gloriose, ma Agille si innamorò di Trasimeno che era così bello da poter gareggiare con i Numi e superarli e senza alcun pudore lo trasse dalla riva conducendolo seco nel profondo. La ninfa s'accendeva alle idalie saette e facilmente si innamorava dei bei giovani. Le Naiadi nei verdi e profondi antri consolarono il giovine che tremava agli amplessi nei regni dell'onda. E quindi in pegno e testimonianza di queste nozze lascive, il lago è chiamato, per quanto è grande, Trasimeno. La notte rugiadosa stava già per toccare con il carro la sua oscura meta e non era ancora uscita dal talamo la sposa di Titone, ma stava scintillante sulla soglia; ed era l'ora in cui il viandante affermerebbe che la notte è trascorsa prima che, rinasca il giorno, quando Flaminio andando innanzi alle insegne si avventura per vie pericolose e dopo di lui si accalcano i cavalli disordinatamente e la fanteria si avanza alla rinfusa, misti i pedoni ai cavalli e la folla dei vivandieri inutili nella battaglia. Correvano alla pugna facendo un tumulto malaugurato come di chi fugge. Inoltre una folta nebbia levandosi dal lago aveva avvolti i miseri impedendo loro con il cieco fumo la vista, ed il cielo fra le nubi era coperto da nera notte. Ben riuscì l'inganno dei Fenici. Annibale stette fermo con le armi tranquille né impedì al nemico la marcia. La via è aperta e la lunga ripa, tra poco fatale, si schiude incustodita come in pace. Ma varcate le forre erano tratti in agguato nella stretta, via ove una doppia morte li attendeva tra le rocce ed il lago che li circondava. Il nemico imboscato sulla vetta del monte spiava il loro arrivo, pronto ad ucciderli durante l'inutile fuga, come il pescatore sagace che tesse sulle onde cristalline una leggera rete di giunchi dalle ampie aperture e ne annoda con arte il rovescio stringendo man mano nel mezzo i vimini aguzzi impedendo così ai pesci, che erano entrati facilmente nelle onde, l'uscita dalla cesta. In questo tempo il console, che aveva perduto il senno a tanto precipitare del destino, fa levare improvvisamente le insegue. I cavalli del sole uscendo fiammeggianti dalle onde avevano diffuso il giorno e la luce aveva messo in fuga con il rinnovarsi del giorno le tenebre e le nebbie abbassandosi svanivano, ed il cielo si rasserenava. Quindi l'uccello che, sin dai tempi antichi, i popoli latini sono soliti, prima di muovere in campo, guardare per conoscere l'esito delle armi, disdegnando il cibo fuggì via gridando. Più a lungo il toro mugolò lamentosamente dinnanzi gli altari e barcollando fuggì con nel capo confitta la scure. E mentre i soldati si affaticano a svellere le insegne dalla terra smossa sprizza loro contro nero sangue. L'insanguinato grembo della madre terra fu atro presagio del futuro strazio degli infelici. Inoltre il Padre dei Numi scosse con tuoni terre e mari ed avventò sulle tirrene onde del Trasimeno le folgori tolte alle officine dei Ciclopi e brillarono le acque e fumarono intorno gli stagni aperti. Vani ammonimenti. Le Parche non si trattengono con prodigi, ed i Numi lottano invano contro il Destino! Ecco che Corvino, oratore egregio e di illustre nome che a ricordare le imprese gloriose degli avi aveva scolpito sull'elmo l'uccello d'oro di Febo, pieno del Nume che lo ispira ed agitato dal terrore dei compagni, così dice unendo i consigli alle preghiere: «Per le fiamme di Troia, per la rupe Tarpea, per le mura patrie, o console, ti prego e per i nostri diletti figli il cui incerto destino dipende da questa battaglia, cedi ai Numi ed attendi momento più propizio. per combattere. Gli Dei stessi ti indicheranno il tempo ed il luogo opportuno alla battaglia. Non ti dispiaccia attenderli. Quando verrà il momento di portare stragi alla Libia allora le insegne non resisteranno allo sforzo delle braccia, l'uccello godrà tranquillo dei cibi e la terra pietosa per noi non stillerà più sangue. Ignori forse, tu, che sei esperto nelle armi quanto può in questo luogo l'avverso destino? Il nemico, è vero, ci si accampa di fronte, ma i colli ci minacciano ai fianchi insidiose imboscate. Il lago è a destra, ed a sinistra non vi è scampo perché la via che scende dal monte è angusta. E se tu vorrai giocare d'astuzia e differire la battaglia, Servilio che ha potere uguale al tuo ed uguale numero di soldati verrà qui a marce forzate. Bisogna combattere anche con l'astuzia, poiché l'essere soltanto valorosi non basta ».Così disse Corvino e ciascuno dei capi parlò a vicenda supplichevole, ed ognuno commosso da diverso timore o prega i Numi che siano favorevoli a Flaminio o Flaminio perché non si ostini a mostrarsi superbo di fronte ai Numi. Il comandante a tali preghiere si adirò sempre più ed udendo che sarebbero giunti gli aiuti esclama: « Vi sembrai forse così pusillanime quando discesi a disperdere i Boi, la razza maledetta delle tremende orde, piombate sopra l'Italia per cui la rupe Tarpea tremò nuovamente? Quanti dei mostri nati dall'ira della terra e tali che un solo colpo non era sufficiente a toglierli di vita, non uccise il mio braccio? Lunghi sui campi giacquero i corpi smisurati e le ossa immani premono ancora la terra. Ed ora unisca Servilio le sue tardive armi a questa gloria e che io non possa conquistarmi che metà della vittoria e debba rimanere contento di stare a parte dell'onore. Gli Dei ammoniscono? Non immaginate gli Dei simili a voi che vi spaventate, per il suono delle trombe! Nelle battaglie è la spada l'augurio necessario ed è bello e degno di un soldato di Roma il presagio che egli porta nel braccio armato. Vuoi tu, Corvino, che un console rimanga pigro, chiuso nelle trincee? Ed intanto il Fenicio si impadronisca delle alte mura di Arezzo, distrugga la rocca di Corito nota1 e senza colpo ferire passati i valichi di Chiusi si diriga verso Roma? Il timore dei prodigi è vergogna sul campo; i combattenti non hanno nell’anima altro Dio che il valore. Nella oscura notte io mi vedo vagare intorno le ombre dei generosi insepolti che la Trebbia travolge e che sono trascinati nella corrente del Po». Flaminio così dicendo in mezzo a loro si cingeva delle inesorabili insegne e delle ultime armi. L'elmo era guernito di bronzo e della fulva pelle di foca, e ognuno dei tre cimieri ondeggiava di crini Svevi, sulla sommità si innalzava Scilla che, rapinando i resti delle navi infrante, caninamente rabbiosa spalancava le gole. Era esso nobile spoglia di Gargeno, il re dei Boi, ucciso. Flaminio s'era posto in capo l'elmo inviolabile che superbamente portava in ogni battaglia. Indossava la corazza rilucente d'oro e delle maglie di acciaio ribattuto. Imbracciava lo scudo che fu rosso un giorno di sangue celtico. Vi era su scolpita la lupa in un fresco antro che lambiva come se fosse sua prole un fanciullo e nutriva lui illustre figlio di Assaraco. Si cinge al fianco la spada e con la destra impugna la lancia. Il cavallo è pronto e morde scalpitante il morso bianco di bava ed ha sul dorso la pelle variopinta di una tigre del Caucaso. Flaminio lo monta e per quanto lo concede la via strettissima si rivolge a questi e a quelli infiammandoli tutti del suo ardore: “Vostra è la fatica, vostra, o soldati, la gloria di portare per le vie di Roma conficcata sopra una lancia la testa del condottiero fenicio. La sua per tutti. E ciascuno si esorti da sé stesso. Mio fratello giace là sulle sponde del Ticino, mio figlio senza onore misura l'alto letto del Po. Così risvegli ciascuno il proprio dolore e chi per questo non diviene furibondo, il dolore comune della patria gli susciti in petto ire supreme. Si aprirono le Alpi, Sagunto cadde orribilmente e colui che passò delittuosamente l'Ibero ora lo vedete sul Tevere; e mentre invano l'augure vi trattiene e il bugiardo aruspice che interroga tessuti e visceri, non manca altro che egli si accampi sul Tarpeo». Così dice furente e così grida ad un guerriero che in mezzo alla folla dell’esercito si stava rassettando l'orrido elmo. «Orfito, ebbene la battaglia è tua gloria. Chi porterebbe a Giove sorridente le spoglie opime appese al cadavere sanguinoso? Quale braccio vi è più degno di tale vanto?». Sprona il cavallo e frattanto ode una voce a lui già nota nelle battaglie che esclama: « Mi ti annunzia da lunge il tuo grido di guerra, o Murrano. Già ti vedo infuriare tra i Tiri. Quanta. gloria ne avrai! Ma frattanto apriti colla spada un varco fra queste angustie». Quindi riconosce Equano nato sul Soratte, prestante di corpo e d'armi. Quando il pio arciere raccolti i pini li bruciava, egli, tre volte nei campi paterni, aveva portato tra le fiamme innocenti i devoti visceri per cui Flaminio gli disse: «Così tu possa sempre calpestare incolume i fuochi di Apollo e vincitore delle fiamme porgere a Febo rasserenato i solenni doni. Orsù, divampi, o Equano, simile alle imprese ed alle tue ferite la febbre di battaglia. Seguimi nelle stragi e con te irromperò tra le falangi dei Marmaridi e sconfiggerò le torme dei Cinifii ». Sprezza ormai ogni voce ed ogni consiglio ed indugio per la battaglia che sarebbe stata di eterno affanno per gli Eneadi. Le trombe danno il seguo ferale e l'aria risuona di orrendi clangori. Oh! dolore! Oh lacrime non ancora tardive dopo secoli! Non reggo a raccontare lo strazio quale fu e pure vedo il Fenicio condurre in campo i suoi. Dai colli ove sono nascosti, gli Asturi, i Lidii, ed i temuti frombolieri delle Baleari escono in furia e le torme dei Garamanti, dei Nomadi, dei Macei si slanciano ed i Calabri che per primi offrono nelle guerre il loro braccio mercenario ed i Vasconi che sdegnano di coprirsi il capo con l'elmo. Di qua le rupi scoscese di là il lago; da ogni parte frecce e gridano da ogni parte le infinite coorti Afre di colle in colle. Gli Déi rivolgono lo sguardo e cedono al destino che è più possente. Lo stesso Marte è meravigliato per la fortuna del tiranno libico e Venere, le chiome disciolte, piange. Apollo ritorna in Delo e quieta l'affanno faticoso con il lamento della sua cetra. Giunone soltanto seduta in cima all'Appennino guarda, con cuore che non trema, le orride stragi. Appena vede Annibale e le sue genti precipitarsi, come turbine da una nube squarciata, la coorte picena si avanza per prima e scompigliando furiosamente i vincitori pregusta la vendetta della fine imminente. E poiché non spera nulla e di nulla ha timore quieta le proprie ombre con anticipate vittime Con ardire concorde scaglia impetuosa un nuvolo di frecce sopra i Libi che respinti calano, sotto il peso dei curvi giavellotti, gli scudi forati. Ma subito insorgono più violenti in cospetto del duce furibondo ed incoraggiandosi l'un l'altro premono con i petti i petti dei nemici. Bellona con le bionde chiome stillanti sangue al vento corre agitando la fiaccola qua e là fra le file. Dal feroce seno della tartarea Dea sgorga un mormorio di morte e la tromba orrida con un suono mortale squilla intorno ed incita le anime ebbre alla strage. La sventura è esca al furore, poiché nella sfortuna il disperare della salvezza è stimolo acuto. Il Dio è favorevole a quelli che usufruiscono del favore di Marte e loro sorride già lieta la vittoria. Laterano, accecato dal desiderio del sangue, mentre avanza facendosi largo tra i nemici è veduto da Lentulo combattere disuguale battaglia in mezzo ai Libi, e troppo avido di guerra sfidare il destino. Lentulo che era come lui nel fiore dell'età gli si precipita in aiuto e trapassa con la lancia il fiero Baga che già lo minacciava da presso alle spalle, ed accompagna l'amico nell'aspra prova. Ecco entrambi alzano le armi nello stesso tempo ed ondeggiando gli elmi brillano di una sola luce. Contro di loro si spinse per caso Sirtico (e chi avrebbe osato affrontarli di proposito che non fosse già consacrato dal Dio degli abissi alla notte stígia?) mentre carico di roveri schiantati scendeva a corsa dal monte. Squassa ferocemente uno dei rami nodosi pensando di ucciderli ambedue: «Non vi sono qui le Egadi, o giovani, né avete qui la spiagge insidiose per i naviganti ed il mare sconvolto da strane burrasche non vi dà vittoria senza guerra. Voi che vinceste un giorno sul mare saprete ora quello che vale il guerriero libico a terra. L'impero sia dei più forti». E gridando muove all'assalto ed è sopra Laterano con il pesante albero schiantato. Lentulo sbuffa d'ira ed esclama: « Salirà prima il Trasimeno alle cinte dei monti che tu sparga con questo ramo nobile sangue ». Si china contro di lui ed a forza gli trapassa il fianco. I combattenti dall'altra parte non sono meno accesi ed inferociscono in mutue stragi. Nereo cadde ucciso dal grande Ierte e tu cadi, o generoso Volunce, per mano di Rullo. Tu così ricco di campi! E non ti valse il pesante oro riposto negli scrigni, né la casa che splendeva tutta per i patri avori, né le castella che possedevi. A che giova quello che si è rubato? E perché ardono i mortali per inestinta sete d'oro? Quegli che la fortuna serena ricolmò di ammassate ricchezze e di opimi doni il nocchiero tartareo lo trascina muto sulla sua zattera. Il bellicoso Appio pieno di ardore giovanile si apre la via nella mischia e dove si richiede sublime valore, dove nessuno ardisce spingersi quivi egli cerca gloria. Ora gli viene incontro Atlante, l'ispano Atlante venuto dalle ultime spiagge dell'Iberia. Gli getta contro uno strale, ma questi sfiora la fronte che si tinge appena del nobile sangue. Appio minaccia urlando e saettando con lo sguardo torvo e stermina furibondo la turba che lo circonda. Il sangue bagna nobilmente le membra guerresche uscendo dalla ferita nascosta sotto l'elmo. Come la colomba se ne vola tutta spaventata se vede fra le nubi uno sparviero e come trepida una cerva se una tigre Ircana l'insegue, così si spaventa l'ispano e pensa di nascondersi dietro i suoi, simile ad una lepre che si rifugia tra i cespugli allorché scorge l'aquila che librandosi nell'aria piomba volteggiando. Appio con un solo colpo gli recide di netto il capo ed il braccio levato in aria ed imbaldanzito dal successo insegue altri nemici. Isalce cinifio stava là nel mezzo armato di scure splendente. Avrebbe dovuto essere genero di Magone e per desiderio di gloria ardeva (misero!) di ingaggiare battaglia sotto gli occhi di lui, inorgogliendosi  invano della fenicia sposa e delle nozze inutilmente fissate per la fine della guerra. La violenta ira di Appio si rivolge tutta contro di lui. Mentre gli leva con forza sul capo la pesante scure, quello alzandosi gli cala mi fendente sull'elmetto; ma troppo debole per così grande impeto la spada s’infrange rimbalzando sul bronzo cinifio. Parimenti Isalce sfiora appena con il colpo inutile lo scudo di Appio. Appio allora anelando gli scaraventa addosso un sasso che mai avrebbe sollevato da terra se il furore non gli avesse raddoppiato le forze. Il gran masso coglie Isalce alle spalle ed atterrandolo lo schiaccia con il suo peso. Il suocero che combatteva vicino lo vede a terra e gemendo bagna di lagrime la visiera. Rapido si slancia. Le nozze pattuite e gli attesi nipoti lo accendono d’ira. Si appressa e con lo sguardo misura il corpo immane del guerriero, l'ampio scudo ed il vivissimo balenare dell'elmo trattiene per un poco l'ira di lui. Proprio come il leone che, disceso precipitosamente dalle oscure spelonche alla campagna, se scorge vicine le orride corna del toro sebbene lunga fame lo tormenti si accoscia ed ora ammira feroce i muscoli gonfi sul collo ora lo splendore degli occhi sotto l'irta fronte e lo vede appressarsi sollevando con i piedi alta la sabbia e preludendo alla battaglia. Appio lanciando per primo un dardo esclama: « Se ti muove pietà non rendere vani gli accordi e suocero fedele segui tuo genero». Il dardo trapassa il cuoio ed il bronzo durissimo conficcandosi nel braccio sinistro. Magone furibondo non risponde parola, ma soppesa la lancia dono memorabile del grande fratello. Quegli l'aveva tolta sotto le mura di Sagunto a Durio e l'aveva donata al fratello perché la portasse in battaglia nobile pegno di grande prova. L'asta poderosa lanciata con tanto impeto di dolore colpisce a morte trapassando la visiera ed il volto. Egli tenta di strapparsi il ferro ma le mani gli cadono esangui sulla ferita. Giace Appio glorioso, gran parte della rovina d'Italia, sui campi meonii ed al suo cadere il Trasimeno tremò e ritrasse le acque dalle rive. Morendo morde con i denti insanguinati la lancia e manda l'ultimo respiro. Né destino migliore ebbe Mamerco che con il corpo trapassato da mille punte paga il fio dell'ardire. Egli si era spinto in mezzo alla coorte dei Lusitani ferocemente ardenti nella pugna e di là, ucciso un alfiere, correva traendo l'insegna pesante che gli aveva tolta e chiamava i suoi compagni trepidanti. Ma la schiera nemica indignata per così bello ardire quante frecce ha per le mani e quante ne sono sparse al suolo tutte le scaglia contro di lui così che nessun corpo fu mai trovalo con tante frecce conficcate nelle ossa rotte. Frattanto il condottiero libico adiratosi per la ferita del fratello, accorre, e scorgendo il sangue che gocciola chiede angosciato a Magone e ai vicini come la freccia lo avesse colpito o di fianco o di punta e se si fosse tutta conficcata. Non appena sa che il colpo, che egli temeva mortale è lieve, difendendolo con il suo scudo lo conduce fuori del campo e lo ricovera al sicuro lontano dalla battaglia negli alloggiamenti. Di poi richiede prontamente al vecchio Sinalo la sua opera medica. Costui era esperto più di ogni altro nell'ungere le ferite con succhi di erbe e trarre il ferro dai corpi con incantesimi ed addormentava i serpenti col solo tocco ed era famoso per le città della Sirte Paretonia nota2. Il vecchio Sinalo aveva appreso anticamente questa arte da Ammone garamantico e risanava i morsi delle belve e leniva le gravi ferite delle frecce. Di poi morendo insegnò al figlio i celesti doni ed il figlio trasmise all’erede l’arte onorata del padre; finché successe loro Sinalo di non minor fama che accrebbe con solerte amore le dottrine garamantiche ed annovera tra i molti antenati l'antico compagno di Ammone. Egli arreca prestamente con la mano leggerissima i rimedi e, con la veste com'è d'uso ripiegata ai lombi e succinta, lava la piaga del sangue e la medica. Ma Magone ripensando alle spoglie del nemico ucciso consolava con i detti il cuore del fratello e lodava l'avvenimento: « Non temere, o fratello, Appio giace spinto fra le ombre dalla mia lancia e tu non potrai recarmi medicina migliore. E se morrò mi basta l'aver compiuto questo e seguirò lieto fra le ombre il nemico”. Mentre così turbati i condottieri stavano all'accampamento lontano dal campo il console da un'altura aveva veduto il Fenicio che si allontanava entrando in fretta negli accampamenti. Si slancia furioso e sgominati i vicini trepidanti si apre affannosamente le fila già scomposte per improvvisa paura e chiesto con grida feroci il cavallo si precipita all'assalto in mezzo alla vallata. Come quando Giove rovescia sulla terra un torrente impetuoso e crepitante di grandine e saetta di folgori i monti Ceraunii e le Alpi tremano insieme alla terra ed il mare ed il cielo e lo stesso Tartaro per tanto clamore si scuotono, così con impeto improvviso piomba quella rovina sui Fenici storditi che vedendo il console sentono un freddo brivido per le ossa. Egli irrompe nel folto delle schiere e con la spada si apre largo cammino. L’ira di Marte scoppia con mille voci ed il suono ne colpisce persino la dimora dei Numi. Come quando con la rabbiosa Teti il padre Oceano flagella l'erculea Calpe nota3 e il mare sconvolto batte colle risonanti onde sui corrosi fianchi del monte; allora gemono gli scogli e le onde che si infrangono contro le rupi rimbombando fino nella terra sterminata e Tartesso l'ode e da lontano l'ode anche l'Iseo, diviso da infinita distesa d'acqua. Bogo cade innanzi a tutti colpito la uno strale silenzioso, Bogo che sulla rive malaugurate del Ticino aveva lanciato per primo la rapida lancia contro i Rutuli. Egli ingannato dal vano augurio del volo degli uccelli sperava lunga vita e numerosi nipoti, ma a nessuno è concesso allontanare la meta prefissata dalle Parche con auguri. Cade rivolgendo al ciclo gli occhi insanguinati e chiede ai Superi i promessi anni della vecchiaia. Né è concesso a Pagaso il gloriarsi di avere ucciso senza alcuna offesa Libone sotto gli occhi di Flaminio. Libone era nella prima gioventù orgoglioso per l'alloro degli avi, ma la spada del Massilo aveva troncato con la morte i fiorenti anni ed il bel capo. Ma non invano egli con l'ultimo sospiro supplicò vendetta da Flaminio, ché il console mozza rapido il capo al nemico e Pagaso muore della stessa morte di cui superbo vincitore aveva dato crudele esempio. Qual Dio, o Musa, potrebbe dire degnamente di tante morti e lamentare con degno carme così grandi ombre? I giovani fiorenti gareggiano nel morire con maggior gloria ed il furore ardente nei petti trafitti e gli eroi compiono negli estremi momenti inclite prove. I nemici si atterrano tra di loro con poderosi urti e non uno pensa alla preda ed alle spoglie. Solo la rabbia di sterminare li incalza finché il condottiero libico si attarda negli accampamenti per la ferita del fratello. Il console ora con dardi, ora con la spada fa strage e si vede tra mille alto sul cavallo oppure a piedi dinnanzi alle aquile combattere ferocemente. Per la valle maledetta scorrono rivoli di sangue ed ogni monte ed ogni fossa echeggia al suono delle armi ed al nitrito dei cavalli. Con vigore sovrumano il gigantesco Otri marmaride scompiglia il campo cosicché le turbe fuggivano atterrite solo al vedere la sua grande corporatura. Con le larghe spalle sovrasta di tutto il capo l'uno e l'altro esercito; con le chiome arruffate sulla torva fronte e la barba irta che gli ombreggiava la faccia orribilmente squallida, dal petto ispido e villoso, faceva inorridire. Nessuno di quelli che è vicino osa affrontarlo, ma la folla dei guerrieri gli lancia una grandine di frecce come ad una belva uscita per la campagna. Alfine, mentre ululando rivolge sguardi di fuoco ai romani che fuggono, una freccia gortinia volando per l'aria quieta lo colpisce in un occhio e lo mette in fuga e il console gli lancia mentre corre un quadrello nelle spalle che gli trapassa le ignude costole e gli esce dal petto villoso. Egli tenta di trarre fuori per la punta lucente la freccia, ma versando copiosamente sangue cade quanto è lungo a terra morendo e riconficca la freccia nella piaga. Con l'estremo sospiro innalza intorno la polvere che si disperde come una nuvola nel cielo. Né frattanto nei boschi e sui monti arde meno aspra la battaglia ed i sassi ed i cespugli e rosseggiano irrorati di sangue. Il tremendo Sicheo faceva strage dei miseri: colpiva con la lancia la lontano quel Murrano che in tempo di pace sapeva come nessun altro suonare la lira eagria. Cadde nella grande foresta e ricercò nella morte i patrii monti e i fianchi ricchi di vigneti e la sua Sorrento ventilata dal salubre Zefiro. Ed ecco Sicheo vincitore dà un compagno al misero gioendo fieramente della triste novità della battaglia. Taurano, mentre inseguiva i fuggenti, giunto al culmine della selva ed appoggiatosi ad un antico olmo che lo difendeva dalle frecce, chiamava a gran voce - per l'ultima volta - i compagni che l'avevano abbandonato, ma la lancia sidonia gli entrò nel petto e trapassatolo lo inchiodò al legno su cui si appoggiava. Qual Dio irato o quale terrore o infausto pensiero vi acceca, o soldati? Forse che abbandonata la battaglia, cercate salvezza tra i ramosi alberi? Il timore negli estremi pericoli è sempre pessimo consigliere ed il cattivo consiglio della paura condanna a tristi avvenimenti. Un annoso rovere spiegava nel cielo i suoi alti rami sovrastando a tutta la selva e nascondendo tra le nuvole l'ombrosa chioma (se fosse stato in un campo aperto avrebbe formato da solo un bosco) e con i frondosi rami faceva grande e nera ombra sul terreno. Simile a lui e vicina era una quercia che la secoli innalzava il vertice biancheggiante alle stelle, stendendo i rami intorno all'ampio tronco ed ombreggiava la sommità del monte. Ora la coorte Ennea che il tuo re, o Aretusa, aveva mandato dalle spiagge siciliane, presa da spavento così da non saper difendere l'onore con la morte, si inerpica a gara lassù. I rami sovraccarichi balenano all'aspra ed incerta ressa dei piedi e l'uno sull'altro gareggiano per rimanere sicuri. Ma i rami infidi corrosi per i lunghi anni spezzandosi ne fanno cadere alcuni ed altri rimangono penzoloni sulla cima colpiti da un nugolo di dardi. Ed ecco che Sicheo per uccidere con un solo colpo quegli infelici, depone rapidamente lo scudo e mutando armi afferra la scure guerresca. I suoi compagni lo assecondano ed ai fitti colpi l'albero cede e piega scricchiolando fortemente e la misera turba dondola ad ogni scrollo. Così, quando zefiro spira nelle foreste annose, l'uccelletto è scosso ed agitato insieme al suo nido penzolante all'estremità della fronda cui si regge appena. La quercia inospitale, malaugurato rifugio agli infelici, vinta alfine da tante scuri si schianta e rovinando schiaccia i corpi a lei appesi. Quindi un altro aspetto della strage. Il rovere là vicino alla strage in un attimo è avvolto dalle fiamme e sfaviIla. Già Vulcano infuriando avidamente e turbinando vortici di fiamme di fronda in fronda per il tronco si avviluppa alla cima e la divora. Né si interrompe il lancio delle frecce. I soldati cadono a terra gemendo semibruciati e pure ancora abbracciati ai rami ardenti. Ecco che fra queste miserande lotte irrompe irato il console meditando l'uccisione di Sicheo. Questi dubitoso di così fiero conflitto prende audacemente tempo e gli lancia per primo un giavellotto. La punta entra lieve nel mezzo dello scudo ed impedita dalle opposte maglie si ferma alla superficie del bronzo. Il console non si affida per ucciderlo all'arma lanciata poco sicuramente e con la spada gli trapassa il fianco senza che la corazza riesca ad impedirlo. Quegli cade e morendo morde con la bocca insanguinata la terra. Il gelo dello Stige gli si diffonde per le membra finché la morte gli giunge al cuore ed egli chiude le pupille al sonno eterno. Mentre la battaglia seguita con così funesti avvenimenti da una parte e dall'altra, Magone ed Annibale lasciato l'accampamento già correvano per il campo traendo le insegne ed anelando di rifarsi entrambi, con sangue e stragi, del tempo perduto. Al calpestio delle schiere accorrenti si innalza un nuvolo fitto di polvere e sembra che tutto il campo sia avvolto da un turbine di sabbia, ed intorno ovunque s'avanza a gran passi il condottiero, sopravviene la procella che si innalza fino alle cime dei monti. Fontano muore con il fianco trafitto e Buta con il collo, cosicché squarciata la sua gola canora la freccia poderosa esce dall'altra parte. E l'uno, illustre per celebri avi, pianse Fregene, l'altro la madre Anagni. Non fu così grande il tuo ardire, o Levino, ma pure ti toccò ugual sorte. Non osi affrontare il tirio re, ma scegli a combattimento più adeguato alle tue forze Itemone, condottiero degli Autololi. Gli rompi un ginocchio e mentre ti chini a spogliarlo una crudele lancia di frassino ti spezza con impeto turbinoso le costole. Al colpo tu cadi e nello stesso istante ti cade sopra il nemico. Né la coorte Sidicina nota4 venne meno. Viridasio, condottiero di mille uomini da nessuno superato nel costruire gli accampamenti, nel congiungere zattere e nel battere con il duro ariete le mura e gittare rapidamente i ponti sulle torri, è veduto dal fenicio condottiero ferire Araurico ed esultare poiché confidando nella armatura leggiera fuggiva precipitoso. Arde di ira per così bella pugna e stimando degno di sé combattere con il fiero eroe strappa al ferito la freccia, è sopra a Virisio e trapassandogli il petto esclama: « Chiunque tu sia, eroico per le tue imprese non devi morire per mano di altri che per la mia. Scendi glorioso alle ombre con onorata morte: se non fossi stato italiano ti avrei fatto dono della vita ». Quindi si slancia contro Fado e Labico, vecchio guerriero, che sulle spiagge sicule fece fronte un giorno in sanguinosa battaglia ad Amilcare, per cui il suo nome era divenuto famoso. Ora dimentico dei suoi tardi anni, perché giovane ed ardente di cuore ritornava in battaglia, ma il suo braccio era ormai debole nei colpi come fuoco di stoppie leggere che crepita invano e divampa con fiamme che non hanno vigore. Non appena un soldato del padre lo addita al condottiero dei Fenici questi esclama « Orbene, Amilcare che tu conosci ti paga il fio dell'antica battaglia e ti trae con la sua destra alle ombre ». Così dicendo avventò il giavellotto che stava soppesando. Il vegliardo si rivolse al colpo e divelto il ferro insanguinò la bianca canizie terminando i faticosi giorni. Quegli trafisse quindi Erminio che era alle prime armi. Egli era solito, o Trasimeno, con i suoi ami predanti spopolarti e per nutrire il vecchio padre traeva le reti per le tue acque stagnanti. I Sidoni frattanto portavano, distesa sullo scudo, la salma di Sicheo entro gli alloggiamenti. Non appena il condottiero vede la schiera che muove frettolosa gridando e gemendo, colpito da luttuoso presagio esclama: «Quale dolore o compagni! Quale eroe ci tolse la furia degli Dei? Forse, o Sicheo, questo oscuro giorno ti rapì acerbamente per troppo desiderio di dolce gloria e per troppo ardire nelle prime file? ». I portatori assentirono con gemiti e pianti ed il nome dell'uccisore corse di bocca in bocca, per cui il guerriero così proruppe: « Ecco, la ferita del dardo iliaco, qui contro il cuore. Entri nell'Averno degno di Cartagine e di Asdrubale, e la tua grande madre non ti piange dissimile dai padri e lo sguardo di Amilcare non sfuggirà da te come da un nipote tralignato. Ma quel Flaminio aspra causa di così mesto dolore renderà colla sua morte meno grave questo lutto e con le sue esequie aggiungerà onore a queste. Empia Roma, quanto daresti un giorno purché dalla sua spada non fosse stato trafitto il corpo del mio Sicheo!». Così dicendo sbuffa e l'ira gli schianta nel petto i singhiozzi proprio come l'acqua bollendo scroscia su le fiamme crepitanti e trabocca con impeto dall'ardente lebete dove è racchiusa. Quindi si avventa precipitoso nel mezzo della mischia sfidando lui solo. Il condottiero si avanza pronto nelle armi, e nel mezzo del campo i due guerrieri stanno l'uno di fronte all'altro movendo alla battaglia, quando per un improvviso fracasso le rupi rintronano orrendamente ed i monti scossi fin dalla cima alle radici e le chiome dei boschi e le rocce precipitano sulle genti. La terra mugge sin nel profondo degli scossi antri e si spacca ed un'immensa voragine scopre con l'ampia bocca le ombre dello Stige e le profonde ombre si impauriscono dell'antica luce. Respinto dall'antico alvo il lago nero si innalza fino ai monti e bagna con insoliti spruzzi i boschi tirreni. La crudele tempesta atterrò nella sua rovina popoli e forti regni e li rapì. I fiumi impetuosi rifluendo combatterono con i monti ed il mare ritrasse le onde sconvolte ed i Fauni abitatori dell’Appennino discesero alle spiagge. Ciò non ostante si continua a combattere ed i soldati trabalzando sul terreno che trema o rovinando sul suolo che s'apre (o furore della guerra!) scagliano giavellotti contro il nemico con deboli braccia. Infine la gioventù daunia sconfitta e dispersa si dà alla fuga e sconvolta si getta dalle rive del lago entro le acque stagnanti. Flaminio travolto a basso dalla voragine della terra grida loro dietro: « Che vi giova fuggire? Ora voi stessi guidate Annibale alle mura di Roma e lanciate da voi stessi ferro e fuoco contro le cime del Tonante Tarpeo. Fermi soldati, ed imparate come si combatte dal vostro comandante e se vi è impedito combattere imparate a morire. Flaminio darà nobile esempio ai suoi nipoti e nessun Libio o Cantabro che sia, vedrà mai il console fuggire. Io solo, se tanto furore e tanta libidine di fuga vi consola, riceverò nel mio petto gli strali nemici ed infiammerò morendo i vostri cuori a prove magnanime con questa anima mia che fugge per l'aure ». Mentre così li rimproverava e si slancia nel più folto dei nemici, un guerriero fiero nel cuore e nell'aspetto gli muove incontro. Dal nome della sua razza il feroce era chiamato Ducario e si crucciava sempre, nella selvaggia anima, della sconfitta delle falangi dei Boi. Egli riconosce il superbo vincitore ed esclama: “Sei tu, lo spavento mortale dei Boi? Voglio provare con questo giavellotto se sprizza il sangue da così grande corpo. Orsù fratelli non temete di immolare costui alle ombre dei forti. Egli, alto sul carro del trionfo, trascinò i nostri padri vinti sulla cima del Campidoglio e questa è l'ora della vendetta”. Frecce e frecce volano da ogni parte e così coperto dalla nuvola degli acciai volanti per l'aria il console non concede a nessuno il vanto di averlo ucciso. Morto il condottiero, terminò la battaglia. Intorno a lui i guerrieri più gagliardi si stringono ed adirati con i Numi e con sé stessi per tanti orridi eventi si svenano e ricoprono il corpo giacente del condottiero con i corpi, le armi e le destre invano insanguinate nella battaglia sfavorevole. L'eroe ha così un  monumento di sovrapposti cadaveri. Per le foreste, per le onde e per la valle inondata di sangue tutto è strage. Il tirio condottiero passa con il fratello fra le schiere dei morti e dice: « Guarda che ferite e che morti! Ogni soldato stringe nel pugno la spada e sembra che combatta ancora. O coorti, guardateli i nostri morti. I loro volti irati sono ancora minacciosi e vive in loro la furia della battaglia. Ed io temo che il destino abbia già decretato l'impero alla terra creatrice di tante e così gagliarde anime e che essa infine domini il mondo con queste stragi”. Così detto si ritirò sul far della notte e, calando il sole, le tenebre discendenti posero fine alle stragi.

VI - Già dileguandosi la notte, Titano attaccava sui lidi Eoi i cavalli che aveva sciolto sul mare Tartessiaco ed i Seri nota1 illuminati per primi dal nuovo splendore ritornavano a pettinare i velli nei laniferi boschi. Quali orride stragi in vista! Da ogni parte appare l'opera furibonda di Marte: guerrieri armi, cavalli alla rinfusa, là elmi e scudi qua destre ancora strette alle spade conficcate nei nemici e busti e teste e spade scheggiate sulle dure ossa e moribondi che cercano invano con gli occhi la luce. Il lago spumeggia di sangue ed i corpi uccisi galleggiano, per sempre insepolti sulle onde. Ma il valore italico non s'infranse nell'avversa fortuna. Bruzio sopra un mucchio di morti, esempio anche egli con le sue ferite della bellicosa ira nemica, levava penosamente il triste capo e trascinava gli arti dai nervi recisi per la strage. Egli era povero, di oscura famiglia rude e prode guerriero ma nessuno dei Volsci riscattò meglio di lui gli avi. Giovinetto generoso (non aveva ancora barba) corse bramoso al campo e diede all'acre Flaminio illustri prove di valore quando quegli sterminò, con maggior fortuna, i Celti. Ebbe quindi l’onore di essere in ogni battaglia eletto custode della sacra aquila e la sua vita fu devota al glorioso ufficio, poiché quando, certo di morire vide che il destino volgeva male e che, fuggendo l'esercito da ogni parte, non avrebbe potuto salvare l'insegna dai Fenici, pensò di sotterrarla, ma colpito da improvvise saette, cadendo la ricoprì con il suo corpo per morirvi sopra. Dopo la notte infernale ridestandosi un poco ai primi raggi dal sonno di morte, appoggiandosi alla lancia di un vicino morto, si levò e forte solamente del suo cuore magnanimo scavò una buca nel suolo molle di sangue e cedevole al ferro e là seppellita l'aquila sventurata ne adorò ancora una volta l’immagine e, con le mani morenti, la ricoprì di terra. Emise l'ultimo sospiro nell'aria lieve l'eroe affranto e mandò al Tartaro la sua grande anima. Il sacro furore delle battaglie era intorno spettacolo fiero e degno di canto. Quivi giaceva morto, sul morto Nasamone Tire, Levino, dell'alta Priverno, insigne per la vile laziale. Non aveva né lancia né spada, ma seppe trovare, nel suo disperato dolore, altra arma. La bocca sanguinosa gli servì all'ira ed i denti sostituirono il ferro. E già sbranate a morsi le narici e guasti gli occhi,aveva divelli dalla testa mutilata ambedue gli orecchi del nemico e ne maciullava orribilmente la fronte. Le labbra gli grondavano sangue, ma non fu sazio finché ebbe respiro e la morte gli fermò la bocca maciullante e piena. Mentre si davano queste prove inaudite di disperato valore, i feriti fuggivano di nascosto per le oscure  foreste e di notte tutti piagati escono all'aperto per le campagne desolate. Ogni rumore li impaurisce, ogni più lieve battere d'ala d 'uccello, e non hanno pace, né ristoro, né sonno. Ora attoniti sembra loro che li assalga la tremenda lancia di Magone, ora che Annibale alto li investa. Al campo era anche Serrano, figlio dell'inclito Regolo, che per aver conservato fede agli infidi Fenici, ha eternato nei secoli, sempre più grande, la sua fama. Egli era venuto giovinetto ancora con gli infausti auspici del genitore alla guerra Punica ed ora tornava oppresso dalla sventura e ferito ai suoi dolci Penati ed alla misera madre. Non gli rimane uno solo dei compagni che lo aiuti e curi le sue ferite mortali e per strade fuori mano fugge, nel buio della notte, appoggiato alla rotta lancia dirigendosi in silenzio verso le campagne di Perugia. Alfine stremato e pronto a qualsiasi cosa batte all'uscio di una povera capanna. Maro, antico e non oscuro compagno di Regolo nelle battaglie, si leva subito dal letto e portando in mano un lume, che aveva acceso al suo modesto focolare, apre la porta. Riconosce le note sembianze dell'eroe che stanco e disfatto per le crudeli ferite, miserabile a vedersi, non regge in piedi e barcolla attaccato al troncone della lancia. Quando apprende con dolore della sconfitta esclama: « Quale infamia vedo! Sono troppi i miei giorni e troppe le mie sventure! O Regolo, duce dei duci, io li vidi quando, non ostante le catene, atterrivi con lo sguardo la rocca di Cartagine, e ti vidi, eterna colpa e vergogna del Tonante, morire e ne ebbi tale dolore che non basterebbe a cancellarlo l'eccidio di tutta Cartagine. Ed ora, o Superi, dove siete? Regolo si consacrava a morte un’altra volta ed ogni speranza di così nobile progenie oggi Cartagine spergiura uccide un'altra volta ». Frattanto adagia le malate membra sul letto ed essendo esperto di medicina, che aveva appreso in guerra, lava le ferite con fresca acqua e ne lenisce con unguenti il dolore. Poi le fascia e con mano leggerissima involge te membra intorpidite con morbide lane e le riscalda e ricrea le forze del guerriero con parco cibo e ne bagna le labbra arse da sete crudele. Anche il sonno lo ristora con i suoi doni ed infonde nelle membra malate una dolce quiete. Prima di giorno il vecchio, ritornato giovane, tempera colle note arti l'arsura delle ferite e, tutto pietà sollecita, le intiepidisce. Serrano leva al cielo gli occhi e piangendo e sospirando esclama « O Giove, se non hai ancora in odio la rupe Tarpea e non hai condannato lo scettro di Quirino, guarda l'estrema rovina d’Italia messa a sacco e la bufera che travolge gli Eneadi, e disperdila giustamente. Perdemmo le Alpi e la nostra sfortuna non ha tregua. Il Ticino ed il Po, atri di stragi, e segnati dai trofei sidonii, la Trebbia e la terra dolorosa dell'Arno. Ma che dico? Quanti maggiori mali ci sovrastano! Io ho veduto le onde del Trasimeno gonfie per il nostro sangue e per il peso dei nostri eroi, ho veduto Flaminio cadere sotto nugoli di frecce! Chiamo voi a testimoni, o mio Nume, o ombre, se cercai fra le stragi nemiche morte degna del supplizio paterno. Ma il destino invidioso mi ha negato di morire come te, o padre mio, fra le armi »! E continua a lamentarsi, ma, il vecchio affaticandosi per lenirgli il dolore lo interrompe « Anche noi, come ci troviamo, soffriamo così come tuo padre. o anima grande, il declinare aspro del destino. Questo è il volere degli Dei: per lo scosceso cammino della vita sopportare il volgere dei vari casi del tempo. Godi, o Serrano, che il nome dei tuoi risuona in tutto il mondo, per prove insigni di gloria! Tuo padre non inferiore ad alcun Dio raggiunse fama immortale resistendo invitto alle sventure e conservando tutte le sue illustri virtù finché il corpo stanco resse all'ultimo sospiro. Io ero appena uscito dalla fanciullezza, quando la gioventù ombreggiava il volto di Regolo, fui suo compagno e vissi insieme a lui finché gli Dei vollero che il grande lume d'Italia fosse spento e l'integro cuore, che l'alma Fede empiva col suo Nume ed aveva prescelto a suo tempio. Questa spada, testimone di grande onore, egli me la donò in premio del mio coraggio insieme a quei morsi d'argento che tu vedi là anneriti dal fumo. Maro ricco di tali doni fu tenuto in pregio sopra ogni altro cavaliere, ma più di ogni altra cosa mi diede vanto la mia lancia ed a questa, come in vedi, offro i succhi di Bacco. Tu sei degno di conoscerne la ragione: Bagrada solca torbido e lento le aride sabbie, né v'è fiume di Libia che stenda acque così limacciose per le immense pianure o vi stagni con ampie paludi. Allettati dalle acque di cui è così scarso quel suolo inospitale eravamo assisi allegramente lungo le rive. Dietro di noi era un bosco privo di sole e squallidamente ombroso, che emanava per l'aria appestata un tetro puzzo. Là dentro v'era un'orrida tana, profonda ed immensa che  girava tortuosamente, buia come l'inferno. Inorridisco solo a ricordarla. Un mostro letale, nato dall'ira della terra, un serpente che mai occhio d'uomo ne vide l’uguale, lungo cento cubiti occupava la infausta riva ed il bosco infernale. Le fauci ingordissime di lui e l'immane pancia gravida di veleni si empivano di leoni sorpresi alla fonte, oppure dei greggi che fuggendo il grave sole meriggiavano al fiume o di uccelli che avvelenati dal fetore dell’aria piombavano dall'alto. L'orrido suolo era coperto di ossa mal rosicchiate ed il mostro satollo delle mandre ingoiate ruttava fieramente nel sudicio antro e se spegneva la sete che il fermentare dei pasti gli accendeva nell'impetuosa corrente spumante, non ancora aveva tuffato nelle onde tutto il corpo che già con la testa toccava la riva opposta. Io con Aquino, nato sull'Appennino, e con l'umbro Avente vagavo ignaro di tale flagello per la foresta desideroso di godermi la pace del bosco. All'avvicinarci, fummo tutti presi d'orrore e un freddo silenzioso ci corse per le ossa. Ciò nonostante entrammo, invocati le Ninfe e gli Dei delle acque sconosciute nel mistico bosco, trepidanti di paura e avanzando con passi incerti. Ed ecco che all'ingresso dell'antro, più feroce di Euro infuriato si scatena un infernale turbine impetuoso che si sprigiona contro di noi dalla profonda gola dove si adunava un uragano e disferra le sue raffiche con stridori di Cerbero. Volgiamo gli occhi esterrefatti intorno: la terra trema e rimbomba e sembra che l'antro rovini e le ombre sorgano dal profondo per vagare alla luce. Il mostro si leva alto col capo sfolgorante dal terreno sconquassato sprizzando contro le nuvole spuma e veleno e sbuffando oscura il cielo, come i serpenti di cui si armarono i Giganti quando assalirono il cielo, o pari all'idra che nelle paludi di Lerna stancò il figlio di Anfitrione ed enorme come il drago posto da Giunone a guardia degli alberi delle chiome d’oro. Fuggiamo precipitosamente chiamando invano aiuto ed ansanti, ma la paura ci strozza i gridi ed il mostro assorda tutta la foresta con i suoi sibili. Avente, cieco per improvviso terrore, (fu degno di biasimo ma lo spingeva il destino) si nasconde nell'ampio tronco di un'annosa quercia sperando di sfuggire agli sguardi dell'orribile nemico. Ma questi - lo credo anche io a stento - si avvolge strettamente al vasto albero con le sue spire e lo sradica fin dal profondo rovesciandolo al suolo. Avente trepidando chiama i compagni con l'ultimo grido. Mi rivolgo e lo vedo già afferrato, assorbito dalle fauci e sepolto nella sozza epa. Aquino, anch'egli sfortunato, si slancia nelle sonanti acque del fiume e tenta di fuggire velocemente a nuoto, ma la belva lo raggiunge in mezzo alle acque e fa sulla riva (orribile morte!) miserabile pasto delle sue carni. Così a me soltanto fu concesso di scampare al maledetto mostro e, per quanto l'affanno me lo consente, corro dal comandante e gli racconto ogni cosa. Regolo si commosse e pianse il miserando destino dei miei compagni; e come era sempre tutto fuoco di Marte nel combattere e nell'assalire i nemici e sempre ardente di grandi e pericolosi ardimenti, chiama subito alle armi i migliori cavalieri. Egli precede tutti sul rapido cavallo; il drappello scudato lo segue traendo le macchine murali e la pesante falarica che con la sua immensa punta abbatte le alte torri. Non appena l'antro mortale suonò intorno agli zoccoli dei corridori scorazzanti per il campo, la belva irritata dagli improvvisi nitriti uscì ruotando dalla spelonca ed emise dalla gola, con sibili, un fumo d'inferno. Gli occhi folgorando terribilmente saettano da ogni parte fuoco, la cresta si leva turgida oltre i tronchi e gli alti rami del bosco e la triplice lingua luccicante guizza dardeggiando nell'aria. Squillano le trombe ed il serpente spaventato innalza la sua mole gigantesca e rimanendo sul dorso si ravvolge intorno al petto, Quindi si slancia all'orribile battaglia sviluppando in un attimo le sue avvolte spire; si stende per quanto è lungo, piantandosi improvvisamente dinanzi ai soldati lontani. I cavalli impauriti a quella vista recalcitrano sbuffando. La belva agita il capo sul gonfio collo da ogni parte e getta in aria i guerrieri trepidanti o li schiaccia con il suo peso immane. E stritola ossa e s’abbevera di sangue e mandando orribile fetore dalla bocca lascia le membra rose per addentarne altre avidamente. Già la schiera indietreggia e, sebbene si allontani, il vincitore la insegue con l'alito pestifero. Ma ben presto Regolo la richiama e gridando l'incita a nuova battaglia «E che una serpe volge dunque in fuga degli italiani? E l'Italia non affronterà un serpente libico? Se un sibilo vi rende codardi ed un ringhio vi sgomina e vi atterra, ecco voglio cimentarmi da solo con la belva». Così grida e con la fulminea destra getta una lancia, che non stride invano e si pianta in mezzo alla fronte del mostro e poiché questi adirato si slancia innanzi gli si conficca ancor meglio nel capo. Erompe un grido improvviso e si innalza al cielo un suono confuso di voci giubilanti. Ma sdegnando di fuggire ed infuriato per il dolore della ferita che sente per la prima volta in vita sua, il parto bestiale della terra si avventa contro il condottiero. E non sarebbe stato vano l'attacco se il sagace eroe non lo avesse deluso volteggiando con il cavallo. Ma il mostro non la cede e roteando il dorso raggiunge il cavallo che caracollava finché Regolo girando a sinistra non riesce a salvarsi. Né frattanto Maro rimaneva inerte spettatore. La seconda lancia che entrò nel corpo del mostro fu la sua. Quello già lambiva con la triplice lingua il cavallo affaticato quando avventai la lancia in un impeto di furia crudele. Allora la coorte segue il mio esempio gareggiando ed il mostro sotto il nugolo delle frecce si rivolge da tutte le parli e solo il colpo della balista murale riesce a fermarlo. Fiaccato infine con il dorso ritto negli impeti, tutto fracassato, non si regge più e reclina il capo che saliva fulminando alle nubi. La falarica discende giù profonda nella pancia; le frecce gli accecano ambedue gli occhi; le fauci trapassate emettono bava e sangue e veleno. La coda rotta dalle aste, ultima speranza, giace al suolo ed anche la gola è morbida. Le macchine lanciano all'improvviso un trave che rombando gli fracassa il capo. Il mostro disteso quanto è lungo sulla riva esala dalla bocca in oscura nube l'ultimo veleno. Un muggito di dolore scoppia dal fiume ed un mormorio corre subitamente per i profondi aditi. L'antro, il bosco e le rive rimbombano intorno. Ma la malaugurata vittoria la scontammo con amari supplizi. Quanto amaro fummo costretti ad ingoiare! Non ci mancarono gli avvisi dei pietosi auguri. Il serpente ucciso era nelle acque del Bagrada sacro alle ninfe ed attendeva la vendetta. Quindi in premio della seconda ferita, o Serrano, ebbi in dono da tuo padre questa lancia che si bagnò per prima nel sacro sangue della belva». Serrano piange e Maro interrompendolo esclama: «O vivesse ancora egli e la Trebbia insanguinata non sarebbe uscita dalle rive né il Trasimeno avrebbe travolto nei suoi gorghi tanti eroi! Ma si vendicò anticipatamente della sua morte nel libico sangue. Cartagine esausta e senza più soldati ci chiedeva con le mani tese la pace e l'animoso Terapne le mandò in soccorso per triste destino un condottiero. Era brutto nell'aspetto, nel volto e nella persona non aveva nulla di autoritario, ma quel piccolo corpo, strana cosa, era così forte da vincere uomini anche di grande mole. Espertissimo nel guerreggiare univa l'astuzia al valore e con la sua tempra di acciaio viveva bene anche in luoghi aspri e selvaggi ed in nulla cedeva a questo Annibale che tutti ora considerano come il signore della guerra. Oh! il fatale Taigeta non avesse cresciuto costui sulle ombrose rive dell’Eurota. Avrei veduto le mora fenicie travolte dalle fiamme e non avrei pianto l'orrido scempio del mio capo, che nemmeno il fuoco mi può lenire e porterò fitto nel cuore all'Averno. Gli eserciti si incontrarono e le campagne intorno arsero di guerra. Ogni cuore divampava d'ira e si vedeva Regolo precipitarsi nella mischia valorosamente, aprirsi da ogni parte un varco con la spada, porre la vita ad ogni rischio, cercar colpi e vibrarne da ogni parte con il fulmineo braccio, ed ogni colpo portava morte. Ugualmente turbinando, tra il fischiare dei venti, la tempesta accavalla le nubi e con l'imminente ombra minaccia orrido schianto alle terre ed alle acque: trema ogni contadino ed ogni pastore sulle ombrose vette, ed il marinaio pauroso ammaina sul mare le vele. Ma il comandante greco, maestro d'inganni ad un tratto ripiegava, rivolgendosi in subitanea fuga con falso terrore verso certe forre dove erano nascosti gli alleati. Così a notte il pastore intento alla quiete del gregge copre con leggere fronde una fossa e vi attrae il lupo con i belati dell'agnello appostato vicino. Regolo spinto dal nobile cuore e da cieca fiducia nei vari eventi delle battaglie non guarda dove siano gli amici ed i compagni e se il grosso dell'esercito lo segue. Una insana bramosia di combattere lo divora e si avanza solo ed ecco, uscendo improvvisamente dai pietrosi nascondigli, una folla di Laconi lo circonda e su di lui che combatte ferocemente piomba la feroce turba dei Fenici. O giorno eternamente infame nei fasti del Lazio! Vergogna, o Gradivo! Il braccio sacro alla tua gloria ed a Roma è iniquamente gravato di catene. Non cesserò mai di lamentarmi. Regolo chiuso nella prigione fenicia! F, tu, Cartagine, apparisti degna agli Dei di così grande trionfo? E, quale pena, o Sparta, sarà pari all’obbrobrio del tuo iniquo guerreggiare? Il Senato Elisseo si consulta sui nuovi patti e domanda di scambiare il nostro capo con tutti i prigionieri Fenici. Elegge lo stesso Regolo arbitro di pace e dopo averlo fatto giurare lo manda a Roma. Non v'è indugio. Sulla spiaggia si prepara la nave e nei boschi i marinai tagliano in fretta i remi e rinnovano gli alberi con segati abeti e chi appresta ritorte gomene, e chi distende le vele innalzandole sull'alto albero. Altri attendono a collocare a prua le pesanti ancore ed il pilota Cotone, più di ogni tutti esperto, ordina a poppa il timone ed ogni altra cosa. E via per il profondo mare lo splendente bronzo dei triplici rostri scintilla. Caricano sulla nave armi alimenti e tutti gli attrezzi necessari alla traversata. Nel mezzo dell'alta poppa il comito dirige i colpi alternati dei rematori che al suo cenno calano o levano tutti nello stesso tempo i remi e ritmicamente ne risuona l'onda percossa. Allorché tutto fu pronto e giunse l'ora di affidare ai venti la nave preparata, vecchi, fanciulli e donne corrono a calca alla riva e tra loro il destino conduce l'Eroe, spettacolo a tanti sguardi nemici. Prigioniero si volge alla folla imperturbato, come quando approdò la prima volta alle spiagge di Cartagine, sommo arbitro delle navi d'Italia Mi unisco a lui, compagno bene accetto, e salgo con lui la nave partecipe dei tristi casi. Quivi sudiciume, cibo miserabile e per letto il duro assito. Questa lotta con gli estremi bisogni Regolo la considerava maggiore vanto che una vittoria sul campo, poiché era più bello per lui affrontare i mali e superarli anziché sfuggirli accortamente. Mi rimaneva ancora, sebbene conoscessi la sua fedeltà immutabile, un briciolo di speranza, poiché se ci era concesso di toccare le mura e le case di Roma forse la possente anima si sarebbe scossa ed intenerita ai pianti dei suoi cari. E così chiuso il timore nel petto pensavo che avesse anch'egli al pari di noi lacrime e cuore nella sventura. Giungemmo infine al paterno Tevere ed io spiai, fiso ed attento, il volto e gli occhi dell'Eroe testimoni del suo cuore e non ritrassi mai il mio sguardo dal suo. Credilo, o giovinetto, in mille rischi il suo volto non mutò, uguale in patria e dentro le mura della nemica Cartagine tra gli spasimi del supplizio. Da tutte le città d'Italia si affrettano incontro al prigioniero e la campagna e le alture formicolano di gente, ed un mormorio corre per le alte rive dell'Albula. Gli stessi capi libici, duri cuori, desiderano che l'Eroe indossi le vesti della patria, ma gli offrono invano la toga fregiata. Rimase immobile al pianto del Senato e della turba delle matrone dinanzi al dolore dei giovani. Per primo il console gli stese il braccio dalla riva e lo accoglie festoso mentre riponeva il piede sul suolo della patria. Regolo si ritrae e fa cenno al console di ritrarsi anche lui per non contaminare l'onore della sua somma maestà. Circondato dalla turba superba dei Fenici e dalla schiera degli altri prigionieri si avanza. Ognuno malediva gli Dei. Ecco traendo i due figliuoli appare Marzia, le vesti ed i capelli strappati per il dolore. Misera, misera troppo per così grande marito. Lo ricordi quel giorno? O non ti si impresse bene nella mente fanciulla? Allorché vede il suo Regolo smunto e coperto di cenci libici getta un urlo e sviene pallida come morta. Oh! Se in cielo vi è giustizia, tu o Cartagine dovrai vedere nello stesso stato le tue madri! Con voce tranquilla egli impone alla moglie ed ai figliuoli di non abbracciarlo; a così grande dolore che lo tormenta oppone impassibile la sua anima ». E qui Serrano fortemente sospirando prorompe in pianto: «O padre di cui più grande non siede Dio sulla rocca Tarpeia, se mi è concesso un lamento. perché alla madre dei tuoi figli ed ai tuoi figli volesti togliere l'onore e la dolcezza di avvicinarsi al tuo volto e di baciarti sulla sacra bocca? E perché padre, non volesti almeno che io stringessi con la mia la tua destra? Quanto più leggere sarebbero queste ferite se io potessi portare con me scolpita nel cuore fin nell'Averno la visione del tuo paterno abbraccio. Ricordo confusamente, o Maro, poiché allora ero bambino, che egli aveva nell'aspetto un qualche cosa di sovrumano. Le chiome sconvolte sul capo gli coprivano biancheggiando l'ampia nuca e la sua fronte ombreggiata da folti ricci mostrava la bella e tremenda maestà della sua anima. Non vidi mai un uomo simile a lui». E Maro interrompendolo, perché colla foga dei pianti non inasprisca le ferite «E passò innanzi ai suoi Penati ed entrò nel doloroso ospizio degli abborriti Fenici. Gli scudi appesi e le note frecce, il carro e le memorie eccelse dei trionfi dinanzi l'umile casa gli ferirono lo sguardo e la sposa dal limitare gli gridava «Dove fuggi, o mio Regolo? Non è questo, che tu lo fuggi, il carcere Fenicio. I casti segni del nostro talamo, la casa ed il paterno lare, inviolato ed intemerato. Pure due volte io qui ti resi padre e ne esultarono il Senato e la Patria. E' questo il posto, guardalo, da cui console glorioso, con sulle spalle la fiammante porpora vedesti sfilarti innanzi i fasci del Lazio. Di qui eri solito muovere alle guerre e qui trarne le spoglie e, lieto della vittoria appenderle agli stipiti. Io non chiedo già che tu mi conceda i santi amplessi maritali ma perché disprezzi i tuoi Penati? Concedi almeno ai tuoi figli questa notte». Essa piangeva e Regolo togliendosi ai lamenti giunge frattanto alla nave libica. Il nuovo giorno rischiarava appena in cima all'Oeta il monumento del rogo di Ercole quando il console comandò che i Libi si presentassero. Vidi Regolo entrare nella Curia e quello che dicesse tra il dolore di tutti me lo narrò poi egli stesso tranquillamente. Non appena lo videro tutti i Senatori a gara lo invitarono colla voce e col gesto al suo posto, ma egli ricusò sdegnando l'alto onore del suo antico seggio. Ciò nonostante i Senatori gli si strinsero tutti intorno pregandolo di rendere alla patria così illustre condottiero. Vi sono per il suo riscatto frotte di prigionieri, ed a maggior ragione il braccio che fu già avvinto dalle catene potrà meglio distruggere le tirie rocche. Ed egli levando al cielo gli occhi ed alzando le braccia: «O divina Fede che reggi l'universo, largendo valore e giustizia, o Tiria Giunone a me ugualmente sacra, io vi volli, Dei eterni, testimoni giurando il mio ritorno. Ed ora le mie parole siano degne di me e mi si conceda di salvare con la voce i focolari latini. Io ritorno, come fui pronto a venire, a Cartagine e col mio supplizio serberò intatta la fede. E voi cessate dal largirmi onori dannosi alla patria. In tante guerre, in così lunghi anni, si è fiaccata la forza della mia vita ed in carcere poi le forze del vecchio prigioniero furono stremate dal peso delle catene. Finché visse, Regolo non ebbe mai tregua nelle fatiche di guerra. Ed ora che cosa resta di lui? Un corpo esangue ed un nome. Quel che resti di me lo sa bene Cartagine, patria d’ogni frode, che crede di poter scambiare i suoi prigionieri con questo debole vecchio. Insorgete contro la frode e la gente fenicia che vive di inganni sappia quanto ti rimane ancora, o Roma, se pure io sono prigioniero. No, non si conceda pace se non secondo l'uso dei nostri avi, sebbene Cartagine domandi, e per mio mezzo, che a parità siano divisi i danni della guerra e siano pari le leggi e i diritti d'ambedue le genti. Ma possa discendere nella notte stigia prima che i Latini si pieghino ad accettare questi patti». Così disse e si abbandonò alla vendetta dei Tirii. I Senatori consentirono ai gravi e fedeli ammonimenti di lui e licenziarono i Libi che minacciando il prigioniero, addolorati per la ripulsa affrettarono il ritorno alle contrade native. Il popolo si affolla dietro i Senatori piangendo ed ululando e nel giusto dolore vuole per forza salvo l'eroe che i Fenici traggono con loro. Marzia lo vide salire sulla nave e come se gli si aprisse improvvisamente dinanzi il sepolcro corse tutta tremante a riva gridando orrendamente: «Prendete anche me, o Fenici, a compagna del suo strazio e della sua morte. O mio sposo, ti chiedo quest'unico dono, concedimi per i dolci pegni del nostro amore di seguirti e soffrire con te tutti i mali che ti preparano e il cielo e il mare e la terra. Non io mandai in battaglia Amicla, non io avvinsi colle nostre catene il tuo collo. Perché fuggi me misera fino ai Fenici? Prendimi con te insieme ai tuoi figli, forse vinceremo con le nostre lacrime le crudeli ire di Cartagine, e, se essa sarà sorda alle preghiere, la stessa sorte ci attenderà. Se sei deciso a morire, moriamo in patria, ché la tua compagna è pronta alla morte». Mentre ella così piangeva, sciolta la fune, la nave si allontanava pian piano. E la misera infuriando protendeva le palme verso le acque ed esclamava: «Ecco chi si gloria di conservare fede ad un popolo infido! Ed il giuramento che mi facesti? Dove l'accordo nuziale, o perfido?». Le ultime parole raggiunsero l'orecchio dell'eroe, il battito dei remi disperse le altre. Via per il fiume sboccammo ben presto nel mare aperto e la nave, allora più libera, si spinse prestamente in alto per le immense onde. Spesso preso d'orrore nel pensare all’obbrobrioso, imminente scempio desiderai che le onde adirate ci inghiottissero tutti o che Euro con furente impeto infrangesse la nave agli scogli. Così una sola morte sarebbe toccata a tutti. Invece un lieve soffio di Zefiro ci spinse al supplizio. Ed io, misero, vidi il suo martirio. E mi fu concesso di tornare a Roma al triste patto di narrarlo. Ora non oserei dirti l'ira feroce di quelle belve pigmalionee, se miracolo più grande dell'esempio di virtù venerata offerto da tuo padre si fosse mai veduto da uomo a questo mondo. Ormai è vergogna piangere per lo strazio che l'eroe sopportò serenamente e tu, giovane, degno di tanto sangue raffrena le lacrime appena urgano ai cigli. Costruirono una botte di legno armata dentro da punte d'acciaio tutte uguali e tali che, disposte con arte crudele da tutte le parti, impedivano al martire racchiuso il sonno. Da qualunque parte il lungo vegliare lo costringeva ad appoggiarsi, il corpo cadente era ferito a morte. Non piangere, giovane diletto. Quale trionfo è pari a questo valore? Finché la Fede sarà nome sacro ed avrà in cielo ed in terra un seggio, la gloria di Regolo splenderà sempre più bella nei secoli lontani. Verrà il tempo che gli attoniti nipoti apprenderanno, inclito duce, come si compì il tuo destino». Così dicendo leniva con mesta cura le ferite. Intanto la Fama agitando velocemente le ali arrossate nelle onde del Trasimeno spargeva per le vie di Roma il falso ed il vero. Le menti atterrite già vedono la rotta di Allia, i nefandi Senoni ed il Tarpeo predato. Il terrore che li acceca non ha più freno. La sciagura nello spavento non ha confini. Gli uomini corrono precipitosi alle mura al grido tremendo: «Ecco il nemico » e scagliano pazzamente frecce e giavellotti. D'altra parte le matrone pallide, con le chiome arruffate, invadono gli alti templi dei Numi, e fanno tarde preghiere per i loro cari che non sono più. Non v'è riposo, né di notte né di giorno e il popolo giace qua e là presso le porte ed urla di dolore, o segue passo passo le file dei reduci dal campo e pende dal loro labbro. Rimase dubitoso alle buone notizie e domanda di nuovo e prega e muto interroga talora con gli occhi, timoroso di udire l'attesa funesta notizia. E se ode un funesto annunzio si lamenta e si affanna, e se non ha notizie teme, od anche se il messaggero rimane in forse. Se si riconosce al volto un parente fra i sopravvenienti subito una folla ansiosa e festante gli si serra intorno e lo bacia sulle ferite e stanca il cielo con i voti. In quel trambusto era anche Serrano con a fianco il suo venerando sostegno. Marzia che sfuggiva ogni compagnia dal giorno della morte del marito e viveva nella casa silenziosa per amore dei suoi figli ora accorre anch'essa, angosciosa come un tempo. Turbata all'improvviso riconoscendo il vecchio Maro esclama «Inclito compagno di rara fede, questo almeno me lo rendi. E' lieve la ferita o l'orrida punta penetrò sino in fondo alle mie viscere? Grazie, o Celesti, comunque si sia, purché Cartagine non lo trascini avvinto in catene e non si rinnovi l'efferato scempio del padre. Quanto ti pregai, o figlio, perché non corressi a battaglia con la stessa ira di Regolo e non ti accendesse alle fatiche di guerra la stessa funesta gloria di tuo padre! Oh! la mia lunga vita è troppo straziata. O Dei, se mi foste avversi un giorno siatemi almeno ora benigni!». Ma cessata la prima confusione per la crudele disfatta i Senatori si studiano di sostenere il Governo vacillante. Non si  bada che alle armi ed il pensiero di un pericolo più grande vince la paura. Prima fra tutte le cure è di nominare un condottiero cui affidare con sicurezza il turbato impero d’Italia prossimo alla rovina. Giove stesso si prese cura di conservare a lungo l'italica possanza. Dalle alture albane volse lo sguardo ai campi etruschi e visto il Fenicio che ebbro per la fortuna già muoveva le insegne vincitrici verso Roma proruppe crollando il capo: «Oh no, giovinetto, non ti sarà mai concesso da Giove di avvicinarti alle porta di Roma! Sono ricoperte di stragi le valli tirrene ed i fiumi gonfi di sangue latino straripano. Ti basti questo, non salirai la rupe Tarpea né le mura di Romolo! Giove te lo vieta!». Disse e quattro volte folgorò con la destra e si illuminò intorno tutta la terra dei Meonii e, turbinando nera dal cielo squarciato, una nube scrosciò sulle libiche schiere. E non contento di allontanare il Fenicio, ispira nel cuore degli Eneadi il nome di quegli cui si potrà porre Roma sotto ben sicura guida. Fa confidare in Fabio il potere di reggere e di salvare la città. E quando lo vede eletto a supremo arbitro dice fra sé: «Costui non sarà mai preso d'invidia né si accenderà al plauso del popolo. Non ingannatore, non predone, non avido, vecchio soldato accoglie con animo tranquillo vittorie e sconfitte ed è di indole eccelsa sia in pace che in guerra». Così parlò il Padre degli Dei e fece ritorno in cielo. Fabio ritornava vigile ed accorto, sempre illeso tra le astuzie del nemico, caro a Giove, lieto di enumerare al suo ritorno in patria tutti i guerrieri che lo avevano seguito al campo. Nessuno mai più sollecito di lui come verso tanti figli, né mai alcuno si addolorò tanto vedendo cadere i compagni. Pure quest'uomo, bagnato di sangue, ritornava a Roma vincitore con tutti i suoi soldati. La sua stirpe era divina, poiché quando Ercole ritornò un tempo da remote contrade fece fermare il portentoso armento per cui ebbe fama il mostro dai tre capi: là dove si innalzano le mura di Roma, Evandro innalzava, come si racconta, fra boscaglie e selve, con la sua povera gente, il Palatino. La regale sua figlia vinta d’amore per il sacro ospite generò con la sua dolce colpa il primo Fabio. Così la fanciulla arcade univa il suo sangue a quello divino, futura madre dei nipoti di Ercole. Questa famiglia armò in un solo giorno trecento figli che si slanciarono dalla stessa soglia contro il nemico. Pure un Fabio superò le illustri gesta di tutti i suoi emulando con la sua gloria, per avere accortamente temporeggiato, il capitano libico. Così grande tu fosti allora, o Annibale! Mentre i latini atterriti si preparano di nuovo alla guerra, il comandante libico, turbato da Giove e senza più speranza di marciare contro Roma, si avvia per le alture ed i campi dell'Umbria verso l'alta cima del monte da cui discende la costa di Todi e dove giace al piano, scalando inerti nebbie, Mevania 2nota che offriva a Giove grandi vittime di tori. Poscia invade gli oliveti dei Piceni ricchissimi di preda con le sparse coorti. E dovunque vi è bottino che lo attiri avanza colle armi devastatrici ed arresta la rovinosa scorreria al mite suolo della Campania che senza alcuna difesa accoglie nel suo grembo la guerra. Il condottiero guardava le case ed il tempio della palude Literno e vide le pitture splendide che ne abbellivano i portici. Quivi erano dipinte in onore degli avi le imprese della prima guerra istoriate in lungo e bello ordine. Appariva per primo Regolo che truce nel volto chiedeva guerra, guerra che forse se l'uomo potesse leggere nel futuro, non avrebbe desiderato. Vicino secondo l'uso dei padri, Appio che indice guerra a Cartagine ed incoronato di lauro riporta per primo il trionfo sui Serrani. Quindi sorgeva alta, trofeo di vittoria navale, una colonna adorna di rostri nel suo vivo candore; e Duilio che aveva calato a fondo per primo la flotta fenicia ne offriva le spoglie a Marte. Egli si levava a notte con solenne onore tra fiaccole risplendenti e le armonie dei sacri flauti dalla mensa e così festeggiato con canti e luci ritornava ai casti lari. Annibale vide anche gli onori funebri che Scipione vittorioso sulle spiagge sarde rendeva ad un condottiero libico. E le coorti puniche disperse giù per le prode e Regolo dall'elmo scintillante che le incalza. Gli Autololi, i Numidi, i Mori, i Garamanti e gli Ammoni gettano le armi e consegnano le città. Il Bagrada sparge sui campi vasti di sabbia le lente acque spumeggianti di bava viperina ed il serpente immane combatte con le schiere che lo minacciano e si lancia infuriato contro il duce. E lì vicino il condottiero Xantippo che è gettato in mare da poppa dalla perfida ciurma e tende supplice, ma invano, le palme al cielo e con la morte meritata vendica, se pure tardi, te o Regolo. Inoltre vi erano dipinte anche le Egadi sporgenti ambedue dal mare e per le onde i rottami dei navigli ed i soldati fenici che galleggiavano. Lutazio sospinto dalla fortuna, signore del mare trae a terra la nave conquistata. Quindi in mezzo ai messaggeri di pace anche il padre del condottiero: Amilcare, e la sua immagine tra così diverse opere istoriate attirava lo sguardo dei circostanti. Si vedevano vari simboli di pace e gli altari giurati e vilipesi, e Giove irriso e Roma nell'atto di dettar legge ai vinti. Uno dopo l'altro i Libi, pieni d'orrore, con la nuda scure sopra il collo trepidante, chiedevano pietà con le mani tese e giuravano gli accordi che presto violarono. Venere dall'alto dell’Erice si compiaceva di tale vista. Poiché Annibale ebbe guardato con volto fiero ad una ad una quelle immagini proruppe sogghignando: «O Cartagine, non dipingerai nei portici sidonii opere di minore importanza compiute dal mio braccio! Prima si deve vedere Sagunto rovinare sotto il ferro e il fuoco e i padri che con le loro mani scannano i figli. Enormi le domate Alpi, con su le aeree cime i Garamanti ed i Numidi a cavallo, vincitori. Poi il Ticino con le sue rive spumeggianti di sangue e la Trebbia amica, e, stretti intorno da cadaveri, i toschi lidi del Trasimeno. E quel Flaminio così forte in armi che s'abbatte col suo gran corpo, e si veda Scipione, il console, che fugge sanguinando e il figlio che lo salva portandolo sulle spalle. Queste imprese  puoi mostrare, o Cartagine, a tutti i popoli ed altre ancora più grandi ne mostrerai: Roma che divampa tutta per l'incendio dei Tirii e Giove stesso precipitato dalla rupe Tarpea. Orsù guerrieri, al cui grande valore io debbo parte dei miei trionfi, che queste odiate memorie siano messe come è giusto a fuoco, ed incenerite ».

VII - Fabio era frattanto nel pericolo l’unica speranza di Roma. Raccoglieva senza posa gli alleati ed armava l'Italia dolorante per le ferite ed ormai vecchio ma gagliardo ed infaticabile nell'aspra guerra muoveva già il campo. La sua mente assennata non guardava soltanto alle lance, alle spade ed ai cavalli; contro tante migliaia di Fenici ed un così gran condottiero egli scendeva solo in campo e recava lui solo le armi ed i guerrieri. E se non fosse stato fermo nel far fronte all'avversa fortuna temporeggiando sarebbe stato quello l'ultimo giorno per i Dardani. Egli temperò il favore degli Dei verso i Fenici ed arrestò nella corsa fortunata l'Africa vincitrice e nel colmo della baldanza per le sconfitte degli Italiani la illuse con avvenimenti ben misurati. Tu che salvasti l'impero di Troia dalla seconda rovina e le sfortune d'Italia e conservasti le opere degli avi ed il tesoro di Carmente ed i regni di Evandro, innalza il sacro capo al cielo sublime. Eletto il dittatore, il suo nome corse di bocca in bocca ed il condottiero libico comprendendo che non senza ragione in Roma si cambiava capo così in fretta volte conoscere quale fosse la fortuna ed il valore di Fabio. Pensando che Roma forse nell'estrema rovina eleggeva Fabio capitano credendolo pari a lui, temeva che egli fosse vecchio e quindi freddo e pesato, non cedevole ad inganni e perciò fece chiamare un prigioniero perché subito gli dicesse tutto sul conto di quello: età, famiglia, indole ed imprese. Il prigioniero era Cilnio d'illustre famiglia aretina. Guerriero giovinetto si era trovato sulle rive del Ticino, dove essendogli caduto il cavallo ed essendo egli stesso ferito aveva dovuto arrendersi. Egli desiderando porre fine con la morte alla sua vergogna esclama: «Ora non hai più dinanzi Flamini, non Gracchi impetuosi. Questi è discendente di Ercole e se fosse nato nel tuo paese vedresti che ora Cartagine detterebbe leggi al mondo. Non ti enumero le imprese, ti dirò solamente di una e da questa saprai chi sono i Fabi. Il popolo di Veio, insofferente del giogo, rotti i patti si spingeva sotto le mura di Roma. Il console chiamò alle armi. Si presentarono alla leva, e formarono le schiere i figli della famiglia di Ercole. Cosa inaudita! Da una sola casa un esercito di patrizi si slanciò contro il nemico. Erano trecento e tutti condottieri, così che ad uno qualsiasi di essi avresti affidato il peso della guerra. Quei gagliardi partirono con funesto annunzio, chè la porta scellerata cigolò minacciosa sopra i cardini tremanti e l'ara massima di Tirintio risuonò. Ciò nonostante si lanciarono imperterriti all'assalto sdegnando di contare i nemici e ben presto vi furono più morti che assalitori. Stretti in falange od uscendo in ordine sparso combattevano tutti con uguale vicenda di pericoli e di ardimento; ciascuno a gara era degno di condurre il primo dei trecento trionfi sul Tarpeo. Vane speranze! Come dimenticano gli uomini che ogni loro bene vanisce in un soffio! Quel manipolo di eroi, cui parve indegno che, vivi i Fabi, tutta Roma sostenesse il peso della guerra, accerchiato all'improvviso da ogni parte dai nemici cadde insieme per invidia degli Dèi. Caddero, ma non hai ragione di esultarne, Annibale, ne vivono ancora per sterminio tuo e della Libia. Uno solo, tanto è vigoroso nel braccio, tanto saggio nell’operare, accorto nel vestire, il vigile pensiero di finta calma, combatterà con le trecento destre. Tu cui pure ferve nelle vene il fuoco della gioventù non saprai spingere nelle battaglie più rapidamente il tuo cavallo né stringere più forte le redini». Così egli parlava desideroso di morte ed Annibale gli rispose: «Folle, cerchi invano di cecitare la mia ira e speri invano di toglierti alle catene morendo. Devi vivere per sentirle più pesanti». Così disse fiero del lieto ardire e del favore dei Numi. Il Senato latino e le matrone pietose si recavano frattanto al sacro tempio. Le madri da una parte avanzavano in lunga fila con il volto lacrimoso e piangente per offrire a Giunone un peplo consacrato. «O regina degli Déi, odi benignamente le caste preghiere! Itale madri, degne di tanto nome, ti rechiamo umilmente un velo ricamato dalle nostre mani e tessuto con biondi fili. Sia questo il tuo ornamento finché non cessi l'ansia delle madri, finché tu non consenta a disperdere lontano dalle nostre terre la nube marmarica, ed allora una corona d’oro tempestata di gemme splenderà, o Dea. sulla tua fronte». Recano quindi acconci doni a Minerva, ad Apollo, a Marte e sopratutto a Venere. Tanto dunque la sventura muove a pietà verso gli Dèi come altrettanto rari fumano, nei tempi lieti, gli altari. Roma secondo l'uso degli avi recava questi onori nei templi. Frattanto Fabio avanzava chetamente avendo l'aria di temere ed in tal modo chiudeva ogni strada alla fortuna del nemico; proibisce ai soldati di allontanarsi dalle insegne e li educa -somma gloria, per cui il dittatore romano è, levato eternamente alle stelle- ad obbedire. Appena apparirono da lontano in cima ai monti le prime insegne e le nuove armi brillarono, il condottiero libico gioì di speranza. Gli arde in cuore il desiderio della vittoria e si cruccia che l'esercito nemico unico indugio al suo trionfo ancora non s’avanzi schierato a  battaglia e grida: «Alle armi, o soldati! Alle porte! Atterrate con i petti la trincea poiché il nemico è tanto lontano da noi quanto dalle Ombre. Abbiamo dinnanzi dei vecchi snervati così che ci fa vergogna l'affrontarli. Quello che voi vedete è il resto inutile, il rifiuto delle prime battaglie. Dove sono i Gracchi ed i due Scipioni folgori delle genti? Messi in fuga dall'Italia non si fermarono se non quando il terrore li ebbe condotti ai confini della terra, all’Oceano; e là profughi entrambi con il terrore del mio nome nell'animo guardano le rive dell'Ibero. Anche Flaminio mi accrebbe onore e la morte di lui guerriero feroce, considererò sempre fra le mie gesta; ma quanti anni di vita toglierà la mia spada a questo Fabio? Ed osa egli starmi di fronte? Osi pure, porrò ben io fine alle sue guerresche prodezze». Grida così e fa avanzare di corsa le sue schiere. Innanzi a tutti a cavallo ora minaccia con il braccio il nemico ora gridando lo accusa di viltà, ora scaraventa una lancia da lontano,ora si leva superbamente sulle staffe e si agita come se combattesse. E sembrava il figlio di Tetide sui frigi campi quando vestite le armi vulcanie traeva seco sullo scudo imbracciato le immagini del cielo, della terra, delle materne onde e dell’intero universo. Fabio seduto sull'alto giogo del monte spettatore delle folli ire, indugiatore esperto, lasciava che quelle tracotanti e minacciose anime si affaticassero e si domassero con il desiderare inutilmente la battaglia. Tale il pastore rinchiuso il gregge nel difeso ovile, si riposa sicuro a notte profonda ed intanto i lupi famelici e furibondi lanciano orrendi ululati e mordono inutilmente i ben saldi ripari. Il condottiero libico irritato si muove lentamente verso i campi dell'Apulia e si appiatta in una nascosta valle pronto ad accerchiare l'esercito latino se lo insegue e prenderlo nell'imboscata. Ordina spesso insidie per i remoti sentieri con il favore delle ombre notturne e simulando spavento finge di fuggire. Talora lascia in fretta il campo invitando il nemico a larga e ricca preda come il Meandro che scorre di qua e di là nelle terre meonie e nel flessuoso serpeggiare incontra se stesso. Ogni suo pensiero è una frode e con l'anima inquieta va architettando mille piani ed agitato tutti li prova. Così le acque irradiate dallo splendore del sole ondeggiano guizzando mille riflessi sulle case e proiettano le immagini vibrando nell'ombra con tremolanti riflessi. Ormai il Fenicio freme di sdegno e mormora fra sé: “Se costui mi fosse venuto incontro prima, la Trebbia ed il Trasimeno sarebbero un nome vano e l'Italia non piangerebbe ed il fiume di Fetonte nota1 non avrebbe gettato in mare le acque colorate in rosso. Egli si raffretta e con le tranquillità ci stanca: questa è l'arte delle sue vittorie. Quante volte sembrava che ci venisse innanzi altrettante volle si faceva, con scaltrezza, gioco di sventare le nostre frodi”. Era la mezzanotte e la vigile tromba dava il segnale alle scolte ed i guerrieri desti dal sonno in sù la terza aspra vigilia già correvano alle armi. Egli muta strada e lasciandosi alle spalle il paese di Dauno, predatore ben noto, ritorna alle spiagge campane. E quando giunge agli ubertosi campi di Falerno (terra ubertosa che non fallì mai al vignaiuolo) pone crudele fuoco ai tralci carichi. Non è lecito o Bacco tacere le tue lodi sebbene alto soggetto mi chiami a sé. Dispensiere del sacro liquore abbi onore di canto e ricorda che le viti colme di grappoli a nessuno altro cedono il nome dei pressitoi falerni. In un tempo migliore, quando non si conoscevano le guerre, il vecchio Falerno arava le massiche montagne. I pampini non facevano ancora verde ombra festante alle rive nelle zolle ignude, e l’uomo non mesceva ancora, nelle tazze, il dolce succo lieo e spegneva la sete nella pura acqua del fonte. Quivi giunse ospite per caso il padre Lieo quando muoveva alle spiaggie di Calpe ed all’ultimo Occidente. Egli, abitatore del cielo, non disdegnò la capanna ed i miseri Lari, e salutò con gioia le pareti affumicate e l'umile desco posto come s'usava in quegli antichi e semplici tempi dinanzi al focolare. Non si accorse il vecchio di avere in casa un Dio, e con il buon cuore degli antichi andava e veniva sollecito e contento nonostante i tardi anni. Compone in canestri puliti la frutta conservata per i giorni di festa e porta dall'orto gli erbaggi imperlati di rugiada e divide dolci vivande, fior di latte e miele. Porta sopra le mense monde di sangue i doni di Cerere, ma preso prima un po’ di ogni cibo, consacrandolo a Vesta lo gitta nel fuoco. Il padre Lieo commosso dalle ansiose cure del vecchio non volle che la mensa fosse priva del suo dolce liquore. Ad un tratto, mirabile cosa, le ciotole di faggio spumeggiarono dei pampinei succhi, mercede all'ospite poveretto. Dalla vile secchia traboccò il nettare vermiglio e per i crateri di quercia odorò il dolce umore delle uve. Bacco allora disse: “Accetta questi doni sebbene ti siano sconosciuti. Renderanno celebre un giorno il nome del vignaiuolo Falerno”. Il Nume più non si nascose e si cinse di corimbi la fronte sfolgorante di purpurea luce e le chiome sparse per il collo: dalla sua destra penzola il cantaro dal verde tirso e la vite cade e cerchia con festoni Nisei la mensa ospitale. Non ti fu facile, o Falerno, sopportare il lieto umore. Bevuto appena il secondo bicchiere cominci a ridere e balbetti e vai trabalzoni, la testa ti ciondola e nel ringraziare il Dio benefico ti sforzi di celebrarne grandi lodi e biascichi cincischiando oscure parole. Infine il sonno, fedele compagno di Bacco, ti chiude i riluttanti occhi. I destrieri del sole fugarono appena con i timidi raggi la rugiada ed ecco Massico apparve tutto intorno lussureggiante di viti, meraviglioso per i suoi nuovi boschi ed i grappoli splendenti e festanti ai raggi del sole. Fin da allora il ricco Tmolo, Ariusia dalle tazze colme d'ambrosia e la scarna Metimna di qua dal monte cedettero il vanto alle botti di Falerno. Ed ora Annibale mette orribilmente a sacco questi raccolti irato che Fabio tenga a bada lui e tante armi sitibonde di sangue. Anche nel campo latino sorse il perverso desiderio della battaglia e le schiere volevano pazzamente calare dal monte. Gloria, o Musa, gloria immortale all'eroe che vinse due eserciti e seppe domare la furia libica e quella romana. Ed egli disse: “Se i Senatori avessero creduto in me cuore ardente, indole avventata e tale da turbarsi alle grida, non mi avrebbero affidato nell'agonia di Roma il peso di questa guerra disperata. Il mio consiglio è ponderato a lungo e deciso. Vincerò, salvando anche chi non lo vuole ed affretta la sua rovina. Se avete in odio la vita e vi strugge il desiderio di portare voi per ultimi il sacro nome romano, se vi duole che in tempo così misero non suoni ancora famosa la terra che calpestiamo per una nuova e clamorosa sconfitta, richiamate Flaminio dalle ombre. Egli da gran tempo dato il segnale, vi avrebbe condotto precipitosamente all'assalto. Ma non vedete che la rovina è ancora imminente? Basta una sola vittoria del Fenicio e la guerra è finita. State tranquilli, o soldati, ubbidite al comandante e quando l'ora propizia della battaglia sarà giunta le vostre imprese siano pari alle forti parole. Non è arduo correre alle armi. Tutti voi quanti siete potete in un momento uscire a battaglia dalle porte aperte. Merito insigne concesso solo a coloro cui Giove sorrise amichevolmente nel partire, è il ritornare dal nemico. Il Fenicio segue alla cieca la sua fortuna e spinge la sua nave fidando nei venti favorevoli. Finché non cessino le aure e le vele cadano morte senza vento è conveniente indugiare. La fortuna non è mai costante nel suo amore. Quanto è già arduo per i Tirii rimanere senza combattere e quanto la loro fama ne scema! Oh! Tra le altre non sarà lode ultima per me che quegli.... Ma è meglio tacere. E voi gridate alle armi, alle battaglie, al subito cimento? Vi conservino sempre gli Dei questa fiducia ma frattanto non correte in cerca di pericolo maggiore e lasciate a me solo, vi prego, tutto il peso di questa guerra ». Cessarono a queste parole le ire e si calmarono le rabbiose armi, come quando Nettuno leva il capo rasserenato dalle onde commosse e gira intorno lo sguardo per l'infinito mare che lo riconosce per suo signore e cessano ad un tratto l'orrida lotta, i clamori, i venti cui non si muove più ala sulla fronte ed una calma soave si diffonde sulle acque e placidi i flutti lambiscono splendendo le mute spiaggie. Seppe ogni cosa lo scaltro Fenicio e pensò di assalire gli animi con il veleno della frode. Fabio possedeva in eredità pochi campi e benché lavorati da pochi aratri pure i suoi terreni viniferi avevano un certo nome nel Massico. Ecco quindi che il Fenicio comincia a seminare sospetti fra le genti latine tendendo il laccio e ne coglie il destro: «Fabio stando malignamente lontano dalle fiamme, dal ferro e da ogni oltraggio conserva illesi quei campi come se ritardasse la guerra per un segreto accordo». Il dittatore ben intuisce l'astuzia, ma non si turba; fra le trombe e le armi non teme sozza invidia né per sfuggire al morso della calunnia s'induce ad attaccare pericolosa battaglia. Mentre il Fenicio gira e rigira e si accampa qua e là in cerca di battaglia, egli, occupati gli sbocchi fra giogaie altissime e boscose e nude rocce, lo chiude. Alle spalle lo stringevano i monti Lestrigonii nota2 e si stendevano squallidi e funerei i campi delle paludi di Literno. Il luogo non faceva né per armi né per armati; la fame premeva l'esercito imprigionato fra le gole infide, a vendetta dell'infelice Sagunto, e già la guerra libica sembrava volgere a termine. Sulla terra e nei gorghi profondi del mare tutto giaceva immerso nel sonno e terminate le fatiche del giorno tutto il mondo sentiva che nella notte gli uomini hanno pace. Solo al condottiero tirio i mille affanni ed i vigili timori che gli tempestano il cuore vietano il grato ristoro della notte. Ad un tratto balza dal letto e gettatasi indosso la pelle di leone, su cui riposava disteso, si reca celermente nella vicina tenda del fratello. Quegli uso alle abitudini della guerra giaceva su di una pelle di toro e placava col sonno gli affanni. Vicino a lui conficcata nel suolo stava la lancia ed appeso a quella l'elmo, in terra alla rinfusa, la corazza, lo scudo, la spada, le frecce baleari e l'arco. Vicino a lui riposano scelti guerrieri lieti provati nelle armi ed il suo cavallo disteso addenta frattanto le erbe. Destatosi al rumore dei passi grida: «Olà - e gridando impugna la lancia. - Qual pensiero o fratello vieta a te stanco il sonno ed il riposo? » Si alza ed urtando col piede i suoi fidi che giacciono sull'erba li richiama alle opere di guerra. Il condottiero gli dice: «Fabio mi fa vegliare in angoscia queste misere notti. Solo quel vecchio arresta il corso del mio destino. Magone, tu vedi che i latini ci accerchiano da ogni parte, ma poiché il bisogno ci incalza senti quello che ho pensato questa notte. Per i campi sciolti dalla guerra ci seguono gli armenti depredati. Ora, voglio legare alle corna dei buoi aridi rami e cerchiare le loro fronti con fascine. Quando il fuoco si sarà appiccato ai sarmenti e propagato, i buoi incitati dal dolore andranno saltando da tutte la parti e crollando le teste ardenti incendieranno le colline. Presi a nuovo terrore e paurosi di peggio gli assediati romperanno nella notte l'iniqua cerchia. Se approvi il mio pensiero, poiché il pericolo ci vieta ogni indugio, mettiamoci subito all'opera ». Così disse ed entrarono ambedue con passo uguale nella tenda. Marasse giaceva con il gran corpo fra cavalli, soldati e spoglie sanguinose, la testa appoggiata allo scudo; e proprio in quel momento combattendo in sonno lanciava un urlo tremendo cercando con mano tremante e smaniosa l'armatura e la fedele spada. Magone toccandolo con la lancia lo desta dal sonno battagliero e così gli parla: «O fortissimo capitano, frena nella notte il tuo furore e serba le battaglie per la luce del giorno. E' tempo di stratagemmi e di fughe nascoste per ritirarsi al sicuro. Mio fratello comanda che legate aride fascine alle corna dei buoi si spinga il gregge con il capo in fiamme entro il bosco ove i romani ci impediscono il passaggio. Egli pensa di liberarci in tal modo dall’assedio. Usciamo, o Marasse, e questa frode insegni a Fabio che con noi non si gareggia d'astuzia ». Senza indugiarsi e godendo dell'audace impresa il guerriero si affretta alla tenda di Acherra. Costui incurante di riposo e di sonno vegliava curando il suo cavallo feroce e lo carezzava e gli bagnava i labbri tormentati dal morso. I suoi compagni aggiustavano le armi e pulivano le spade dal sangue e ne aguzzavano le punte. Magone e Marasse li informarono del loro pensiero e affidato a ciascuno il suo compito li incitarono a porsi subito all'opera. Il comando va per il campo ed i capitani ordinano sollecitamente ai loro soldati il da farsi. L'ansia di partire in fretta agita e stimola i paurosi ed in un baleno nei silenzi profondi e nelle dense tenebre della notte il fuoco si apprende ai virgulti e lambisce le strette corna. L'armento sferzato dal dolore agita le corna e così nutrisce le fiamme che tra il fumo divampano trionfanti. Sospinti dal flagello per la selva, in mezzo ai cespugli, i buoi balzano anelando e sbuffando di balza in balza e di cima in cima. Il fuoco occupa loro le narici e tentano in vano di sbuffare con rabbiosi sforzi. La vulcania peste si propaga senza freno intorno per i monti e per le valli e illumina la vicina spiaggia con il suo bagliore. Così nelle notti serene il navigante fisso lo sguardo in cielo mira dal mare che solca infiniti astri; e tale in cima al Gargano il pastore seduto vede fra nuvoli di fumo fuochi e fuochi che bruciano intorno le boscaglie per impinguare le pasture calabre. I Romani all’improvviso apparire delle fiamme uscirono inorriditi dai posti di guardia. Pensarono da prima che fossero fuochi non nutriti da alcuno che errino sfrenati per i monti; poi che piovessero dal cielo scagliati dalla destra sterminatrice di Giove e che fossero fiamme sulfuree uscenti dalle profonde e squarciate viscere della terra, e fantasticando incerti pieni di spavento si danno alla fuga. Occupate subito le uscite il condottiero tirio esulta libero negli aperti campi. Intanto però s'era giunti a questo, che Annibale famoso per i trionfi alla Trebbia ed al Trasimeno fosse lieto di sfuggire a Fabio ed alle armi romane. E Fabio l'avrebbe inseguito senza posa nella fuga se i patri Numi non l'avessero chiamato a Roma ad un sacro ufficio. Per cui rivolto al giovine, cui secondo le usanze rimetteva le insegne ed il massimo peso della guerra, lo ammaestrò con tali parole: «Se non hai ancora appreso alla scuola delle mie imprese cauto consiglio, le parole non potranno certo condurti alla gloria né trarti dall'errore, o Minucio. Tu hai già veduto Annibale rinchiuso; e vedesti che né cavalli né fanti né coorti lo accerchiarono -ne sei testimone- ma io solamente. Ed ora voglio ancora ridurlo a quel punto. Lascia che faccia secondo il rito solenni sagrifizi agli Dei, e te lo consegnerò prigioniero tra alti monti e profondi fiumi purché tu non venga ora a battaglia. Ma credimi, poiché so il vero per prova e non mento, unico scampo nelle presenti angoscie è l’attendere tranquilli. Altri si compiaccia pure di orride stragi e si abbia gloria dal ferro sterminatore, il trionfo di Fabio sarà di salvare voi tutti. Ora ti affido il campo integro ed i guerrieri non feriti: tale, a tua gloria, rendimelo. Presto vedrai questo leone libico scorazzar vicino alle trincee, adescandoli con finto bottino e fuggire pur guardandosi dietro e covando sempre nuove ire e nuove frodi. Chiudi il campo, te ne prego e non dargli alcuna speranza di battaglia. Ti bastino questi consigli e se a frenare i tuoi spiriti non bastano le mie parole, io, per la mia sacra potesta di dittatore, ti proibisco di muovere le armi ». Così Fabio raccomandandosi partì per Roma. Frattanto la flotta fenicia sospinta da venti favorevoli costeggiava le spiagge di Gaeta e le Lestrigonie impossessandosi man mano dei porti. Il mare flagellato da tanti remi spumeggiava ed al clamore uscirono turbate dai cristallini antri le sorelle marine. La turba delle Nereidi allorchè vide la spiaggia in balìa di prore straniere fuggì attonita e frettolosa dove sorgono gli antichi regni dei Teleboi nota3 e le lontane dimore scogliose. Quivi abita nel cavo orrido masso Proteo il vate e con le opposte rocce respinge la onde spumeggianti. Come apparvero le ninfe, non sapendo la ragione del loro terrore si tramutò per giuoco in varie forme. Ora atro e squamoso serpente le assorda con orrendi sibili, ora si cambia in leone e rugge ferocemente. Quindi domanda loro: “Quale ragione vi spinge? Perché così pallide? Qual desiderio di conoscere l’avvenire?”. E Cimodoce, la più grande tra le ninfe italiche, gli disse: “Ben ti avvedesti del nostro affanno, o profeta. Spiegaci quel che fanno costà le tirie navi e perché ci tolsero le nostre marine? Pensano gli Dei che il Lazio debba passare in Africa? E questi porti rimarranno in potere dei marinai fenici? E noi scacciate dalla patria ci rifugieremo nei remoti antri di Atlante o di Calpe?”. Allora rifacendosi al principio il vate multiforme svelò con tali parole il futuro: “Sedendo il pastore laomedonteo in cima al frigio Ida e richiamando con il flauto gli armenti dispersi fra i cespugli alle roride pasture udì che Dee si contendevano il vanto della bellezza. Quivi Cupido intento agitava i cigni materni del cocchio, sollecito di giungere all'ora stabilita per il giudizio. Gli splende sulle spalle il turcasso e l’arco d'oro e rassicurando la Dea le addita la sua faretra carica di frecce. Un amorino le ravvia le chiome sulla bianca fronte mentre un altro le cinge la purpurea e ondeggiante veste. La Dea apre con un sospiro le rosee labbra e dice alle sue belle creature: “Or ecco il giorno che mi deve testimoniare il vostro amore. E chi l'avrebbe sognato avendo voi vicini? Eppure (non so che altro mi attende ormai) Venere entra ora in gara di bellezza e di grazia. O miei vezzi, se vi diedi tutte le frecce infuse del dolce veleno per cui il vostro avo che dà legge al cielo e alla terra s'inchina a voi supplichevole, fate che la mia Cipro per il trionfo su Pallade si adorni di palme d'Idumea, e che io, per la vittoria su Giunone, veda ardere in Pafo cento altari”. Così accendeva la sua alata schiera e la selva suonava intorno per i passi divini. Si avanza senza egida la vergine guerriera: i suoi capelli di solito racchiusi nell'elmo erano ben pettinati ed essa atteggiando dolcemente gli occhi a pace, passa velocemente con il sacro piede per il bosco. Da un'altra parte Giunone entra nella selva stabilita per avere sull'Ida il giudizio di Paride e sopportare, essa che lasciò ora il talamo di Giove, l'orgoglio di un pastore. Venere si avanza tutto sorriso, tutta splendore ed i boschi intorno e le rupi ombreggiate e perfino gli antri olezzarono dell’odorose aure che spirava il capo divino. Ora il giudice non siede più tranquillo e abbacinato chiude di occhi dinanzi a così vivo sfolgorare di bellezza, temendo di apparire anche un istante incerto sul giudizio. Ma le Dee vinte conducevano per mare un esercito formidabile e Troia cadde insieme al giudice. Enea allora, esule per mari e per terre, condusse pietoso i penati dardani sull'italico suolo. Finché in mare nuoteranno i pesci e splenderanno in cielo le stelle e dalle indiche sponde sorgerà il sole durerà l'impero e non avrà mai fine nei secoli. Ma voi, figlie mie, mentre si svolge lo stame immutabile, fuggite le infauste arene dell'Adriatico Sasone. L’Ofanto gonfio di cadaveri si getterà nel mare con onde e voi ombre di Etolia combatterete ancora una volta con i Teucri sui campi maledetti un giorno dai sacri oracoli. Le puniche lance scuoteranno le mura di Romolo ma il Metauro rimarrà famoso. Il figlio dei furtivi amori vendicherà poi la morte del padre e dello zio spargendo fuoco e fiamme sulle spiaggie elissee, strapperà dall'Italia il Fenicio e lo vincerà là nel natio covo. Cartagine doma gli cederà le armi e l'Africa il nome. E da lui nascerà quegli che colla terza guerra distruggerà la Libia e ne porterà, trionfatore, le ceneri sul Campidoglio”. Mentre il vate scopriva nell'antro gli arcani degli Dei, Minucio, capo della cavalleria e comandante del campo, si rivolgeva all'impazzata contro i nemici. Il Fenicio eccitava il suo perverso furore e spesso per trarlo con lieve suo danno a più grande battaglia rivolgeva le spalIe simulando di fuggire: nello stesso modo spesso il pescatore con l'esca gettata nelle profonde acque attrae i pesci dai nascondigli delle acque ed appena li vede avvicinarsi e nuotare lieti a fior d'acqua stringe la rete e li tira imprigionati alla spiaggia. E già per Roma corre la voce che i Fenici sconfitti cercano salvezza nella fuga e che Minucio, ove ne avesse il permesso, porrebbe fine alla guerra. Ma si toglie il comando all'animoso e si minacciano di pene i vincitori. E Giunone agita le menti del volgo e così le lusinga l'aura popolare: “Ora Fabio chiuderà un'altra volta il campo e rimesse le spade nel fodero i valorosi saranno chiamati a discolparsi e dovranno rendere ragione di aver vinto”. E così il popolo (cosa incredibile) fece un decreto quale Annibale desiderava e che Roma avrebbe dovuto in breve scontare con gran pericolo. Si divide in due l'esercito ed il capo dei cavalieri si uguaglia in potere al dittatore. Tutto vide, Fabio, ma non si sdegnò, temette soltanto che la patria sconsigliata dovesse pagare grave fio per l'errore. Giunge pensieroso al campo e, divise le coorti, pianta le insegne sui vicini colli, e di là osserva nello stesso tempo la schiera romana e la fenicia. Già Minucio balza invano dalle trincee desideroso di perdere i nemici e se stesso. Fabio vede quindi il libio uscire con furia anch'egli ugualmente ardente. Comanda allora ai suoi di afferrare le armi e di stare pronti sui ripari. Il Fenicio intanto avventa tutte le sue schiere alla battaglia e le sprona gridando “O guerrieri il dittatore è assente, e bisogna cogliere il momento opportuno. Da molto tempo ormai disperammo battaglia in campo aperto ed ecco che un Dio ce ne porge l'occasione. Ripulite dalla lunga ruggine le armi e, poiché è concesso, saziate alfine di italico sangue le spade”. Il Temporeggiatore tutto vedeva dall’alto e guardando intorno la pianura si doleva che così tardi e con sì grande pericolo Roma dovesse sapere chi era Fabio. Ed il figlio che gli stava armato vicino proruppe: “Oh sì! l'empio, che estorse i ciechi voti per ridurre i nostri fasci ne pagherá la pena. Guardatelo, o tribù pazze! Anime vane e gridanti sui rostri e nel Foro! Dividete pure il comando e gli incarichi della guerra e per decreti di donne il sole ceda alla notte. Quale fio ne pagherai, popolo folle!”. Il vegliardo scuote la lancia e con le lacrime agli occhi così risponde: “Figlio, devi espiare i tristi eventi con libico sangue. Potrò forse sopportare che dinanzi a me dove può giungere la mia spada i cittadini di Roma siano sconfitti? O rimanere inerte spettatore delle vittorie del Fenicio? Se così fosse non sarebbe colpevole chi mi eguagliò ad un minore. E tu, fanciullo, ascolta le parole del vecchio padre e serbale eternamente scolpite nel cuore. Adirarsi con la patria è un sacrilegio ed in fondo allo Stige non vi è ombra contaminata da colpa maggiore di questa. Questo fu sempre, o figlio, il senno dei nostri avi. Quale fosti, o Camillo, quando dopo essere stato cacciato in bando salisti vincitore il Campidoglio! Quanti nemici non trucidò la tua destra di proscritto! Se quel cuore fosse stato di minor consiglio i regni di Enea avrebbero dovuto cercare nuove sedi e Roma non sarebbe oggi regina del mondo. Non crucciarti, figlio, per tuo padre; si afferrino le armi e si corra in aiuto”. Già le trombe squillano da ogni parte ed i guerrieri si slanciano con foga alla battaglia. Primo fra tutti il dittatore abbatte i ritegni e le alte sbarre delle porte e si slancia di corsa alla battaglia. Borea ed Africo che solleva la Sirti non si scatenano furibondi con maggiore impeto quando si abbattono disperati sull'Oceano e travolgono le ondate con alterna vicenda e le onde ululano seguendo or questo ed or quel turbine stridente. Per nessun trionfo, e neppure per aver vinto l'intera Africa o rovinato Cartagine, Fabio avrebbe potuto meritare gloria maggiore come per non essersi offeso per la sozza invidia. In un solo momento domò tutti i nemici e vinse insieme la fama, la fortuna, Annibale, l'ira, i timori, l'invidia. Non appena il Fenicio vide calare dall'alto l'esercito trepidò d'ira e perdette ad un tratto, con dolore, la certezza della strage. Aveva con folte schiere circondato da ogni parte Minucio pronto a sterminarlo con una nube di frecce e nel malaugurato conflitto Minucio vedeva da presso nel pensiero la notte tartarea, poiché si vergognava di riporre la sua speranza nell'aiuto di Fabio. Ed ecco che il Vecchio sorprende alle spalle con un ampio giro i nemici e li racchiude nel campo e quelli che pocanzi circondavano Minucio rimangono circondati. L'eroe sorge in armi più poderoso (e fu volere di Ercole) e lampeggiando l'alto cimiero sembra ancora più grande ed un vigore nuovo si infonde nelle sue agili membra. Simile nell'aspetto al re di Pilo quando, trascorsi gli anni giovanili e giunto senza invecchiare alla seconda età, fu tremendo nelle battaglie, avventa lance alle spalle dei nemici e li ravvolge tra nuvoli di saette. Avanza ed uccide Turi, Bute, Nari ed il prode Maalce che osava opporglisi fiducioso nella fama della sua lancia. Abbatte quindi Garado ed Aderbe dalla folta chioma e Tuli che superava del capo i libi ed i romani e con la mano raggiungeva la sommità dei valli. Questi da lontano e poi atterra con la spada Moneso, Safaro e Morino che incitava alla battaglia con il ritorto bronzo. Il colpo lo raggiunse nella guancia destra ed il sangue scorrendo dalla ferita mortale entra nella tromba che risuona all'ultimo sospiro. Vicino a lui moriva di lancia il nasamonio Idmone. Sdrucciolando sul terreno tiepido di sangue, mentre tenta invano di sollevarsi dal terreno lubrico, con il piede vacillante, il cavallo di Fabio lo investe e lo fa tramazzare. Malconcio vuole sollevarsi, ma il dittatore spingendo a forza la lancia, che lascia nella ferita, lo inchioda al suolo. L'asta infissa a terra, scrollandosi il caduto negli ultimi palpiti, dondola, ma la punta rimane immota, custode della sua preda, sul campo. La gioventù s'infiamma a così grande esempio di valore. Stretti insieme i Silla, i Crassi, Furnio con Metello ed il fortissimo Torquato si scagliano sui nemici. Ciascuno a gara vuole meritarsi, sia pure a prezzo della vita, il plauso di Fabio. Bibulo (infelice!) mentre si ritrae per scansare una gran pietra lanciata, cade supino sui compagni morti e la freccia che sporge da un cadavere gli entra nel fianco attraverso la corazza le cui fibbie erano allentate per i continui colpi, e gli trafigge il cuore. Strano destino di morte, rimanere illeso alle frecce dei Garamanti e dei Marmaridi e dover morire per uno strale inerte non lanciatogli contro! Il meschino si rotola esangue al suolo, pallido il bel volto giovanile e dal braccio stanco gli cadono le armi e gli occhi gli si chiudono al sonno eterno. Cleade della gente cadmia mosso dalle preghiere dei Tirii era venuto da Sidone al campo e guidava il drappello degli alleati andando superbo innanzi alle ali Eoe degli arcieri. Aveva l’elmo luccicante e monili d'oro cosparsi di gemme come Espero quando sorge rinnovato dai lavacri del mare e, pupilla di Venere, non cede ai più grandi astri. E Cleade ed il suo cavallo, e le vesti intorno dei guerrieri fiammeggiano di porpora e splendono per tutto il campo. Bruto, desideroso di lotta, lo insegue ardendo di ucciderlo ma il fenicio accortamente lo sfugge girando a destra ed a sinistra sul cavallo, e mentre si allontana come fanno i Parti dalla battaglia scocca una freccia. E non invano, che essa penetra e si pianta in mezzo al mento dell'armigero Casca: la punta ritta sfiorata la bocca con una ferita trasversale sale tiepida di sangue fino al palato. Bruto, turbatosi al caso atroce del suo compagno, non stringe più a corsa il nemico che, temerario fingendo di fuggire spargeva frecce mortali, e confida la sua grande ira ad un giavellotto. Esso vola e trafigge Cleade a sommo dli petto, proprio nel punto nudo tra i monili pendenti. Quegli cade esangue e nello stesso tempo abbandona l'arco e la freccia. Carmelo, splendido cuore del febeo Soratte, otteneva nella battaglia ben maggiori fortune: che bagnata la spada del sangue di Bagrada, signore e condottiero dei Nubii, aveva già trafitto Zeusi della stirpe spietata dell'amicleo Falante, figlio dell'illustre Lacone e di una fenicia. Ed ora Ampsaco teme di affrontarlo e non potendo fuggire come il timore lo porta in mezzo ai cespugli si arrampica su di un'alta quercia e si nasconde tra le oscure ombre dei tremuli rami. Ma scorto da Carmelo prega invano ed invano cerca di sfuggire salendo più in alto, ché la lunga asta lo trapassa. Ugualmente l'uccellatore quando spopola con le panie la selva sospinge tra le alte ombre del bosco la ben congegnata rete così che raggiunga gli uccelletti. Ampsaco muore ed il suo corpo rimane sanguinoso penzoloni al ramo. Già l'esercito latino incalza le schiere tirie, quando il mauro Tungro spaventevole in armi si gitta in mezzo con la sua mole gigantesca. Egli era di pelle nerissima e neri cavalli tiravano il suo alto cocchio, aveva sul cimiero un pennacchio nero e vestiva di nero; simile al signore della perpetua notte quando fuggì al talamo infernale con la rapita Vergine di Enna sul carro tutto coperto di stigie ombre. Catone nobile prole di Tusculo, che posta sui poggi circei fu governata un tempo da un nipote di Laerte, benché ancora giovinetto e veda i Latini impaurirsi, e fuggire, sprona forte il cavallo ed intrepido gli si avventa contro. Ma il cavallo impaurito dal nero guerriero si ferma. Egli allora si ferma e sceso a terra insegue a piedi il carro che vola e vi balza dietro. Allibisce il moro vedendosi il ferro alto sul collo, gli cadono le briglie di mano ed il sangue gli si gela nelle vene. Catone gli mozza il capo e lo porta infitto sulla lancia. Ecco che ora il condottiero più fiero nella battaglia accanita si apre il varco facendo strage di nemici e vede il capitano italico sanguinoso anelare alla morte. Con le lacrime agli occhi fa schermo del suo scudo al misero e rivolto al figlio gli dice: “Laviamo quest'onta, o valoroso, ed il libio che volle i nostri campi illesi dal fuoco si abbia da noi degna mercede”. Figlio di così gran padre quegli esulta agli incitamenti e spazza intorno il campo colla spada finché non vede cedere Annibale. Come il marzio lupo, non veduto dal pastore, quando è spinto da fame azzanna un'agnelletta e stringendo i denti la fa tacere, e se il pastore desto ai belati gli corre incontro, egli apre le profondo fauci ed abbandonata la preda spirante se ne fugge crucciato a bocca aperta. Si dileguarono alfine le ombre infernali che con tanto impeto avvolgevano le schiere di Minucio. I soldati alzando le mani si dicono indegni della salvezza e dubitano ancora del bene insperato. Quelli che giacciono sepolti sotto l'improvvisa rovina, uscendo fuori dal mucchio dei cadaveri, per l'atra notte che li abbandona, chiudono gli occhi paurosi della luce. Dopo la battaglia il vecchio passa con gioia in rassegna i suoi guerrieri e fatto ritorno alle colline si accampa entro le mura. Ed ecco che i soldati festanti, risorti dalla morte alla vita, avanzano gridando in lunga fila e chiamando Fabio loro gloria e loro salvezza e salutandolo ad una voce Padre. E quegli che prima s'era diviso la lui con le sue schiere esclama: “O Padre, se pure richiamato da te alla vita posso avere ragioni di dolermi, perché mi fu concesso di dividere e schiere e campo? E perché affidarmi queste armi che solo tu sai reggere? Sotto così grave peso versammo molto sangue, e vedemmo già le tenebre dello Stige. Orsù guerrieri portate qui le aquile e le insegne salvate, qui è la patria, solo in questa grande anima è la grandezza di Roma. Abbandona, o Annibale, le note arti e gli inganni, ché solo Fabio ti sta incontro in guerra ». Così parlò, e, venerabile a vedersi, sorsero improvvisi mille altari di verdi cespugli. Ma né i doni di Lieo né i cibi alcuno toccò prima che Minucio con molte preghiere non ne avesse asperso le mense di libagioni in sacro onore di Fabio.

VIII - Fabio per primo mostrava ai nipoti di Enea le schiere dei Sidoni in fuga. Il campo italico chiama lui solo padre, ed il Fenicio ,rodendosi degli indugi, suo solo nemico. Per combattere deve attendere la morte di Fabio e sperare, lui armato, l'aiuto delle Parche. E come potrebbe saziarsi di sangue latino finché è vivo il vecchio? Ancor più lo tormenta il pensiero che i soldati abbiano tutti lo stesso volere e che le insegne ed il comando siano in mano di uno solo per cui deve lottare un'altra volta con Fabio e poi sempre con Fabio. Quello rattiene gli impeti bellicosi e temporeggiando riduce il nemico all'estremo di ogni cosa, ed è vincitore in campo pur senza dar battaglia. I Galli allora, popolo ardente dapprima, ma che subito si stanca, cominciarono a sospirare i patrii tetti. Mutevoli sempre, tutto chiacchiere e fumo, si rattristano che contro le usanze si facesse guerra incruenta nel chiuso e le braccia poltrissero fra tante armi rugginose. Maggior dolore dava ad Annibale l'astio di parte che affliggeva la sua patria, l'odio di Annone che nemico alla grande impresa impediva ai Senatori di decretare il denaro necessario ai soccorsi. Giunone ormai presaga di Canne e baldanzosa per i futuri avvenimenti rinfranca lui che temeva peggio con nuova speranza. Chiama a sè Anna dalle acque di Laurento e così blandamente le parla e la esorta “Un giovine condottiero, del tuo sangue, Annibale, illustre nome, disceso dal vostro Belo è in affanni. Affrettati e modera, o Dea, la tempesta dei suoi pensieri togligli dal cuore quel Fabio che l'angoscia ed è unico ostacolo alla conquista d'Italia. Costui sarà privato del comando ed avrà per successore Varrone e con questi soltanto si ingaggierà battaglia. Annibale non venga meno al suo destino e muova il campo affrettandosi verso i piani di Iapige. Io sarò là, e la fortuna gli arriderà come un giorno alla Trebbia ed al Trasimeno ». Allora la Dea vicina ai casti boschi indigeti rispose: “Non mi è lecito indugiare nell'ubbidirti. Anna conserva sempre il suo grande amore per l'antica patria e per gli ordini della sorella pur di avere divini onori nel Lazio”. L'oblio disperde molte antiche memorie travolte nella notte dei secoli, e infatti non è chiara la ragione per cui gli Enotrii siano adoratori di una Dea serrana e nelle terre di Enea abbiano consacrato un tempio alla sorella di Elissa. Ora io raccogliendo quello, che ne ha tramandato la tradizione ne dirò in breve l'antica origine. Dopo che Didone fu abbandonata dall'ospite troiano, senza speranza, furiosa, innalzò nelle segrete stanze del palazzo il rogo e decisa a morire impugnò la spada, infausto dono dell'amante che era fuggito. Iarba da lei disprezzato le usurpò il trono e mentre il rogo era ancor caldo Anna fuggì. Misera, non sapeva in chi affidarsi contro il temuto nomade, signore di così gran regno. In quel tempo governava con mitezza Cirene un ottimo principe, Batto, che aveva sempre pronta una lagrima per le sventure umane. Veduta la supplice egli, fortemente commosso per la sorte dei re, le diede sicuro asilo per tanto tempo quanto ne abbisogna al mietitore per falciare due volte le bionde spighe, ma poi non potette ella godere dei pietosi soccorsi. Batto le disse che Pigmalione correva il mare a sua rovina ed Anna per l'ira degli Dei fuggì di nuovo dolente di non essersi unita alla sorella, compagna a lei nella morte. Dopo grandi traversie fu travolta da un fatale turbine con la nave squarciata alle spiagge di Laurento. Ignara del cielo, dei paesi, degli abitanti, ignota, la naufraga sidonia errava trepidando sulle spiaggie del Lazio quando le si fece innanzi, già signore del regno, Enea con il sacro Julo. Lo riconobbe ella e chinato lo sguardo e paurosa si gettò supplichevole e piangente ai ginocchi del fanciullo. Enea mite la sollevò e la condusse al palazzo. E quando l'ebbe ristorata non cure ospitali dei lunghi affanni patiti e del timore dei nuovi, pietosamente sollecito l'invitò a narrare la fine della misera Elissa. Alle sue parole Anna piangendo raccontò mestamente a lungo: “Per te solo, o figlio della Dea, mia sorella ebbe cara la vita ed il regno. La sua morte ed il suo rogo che, ahimè, non fu anche il mio, lo provano. Quando la sventurata non potè più vederti, ora seduta sulla spiaggia, ora ritta collo sguardo lontano, seguiva il corso dei venti, e chiamava con grandi urla Enea pregandoti di accoglierla compagna sulla nave. Quindi ritornata affannosa nelle sue stanze, tremante si arrestò, presa da raccapriccio nell'avvicinarsi al talamo consacrato. Fuori di mente baciò e ribaciò l'immagine di Julo, astro raggiante, o rivolse rapida lo sguardo e pendeva al tuo volto. Ti parlava, si lamentava con te sperando sempre in un tuo messaggio. La speranza non abbandona mai l'amore. Uscì nuovamente dal palazzo e ritornò nuovamente alla spiaggia e guardò intorno nel caso che il vento contrario ti costringesse a tornare. I Massili improbi colla loro vanità fallace la spingono anche a magici incantesimi. Maledette arti degli indovini! Essi evocano gli spiriti notturni, promettono ristoro agli affanni. Empi! Anch'io fui tradita dalle loro frodi. Ecco che Didone gettò sul rogo tutti i dolci pegni del tuo amore ed infausto dono la spada”. E qui Enea ripreso dall'antico amore interruppe: “Per questo suolo il cui nome spesso risuonava all'orecchio tra i miei voti, per il dolce capo di Julo, diletto a te ed a tua soreIla un giorno, Anna ti giuro che con dolore e con gli occhi rivolti indietro, partii dal vostro regno. E non avrei abbandonato il talamo se il Cillenio non mi avesse portato con grandi minaccie sulla nave e non avesse sospinta ai venti rapidissimi la flotta. Ma dimmi, perché (tardo ammonimento) abbandonare in quel tempo la misera incustodita alle furie dell'Amore?” Quindi anelando tra un singhiozzo e l'altro e con mozze parole Anna riprese con trepide labbra: “Apprestai al Dio tenebroso, signore del terzo regno ed alla consorte del talamo infernale un nuovo sacrificio per placare gli affanni nell'anima sconvolta della sorella abbandonata. Io stessa conducevo all’altare le pecore nere desiderosa di placare la visione che turbandomi il sonno, mi empiva a notte d’alto terrore. Sicheo col volto lieto mi apparve tre volte e tre volte chiamò a gran voce la sua Didone. Quell'apparizione mi scuoteva dal pensiero e alla prima alba, pregati gli Dei che la volgessero a bene mi bagnavo nelle vive acque del fiume. Ma essa giunta prestissimo alla spiaggia baciava con piú baci la rena ove tu poggiasti il piede. Distesa al suolo abbracciava le tue sparse impronte e le scaldava premendovi sopra il petto come la madre desolata si stringe al cuore le ceneri del figlio. E quindi accorsa precipitosa, con le chiome al vento, salì l'alto rogo costruito, dalla cui cima si vedeva l'ampio mare e tutta Cartagine. Quivi, adorna del mantello frigio e del monile di perle, si beava sognando il giorno in cui contemplò la prima volta quei doni. Ricordi i giorni in cui le mense furono festive per il tuo arrivo e riudiva ancora una volta dal tuo labbro le sventure di Troia vegliando. Infine smarrita rivolto lo sguardo al porto esclamò: “O Dei della lunga notte, che sento più divini ora che la morte mi incalza, vi prego, soccorretemi benigni e raccogliete in pace quest'anima mia vinta dall'amore. Sposa d'Enea, nuora di Venere, vendicatrice del marito vidi sorgere le alte mura della mia Cartagine ed ora discendo tra voi ombra famosa. Forse l'eroe che arse un giorno per me d'amoroso fuoco, mi attende desideroso ancora delle conosciute dolcezze”. Così dicendo la misera s'immerse nel cuore la spada che era pegno adorato dell'amore del dardano. Le ancelle la videro, e corsero dolorose per gli atri battendosi il petto; e tutta la reggia risuonò per le lunghe grida. All'orrida novella esterrefatta mi lacerai il volto, corsi affannosamente alla reggia salendo come pazza le alte scalee. Tre volte mi slanciai sulla crudele spada e tre volte ricaddi sul volto riverso della sorella esanime. La fama volò rapida per le città vicine ed io travolta dal destino trovai rifugio in Cirene donde il mare in burrasca mi gettò alle vostre spiaggie”. L'iliaco condottiero mosso da pietà fu così benigno con l'infelice Anna, che essa non più triste ed addolorata non sembrava forestiera tra i Frigi. Era profonda la notte e in terra ed in mare ogni cosa taceva nel sonno quando le apparve in sogno Didone con l'aspetto desolato e le parlò: “Sorella, puoi abbandonarti con sicuro riposo tra queste mura? Non vedi quali pericoli e quali nascoste insidie ti minacciano? Non conosci i nipoti di Laomedonte, infausti alle nostre contrade, ed al nostro sangue? Finché gli astri roteeranno in cielo e finché la luna rischiarerà il mondo con le fraterne luci, non vi sarà pace fra gli Eneadi ed i Tirii. Levati. La sospettosa Lavinia ordisce occulte frodi e cova in segreto un'atroce delitto. Odi Sorella e, perché tu non creda che le mie parole siano una fallace immagine del sonno, vai non lontano di qui dove il Numicio scarso d'acque scorre lentamente e quieto serpeggia per le valli. Corri ed affrettati in un sicuro rifugio. Le ninfe ti accoglieranno con giubilo nel sacro fiume ed avrai sempre nelle terre d'Italia divini onori”. Didone così disse e sparve nell'aria. Anna si destò esterrefatta alla nuova apparizione e le corse per le membra un freddo sudore. Balzò dal letto e, così com'era, avvolta in un velo leggerissimo, uscendo dalla piccola finestra corse disperatamente per i campi finché il Numicio (questa è la leggenda) non l'accolse nell'arenoso grembo nascondendola negli antri cristallini. Già il giorno spandeva da ogni parte i nuovi raggi quando gli Eneadi non trovarono più la sidonia nelle sue stanze e la cercarono gridando per i campi seguendo le chiare impronte verso il fiume vicino. Meravigliati si guardarono l'un l'altro perché il fiume frenando le sue acque alla fonte ne aveva arrestato il corso. Si vide allora la Vergine sidonia stare nel profondo in mezzo alle cerule sorelle e parlare dolcemente ai Troiani. Da allora la sua memoria è sacra ed ai primi di ogni anno in ogni terra d'Italia, Anna è adorata. Giunone allorché l'ebbe infiammata alle battaglie funeste ai romani vola lieve col suo carro per l'aria, lieta ormai, pregustando le desiderate stragi degli italiani. Anna si appresta ad ubbidire alla Dea e non veduta da occhio mortale si avvicina al grande condottiero libico. Egli in disparte considerava da solo nell'insonne pensiero la fortuna delle armi e gli incerti avvenimenti ed affannoso sospirava. Ed Anna con amichevoli parole così ne lenisce gli affanni: «Perché sempre con pungenti affanni inasprisci il tuo dolore, tu invitto condottiero dei Sidonii? I Celesti non han già deposto le ire a tuo riguardo e concedono ormai ogni favore ai figli di Agenore. Rompi gli indugi e fa scendere in campo le schiere marmariche. Sono mutati i fasci consolari e un secondo Flaminio ti è ora di fronte. A te mi manda, non dubitare, la sposa del Tonante. Io sono la ninfa adorata in eterno sulle Ausonie spiaggie e sono come te sangue di Belo. Muoviti e scaglia rapido le folgori di guerra là dove il Gargano s'innalza sopra i campi iapigei. E' breve la via, volgi colà le insegne». Disse e disparve in un'umida nube. Il sidonio allora nuovamente sperando nella certezza della vittoria esclamò: «O ninfa, vanto di nostra gente, Dea a noi consacrata sopra ogni altra, adempi benignamente la promessa! Io, vincitore della battaglia, ti ergerò nel marmoreo tempio, sulla rocca della nostra Cartagine, un simulacro, ed accanto a Didone avrai con lei uguali incensi e doni». Quindi infonde nelle coorti il suo ardore e la sua gioia: «O soldati, flagello dei Latini, siano lungi gli affanni ed il tormento del lungo attendere. Le ire celesti si placarono ed i Numi sono con noi. Vi annunzio che il maligno Fabio non comanda più e sono cambiati i fasci. Ora si compiano altre prove, quelle di cui vi vantaste quando fu permesso combattere. Ecco che ora il Dio ci promette ancor maggiori imprese. Muoviamo le insegne. Ci conduce la patria Dea, andiamo alle campagne di Diomede che saranno tomba ai Frigi ». Mentre i Fenici eccitati si avviano ad Arpi, Varrone spinto dal favore del popolo ottiene la desiderata porpora. Grida dai rostri e col suo troppo fare affretta alte sventure e l'ultimo crollo di Roma. Egli era di oscura nascita ed i suoi antenati furono plebe senza nome, ma vaniloquente vociferava di continuo. Crebbe quindi in fortuna e, ricco del mal tolto, blandendo sempre il popolaccio ed abbaiando contro i Senatori salì così in alto che in Roma stremata dalle guerre era arbitro ed anima del governo e dei destini, mentre sarebbe stato vergognoso ai Latini ottenere salvezza dai suoi trionfi. Il volgo con ciechi voti lo pose tra i Fabii e gli Scipioni sacri a Marte e con Marcello offrì al Tonante le opime spoglie. Empio favore che maturò nel campo di guerra la sciagura mortale di Canne assai più funesta dei campi Grai. Seminatore di scandali guazzava tra le ire e le calunnie, uomo bieco in toga, inesperto e fiacco nelle battaglie spera di arrivare con le chiacchiere a quell'onore che non s'era mai conquistato con la spada e perciò grida. “Guerra” dai rostri, e rimprovera a viso aperto Fabio dei lunghi indugi e dinanzi alla plebe grida contro il Senato ingiuriose parole: “Popolo sovrano, insegnami tu il modo di guerreggiare: io console te lo chiedo. Dovrò starmene da parte od andare errando tra i monti mentre il negro Mauro ed il Garamante dividono con me l'Italia? Tu mi cingesti la spada; la debbo adoperare? Orsù ottimo dittatore, odi il comando del popolo di Marte: egli vuole alfine libera Roma ed i Fenici fuori d'Italia. Ha troppo fretta chi si strema in pianti gravato da mille rovine per tre lunghi anni? Or dunque, valorosi, alle armi! E' la via più breve e l'unico indugio per il trionfo. Il primo giorno che ci scontreremo non i Libi terminerà la guerra punica e la tirannia del Senato. Animo, o prodi, voglio trascinare per Roma Annibale, avvinto il collo di catene innanzi agli occhi di Fabio”. Così strombazzando esce fuori dalle porte con le schiere impetuose, come l'auriga inesperto erompe dai cancelli aperti a briglia sciolta e tutto chino a sferzare punta a stento il piede tremante e corre in balia dei cavalli: l'asse mal sospinto fuma e sul carro vacillante le briglie ondeggiano discordi. Paolo che gli era pari in armi ed in comando vedeva che il malaccorto console traeva la patria a rovina, ma l'ira volubile della plebe incitata e la ferita che portava sempre impressa nell'anima tratteneva la tempesta aspra d'affanni che gli fremeva dentro. Poiché quando alle prime armi domò le spiaggie Illiriche negra invidia l'assalse caninamente e ne fece indegno strazio e sin da allora temette riverente la plebe minacciosa. E pure, congiunto agli Dei per degni avi, la sua razza discendeva dal cielo, ché Amulio il capostipite era pronipote di Assaraco, ed Assaraco figlio di Giove e ben nelle armi ciascuno di loro sembrava figlio di Dei. Fabio a lui che già muoveva per il campo disse: “Se tu pensi di scendere ad aspra battaglia con Annibale (e mio malgrado mi escono dal cuore queste parole), o Paolo, tu tradisci la patria. Un nemico ben più fiero ti attende, altre aspre fatiche nel campo o che io non appresi nulla incanutendo in guerra. Egli promise e mi vergogno e mi odio se fui serbato a patire lo scempio che già presento, io l'udii promettere che non appena l'incontrerà attaccherà battaglia con un nemico così fortunato e, se giungono le parole del console al Fenicio, quanto siamo lontano dall'ultima rovina? Forse l'esercito sidonio è già schierato all'aperto ed attende colle spade alzate il secondo Flaminio. Quanti eroi, insensato Varrone, vuoi condurre a morte? Tu corri a battaglia, ma conosci il terreno? E non esplori a lungo il piano del nemico? Tu, eterni Dei, non saprai di che cosa abbondi e di che sia manchevole? E non cercherai di conoscere le condizioni del luogo, le armi ed il modo di guerreggiare del nemico? E non ricordi quanto la fortuna dei Fenici sia superiore alle armi? Paolo, tu opponi il tuo saggio animo al temerario; come un solo uomo basta a rovinare la patria, uno solo la salvi. Il libio ostinato è afflitto da penuria di vettovaglie, il furore guerresco languisce negli alleati e la fedeltà si spegne in loro. Lontano dalla patria, egli non ha casa ospitale che lo accolga, non ha città che gli dia fedele asilo fra le mura. Le sue fila non s'ingrosseranno per nuove leve e conta appena un terzo dei soldati che condusse dalla selvaggia Iberia. Tu sta saldo, nota ogni cosa ed accorto indugia come ti conviene la guerra ed appena il momento ti sarà propizio con l'assenso del Dio corri veloce ai trionfi”. E brevemente con lo sguardo mesto Paolo gli rispose: “Sempre sarà tale in me l'amore per la patria: porterò contro i Fenici la tua invitta anima. So bene che soltanto per tua opera, per il tuo saggio temporeggiare Annibale si stancò e si disperò della inutile guerra. Ma vedi, maledetta ira degli Dei, dei due consoli io credo che l'uno fu scelto per fortuna di Roma, l'altro per quella dei Sidonii: e questi trae ogni cosa a rovina, follemente sollecito che Roma non perisca che per la sua mano. Il Senato libico nomini un mio collega: non sarà più dannoso di Varrone. Non vi è cavallo che sia abbastanza veloce per condurre la battaglia ed egli si sdegna perché le ombre della notte ritardano la sua corsa precipitosa e va superbamente con la spada nuda per non perder tempo a sguainarla in battaglia. Rupe Tarpea e tu dimora di Giove, padre dei miei, e voi salde mura della mia patria che lascio alte sopra i colli, vi giuro che sarò sempre disprezzatore di ogni rischio quando mi chiamerà a vostra salvezza. Ma se l'esercito, sordo alle mie parole, verrà a battaglia, non penserò più a voi, miei figli, né alla dolce famiglia mia, discesa da Assaraco. Paolo non torna in Roma oppressa come un Varrone». Così mossi da diversi pensieri muovono i condottieri e già il Fenicio occupa le terre indicategli dalla Dea e si prepara a battaglia nei piani dell'Etolia. Mai l'itala terra fu scossa da maggiore tempesta di armi e di cavalli, ché si temeva l'ultimo destino di Roma e del popolo, né si aveva più speranza di tentare dopo di questa un'altra battaglia. Andavano a battaglia uniti ai Sicanii i Rutuli, prole di Fauno, popolo sacro che custodiva gli antichi regni di Dauno e fece sua gloria della dimora di Laurento e delle fonti del suo Numicio. Li mandava in guerra Castro e Ardea, funesta un giorno per i Troiani, Lanuvio nota1 alta sul monte, dimora di Giove e Collazia nota2 già patria del casto Bruto. Quindi con gli abitatori dei boschi di Trivia nota3 e con quelli che abitano alle foci del fiume Tosco, erano le genti che bagnano nel tepido Almone nota4 Cibele. Quivi anche il tuo Tivoli, o Catillo, e Preneste nota5 dai colli sacri alla Fortuna, e dell'antica Crustumio nota6 la più antica Antemna. nota7 Andavano insieme ai provati aratori di Labico coloro che sono sulle rive del Tevere scettrato e quelli dell'Aniene, coloro nati nella terra che il gelido Simbruvio nota8 irriga e quelli che usano domare le equicole campagne con i rostri. Loro condottiero è Scauro che giovane d'anni e di illustre avvenire già dimostrava grande valore. Non sogliono costoro in battaglia gettare lance e non empiono la faretra di alate frecce, ma hanno giavellotti e corte e maneggevoli daghe, portano elmi di bronzo le cui penne alte sul capo sormontano le schiere. Poi quelli di Sezia nota9 che offre i suoi vini allo stesso Bacco, gli abitanti delle famose valli veliterne, quei di Cori e di Segni che spumeggia di aspro mosto e quelli delle pestifere paludi Pontine dove il nebbioso Satura dilaga intorno stagnando e per le squallide terre l'Ufente travolge brutto di fango le acque per insozzare le onde del mare. Essi sono guidati la Scevola, disceso dall'illustre razza e ben degno, per il suo valore, dei grandi avi. Sullo scudo di bronzo aveva scolpita la gran gloria del terribile eroe. I fuochi ardono sopra gli altari ed in mezzo al campo etrusco, Muzio, crudele con sé stesso, brilla per il suo feroce valore mentre Porsenna, stupito a tale vista tronca la guerra con così grande eroe e fugge prima che la destra bruci nel fuoco. Silla insieme alle eccitate schiere ferentine conduce i Privernati e quelli che solcano le zolle della ricca ed umida Anagni. La gioventù di Sora e le genti di Scazia e le turbe di Fabrateria. nota10. I soldati che calarono dai nevosi pendii di Atina e quelli che mandavano Suessa nota11 stremata dalle guerre e Frosinone, esperti nell'usare la vanga e la spada. Il fiero arpinate che dalle sponde del Liri che mesce le solfuree acque al Fibreno e si versa lene nel mare aveva chiamato alle armi e raccolto il più bel fiore di Venafro e Larino ed aveva lasciato Aquino, città poderosa, senza uomini. Un solo capitano: Tullio, discendente del grande re Tullo, guidava alla battaglia le coorti armate. Quale indole nel giovane guerriero e quale cittadino avrebbe dato la sua razza nei secoli venturi agli italiani! Nominato oltre il Gange ed oltre gli Indi la sua voce empirà l'universo e colla sua parola fulminatrice, domerà la guerra dei furibondi, ed ai posteri non farà operare di raggiungere la sua eloquenza. Ecco Nerone, nato dal terapneo sangue di Clauso che inimitabile nell'ardire, si slancia rapido tra i primi. Con lui era la schiera di Amiterno nota12 e di Casperia nota13 che ebbe nome da Battra, di Foruli nota14 e Rieti sacra alla gran madre degli Dei, e lo seguono le schiere di Nurzia nota15 sempre sparsa di brina e quelle delle rupi tetriche. Tutti erano armati di lancia e di un rotondo scudo. Avevano elmi senza piume ed uno schiniere alla gamba sinistra. Andavano insieme e cantavano insieme ora le lodi di Janco, padre della loro stirpe, ora di Saba che primo chiamava con il proprio nome i popoli della possente Sabina. Chi è quel forte, orrido di squame coll'elmo irto di equina chioma? E' Curione che eccita i figli della terra picena. Quanta parte di esercito in costoro! Nel mare in tempesta le onde infrangendosi non gettano biancheggiando spruzzi più veloci e più spessi, né la vergine guerriera quando corre ed esercita a finta battaglia le mille turbe dai lunati scudi, per cui ne risuona il Termodonte e tutte le amazzonie spiaggie, leva tumulto maggiore. Qui vedevansi coloro che Numana nota16 nutre nei sassosi campi e duci di Cupra che ha gli altari sulla spiaggia insieme a coloro che difendono le torri truentine sulla foce del fiume. I loro scudi saettati dal sole mandano lampi di sanguigna luce fino alle nuvole. Quivi è in armi Ancona le cui lane colorate non cedono alla porpora libica e sidonia. Adria, bagnata dalle acque del Vomano, ed i rozzi alfieri della frondosa Ascoli. Essa fu fondata dall'antico Pico, nome memorabile per il proavo Saturno. Circe improvvisamente dispogliò per virtù di canti Pico della sua apparenza e lo fece volare per l'aria con crocee penne. E' fama che prima di lui questa terra fu dei Pelasgi ed Esi, loro signore, diede nome al fiume e quei popoli furono fin da allora detti da lui Asili. Ma i coloni umbri, venuti da monti vallicosi, rafforzarono per le loro terre ed il Metauro che precipita violento dalle cime per sonanti rupi, ed il Clitunno che asperge con la sacra onda i poderosi Tauri; il Nari che precipita biancheggiando nel Tevere, la Tinia dalle ignote acque, il Clani, il Rubicone e la Senna così chiamata dai Senoni. Ma in mezzo a loro scorre il gran padre dei fiumi, l'Albula e lambisce fra le più strette rive le alte mura di Roma. Qui vi sono le città d’Arna nota17 e di Mevania, lieta per ridenti prati, e qui Spello, Narni che siede sul pendio roccioso della montagna una volta umido per moleste nebbie e Foligno senza mura negli aperti campi. E poi genti vigorose; gli Amerii ed i Camerti, lodati per la vanga e per la spada, i pastori di Sassina, ricchissima di latte ed i Tuderti, adoratori solleciti di Marte. Di questi eroi, disprezzatori della vita è capo Pisone, giovane di gentile aspetto, ma piú scaltro di un adulto, pari in sagacia ad un uomo maturo. Primo nelle file splendeva nelle armi come il fiammante monile degli Asarcidi splende di gemme. Un'altra legione composta di Etruschi marciava per la guerra con lo sguardo fisso nel suo capitano: Galba, nome illustre che traeva la sua origine da Minosse e da Pasife che si unì al toro. E mandarono al campo scelta gioventù Cerveteri, Cortona, la città fondata dal superbo Tarcone e l'antica Gradisca e Palo cara all'argolico Aleso e Fregene, cinta da orride lande. Seguivano poi intrepidi dei voli e della sacra folgore i Fiesolani ed il popolo di Chiusi, spavento un giorno delle mura di Roma quando invano il grande Porsenna volle risollevare il regno dei cacciati Superbi. Vennero quindi i guerrieri che Luni nota18 aveva mandato dalle nivee cave di marmo insigne per il suo vasto porto di cui nessuno è più capace di navi ed è più sicuro ed i Vetuloni, antico onore delle terre meonie, prima di ogni altro popolo questi mandarono innanzi al console dodici fasci ed altrettanti scudi aggiunsero muto terrore; fregiarono di avorio le alte insegne curuli, listarono per primi di porpora la toga ed accesero le battaglie con il suono delle trombe. Andavano insieme le schiere di Nepi con gli Equi Falisci ed i figli di Flavinia e quanti sono intorno al lago di Bracciano ed a quello di Vico e quelli che non lontani da Sutri abitano sul Soratte sacro ad Apollo. Hanno per armi due lance e difendono il capo con un'irta pelle di fiera e disdegnano, usi a gettare l'asta, l'arco licio. Erano maestri di guerra, ma la gioventù marsicana era parimenti esperta. Eppure espertissima nell'addormentare con incanti i serpenti e togliere con ignoti succhi e canti il dente avvelenato alle vipere. Figlia di Eeto come è tradizione, Angizia insegnò per prima a conoscere le cattive erbe e con il tocco rese innocui i veleni, attrasse la luna, arrestò con le sue grida le acque dei fiumi ed i monti ubbidienti alla sua voce si spogliarono delle selve. Ma quei popoli ebbero nome da Marsia, allorchè questi fuggiva per mare dalla frigia Cirene e giunse ospite spaventato tra di loro, e poi il suo flauto migdonio fu vinto dalla cetra di Apollo. Marruvio, celebrata per il nome illustre dell'antico Marro è capoluogo delle città marse ed è posta, bianca, ricca di frutta, ma scarsa di biade in mezzo a umidi campi. E poi altre città di lieve conto ed ingloriose, ma numerose. Insieme ai Marsi andavano i Peligni intrepidi che portavano le coorti dal gelido Sulmone. I soldati sidicinii e quelli di Calvi gareggiavano in impeto tra loro. Di quest'ultima città fu fondatore non ignorato Calai che nutrì negli antri dei Geti a Borea la madre Oritia, tratta a volo per il Cielo dalle sue raffiche. I Vestinii guerrieri avvezzi alle aspre cacce delle fiere, a nessuno secondi in battaglia, ingrossarono l'esercito. Erano con loro quelli che pascolano nella verdeggiante Penne e per le cime del Fiscello e le campagne di Avella che ben presto rinverdiscono. Emuli dei Frentani i Marrucini, quei di Corfinio e della grande Chieti armati tutti di una roncola e di una frombola con cui colgono in cielo gli uccelli, e per corazza le pelli degli orsi uccisi nelle cacce. Da tutte le parti si erano raccolte al passaggio dei capi nelle città osche i guerrieri mandati dalla Campania, ricca di tesori e di illustri avi. Si videro le genti di Sinuessa dalle tiepide acque e del Volturno dai flutti sonori e quelle di Amilca cui fu morte il tacere, di Fondi, di Gaeta ove regnava Lamo e quelle di Antifate chiusa dal mare e delle spiaggie della palustre Literno insieme a quelle di Cuma che erano anche indovine. E poi ancora i figli del Gauro e di Nocera e la prole Dicearchea, portata dalle sue navi, il numeroso popolo della greca Partenope nota19, di Nola chiusa al sidonio, i soldati di Alife, di Acerra sempre tormentata dal Clanio. E si mostrarono i popoli sarrasti, le armi del mite Sarno e dei seni flegrei, ricchi di zolfo, di Miseno e dell'isola dell'itaco Baio, dove le fauci del gigante fiammeggiano. Quelli di Procida e di Ischia che Giove scelse a tomba dell'ardente Tifeo. E di Capri, montuosa isola dell'antico Telone e non mancava Caiazzo dalle piccole mura, né Sorrento, né Avello, povera di messi. Innanzi a tutte Capua, sconsigliata nella sfortuna e condannata a rovina per il suo folle orgoglio. Scipione conduceva alla guerra queste genti liete di averlo per capo. Aveva dato loro giavellotti e corazze, poiché prima usavano secondo il costume dei padri lievi dardi induriti al fuoco e senza punta, lunghe aste ed accette campagnuole. Dava tra loro illustri esempi della sua gloria futura e lanciava pali ed infaticato saltava le fosse delle mura, passava a nuoto le onde spumeggianti tutto armato. E dava tale spettacolo di ardimento alle coorti che lo videro spesso superare nella corsa il cavallo lanciato a galoppo per la pianura, e gettare di là da tutto il campo, levandosi alto, ora sassi ed ora lance. La sua marziale fronte era ombreggiata da ondeggianti ricci che ricadevano indietro, lunghi, ed i suoi occhi dolci e tremendi nello stesso tempo ardevano di soave fulgore. Seguivano i Sanniti, non favorevoli ai Fenici, ma non ancora dimentichi delle antiche ire. Quei che mietono le campagne di Nucra e di Batulo nota20 con quelli che scorrono le selve di Boiano. Quei di Bufra e quelli che nutre Isernia e la oscura Ordona nei squallidi campi. Con uguale animo i Bruzzi, le coorti delle montagne lucane e dell'Irpinia, orridi di frecce, con sul dorso pelli di fiere, poiché vivono di caccia ed abitano nelle caverne, si dissetano nel fiume e dormono più dolcemente dopo essersi affaticati. Con loro i Calabri, i Salentini ed il popolo di Brindisi dove termina l'Italia. Ubbidivano tutti al comando dell'ardito Cetego che aveva intorno a sé molte e indistinte armi e coorti di alleati. Ed apparvero le schiere della rocciosa Licosa e le schiere di Picenzia e di Pesto e di Cerilla che fu poi distrutta dalle armi libiche con coloro che bevono al Selo che, come si narra, fa divenire di pietra i rami gettati nelle sue acque. E fra i valorosi di Cetego le falcate spade della pugnace Salerno e quei di Policastro che stringevano nella destra una pesante e ruvida clava. Egli, nudo il braccio, come i suoi avi gode del cavallo indomito e prova il suo giovanile vigore nel raffrenarlo. Anche voi, popoli del Po, sebbene prostrati e poveri d'uomini, correte senza far voti alla battaglia. E Piacenza, affranta dalla guerra, gareggiò nel mandar soldati con Mutina e Cremona e con la stessa Mantova; Mantova dimora delle Muse e dall'Aonio canto innalzata al cielo ed emula di Smirne per il plettro. Seguivano i prodi di Verona bagnata dall'Adige e quei di Faenza che coltiva i pini di cui tutta si incorona; e mandarono i loro figli Vercelli e Pollenzia, ricca di nere pecore e l'antica città di Ocno un tempo alleata dei Teucri nelle guerre Laurentine e Bologna, vicina al piccolo Reno, e coloro che fendono a stento con il pesante remo le pigre onde fangose degli stagni di Ravenna. E la schiera troiana profuga dalle sacre spiaggie antenoree che si era rifugiata in antico sui colli Euganei. E Aquileia con gli eroi del Veneto. Ed il ligure snello corse e quei di Saluzzo spinsero al campo i duri nipoti per far più grande il trionfo dì Annibale. Duce di tante genti è Bruto che avanza solerte eccitando i cuori ed infiammandoli contro il ben noto nemico. D'aspetto grave e sereno, schivo da cipigli e da odioso rigore e di ogni gloria cercata per vie non giuste, mostrava sulla fronte apertamente il verace valore e la soave maestà dell'anima. E infine tremila frombolieri dell'Etna mandati dal fido re siculo. Non numerosi, gagliardi, i figli dell'Elba, armati del patrio metallo di cui si nutrisce la guerra. Chi avesse veduto tanti armati radunati forse avrebbe perdonato a Varrone l'ansia di combattere. Esercito così numeroso non fu veduto che quando Micene portò non mille navi guerra a Troia, le mille navi che vide il leandrio Ellesponto. Appena giunsero a Canne, ai resti dell'antica città, piantarono sugli sciagurati valli le infauste insegue. E mentre così grande rovina sovrasta i miseri, i pronti annunzi del cielo non tacquero delle prossime stragi. Ad un tratto arsero in mano alle attonite falangi le lance, ed i merli alti delle mura precipitarono, ed il Gargano gettò giù dallo scrollato vertice gli alberi divelti. L'Ofanto sbuffando mandò dal profondo un boato, ed i naviganti sull'ampio mare allibirono vedendo da lontano i monti Cerauni in fiamme. Privato da ogni luce improvvisamente, il calabro cercò invano nell'oscurità le spiaggie della nota Sipunte nota21 e schiere di gufi assediarono l'entrata della trincea e le api si posarono a nubi sulle insegne e le comete distruggitrici di regni apparvero con sanguigne code. Di notte rabbiose belve, mentre tutto taceva, irruppero entro la cinta delle mura ed i soldati tremando videro i corpi delle sentinelle sbranati. E nel sonno paurose immagini turbarono gli animi, ché si videro dalle tombe uscire le ombre dei Galli. Tre e quattro volte la Rupe Tarpea tremò scossa sin dalle radici e nei templi di Giove corsero fiumi di sangue ed il volto dell'antico Padre Quirino si bagnò di lacrime. L'Allia gonfia straripò spaventosamente, si agitarono le Alpi e di giorno e di notte nell'Appennino si aprirono immense voragini. Là dalla Libia piovvero sul Lazio corruschi fuochi, il polo si squarciò con orrendo fragore e scoprì il volto del Tonante. Il Vesuvio vomitò dalle sue rupi fuochi etnei e tuonò lanciando massi sino alle nubi e raggiunse col fiammeggiante vertice le stelle trepidanti. Ecco che presago della futura sconfitta in mezzo all'esercito un soldato estatico ed affannoso collo sguardo fisso assorda tutto il campo con grida orrende: “Pietà crudeli Dei! Non bastano i campi per tante stragi. Vedo il condottiero dei Libi correre ove sono più folte le schiere col carro che schiaccia armi, uomini, insegne ed avanza. Infuria il turbine ed accieca. Vedo Servilio, dimentico di se stesso morire dopo essere stato invano salvato dal Trasimeno. Dove fuggi, Varrone? Per Giove, Paolo, ultima speranza di noi travolti cade colpito da un sasso. Ah! Non fu così grande lo sterminio della Trebbia! Ecco si innalza un ponte di corpi caduti e l'Ofanto spumeggiando rigetta i cadaveri e le belve scorrono vincitrici per i campi. Schernendoci ecco che un agenoreo porta innanzi i littori ed i fasci sanguinosi e gli Ausonii trionfi si portano con pompa nella Libia. Oh, dolore! Che vedo, per vostro volere, o Dei! L'oro degli anelli tolti alle sinistre è per Cartagine vincitrice misura delle latine rovine!”

IX - Invano gli Dèi annunziarono con palesi e portentosi segni la strage latina ed invano l'Italia ne tremò. Varrone, come se alla prossima battaglia arridessero propizi i presagi, ora lancia nella notte frecce, ora rimprovera Paolo di lentezza e fa squillare le trombe e dar l'allarme con suoni notturni. E nel Fenicio arde un desiderio di battaglia non meno vivo. Ed ecco che sospinti dal destino le genti escono da ogni parte dai valli e si azzuffano. I Macii dai campi vicini ove depredavano i pascoli lanciano nugoli di frecce e già cade Mancino, spirito battagliero e sempre desideroso di bagnare per primo la sua spada nel sangue nemico, e con lui cadono molti altri. E per quanto avesse gridato che il responso dei visceri non era favorevole, Paolo non potè trattenere gli impeti di Varrone, potè solo, poiché il comando toccava un giorno per ciascuno, impedire che si desse battaglia nel suo giorno. Ma più di un giorno non poteva ritardare la morte di tante migliaia. Si ritrassero quindi le schiere entro i ripari e Paolo gemeva di angoscia al pensiero che l'indomani il comando toccava al suo folle compagno per cui aveva invano salvata la vita dei suoi cari. Varrone freme per l'indugio e sbuffa d'ira. Ah, così ringrazi, o Paolo, chi ti ha salvato? Così ricambi chi ti sottrasse alle rigide leggi ed allo spavento dell'urna minacciosa? Ebbene, consegna le armi dei soldati rinchiusi al nemico ed anzi strappale loro di mano tu stesso. Ma voi prodi, che io vidi piangere quando al comando del console ritornaste ai valli, non attendete più, secondo le usanze, il segnale della battaglia. Ai primi raggi che indoreranno le cime del Gargano ciascuno si muova duce di sé stesso. Io vi aprirò le porte. Riguadagnate sollecitamente la giornata perduta". Con queste parole Varrone accendeva furioso nelle stanche menti il desiderio di combattere. Paolo aveva ben altro in cuore, ad altro volto, e si vedeva con il pensiero immerso nei dolori che presagiva, e che avrebbe più tardi veduto. Simile alla madre che disperata per il figlio morente, accecata dal dolore e piangente cerca invano di ridestare con gli ultimi abbracci le membra ancor tiepide, egli grida: "Per le mura di Roma tante volte scrollate, Varrone, ti supplico per queste anime senza colpa cui già sovrasta l'ombra dello Stige, non correre incontro allo sterminio. Mentre cessa l'odio del cielo e si placa l'ira della Fortuna, ci giova molto che la nuova gioventù si abitui al nome di Annibale e guardi in faccia senza paura il nemico. Non vedi che al solo sentirlo avvicinarsi per i campi trema per improvvisa paura? Non vedi che le armi tremano nelle mani ancor prima che squillino le trombe? I combattenti che Fabio, indugiatore pusillanime come tu lo chiami, conduceva alla battaglia con mosse che tu deridi, ora sono tutti in armi, ma quelli di Flaminio... Disperdano gli Dèi il triste augurio. Se tu rimani sordo ai miei consigli ed alle mie preghiere odi almeno i Celesti. La Sibilla Cumana sin dai tempi antichi vaticinò questo nefasto giorno e presaga di te predisse all'universo il tuo furore, ed io secondo profeta ti svelo chiaramente il destino: se domani tu non trattieni le insegne confermerai col nostro sangue le parole dell'augure di Apollo e d'ora innanzi questi campi non avranno più nome da Diomede, ma saranno, o console, se ti ostini tristemente famosi per te". Così disse Paolo, e intanto dai suoi occhi ardenti cadevano le lacrime. La notte fu contaminata da un orribile fatto. Nelle terre di Libia viveva in servitù Satrico, prigioniero di Xantippo, che fu poi dato con altri doni al re degli Autololi in premio del suo grande valore. Egli aveva lasciato nella sua casa di Sulmona due gemelli ancora lattanti, l'uno di nome Mancino e l'altro detto per la sua origine retea Solimo. Egli, di schiatta dardania, vantava a proavo quel frigio che seguendo le armi di Enea aveva fondato la città famosa che fu detta dal suo nome Solimo e che a poco a poco i coloni italici tramutarono in Sulmona. Ora Satrico era stato condotto dal re tra le schiere dei barbari poiché all'occorrenza serviva ai Getuli. Allorchè rivide le mura peligne e la speranza del ritorno gli sorrise, affidò il suo proposito alle ombre mute della notte uscendo furtivamente dall'odiato campo. Ma fuggì senza armi perché il luccicare dello scudo e della spada non lo tradissero e quindi guardò i cadaveri sul campo e spogliato Mancino si cinse delle sue armi. In lui il timore a poco a poco era vinto; ma quell'esangue che egli spogliava dalle armi era suo figlio trafitto poco prima dalle frecce dei Macii. Ecco che nella notte, nelle prime ore del sonno, Solimo l'altro figlio usciva dal vallo ausonio e muoveva con le sentinelle che si davano il cambio tra i caduti cercando l'amata salma del fratello Mancino per darle sepoltura. Poco dopo vede avvicinarsi dalle tende sidonie un nemico in armi, e, come il caso lo consiglia, si nasconde nella tomba di Toante d'Etolia. Scorgendo che nessun altro seguiva il guerriero che si aggirava tra le ombre solitarie, balza fuori dal sepolcro e scaglia un giavellotto che va a conficcarsi nel nudo dorso del padre. L'infelice Satrico si crede inseguito dai Sidonii e colpito dal loro ferro e pauroso gira intorno lo sguardo cercando l'invisibile feritore. Il vincitore corre avanti con ardore giovanile e come gli balenano dinanzi con tetra luce le note armi ed allo splendore della luna riconosce lo scudo del fratello, acceso d'improvvisa ira, grida: "Che io non sia figlio di Satrico, cittadino di Sulmona e tuo fratello, o Mancino, né possa dirmi degno nipote del reteo Solimo se costui mi sfugge impunemente. E tu, vile, predi sotto i miei occhi le onorate spoglie di mio fratello? E tu porterai, o perfido me vivo, le gloriose armi peligne ai Libi? Le porterò ristoro al tuo pianto a te, Acca, madre diletta! e tu le appenderai per eterno onore all'urna di tuo figlio". Così fremendo gli si slancia contro con la spada alzata, e già lo scudo e le armi cadevano di mano al vecchio che aveva udito il nome della sua patria, di sua moglie e dei suoi figli. Un freddo orrore gli agghiaccia le membra e dalle smorte labbra gli escono appena queste misere voci: "Fermati, non ti chiedo la vita, che sarebbe delitto desiderarla. Io sono quel Satrico progenie di Solimo, prigioniero a Cartagine, ricondotto alfine in patria. Fermati che la tua mano non si contamini del mio sangue, o figlio. Tu non hai colpa poiché quando gettavi contro di me la lancia io ero un sidonio e fuggivo infatti dal campo odiato correndo verso i miei figli e la mia dolce moglie. Tolsi ad un caduto questo scudo ed ora, o unico figlio, reca queste armi, monde di ogni sospetto, al tumulo fraterno. Ma sia questo il tuo primo pensiero: avvisa Paolo, il condottiero latino che tragga in lungo la guerra, che neghi al Fenicio la richiesta battaglia. Annibale è pieno di gioia per gli auguri del cielo e spera immense stragi. Trattenete, per gli Déi, il furibondo Varrone che vuol precipitare a morte le schiere. Mi sia almeno dolce conforto nel terminare questa vita di affanni vigilare per il bene della mia patria. Bacia, o figlio, il padre che ritrovi e perdi nello stesso momento". Così dicendo, si slaccia l'elmo e getta le braccia tremanti al collo del figlio attonito e con le sue parole cerca di quietare il rimorso che lo punge e di scolparlo per aver scagliato la lancia: "Chi fu testimone del fatto? Chi lo seppe? Non nascose forse la notte con le sue profonde ombre la colpa? E tu tremi? Stringi il tuo cuore al mio. Io, tuo padre, ti assolvo e tu con questa mano ora che hanno fine i miei dolori, chiudimi gli occhi". L'infelice giovane sospirava profondamente e la voce rotta dai singhiozzi non gli permetteva di rispondere al padre. Affannandosi a fermare il sangue che sgorgava nero, piangendo fascia la profonda ferita con un lembo della sua veste. E tra un singhiozzo e l'altro rompe in questi lamenti: "Così l'empia fortuna ti conduce in patria? Restituisce essa in tal modo il padre al figlio e il figlio al padre? Cento volte fortunato mio fratello cui il destino non concesse di rivederti. Ed io, salvo dalle frecce dei Libi, debbo riconoscerti ferito dalla mia mano. Almeno la fortuna mi avesse dato modo di non riconoscerti. Ma ora, Dèi crudeli, non vorrete che rimanga nascosto anche il mio dolore". Così fuori di mente piangeva e già il padre dissanguato esalava l'ultimo respiro. Il giovane allora alzando gli occhi dolenti alle stelle proruppe: "Luna, che sei testimone del fatto di cui si è macchiata la mia destra,, alla cui luce notturna io gettai l'asta mortale contro mio padre, non sarai più offesa dell'empio sguardo del parricida ". Così disse e si immerse la spada nel cuore. Poi comprimendosi l'ampia ferita e con il sangue che ne usciva scrisse sullo scudo l'annuncio del padre: "Rifuggi, o Varrone, dalla battaglia ". Quindi sospeso alto lo scudo sulla punta della spada distese il suo corpo su quello del padre compianto. Con tali presagi gli Dèi annunciavano agli Italiani il vicino eccidio e frattanto la notte conscia del misfatto diradava le ombre cedendo al rosato mattino. Secondo l'uso il condottiero libico eccita alle armi le sue coorti ed il latino le sue. Risplende già per i Sidonii il giorno che non avrà l'uguale nei secoli. Esclama il Fenicio: "Voi non avete bisogno che io vi stimoli con parole, poiché sempre vincendo percorreste la via dalla meta di Ercole alle terre di Iapige. L'animosa Sagunto cadde, furono superate le Alpi ed il Po, superbo re dei fiumi d'Italia, fa scorrere le sue acque soggetto a voi. La Trebbia fu coperta di cadaveri e il suolo lidio fu sepolcro a Flaminio e la campagna ricoperta per lungo tratto di ossa umane biancheggia senza che il vomere la solchi. Ma il giorno più bello e più famoso per lo sterminio dei nemici è questo. A me la gloria, unico e massimo premio della guerra, ogni altro dono della vittoria è vostro. Quanti tesori Roma trasse superba dall'Iberia, quanti pomposamente dalle vittorie etnee, ogni rapina, se pur ne ha delle libiche spiaggie, tutto senza trarre le sorti cadrà in vostro potere. Quello che la vostra mano potrà prendere portatelo alle vostre case. Io condottiero non chiedo ricchezze. I predoni Dardani hanno spogliato in tanti secoli il mondo soltanto per voi. Tu che discendi dalla tiria stirpe, sia che ti piacciano le terre di Laurento arate un giorno dai coloni sigei, o ti siano più care quelle bizacene che fruttano il centuplo della sementa, avrai in premio del tuo valore libera scelta. E ti sarà anche concesso di condurre al pascolo, vagando lungo le rive che il biondo Tevere irriga, le greggi depredate. Tu, o alleato, che muovi con me le insegne, basta che levi la destra bagnata di sangue italico e diverrai cittadino di Cartagine. Non vi addolori il Gargano o la Daunia; siamo già alle mura di Roma. Sia pur lontana dal campo di battaglia e fuor di strada, oggi qui cade Roma. Non vi chiamerò ad altre battaglie. Soldati, orsù rapidi da Canne al Campidoglio". Dice e le coorti non ritardate dai fossi escono a corsa dai valli e ,come la natura del luogo lo richiede, Annibale le schiera lungo la riva del fiume. Dal lato sinistro stanno i Nasamoni, gente barbara e bellicosa, ed insieme a loro i membruti Marmaridi, i Macii, gli atroci Mauri, i Garamanti, e poi le turbe dei Massili abitatori delle sponde del Nilo e presso di loro il popolo degli Adimarchidi lieto di vivere tra il ferro, le membra abbronzate dal sole ardente. Condottiero di queste genti è Nealce. Dell'ala destra, dove erra con le sue curve sinuose l'Ofanto, è condottiero Magone. Con lui sono i guerrieri giunti dalla fronzuta Pirene e gridano con voci diverse affollati sulle rive e fanno splendere le lievi armature. Fra tutti si notano i Cantabri, i Guasconi dal capo nudo, i Baleari usi a tirar di frombola, ed il popolo dei Beti. Alto Annibale nel centro comanda da sé le sue coorti rafforzate con genti della sua terra e di quei Celti che vivono sulle sponde del Po. Ma là dove le acque ritraendosi non difendono più con le loro rive i soldati, sorgono sulle nere schiere degli elefanti turrite moli e baluardi e come una mobile trincea si innalzano mura dondolanti fino al cielo. I Numidi corrono fuori ordinanza attaccando battaglia per tutto il campo. Mentre il condottiero ordina e divide le sue schiere e le consiglia e le istiga incessantemente ricordando le sue gesta e si gloria di riconoscere al sibilo chi lanciò una freccia e promette ai suoi di essere testimone delle loro imprese, Varrone muove alla rotta sanguinosa ed il navigante della livida palude prepara lieto il posto per le ombre che debbono venire. Ed ecco che i guerrieri delle prime file si fermano dinanzi allo scudo dalla scritta sanguinosa, muti e trementi per il funesto presagio. Miserando ed orrido spettacolo! I due Peligni giacevano abbracciati ed il figlio copriva in seno al padre, con la sua mano la ferita mortale. A tale vista non hanno freno le legrime; il dolore provato per la morte di Mancino si rinnova dinanzi alla salma del fratello e si angustia ogni cuore, per l'augurio che rende più triste l'aspetto di quei morti. Danno subito notizia al condottiero del funesto evento e della scritta che vieta la battaglia. Egli furente grida: "Si rechino a Paolo tali presagi, ed egli che pasce il suo cuore di timori come una femminetta, sarà commosso per colui che insozzato da nefando delitto, vittima desiderata dalle Furie, morendo scrisse, forse con il sangue di suo padre, l'infame verso". E quindi si affretta e divide gli incarichi della guerra. Contro il terribile Nealce che guida le schiere dei barbari si mette egli stesso con le schiere dei Marsii, dei Sanniti e dei Pugliesi. Al centro dove vede che si trova Annibale pone Servilio con i Picenti e gli Umbri. Capo dell'ala destra è Paolo. Inoltre Scipione ha l'incarico di star di fronte ai Numidi e seguirli ovunque essi si sbandino e dar loro battaglia. Già gli eserciti si avvicinano e per lo scalpitare di tanti piedi, per il nitrire di tanti cavalli, per l'urto delle armi erra lungo i campi devastati un sordo rumore, come quando i venti escono a lotta sul mare, e versano la loro rabbia sulle onde che agitate innalzano gli spruzzi fino al cielo, e si slanciano contro gli scogli e, respinte da essi anelando e gemendo e turbinando, sollevano alte le spume. Né soltanto i mortali si affaticarono in tanto infuriare del destino ma anche l'Olimpo fu vinto dalla discordia che spinse gli Déi a guerra tra loro. Marte combatte da una parte e con lui Apollo e il domatore dei gonfi mari e Venere e Vesta ed il figlio di Anfitrione addolorato per la rovina di Sagunto, e Cibele veneranda e gli Dèi tutelari della patria: il grande Quirino e Fauno; vi è infine Polluce che unisce vita e morte con Castore. Contro di loro la saturnia Giunone armata di ferro, e Pallade generata nelle libiche acque tritonie e quindi il padre Ammone con le corna ritorte sulle tempie ed una folta schiera di Dèi minori. Al passo di tanti Numi accorrenti tremò la terra. Gli immortali si posero chi sulla cima dei vicini monti chi sulle alte nubi attendendo la battaglia. Il cielo rimase solitario. Si levò verso di lui spopolato un grido come quando sui campi di Flegra l'esercito dei giganti assordò il cielo. E parve di udire Giove quando tuonando chiedeva ai Ciclopi i fulmini poiché gli abitatori della terra si slanciavano temerariamente all'assalto dei suoi regni. In sì grande scontro nessuna lancia fu preludio al cozzo dei combattenti; pareggiando in furia da ambedue le parti sibilarono ad un tratto e caddero nugoli di frecce, e gli animosi anelanti alla strage travolse nello stesso tempo la duplice tempesta. E dove le spade scintillano chiuse nei pugni i morti sono più numerosi. I compagni salgono sui cadaveri dei compagni e correndo calpestano i moribondi. L'itala gioventù non si piega e non si smuove all'impeto dei Fenici, né questi da parte loro cedono; rimangono immobili come Calpe invano flagellata dal mare che vorrebbe svellerla dal fondo. Non vi è posto per combattere ed i morti serrati nella calca non possono cadere. Gli elmi cozzando contro gli elmi dei nemici scintillano, gli scudi s'infrangono all'urto degli scudi e le spade si spezzano contro le spade. I piedi si calpestano l'un l'altro ed il terreno scompare nel sangue, ed i raggi del giorno vengono nascosti da nugoli di frecce. Quei che sono nelle seconde file combattono scagliando dardi come se fossero nelle prime, e quelli che senza gloria stanno dietro a tutti a gara si affaticano di pareggiare i primi in ardore lanciando di fionda. Inoltre accendono alla battaglia con le loro grida e lontani dalla pugna incalzano il nemico con urla feroci. Armi di ogni genere cozzano in un sol punto: e mazze e gravi lance, pietre enormi, frecce alate ed ora fischiano per l'aria i dardi ed ora la pesante falarica terrore delle più salde mura. Vergini Muse che io adoro devotamente, mi è permesso sperare che la mia mortale parola possa narrare nei secoli venturi questa giornata memoranda? Mi è dato per cantar Canne confidare nella mia sola voce? Se arridete propizie alla mia gloria e se non rivolgete lo sguardo dall'opera mia, voi e il vostro padre Apollo ispiratemi il canto. Ma tu Romano, possa nella fortuna conservare il grande animo con cui reggesti alla sventura. Terminino qui le prove, ve ne prego Déi del cielo e che non vi piaccia mai più cimentare ad uguali lotte l'Itala gente. O Roma, affannosa del tuo destino, asciuga le lacrime ed adora le tue ferite per cui avrai gloria imperitura. In nessun tempo tu sarai più grande e prosperando cadrai così nella lieta sorte che il tuo nome vivrà famoso solo per le sconfitte. Ma già la fortuna con alterna vicenda aveva deluso l'impeto dei guerrieri. Da ambedue le parti splende incerta la speranza, da ambedue le parti si combatte gareggiando in valore. Come quando i verdi steli prima di essere gravi per le spighe mature sotto agitati mollemente dal venticello e tremolando, qua e là piegano il capo a vicenda e per continui ondeggiamenti tutto il campo ne splende intorno. Nealce alfine si avventa con i suoi Numidi gridando e con grande impeto sfonda le file dei nemici. Mette tutto a scompiglio e gettandosi nei varchi aperti incalza il nemico trepidante. Scorre un torrente di sangue e nessuno cade trafitto da un solo dardo e timorosi di essere colti alle spalle i Latini affrontano con i petti la tempesta mortale e con la morte si allontanano dalla vergogna. Scevola desideroso sempre di pericolo e sempre pronto ad ogni cimento era tra i primi nel più folto della mischia. Sdegnando la vita dopo così grande strage cerca di farsi nome immortale con una fine degna di Muzio e poiché vede sempre volgere a peggio gli avvenimenti ed aumentare lo sterminio dei suoi esclama: "Allunghiamo quello che ci rimane di questa breve vita. Il valore guerriero è un nome inutile se l'ultima ora del forte non rifulge feconda di onore". Così disse e nel folto della calca dove la destra fenicia aveva aperto una via sanguinosa si slancia con impeto, investe Carali che appendeva con giubilo ad un alto tronco le spoglie di un romano ucciso e nella sua grande ira gli immerge la spada fino all'elsa. Quegli si rivolge e cade, morde rabbiosamente il suolo nemico e preme la terra con la bocca per soffocare l'acuto dolore della morte. Né a frenare l'eroe valsero le spade fulminee di Gabari e di Sicca insieme. Nell'aspra lotta Gabari ha mozzata la mano destra e punto di dolore Sicca, ansioso di aiutare il compagno, tocca incautamente con il piede una spada e caduto a terra alla destra dell'amico morente l'infelice si duole, ma troppo tardi, di andare a piedi nudi. Ora alfine Nealce rivolge contro il giovane che infuria simile ad una folgore le sue fatali armi. Così bel nome lo sprona all'onorata uccisione, ed inalzandosi ad un tratto scaglia ferocemente sul volto dell'italo guerriero un sasso che il torrente aveva travolto dagli alti gioghi. All'orribile percossa stridettero le mascelle ed il viso si deformò. Dalle narici colò sangue misto a cervello e sfracellata la fronte gli occhi uscirono sanguinosi dalle orbite. E mentre Mario si adopera di soccorrere il suo diletto Capro e teme di sopravvivergli muore anch'egli. Nello stesso giorno erano nati ambedue in Preneste ed ambedue ebbero in eredità soltanto la povertà paterna. Di uguale indole, erano soliti seminare insieme le campagne ed avevano entrambi un solo volere o non volevano tutti e due la stessa cosa: un'anima in due corpi. Vivevano nella miseria ricchi per la loro concordia. Caddero ambedue ed il destino appagò i loro voti: morire insieme in battaglia. Ed ora il Simeto vincitore si gloria delle spoglie d'entrambi. Ma non a lungo si rallegrarono i Fenici per la fortuna che arrideva loro. Ecco che s'avanza minaccioso e triste per le coorti messe in fuga Scipione ed insieme Varrone il padre dei guai; li segue il biondo Curio e Bruto discendente del primo console. E già le schiere con sì gagliardo aiuto di eroi avrebbero riguadagnato terreno se lo stesso condottiero tirio con improvviso impeto non avesse fermato la loro avanzata. Egli vede da lontano fra la mischia Varrone circondato da correnti littori in rossa veste ed esclama: «Ecco la pompa e le insegne, rivedo Flaminio». E l'ira gli ribolle in seno e messaggero delle sue furie l'ampio scudo risuona. Misero Varrone! Avresti potuto nella morte essere simile a Paolo se gli Dèi sdegnati non ti avessero vietato di morire per mano d'Annibale! Quante volte ti dorrai con il cielo di aver sfuggito l'africa spada! Scipione lancia in soccorso il cavallo e rivolge contro di sé l'assalto pericoloso ed Annibale sebbene si vegga tolto il vanto di opime spoglie pure non disdegna di cimentarsi con nemico maggiore e spera di vendicarsi di lui che aveva salvato il padre al Ticino. Ed ecco l'uno di fronte all'altro si incontrano in battaglia i due guerrieri quali il mondo non ne vide ancora di simili. Diversi per patria erano uguali in valore, ma per fede e pietà filiale il latino superava il libico. Commossi per la battaglia Marte e Minerva discendevano dall'alta nube, l'uno in difesa di Scipione, l'altra del Fenicio. Gli eserciti tremarono all'appressarsi degli Immortali. Dove la Dea si rivolge sembra che la bocca di Medusa lanci fiamme e le serpi attorcigliate all'egida sibilino orrendamente. Splendono gli occhi di sanguigna luce simili a due comete e le ampie creste mandano fuoco fino alle stelle. Marte agita nell'aria turbata la lancia e getta ombra sul terreno collo scudo; veste una corazza, dono dei Ciclopi, che folgora intorno scintille etnee ed il suo fulvo cimiero si innalza al cielo. Intenti alla pugna i due guerrieri misurano da vicino l'ardua prova, ciò nonostante sentono ambedue a vicenda la presenza armata degli Dei e lieti di averli a testimoni divampano ancor più d'ira. Già Pallade allontana con la sua mano una lancia gettata con gran forza contro il petto del Fenicio e già Marte istruito dall'esempio dell'aspra Dèa soccorre Scipione e gli porge la sua ciclopica spada infondendogli nuovo ardire. Arde Minerva d'improvvisa ira e divampando in volto gli lancia uno sguardo così bieco che meno tremende parvero le furie di Medusa. Enormi si rizzano i serpenti intorno all'egida scrollata. Al primo scatto di furore della Vergine, Marte stesso ritrae pian piatto il piede dal campo e la Dea divelta dal vicino monte un'enorme pietra l'avventa spietatamente contro il Dio onde al fracasso che rimbomba lontano tremano le spiaggie dell'isola di Sasone. Il re degli Dèi vide dal cielo questa battaglia e per quietarne gli sfrenati impeti invia rapidamente Iride ravvolta in una nube: «Orsù, Dea, scendi velocemente alle contrade ausonie e dì a Minerva che freni le sue feroci ire contro il fratello, e non speri di mutare l'immobile legge delle Parche. E dille, poiché so quale fucina di veleni le ribolla nel petto, che se non cesserà e non placherà il suo furore proverà di quanto ceda l'egida alle feroci folgori ». Al messaggio del Tonante stette a lungo incerta se cedere alle armi del padre e poi proruppe: «E sia, si sgombri il campo, ma che egli forse allontanerà il destino per avermi cacciata? Mi impedirà forse di vedere dal cielo le immense campagne garganie ricoperte di stragi?» Così dicendo trasse dal campo Annibale nascondendolo in una fitta nube e disparve. Ma non appena ella riprese la via del cielo, Marte rinfrancato cinto da un'ampia nube riunisce con la poderosa destra i soldati dispersi per il campo e li sospinge all'aspra battaglia. E già le italiche schiere rivolgono le insegne e piombano sui Fenici spaventati con nuova orrida strage. Ed ecco che il guardiano dei venti, Eolo che trattiene le bufere imprigionate e comanda su Borea ed Austro ed Euro e Coro che sconvolgono i cieli, commosso dalle preghiere di Giunone e dalle sue grandi promesse sprigiona subito a guerra Volturno, arbitro dell'Etolia ed accetto vendicatore della pericolosa ira. Questi sprofondatosi nei fiammanti baratri dell'Etna ne esce fuori tutto fuoco ed ardore e sbuffa e stride orribilmente per i dauni regni ammassando accecanti nubi di polvere e le avventa, piango nel dirlo, contro i latini. Toglie loro rabbiosamente la luce, il respiro, l'opera delle braccia e gavazza ebbro nello strazio con il furore impostogli. Trombe, armi, guerrieri giacciono rovesciati da ogni parte per l'immensa rovina e risospinte dalle raffiche contrarie ricadono le lance dei latini. Al contrario quest'impeto giova ai libii e come lanciate da frombole le loro lance raddoppiano l'impeto per l'aria stridente. La polvere ottura le fauci dei combattenti che colle labbra chiuse piangono la fine ingloriosa. Involto il fulvo capo d'oscura caligine e tutto polvere il crine lo stesso Volturno ora incalza con stridule ali i Romani alle spalle, ed ora con turbine fremente li assale di fronte e strappa loro sibilando elmi e scudi. Frattanto conficca il ferro nemico in coloro che rimangono intenti alla battaglia ed arresta la foga del ferire ed il braccio. Né pago di molestare le italiche genti lancia rabbiosamente le sue raffiche contro Marte stesso e ben due volle scrolla con i suoi turbini l'elmo del Dio. Mentre Eolo affatica le schiere dei latini ed eccita l'ira di Marte, Minerva insieme a Giunone così parla al Padre: «Guarda, o padre, quale impeto di guerra agita Marte contro i sidonii e quali stragi faccia il feroce! E dimmi di grazia: non vuoi ora che scenda Iside sulla terra? Io non scesi in battaglia a sterminio dei Teucri poiché Roma che io scelsi quale sede del Palladio nota1 regna per il nostro volere; ma impedii che Annibale, splendore della mia Libia, fosse ucciso nel fiore degli anni e fossero nello stesso tempo troncate tante prove di valore». Ed ecco che Giunone da gran tempo adirata riprende: «Anzi per render noto al mondo quanto sia possente sopra gli Dèi l'impero del sommo Giove distruggi, o marito, le rocche di Cartagine, io non mi oppongo. Squarcia la terra ed inabissa nel Tartaro l'esercito sidonio o seppelliscilo nel mare». E Giove con volto sereno rispose: «Voi, o Dee, date di cozzo nel destino e nutrite sempre vane speranze. Quel giovine, o figlia, contro il quale rivolgesti or ora le tue furie, vincerà le genti africane ed aggiungerà al suo nome quello dei vinti e porterà trionfante l'alloro della Libia sul Tarpeo. E l'uomo che tu, consorte, inciti ed onori (ti svelo ora il destino), sgombrerà con il suo esercito dalle spiaggie di Laurento, e già si appressino il giorno e l'ora, o Dea, e non è lontana la sua sconfitta finale e desidererà ardentemente di non aver mai varcato le Alpi ». Così disse e mandò subito dal cielo Iride per ingiungere a Marte di ritirarsi. Marte non contrastò il volere del Padre, ma salì fremendo al cielo sebbene esultasse, ebbro per lo squillare delle trombe, per le grida, le armi e la strage. Quando, cessata la lotta degli Dèi, il campo restò libero ed il Dio disparve, il Fenicio uscì fuori irruente dall'antro ove si era sottratto all'ira divina conducendo seco con alte grida fanti, cavalieri, belve mostruose armate di torri e macchine di guerra. Non appena riconosce un giovane che sgominava con la spada un'intera schiera lanciando fiamme dagli occhi sanguigni esclama: «Quale furia, qual Dio ti spinge o Minucio, che osi cimentarti un'altra volta con me? Dov'è ora quel Fabio che paternamente ti scampò dalle mie armi? Ti basti, empio, d'aver sfuggito una volta la mia destra?» Così dicendo il superbo con un colpo che avrebbe spaccate le pietre lo trapassa fermandogli in gola la parola. Né basta il ferro allo sterminio: entrano in campo le belve gigantesche per affrontare la gioventù latina. Sospinge il Fenicio a corsa il suo cavallo e comanda al moro che guida con il raffio gli elefanti di spingere a corsa il gregge mostruoso. Già le fiere avanzano con tremendi barriti ed al grandinare incessante delle frecce affrettano il passo. Gravano i loro lividi dorsi alte torri armate di uomini con fuochi e frecce e da lontano piomba sul nemico un rovescio di sassi e di strali che la libica gente riversa senza posa dal tentennante bastione. Dinanzi alle schiere sta un lungo muro di nivei denti la cui lancia splende dalla punta ricurva di avorio. Ecco che in mezzo ai trepidanti una fiera afferra con il dente maledetto nota2 Ufente per l'armatura e lo porta via nel folto delle schiere. Con non minore impeto un'altra fiera ghermisce Tadio dove la panciera di lino era meglio avvolta ed illeso lo solleva in alto facendo risuonare il suo scudo. Imperturbato al nuovo pericolo Tadio rivolge a sua gloria il triste caso ed essendo vicino alla fronte rapidamente acceca con la spada il mostro. La belva infuriata per la ferita gitta calci all'aria, si inalbera e manda a terra la torre. Armi, guerrieri ed il mostro cieco si abbattono con fracasso. Il latino trionfante grida: "Lanciamo tizzi ardenti contro quei mostri e distruggiamo con zolfo le torri poste su di loro e vaganti da ogni parte". L'ordine è eseguito senza indugio e già sul dorso delle belve splende il fuoco e le fiamme divoratrici nutrite dal vento che sibila entrano nell'interno delle torri. Come quando il pastore accende intorno i fuochi sul Rodope o sul Pindo e le fiamme si propagano man mano per il bosco che brucia, i frondosi greppi splendono e ad un tratto ardono, divenuti una sola fiamma, gli alti gioghi. Arroventati per l'ardente bitume gli elefanti si scagliano furiosi ed aprono un ampio sentiero tra le file. Nessuno ardisce avvicinarli ed i più animosi gettano da lontano lancie e frecce. Le grandi moli impazienti per l'arsura si agitano da tutte le parti e così crescono le fiamme ed aumentano intorno gli incendi. Poi si gettano precipitosamente nelle vicine acque del fiume, ma deluse dalla poca acqua dei guadi corrono lungo le rive con le schiene avvampanti finché cadono in mezzo ai profondi gorghi. Dove è permesso combattere poiché non è giunto il fuoco Maurusio i soldati retei sparsi in cerchio gettano piombo e frecce e pietre come se cingessero d'assedio una fortezza alta su di un monte, e ne oppugnino gli spalti. Mincio alzò con generoso slancio la spada su di un mostro vicino ed avrebbe meritato fortuna propizia, ma soffiando e barrendo la belva lo afferra con la proboscide e lo stringe, lo sbatte, lo rotea nell'aria così che quegli precipita sfracellato al suolo. In mezzo a tante stragi Paolo scorge Varrone in armi e gli grida: «Perché, Varrone, non affrontiamo Annibale, quegli che tu promettesti di trarre in armi incatenato innanzi al tuo carro trionfale a Roma? Oh patria, o plebe scellerata e bieca nel tuo favore! Nell'angoscia estrema delle tue sciagure non saprai se desiderare chi dei due non fosse nato, Annibale o Varrone». Così l'Emilio mentre il Libio incalza i Romani fuggenti ed innanzi allo sguardo dello stesso Varrone li preme alle spalle con tutte le sidonie lance. Ne è percosso l'elmo del console e lo scudo e Paolo più fiero che mai si lancia nel folto dei nemici. Varrone lo vede allontanarsi nella mischia e fuori di mente rivolta il cavallo ed esclama: «O patria, tu paghi il fio di aver chiamato a capo dell'esercito Varrone invece di Fabio! Che tempesta ho nell'animo? Nemico il destino mi fa guerra. Quale occulta frode mi tramano le Parche! Finisca tutto con la vita.... Ma qual Dio mi trattiene la spada e mi conserva a maggiore dolore? E vivrò dunque? E recherò al popolo questi i fasci spezzati e lordi per la strage dei miei? Mi debbo mostrare alle città adirate? Fuggire.... pena più crudele di quella che mi possa desiderare lo stesso Annibale, e rivedere fuggiasco la mia Roma?». E continuava a lamentarsi, ma il nemico lo incalzava da presso ed il veloce cavallo lo portò via a briglia sciolta.

X - Paolo quando vede che la rotta aumenta - come una fiera che circondata da ogni parte dai cacciatori si slancia contro gli spiedi e ferita lotta maggiormente con i feritori - si spinge tra la calca incontro ai pericoli e chiede la morte ad ogni spada. Le sue grida si levano tremende: "Fermi, vi supplico, o prodi, rivolgete i petti contro le spade e andate tra le ombre senza esservi fatti colpire alle spalle. Vi resta solo la gloria della morte e Paolo, il duce, sempre con voi, vi precede tra le ombre". Corre così gridando più rapido dell'emonio nota1 Borea e della freccia che vola a ferire lanciata dal Parto fuggente. Giunse nella mischia dove Catone oltre le forze della sua età sosteneva arditamente una fiera lotta, e lo sottrasse agli agili Guasconi ed alle frecce dei Cantabri che l'incalzavano. I nemici atterriti indietreggiarono, come il cacciatore che insegue lietamente in una remota valle un capriolo e lo stanca e gli è tanto vicino da afferrarlo, se improvvisamente da un antro sbuca un leone che ruggendo rabbioso gli si pianta dinanzi, egli allibisce ed il sangue gli si agghiaccia, le frecce inutili nel pericolo gli cadono di mano né si cura più della sua preda. Paolo stermina con la spada i nemici che ha vicino e insegue quei che fuggono con le frecce ed infuriando nel sangue cerca gloria. Per mano di lui solo cadeva una fitta schiera di nemici; un altro Paolo nel campo latino e Canne non avrebbe avuto il suo triste nome. L'ala alfine ripiega e le prime schiere fuggono senza ritegno. Cadono Ocri ed Opitero, che venivano dai sitiferi colli di Sezze e con loro Labieno che veniva dall'alte mura della sassosa Cingoli. Cadevano tutti nello stesso momento, ma per varia morte: Labieno ebbe una freccia nel fianco ed i due fratelli ebbero l'uno mozzo il braccio, l'altro le gambe ed anche tu, Mecenate, onore dei meonii e per antichi re etruschi celebrato, morivi: colto all'inguine da una freccia tiria. Paolo schivo ormai della vita si aggira tra i nemici cercando Annibale. Gli sembra grave il destino di cadere lasciando vivo Annibale. Giunone paurosa per le furie dell'eroe - e se egli avesse incontrato il Fenicio non sarebbe stato invano - assunte le sembianze del pauroso Metello così gli dice: "Perché, o console, unica speranza del Lazio, infurii contro il Destino? Se Paolo è salvo, è salvo il regno di Enea, ma se cadi rovina con te l'Ausonia. Vuoi dunque venire a battaglia con il superbo giovane e ti prepari a togliere il tuo capo alla patria già desolata? Ora Annibale è così lieto per l'esito della battaglia che oserebbe affrontare anche il Tonante. Varrone, lo vidi io stesso, già si conservò a giorni migliori fuggendo. Abbia tempo il destino e mentre è possibile conserva la tua anima che è più grande delle nostre ed attendi a guerreggiare". Ed a lui il duce sospirando: "E' forse lieve di cercare morte l'aver udito con i miei orecchi i mostruosi consigli di Metello? Vai, stolto, fuggi. Gli Déi ti guardino le spalle e sano e salvo, te l'auguro, rientra nelle mura di Roma in compagnia di Varrone. Credi che sia degna di me, o vilissimo, una tale vita? E credi Paolo indegno di una fine gloriosa? Certo Annibale infuria e può ben ora mettersi in guerra con lo stesso Tonante! O degenere del valore dei tuoi avi, dove cercare battaglia più bella? Con chi cimentarmi meglio se non con lui che vincitore o vinto, tramandi il mio nome famoso ai posteri?". Dopo aver così gridato il console si avventa nel folto della mischia e insegue Acherra che correndo si rifugiava tra i suoi, girando tra gli stretti manipoli e la calca degli scudi e delle armi, ma ancor più veloce egli l'arriva e l'uccide. Così il bracco belga quando caccia nelle selve il cinghiale e lo insegue con le narici a terra per tutto il bosco ed annusa tacitamente ogni orma che sfugge ai cacciatori e non si ferma se non quando inseguendo la traccia scopre alfine la tana nascosta tra i cespugli. Ma Giunone poiché le sue parole furono vane e Paolo più che mai combatte furiosamente, cambia di nuovo aspetto. Assume il volto di Gelesta, il moro, e così allontana Annibale insconscio dal crudele conflitto: "Qua le armi o eterno onore di Cartagine, porta il tuo braccio in aiuto di chi t'implora. Il console latino copre le rive del fiume di orrida strage, non v'è per te onore più bello di altro sangue nemico". Così dice la Dea e lo porta verso altre battaglie. Lungo le rive, un vecchio guerriero di nome Crista incalzava i Fenici. Era venuto al campo dalla nativa sua Todi, allora famosa, con sei figli, e combattevano insieme. Era di scarsa fortuna, ma guerriero ben conosciuto tra gli Umbri e addestrava con sanguinose imprese la gioventù guerriera. Ora, guidata da così fiero maestro, la concorde schiera, mai sazia di sangue umano aveva travolto con mille colpi un turrito elefante e si compiaceva gettando fiaccole di mirare l'avvampante rovina. Ecco che improvvisamente splende un elmo dalle piume ondeggianti sul cimiero. Il vecchio che allo splendore riconosce il guerriero non indugia e chiama rapidamente al gran cimento i suoi figli e comanda loro che saettino da ogni parte l'eroe senza temere i suoi atroci occhi di bragia né le fiamme che guizzano sull'elmo. Non altrimenti il guerriero di Giove educa ansioso nel nido la prole che deve amministrare le folgori e prova allo splendore del sole i deboli nati. Crista dà esempio ai figli chiamati al cimento lanciando una giavellotto che sibila nell'aria e si arresta sulla corazza d'oro dimostrando che il suo braccio era indebolito. Ed Annibale gli grida: "Quale furore spinge il tuo braccio a vani colpi, o vecchio snervato? Tremante il tuo dardo mi sfiorò appena la corazza ed ora te lo rendo ed apprendano da me a combattere meglio i valorosi che ti circondano". Così dicendo con lo stesso dardo trapassa il cuore al misero ma contro di lui fendono l'aria sei frecce ed altrettante lance vibrate. Ugualmente quando nella Libia il cacciatore mauro insegue da presso una leonessa madre, i leoncelli gli si slanciano incontro furiosi e provano vani assalti con gli inutili denti. Il sidonio oppone a tutti gli strali lo scudo e chiuso nell'armatura sostiene il grandinare delle lance che gli scrosciano addosso; anela di ira per cui mai si appaga di quante morti e ferite semina nella battaglia e vuole con il padre uccidere tutti i figli distruggendo ad un tempo l'infelice famiglia. Rivolto allo scudiero che ardente come lui di battaglie gli era stato compagno in ogni scontro gli dice: "Avari, dammi dardi, poiché lo stuolo audace che fa guerra al mio scudo desidera essere travolto alla palude infernale ed avere premio della sua folle pietà". Così disse ed uccise il maggiore, Luca, che con il dardo conficcato barcolla e cade supino sulle armi dei fratelli. Volsone tenta di estrargli il ferro ed in quel momento il Fenicio con un giavellotto colto a caso fra i morti gli trapassa la visiera e lo colpisce nel volto. Quindi abbatte rapidamente non la spada Vesolo cui il piede vacillava nel sangue dei fratelli ed avventa (barbaro valore!) il capo mozzo con tutto l'elmo contro la schiena dei fuggiaschi come fosse una lancia. Un sasso rompe la schiena a Telesino e mentre egli spira vede con le incerte pupille cadere Quercente ucciso per un colpo di fionda lanciato da lontano. Perosino affranto di dolore, di fatica e di paura, ma sempre irato si aggira con incerto passo e talora si ferma qua e là per il campo. Ed ecco che Annibale lo colpisce con il palo che il suo scudiero aveva divelto dal dorso turrito di un elefante caduto, e lo ferisce a gran forza nell'inguine e lo inchioda a terra. Misero tenta di intenerire con le preghiere quel cuore di ferro, ma un fuoco stigio gli entra nella bocca aperta e col respiro cala giù sin dentro il polmone. Così con tutti i suoi moriva Crista, nome per lunghi anni famoso tra i popoli dell'Umbria, come quando il rovere superbo è colpito dal fulmine o alla quercia piantata dagli antichi avi, entro una nuvola di fumo, lo zolfo divampando divora i saldi rami che furono sacri per secoli ed alfine vinta dal Dio la pianta precipita distesa e copre intorno tutte le erbe con la sua rovina. Mentre il Fenicio infuriava lungo lo stagnante Ofanto, Paolo aveva fatto con la strage di molti ampia vendetta per la prossima morte. Egli combatteva nel folto dei nemici e sembrava il vincitore. Uccise fra gli altri il grande Forci che aveva scolpita sullo scudo la testa di Medusa e veniva dagli antri dell'erculea Calpe donde traeva appunto la prima origine la spaventevole Dea. Costui osò farsi contro a Paolo e tracotante per il suo antico nome e per la stirpe del mostro che impietra, tentò impetuosamente di ferirlo all'inguine destro, ma Paolo lo afferrò per la punta dell'alto cimiero, lo abbattè, lo premette al suolo e dove il balteo alla fine della schiena gira intorno all'anca cacciò il ferro e l'uccise. Dai visceri squarciati sgorgò un rivolo caldo di sangue ed il battagliero atlantico disteso misurò i campi etoli. Fra tante uccisioni ecco che una terribile frotta di Nomadi tumultuosi incalza improvvisamente i romani alle spalle. Gente frodatrice, il condottiero l'aveva istruita ad inopinate arti guerresche per cui fuggendo con inganno s’era con inganno arresa ai latini. Ed ecco che ora furente li assale all'improvviso alle spalle e ne fa orrida strage. Non mancano lance, né spade, che vengono strappate ai cadaveri sparsi a terra. Galba vede da lontano un nemico che porta via il suo vessillo e con l'ardire che la sventura non può domare insegue a tutta corsa il rapitore, lo raggiunge e lo atterra ferendolo mortalmente. Ma mentre combatte per togliergli la bandiera e riesce alfine a strappargliela dalla mano moribonda Amorgo gli balza sopra come un lampo e gli passa il fianco con la spada, ed egli, misero, lascia la vita nella magnanima impresa. Volturno, quasi non fosse abbastanza atroce l'ira di Bellona, solleva dalla pianura l'infuocata polvere e la rotea in turbine. La stridente tempesta abbatte per tutto il campo i soldati che resistono invano e trascinatili alle ripide sponde li getta nelle gonfie acque del fiume. E questa era anche la tua fine, o misero Curione! E tale morte priva di gloria ti era riservata nell'Ofanto. Mentre egli oppone alle schiere atterrite il suo petto e si affanna generosamente ad arrestarle, la folla irruente lo travolge nelle irate acque ed affogando giace inglorioso sulle adriache sabbie! Paolo, grande nella sventura ed insofferente a placarsi, piegato dalla fortuna si slancia contro l'esercito vincitore desiderando morire da forte e questo desiderio lo accende a disperato valore. Ecco che là presso il feroce Viriato signore dei Lusitani incalza un nemico ormai stanco per la lotta e lo uccide sotto gli occhi del console. E Là cade, o sventura, il più nobile dopo Paolo nella guerra, Servilio, e con la sua morte rende più lacrimevole la battaglia di Canne. Il console non frena l'ira ed il dolore e sebbene oppresso dalla bufera che lo persegue e lo acceca con turbini di polvere si getta tra l'imperversare della sabbia e trafigge ed uccide Viriato che, secondo il costume dei suoi, scioglieva già sulla cetra barbari canti. Questa fu l'ultima prova dell'eroe. Il valore del suo braccio invitto non risplenderà mai più e mai piú, o Roma, potrai confidare in Paolo nella guerra. Scagliato da una mano ignota un gran sasso lo colpisce sul volto e l'elmo di bronzo, infranto, gli rompe le ossa ed il volto sanguina. Barcollando l'eroe indietreggia e si appoggia ad un masso, trafelato, mentre il sangue gli sgorga dalla ferita deforme e terribile. Così il leone feroce, scosse le frecce meno pesanti, quando riceve nel petto la lancia mortale si ferma sulla sabbia e fremebondo trattiene in silenzio gli spasimi; gli sanguinano le narici, il muso, la criniera; gli gorgogliano talora nelle fauci languidi ruggiti e dalla bocca aperta gli escono insieme sangue e bava. Irrompono quindi i libi ed il capo stesso lancia il cavallo dove le armi, i cavalli e le dentate fiere gli aprono la via. Pisone, che era tempestato di frecce, lo vede galoppare sui cadaveri e gli getta contro la lancia che coglie il cavallo nel fianco e tenta di slanciarsi sulla bestia che cade, ma invano, ché Annibale, sebbene il cavallo nella caduta lo sbalzi dagli arcioni, si rialza prontamente e prorompe: "Forse che le ombre dei latini redivive combattono nuove battaglie, e non riposano nelle tombe?". Così gridando si solleva ed immerge la spada fino all'elsa nel corpo di Pisone che si trascina a stento. Lentulo ferito ad un piede per una freccia cidonia fuggiva a briglia sciolta quando vide accanto ad un masso in un lago di sangue Paolo che, orrido nell'aspetto, già scendeva al Tartaro. Vergognoso, dimette il pensiero della fuga e gli sembra di vedere Roma in fiamme, ed alle sue porte Annibale sanguinoso: allora misura collo sguardo i campi, tomba di tutta Italia ed esclama: "Che cosa ci rimane? Domani Annibale entrerà in Roma, o Paolo, se tu in così grande tempesta abbandoni la poppa. Chiamo a testimoni i Celesti: se tu nel danno estremo della sconfitta crudele non ci guidi, se tuo malgrado non rimani in vita, perdona il mio dolore, ma sei per Roma più funesto di Varrone! O nostra unica salvezza, il mio cavallo, prendilo te ne prego, o Paolo. Solleverò sulle mie spalle il tuo corpo e lo adagierò sul dorso del cavallo". E il console vomitando sangue dalla bocca ferita esclama: "Sia lode a te, figlio d'eroi. La nostra speranza non è morta se ci sono ancora in petti latini tali cuori. Lancia il tuo cavallo a tutta corsa se il tuo piede ferito te lo permette e fa che si chiudano subito le porte di Roma poiché già vedo che la tempesta sta per piombare sulle nostre mura. Dì, te ne prego, che si affidi a Fabio il supremo comando. Il furore impedì che fossero ascoltati i miei consigli ed ora, giunto all'estremo della vita, non posso mostrare alla plebe pazza altro che come Paolo sa morire. Andrò morente a Roma? Quanto darebbe Annibale per vedermi fuggire? Ma Paolo Emilio non è uomo da discendere alle ombre ingloriosamente. Io.... quell'io.... ma perché, Lentulo, ti trattengo con vane chiacchiere? Sprona il tuo stanco cavallo ed affrettati". Quindi Lentulo si avvia a Roma recando l'ordine e Paolo non lascia invendicata la sua ultima ora, come la tigre, che cedendo alfine alla ferita mortale, lotta distesa con la morte e spalanca la bocca spossata ad inutili morsi ed impotente nell'ira azzanna e lambisce con la lingua le frecce. Jerta si avvicina baldanzoso, sicuro della sua vittoria, vibrando una lucente lancia, ma alzandosi improvvisamente il console lo affronta e lo uccide con la spada. Quindi rivolge intorno lo sguardo in cerca di Annibale desideroso di morire combattendo con lui, ma una nuvola di frecce che colpiscono insieme Asturi, Celti, Mauri, Numidi e Garami, lo atterra. Così muore Paolo. La generosa anima è spenta ed il braccio formidabile giace nella polvere. Se fosse stato egli solo a comandare forse avrebbe emulato in gloria Fabio. La sua nobile morte aggiunge onore a Roma ed il suo nome vola immortale alle stelle. Con il console cadeva l'ultima speranza dei soldati latini. L'esercito è orribilmente atterrato, come un uomo cui si tronchi il capo e per tutto il campo infuria l'Africa vincitrice. Le schiere dei Piceni e gli Umbri bellicosi giacciono al suolo, ed i cavalli ernici con i giovani Sicanii. Sparse da ogni parte le insegne dei guerrieri Sanniti, dei Serasti, delle coorti marse, elmi, scudi forati, armi infrante, armature spezzate all'urto incessante degli scudi e morsi ancora bianchi di spuma strappati di bocca agli ardenti cavalli. L'Ofanto inonda con i suoi flutti sanguinosi la campagna e gonfio rigetta i cadaveri travolti alle sponde. Così la nave lagea che appare nell'immenso mare come un'isola galleggiante se Euro, adunatore di nuvole, la batte agli scogli, copre il mare con naufraghi rottami. E galleggiano insieme con i miseri marinai che vanno sputando l'acqua ingoiata, banchi, vele squarciate, alberi ed i capitelli della nave. Quando le tenebre rapirono la luce del giorno memorando, Annibale, dopo così grande battaglia e tanta strage, cessa alfine dal furore e concede tregua e riposo ai suoi dopo il crudele macello. Ma vigili gli affanni gli impediscono di riposare nella notte e si rode che dopo tanto favore degli Dèi non sia ancora riuscito ad entrare in Roma. Decide quindi di muovere il giorno seguente le schiere mentre ardono ancora di stragi, e già gli sembra di infrangere le porte e di incendiare le mura e Canne ed il Tarpeo sono un solo incendio. Di tale proposito si turba fortemente la figlia di Saturno che teme l'ira del sommo Giove e conosce il destino della razza latina. Si affretta a frenare l'incauto e focoso giovine e a togliergli la folle ed avida speranza, per cui chiama a sé il Sonno che regna sulle tacite ombre e chiude spesso per invito di lei gli occhi a Giove. E con un dolce sorriso così gli parla: "Dio dei sogni, non ti chiamo per una grande opera, non ti chiedo di addormentarmi con il batter delle tue ali Giove, né di chiuder le mille palpebre e vincere con la notte il custode della giovenca inachia, il derisore del tuo potere. Ti prego, o Nume, di immergere nel più strano sonno il libico condottiero così che non desideri più di correre subito contro di Roma, contro le sue mura vietate sulle quali Giove non gli concederà di mettere il piede". Il Nume ubbidisce prontamente e recando in un curvo corno incantati papaveri discende rapido tra le ombre. E come giunge nel suo tacito volo alla tenda del giovine barceo gli fa vento con le sue ali sul capo chino e con il ramo leteo gli tocca la fronte e gli stilla nei gravati occhi il sonno. Già premono quell'anima in sussulto fieri fantasmi. Già sogna di calpestare le sponde del Tevere con le sue folte schiere, e vede sulla cima della rupe Tarpea lo stesso Giove fiammeggiare e scagliare con la destra folgori vendicatrici. Da ogni parte fuma la pianura di zolfo e ne trema l'Aniene con le sue acque azzurrine. Gli splendono dinanzi agli occhi un'infinita distesa di campi ed una voce risuona nell'aria: <<Hai avuta assai gloria per Canne o giovine, ed ora arrestati. O Fenicio, non ti è concesso entrare nelle mura sacre come non ti è concesso atterrare l'Olimpio ". Eseguito il comando di Giunone il Sonno lo lasciò atterrito per le visioni e pauroso di maggiori pericoli. E dalla sua mente la paurosa visione non si dileguò neppure a giorno chiaro. Vaneggia ansiosamente per i tumulti sognati mentre Magone gli annunzia che nella notte il campo si era reso con gli ultimi nemici. E mentre si avanza la lunga fila dei soldati carichi di prede gli dice: " Ti prometto che tra cinque giorni banchetteremo festanti sulla Rupe Tarpea ". Ed Annibale gli risponde, celando il suo sgomento per gli avvisi celesti, che per le ferite dei soldati affranti ed esausti, per le aspre battaglie non bisognava fidarsi della fortuna. Magone sentì perduta la speranza e gli sembrò di dover fuggire con le sue schiere da Roma quasi sul punto di entrarvi " Per così grande rovina, non Roma, come essa temette, ma Varrone fu vinto. Perché interrompi così lieta opera del destino e indugi il trionfo della patria? Concedimi di andare a corsa con i cavalieri e ti giuro sul mio capo che darò nelle tue mani Roma e che entrerai senza colpo ferire per le porte aperte ". Invano Magone incita il fratello sospettoso e guardingo. Frattanto i soldati romani si radunavano a Canosa difendendosi entro le mura. Miserando spettacolo! Non si vedono bandiere, non aquile, non insegne dei littori né le scuri ai comandi del console. Quei miseri mutilati come schiacciati da un'enorme rovina si reggono a stento; spesso bisbigliano con sorde grida e stanno talora muti con lo sguardo a terra. Infranti gli scudi hanno quasi tutti il braccio sinistro nudo e le destre pugnaci sono senza spade. I cavalieri sconfitti e feriti si strappano con disdegno dagli elmi le piume e gli altri ornamenti di guerra e scorgi dovunque corazze crivellate di dardi da cui pendono ancora le maure frecce. Spesso parlano fra loro con dolore dei compagni perduti e chi piange Pisone e chi Galba e chi Curio di fine più gloriosa e chi si duole di Scevola terribile in armi. Ma tutti ad una voce piangono il crudele destino di Paolo come del loro padre e ricordano che più volte egli predisse questa sciagura e cercò di rattenere gli impeti di Varrone. Che cosa non fece per risparmiare a Roma tristi giorni? Quale cuore e quale valore! Frattanto coloro cui preme il futuro scavano prestamente le trincee ai piedi delle mura e muniscono, come possono, le porte. E dove i nemici potrebbero entrare per la pianura piantano rami induriti al fuoco, inalzando come delle corna di cervo e con reticolati coprono i trabocchetti. Oltre la sconfitta e le ferite irrimediabili ben più crudele Furia, l'empio timore dei Fenici, perseguita i rimasti. Costoro per fuggire Annibale e le temute spade dei Tirii già si apprestavano a varcare il mare e Metello, guerriero da poco, ma di stirpe famosa avrebbe dovuto essere il loro capo nell'esilio. Egli con vergognosi consigli incitava le imbelli e degeneri anime a tralignare e col pensiero si raffigurava il paese dove celarsi e dove fosse ignoto il nome dei Fenici e non giungesse la fama che avessero abbandonata la patria. Ma Scipione non appena lo seppe, grande nella sua ira come in quel giorno che si piantò in mezzo al campo in terribile lotta contro il Fenicio, impugnata la spada corse rapidamente dove Metello preparava il vituperio e l'estrema sciagura di Roma. Atterrate le porte si slanciò dentro minaccioso ed agitando la spada sul volto degli impauriti esclamò: "O Giove, che hai la tua seconda dimora sulla rupe Tarpea e tu, Saturnia Giunone, che non sei ancora placata dalla rovina d'Italia, o Vergine guerriera armata dell'egida, il cui seno sfolgora per la tremenda luce medusea, o Numi tutelari, per tutti voi io giuro, e per il capo, a me sacro come un Dio, di mio padre generoso, lo giuro di mia spontanea volontà, che non lascerò mai e non permetterò mai che, io vivo, alcuno lasci i regni di Lavinio. Per questi stessi Déi giura subito, o Metello, che anche se Roma ardesse per le libiche fiamme, tu non metterai mai piede in terra straniera. Se non lo giuri il nemico per cui tremi, quegli che è spavento dei tuoi sogni, Annibale è già qui, lo vedi, con la spada nel pugno. Tu morrai qui e sangue fenicio non mi darà gloria più bella della tua morte". Alle parole, minacciose svanì il proposito di Metello ed ognuno di loro giurò fede alla patria, e ripetette il giuramento imposto agli Déi cancellando nel proprio cuore ogni pensiero empio. Mentre gli animi dei soldati romani erano così turbati, Annibale si aggirava per la campagna cercando con lo sguardo le ferite e notava l'opera feroce del suo braccio ed i caduti numerosi erano per lui lieto spettacolo. Fra i caduti, con il petto trapassato dalle frecce giaceva moribondo Clelio e rantolava, levando con sforzo il debole capo tentennante. Non appena il suo fedele cavallo, che portava sulla groppa al campo libico Bageso, lo riconosce, rizza gli orecchi ed annitrendo forte sbalza costui di sella e galoppando tra i cadaveri deformi sul terreno bagnato di sangue e sdrucciolevole va a fermarsi dinanzi al suo signore. China il collo e nel modo solito e curvati i ginocchi, con la pancia a terra porge a Clelio la sua groppa e manifesta tremando il proprio affetto. Nessun guerriero meglio di Clelio aveva con migliore modo addestrato l'indomabile cavallo. Egli gli giaceva steso sulla groppa mentre correva, e ritto in piedi ne premeva il dorso nudo mentre più rapido di un uccello galoppava per il campo. Il Fenicio si stupí del cavallo che gareggiava con l'uomo in sentimento e chiese chi fosse quegli che lottava così duramente con la morte, quale nome avesse e quali fossero le sue imprese, e subito gli abbrevia la disperata agonia. Allora Cinna che affidandosi all'avverso destino si era dato prigioniero ai Libi ed ora se ne andava con il compagno vincitore disse: "O fortissimo condottiero, ben degna di essere conosciuta è la sua origine. Negli antichi tempi Roma che aborre il giogo libico fu sotto i re. Ma poi indignata contro il Superbo, lo scacciò e ad un tratto guerreggiò fortemente con quei di Chiusi, e forse ti giunse la fama dell'esercito lidio di Porsenna e di Coclite. Porsenna condottiero dei Chiusini e delle altre genti etrusche venne per riporre sul trono gli scacciati Tarquinii. Egli strinse d'assedio il Gianicolo ed ardì compiere grandi imprese ma fu vano il suo ardire. Conchiusa la pace cessarono gli odii e per sicurezza della fedeltà giurata furono dati degli ostaggi. Ma il cuore italiano non sa, per gli Dei, piegarsi ed è pronto a sfidare ogni prova per la gloria. Tra le fanciulle date come ostaggi di guerra al re Porsenna era Clelia, vergine laurentina di non ancor dodici anni. Essa senza preoccuparsi né dei re né della pace, né dei suoi teneri anni, imperturbata passò a nuoto fendendo con le sue braccia infantili i flutti del Tevere stupito. Se ella fosse stata uomo Porsenna non sarebbe tornato alle spiaggie tirrene. Ora per dirlo brevemente sappi che quel guerriero caduto ebbe nome e origine dalla illustre vergine". Cinna parlava quando improvvisamente lì presso scoppiò un tumulto poiché i Fenici avevano tratto fuori dalle armi e dai cadaveri lacerati la salma di Paolo. Oh! Quanto era mutato quegli che poc'anzi sgominava le schiere puniche da colui che scosse i regni Taulanzii ed avvinse di catene il tiranno illirico. Bianca di polvere la chioma, squallida la barba, bruttata di sangue, sfracellati i denti dal pesante sasso e tutto una ferita. Annibale lo guarda con gioia crescente e grida: "Fuggi, Varrone, Paolo è morto. Racconta al tuo Senato ed a Fabio ed al popolo la giornata di Canne. Ti lascerò fuggire se tanto ami la vita ancora una volta. Ma quegli, la cui forte anima fu ardente di insigne valore, nemico a me degno, abbia onore di esequie e di tomba. Quanto è grande Paolo anche nella morte! Questo solo mi empie di letizia più che i mille e mille nemici morti. E quando giungerà l'ultimo mio giorno vi prego, o Dèi, di concedermi, salva la mia patria, una morte così bella ". Così disse e comandò che allo splendore dell'aurora del giorno seguente si desse sepoltura ai compagni morti e si inalzasse alto un mucchio di armi e si incendiasse in onore di Marte. Frettolosi, sebbene stanchi, i Fenici obbediscono. Si disperdono intorno ad abbattere i boschi e sui colli frondosi si odono risuonare i colpi delle asce e cadono recisi dalle braccia vigorose roveri e pioppi alti dalle bianche fronde ed elci piantati nelle antiche età, si abbattono insieme querce e cipressi che ombreggiano mesti le tombe. E tutti gareggiando (pietoso ufficio ed inutile ai morti) innalzano quindi i funebri roghi fin quando Apollo tuffati i cavalli anelanti nelle tartessie acque disparve dal cielo e dietro il suo carro salì la notte con le profonde ombre. Non appena i primi fulgori fetontei riscintillarono ed ogni cosa riebbe il suo colore, arsero le fiamme ed i corpi stillanti putredine bruciarono in terra nemica. Un'improvviso terrore per l'incerto avvenire entra nei cuori, un muto senso di orrore tormenta il loro pensiero che forse presto anch'essi, per l'avversa forza di Marte, attende uguale sorte e che in suolo nemico avrebbero anch'essi tomba. Frattanto innalzavano un monte alto di armi sacro a te, Dio della guerra. Lo stesso condottiero agitando un ramo di pino fiammeggiante così ti invoca: " A te, o Marte, Annibale consacra, sacrifizi di vittoria, queste spoglie di guerra, vincitore dei Latini. Accogli benigno, tu che non sei sordo ai miei voti, queste insigni armi che eroi superstiti ti offrono in dono". Grida e getta la fiaccola. Il fuoco distruttore si appicca subito violento alla gran mole, si leva altissimo fra il fumo, appare nell'aria e illumina intorno le campagne. Quindi si affretta ai funerali ordinati per Paolo e si compiace di onorare il nemico estinto. Il rogo era altissimo ed il feretro adorno di molli erbe e di fronde. E sopra, onore del tumulo, la spada mortale per quanti la provarono e lo scudo spavento dei Numidi, i suoi fasci spezzati e le scuri depredate sul campo. Non la moglie, non i figli, non parenti lo circondavano, non appese in alto secondo le usanze decoravano il tumulo le immagini degli avi. Ma per Paolo più belli di ogni pompa erano gli elogi di Annibale, che gettata sul cadavere una clamide tessuta d’oro ed un drappo fiammeggiante di cupa porpora, gli dà sospirando l'estremo addio: "Va, o gloria d'Italia, ove dimorano spiriti eccelsi d'insigne valore! La morte ti diede già lode immortale mentre la Fortuna agita ancora i miei eventi e mi nasconde l'avvenire". Quindi crepitano le fiamme e l'anima sale esultante al cielo. Con grida crescenti va pertanto per terre e per mari la notizia della sconfitta. Ma prima che altrove si diffonde per Roma. Il popolo atterrito non confida nelle mura e spera appena nella Rupe Tarpea, pensa che morti i suoi soldati l'Italia non è che un nome, e se Annibale non irrompe crede che lo faccia solo per disprezzo. A ciascuno sembra che già ardano le case, siano spogliati i templi, i figliuoletti uccisi innanzi gli occhi delle madri ed i sette colli avvolti in vortici di fumo. In un sol giorno Roma pianse più di duecento curuli e la morte di più di sessantamila guerrieri e di altrettanti alleati e ciò dopo le tremende sconfitte della Trebbia e del Trasimeno. Ma ciò non ostante i Senatori rimasti, affannosi delle sorti della patria ritornano ai loro uffici. Fabio tutto vede e tutto pondera alacremente e va gridando agli atterriti: "Su via, non resta tempo per indugiare. Si corra tosto all'opera perché il Fenicio ardisca invano entrare nelle mura difese. Il timore degli inerti non fa che aumentare le sventure. Orsù, popolo, corri velocemente ai templi, strappa le armi, spoglia gli altari ed impugna a nuova battaglia le armi dei vinti. Non bastiamo alla patria se un solo di noi si sottrae alla prova per timore. Sui campi aperti è da temersi il nemico: il Mauro che salta nudo a cavallo non sarà mai capace di atterrare le mura". Mentre Fabio risolleva gli spiriti affranti da terrore, per le vie di Roma corre la voce che Varrone si avvicina, e subito ogni cuore freme d'odio. Come quando, unico salvato al naufragio, giunge nuotando a riva il pilota e nessuno sa stendergli la mano o negargliela, e quasi ha schifo che mentre tutto l'equipaggio moriva il solo comandante si salvi. "Quale vergogna - bisbiglia il popolo -, per il guerriero che osa appressarsi alle mura". Augurio funesto che accresce lo sgomento. Ma Fabio andava quietando gli odiosi mormorii e distoglieva la plebe dall'ira: "E’ vergogna, o Romani, adirarsi con l'avversa fortuna. E’ forse degno dei discendenti di Marte il darsi vinti dinanzi alle sventure? Non sapere premere in petto gli affanni e cercar conforto alle proprie miserie con le pene altrui? Se ora è tempo di rimbrotti mi sembra che sia da rimproverarsi il giorno in cui Varrone partì per la guerra, e non oggi che egli torna senza armi". Il suo dire placa i minacciosi e subito mutando di sentimento chi si muove a pietà di Varrone, chi si rallegra che ad Annibale sia tolta la gioia di veder morti due consoli. Da ogni parte in due folte ali il popolo si accalca per salutare Varrone, che ormai si ritiene di gran cuore se, fidando nella gloria degli avi e dell'impero, non disperò dei figli di Laomedonte. Varrone, vergognoso e dolente della sua colpa, avanza timoroso e piangente con passo incerto entro le mura. Egli a fronte bassa non solleva la sguardo sulla patria timoroso di rinnovare gli affanni. Non si rallegra perché i Senatori e la plebe gli vanno incontro, chè gli sembra che ciascuno gli chieda i suoi figli ed i suoi fratelli e le misere madri debbano irrompere tra la calca a graffiargli il volto. Così seguendo i littori silenziosi entra in città né cura gli onori, chè già gli Dèi lo disprezzarono. Ma passato il dolore Fabio con i Senatori provvede ad ogni cosa. Si scelgono gli schiavi e se ne armano i più gagliardi. Né la vergogna lo vieta nell'estremo pericolo poiché è certo che per salvare il regno di Enea è necessario che si armi ogni braccio e persino gli schiavi abbiano un ferro a difesa della rocca e del dominio e della sacra libertà. Spogliati della pretesta i fanciulli cingono insolite armi, coprono i volti infantili di elmi per divenire uomini di fronte al nemico. I prigionieri mandarono invano a chiedere supplichevoli il loro riscatto per poco oro: erano più migliaia di supplicanti ma i Senatori furono sordi alle preghiere e li abbandonarono al Fenicio meravigliato. Infatti l'arrendersi ai Libi con le armi in mano fu stimata la colpa maggiore. Ai soldati che s'erano salvati fuggendo fu imposto di prestare servizio nelle lontane terre di Sicilia finché il Fenicio rimanga in Italia. Tale fu allora Roma, ma se avesse dovuto mutarsi dopo la tua rovina, o Cartagine, sarebbe stato meglio che tu fossi rimasta in piedi!

XI. Ora dirò quali popoli la sconfitta di Canne fece unire ai Cartaginesi. Nell'avversa fortuna è incerta la fedeltà degli uomini. Inclini a disperare nelle sventure porsero il loro braccio ai Fenici rompendo apertamente l'alleanza, per primi i Sannili, crudeli per le antiche ire e per gli odi rinfocolati da tempo, gli instabili Bruzi che con la loro tarda vergogna incalzarono il destino, e con loro i Pugliesi ingannatori. Quindi gli Irpini, popolo vano, inquieto che rompeva turpemente i giuramenti. Sembra che il maledetto esempio si diffonda fra tutte le genti. Le coorti di Calazia e di Atella passano per paura ai Fenici e la falantea Taranto mutevole ed audace spezza il giogo latino e l'alta Crotone apre le porte e piega il collo al giogo straniero dei nipoti Tespiadi. Uguale follia colpì i Locri e le turbe di quell'umida spiaggia dove l'Italia vanta mura elleniche ed accoglie nel golfo le acque dello Ionio, che pronte come sempre seguirono i fortunati Libi e giurarono loro di aiutarli. Né i superbi Celti del Po tardarono ad unirsi al Fenicio e mossi dall'antico rancore si precipitarono contro gli italiani. Se era giusto che i Celti ed i Boi combattessero di nuovo con empia guerra, poteva Capua far sua l'ira ed il furore dei popoli senoni? E chi crederà così mutati i tempi da far sì che la città fondata dai Dardani stringa amicizia con Annibale? Per la lussuria e gli ozi in cui per lunghi anni erano stati gli animi non sentivano più la vergogna delle colpe e divenuti turpemente schiavi dell'oro le genti, libere da ogni legge, poltrivano nell'accidia. Rovina ancora maggiore l'efferata superbia e la ricchezza le trascinavano. Oro ed argento ne ebbero quanto non ne largì la fortuna alle altre genti d'Italia: portavano vesti ricchissime di porpora, pranzavano regalmente a mezzogiorno e banchettavano sino all'alba e così vivevano sozzamente. Il loro Senato disprezzava la plebe e questa era lieta di odiare i senatori, per cui erano travagliali dalla discordia. La gioventù temeraria e rea trascorreva di colpa in colpa ed i vecchi ancor più sozzi gareggiavano con lei ed i più vili per nascita e fortuna ambivano i primi onori ed il governo della patria cadente. Rallegrarono i banchetti anche coll'empia usanza delle stragi, con il feroce spettacolo dei duellanti che spesso cadevano trafitti sulle stesse mense insanguinandole. Pacuvio, turpemente famoso, seppe prendere con astuzia quegli animi per farli passare più prontamente dalla parte di Annibale. Egli sapeva bene che Roma non l'avrebbe mai concesso e perciò vuole che le si chieda una parte degli onori supremi, e cioè un console e littorii di Capua e se Roma rifiuti che siano doppi i fasci ed uguale il Senato ed essa veda dinanzi a sè il vendicatore del rifiuto. Si scelgono gli ambasciatori che partono guidati la Virrio, parlatore facondo, ma di oscura nascita e fanatico. Egli non aveva ancora terminato di gridare con paroloni di fronte al Senato, esponendo l'empio desiderio della plebe pazza, quando i Senatori concordemente eruppero con un fremito di sdegno: il tempio risuona di grida e trema per il frastuono.  Allora Torquato, emulo degli avi per la sua austerità esclama «E voi osaste venire a Roma da Capua a chiedere questo? A Roma cui lo stesso Annibale non ha ardito avvicinarsi in armi pur dopo la giornata di Canne? Non giunse mai al vostro orecchio che una volta il popolo latino venne a chiedere sulla rupe Tarpea la stessa cosa? Non un cenno, non una parola e le braccia adirate scacciarono il superbo ambasciatore che precipitato fuori del tempio con tanto impeto, cadde e battendo contro un aguzzo sasso nel cospetto di Giove lavò con il sangue l'onta e pagò con la morte il fio delle parole maledette. Ed ora son qui io, il nipote di quegli che scacciò dal tempio del Tonante l'ambasciatore, di lui che console difese il Campidoglio con la mano nuda ». E già fremendo si preparava a compiere il gesto dell'avo ed alzava le mani contro gli ambasciatori e poiché Fabio lo vide tremendo nella sua ira, anch'egli fremente gridò: “Sozzi d'ogni vergogna, ecco: è vuoto un seggio reso tale dalla tempesta di guerra, ditemi chi dei vostri volete che l'occupi? Chi ci date per Paolo? Forse te, Virrio, chiama la sorte ed il Senato acconsente che tu, Virrio, abbia la stessa porpora dei Bruti? Va, stolto, corri dove vuoi, e ti conceda la perfida Cartagine i suoi fasci”. Mentre egli parla con tanta foga Marcello impaziente e non riuscendo più a frenare la sua rabbia lancia sguardi fulminei ed esclama torvo: “Quale pazienza e quanto lunga è la tua, o Varrone, o sei confuso dal turbine di Marte che, console, sopporti questi farnetici sogni? E non li cacci ancora a precipizio dalle porte del tempio e non insegni a codesti ermafroditi quale sia il potere del nostro Console? Gioventù smidollata e già vicina a morire senti un consiglio: esci da Roma e schierati in fretta innanzi alle tue mura e il condottiero ti darà con le armi la risposta che ti conviene!”. I Senatori tutti si alzano ed incalzano con grida gli audaci che, frettolosi sgattaiolano, fuori dalle porte. Virrio se ne va adirato per il rifiuto ripetendo il nome di Annibale. E Fulvio allora presago della sua gloria futura quasi vedendo Capua in rovina gli dice: « Nemmeno se tu traessi a Roma Annibale vinto e incatenato ti sarebbe concesso di toccare le soglie sacre a Quirino. Vattene dove ti conduce la tua pazzia! ». Si riportano subito a Capua le risposte e le minaccie del Senato romano. Debbono dunque, o sommo Giove, essere avvolti i destini di così fitta caligine? Verrà un tempo più lieto ed allora Roma amica godrà di un console campano ed i fasci, per così lunghi anni negati tra le armi, essa affiderà spontanea e sicura ai magnanimi nipoti. Ma per castigo della superbia degli avi Cartagine manderà i propri figli a portare i voti prima di Capua. Allorchè Virrio espose gli atti e le parole del Senato di Roma unendo con scaltrezza il falso al vero, il popolo udì suscitando il segno fatale di guerra. La gioventù furibonda chiese armi e domandò Annibale, la plebe eruppe da ogni parte ed in tutte le case si chiamarono i Libi. Tutti celebrano le gesta famose del duce sidonio raccontando come egli, simile ad Ercole glorioso, passasse le Alpi, superando le cime più vicine al cielo; come vincitore interrompesse il corso del Po per il grande numero dei cadaveri e colmasse di sangue italico, sempre vincendo, i lidii stagni; e desse nome eterno alla Trebbia e come egli solo mandasse alle ombre Paolo e Flaminio invitti nelle guerre. Ed inoltre vanno decantando le prime imprese dell'eroe la distruzione di Sagunto, il passaggio dei Pirenei e l'Ibero ed i riti di suo padre ed il giuramento di guerra fatto da fanciullo. Egli solo, che nelle battaglie travolse ed uccise tanti capitani rimase sempre illeso. Ed ora, se piace agli Dèi, che Capua si stringa a lui in amicizia, perché sopportare il fasto ed il delirante orgoglio di una gente esangue? Perché la tirannia di Roma che le nega, come a schiavi, fasci e diritti? Più di ognuno di noi certo, è più degno del gran nome di console Annibale che Varrone, che fa risplendere la sua porpora fuggendo. Spargendo tali chiacchiere traevano a sorte il drappello che andasse ad unirsi con i sidonii. Ma Decio, unico onore allora di Capua, non deponeva il suo invitto vigore. Egli si caccia tra il popolo e poiché non era il momento di indugiare grida «Cittadini, così correte voi dunque ad infrangere i diritti dei vostri avi? Chiamate nostro ospite il maledetto che ruppe la pace?  Ma che cosa è questo vostro oblio del valore, che così osate disprezzare la sacra fede, quella che dai popoli è venerata come da ogni uomo? Questo è il momento di combattere per l'Italia e di muovere le insegne, ora che la sorte è nemica e la ferita chiede un balsamo sollecito. E' necessario operare nei momenti tristi, quando l'avversa fortuna chiama a soccorso. Secondare la lieta non fu mai d'anima grande. Qui tutti, suvvia. Io le conosco quelle anime; sono pari agli Dèi, più forti nelle loro sventure. Roma è ben più grande di Canne e del Trasimeno e della gloriosa morte di Paolo. Essa allontanò dalle vostre mura l'esercito nemico e vi tolse alla superba tirannia dei Sanniti; essa allontanò da voi le guerre sidicine e con la pace vi diede legge e libertà. Dove fuggite? A chi vi affidate? Io discendendo di Dardano cui il padre Capi, proavo del grande Julo, diede il nome e la fede, me ne andrò forse insieme ai Nasamoni eunuchi? Compagno dei Garamanti, di quel popolo di belve? Pianterò le tende unito al gregge marmarico? E sopporterò un condottiero il cui diritto e la cui fedeltà è solo nella spada e la cui sola gloria sono le stragi? No, non così, Decio non ha nel cuore mescolato il vizio e la virtù così da arrendersi a tanto. La porta della morte è spalancata; l'invida natura non ci diede a nostra salvezza dono maggiore che poter terminare, quando si vuole, l'iniqua vita ». Così gridava inutilmente Decio a quei sordi. Già il drappello eletto veniva a patti con il Fenicio e andando innanzi alla sua avanguardia una schiera numerosa di Autololi avanzava tumultuando. Annibale stesso tolte in fretta le insegue muoveva rapido con gran genti per la campagna. E Decio grida: «Ecco, questo è il momento. Decio vi guida e sotto la vostra destra vendicatrice cada la gioventù barbara. Sia gloria a ciascuno lo sterminarla, e quando il nemico oserà appressarsi trovi la porta sbarrata da mucchi di cadaveri. Ormai solo il sangue può lavare le anime infamate e solo la spada far cessare la vergogna ». Mentre che, a nessuno gradito, egli così parla invano, Annibale giunto presso le mura viene informato del suo fiero ed ostinato proposito. Subito gonfio d'ira comanda ai suoi che traggano il forte negli accampamenti. Amore della giustizia, fedeltà e valore indomito erano scudo a quell'imperterrita anima più grande della sua patria. Maestoso nell'aspetto si pianta dinanzi al guerriero ed a lui che lo minaccia rivolge torvi sguardi ed aspre parole. Il condottiero lo rimprovera perché osa disprezzare così numerosi armati e tante insegne di guerra, e gli grida: "Dopo Paolo e Flaminio, un Decio forsennato osa sfidarmi. Vuole combattere con me ed aver con la morte nome glorioso. Capitani, si tolgano le insegne e vediamo se Capua, in onta a Decio, è mia. Vediamo se egli prepara nuova guerra a me, dinanzi al quale si dischiusero le Alpi minaccianti il cielo e valicate solo da un Dio". Così parla con il volto rosso, lo sguardo fiammeggiante, la bocca schiumante, e anelando e fremendo gli usciva gorgoglio dalla gola. Ma quando entrò in città seguito dal senato e dal popolo che gli correva incontro per acclamarlo, allora sfogò la sua rabbia. Anche Decio ardeva per il vicino pericolo e comprendeva che era questo il momento in cui egli inerme avrebbe potuto superare in fama l'invitto guerriero. Non fugge e non cerca scampo fra chiusi lari, ma come se Annibale non fosse entrato tra le mura, libero cittadino conservava il suo intrepido aspetto. Ed ecco che una schiera armata gli si slancia addosso e lo imprigiona e lo conduce ai piedi del condottiero, seduto sul trono. Il vincitore con feroci parole lo investe: "E tu, presumi da solo farti sostegno di Roma che cade? Ritornare alla vita lei che muore? Tu pazzo vuoi togliermi tanti doni del cielo? Fui lasciato vivo per essere vinto dall'imbelle Decio, da Decio che è da meno di qualsiasi donna della nostra Cartagine? Soldati magnanimi, non è lecito sopportare più a lungo l'oltraggio; sia avvinto delle meritate catene". Disse ma non terminò qui l'offesa. Ecco che quei feroci si scagliano sopra il corpo di Decio e gli avvincono le mani di catene. Quando il leone entra nel gregge così si slancia precipitoso al collo di una giovenca e vincitore sbuffa e ruggisce d'ira e conficcate le unghie nella cervice della vittima trafelata la sbrana e la divora. Mentre lo si incatena Decio esclama " Suvvia stringetemi e siano queste catene il prezzo del patto infausto ed onorino l'ingresso del vincitore. Perisca Decio ben degna vittima, chè non placa il sangue dei giovenchi sgozzati il sitibondo di sangue umano. Ecco la destra, quella che giurò. Non ancora entrasti nella Curia, non ancora varcasti le soglie del tempio e già comandi la prigione. Segui, segui su questa via; accumula tali imprese; mi giungerà nel Tartaro la notizia che Capua ti ha sepolto tra le sue rovine ". Non gli si permette più di parlare. Gli avviluppano un drappo nero intorno al capo e lo traggono dalle mura al campo. Placate alfine le ire il vincitore esce festante e rivolge intorno lo sguardo lieto ammirando i templi ed i palazzi. Vuol sapere ogni cosa: e chi innalzò le mura, quanti giovani sono in armi, quanti e quanto argento Capua ha per la guerra, quanti sono i fanti ed i cavalli. Gli mostrano quindi l'alto Campidoglio ed i campi Stellati cari a Cerere nota1. Ormai Febo spingeva verso la meta gli stanchi cavalli celesti, e a poco a poco l'espero copriva con le sue diffuse tenebre il carro che fuggiva al lido. Apprestano secondo le usanze il banchetto e tutta Capua tripudia intorno alle mense regalmente adorne. Annibale è condotto con gli onori che spettano ad un Dio sovra un alto seggio fiammeggiante di porpora. Turbe di servi portano le vivande e le tazze, molti badano ai giuochi, altri badano alle provviste. Il ricco desco splende per antichi vasi preziosi d'oro istoriato. Le fiaccole fiammeggianti vincono la notte e nelle sale tutto è chiasso e movimento. Il Fenicio ammira la mai veduta sontuosità delle mense e, guarda avidamente le varie, ed a lui ignote apparenze di quel lusso regale. Quindi si ciba, ma in cuor suo rimprovera che per mangiare si sfoggi così riccamente e si facciano muovere tanti paggi. Sazio alfine e rasserenata l'anima coi dolci vini, allontana gli affanni e rischiara la fronte. Intanto Teutra cumano canta soavemente accompagnandosi con l'euboica lira e accarezza e lusinga gli orecchi abituati alle orride grida della guerra. E canta prima i furtivi e giocondi amplessi di Giove con l'atlantide Elettra, da cui nacque Dardano ben degno figlio degli Dèi. Canta come Dardano desse al Tonante un nipote grande per l'origine: Erittonio. E canta Troio ed Ilo e come per lungo ordine d'avi discendesse Assaraco e poi Capi a nessuno secondo per nome e per imprese e come questi per primo desse il suo nome alle mura. Applaudono al canto i Libi ed i Campani. Per primo allora il condottiero asperge le mense di vino in onore di Capi e dopo di lui liba la turba e libando si accende sempre più. E mentre i sidoni gavazzano soltanto uno (non tacerò il tuo proposito, giovine non degno di oblio, né toglierò fama al tuo ardire che fu figlio di un gran cuore sebbene interrotto a mezzo) che aveva serbato lucida e chiara la mente tra gli insidiosi vapori di Bacco, tacitamente accarezzava tra sé il pensiero di ottenere il più bel vanto della guerra: l'uccisione del condottiero sidonio. Questi, figlio di Pacuvio, aveva biasimato le arti paterne e perciò è maggiormente da ammirare il suo nobile desiderio. Il vecchio grave per i cibi usciva con tardo passo dagli atri ed il figlio lo seguiva dappresso, e quando furono giunti in un angolo solitario dietro il palazzo il giovane osò svelare il suo audace proposito: "Senti un consiglio degno di noi e di Capua -frattanto s'apre la toga - guarda quest'acciaio, con questo voglio porre fine alla guerra e consacrare il capo di Annibale al Tonante; con questo rinsaldare gli accordi violati. Se tu, vecchio come sei, non puoi reggere a tale vista, se il cuore fiacco ti trema a tanta impresa, va, recati al sicuro e lasciami solo al mio disegno. Onoralo anche per sommo il Fenicio, consideralo pure uguale ai Celesti, saprai quanto tuo figlio è più grande di Annibale ". Già fremeva il giovane e gli occhi gli brillavano per strane fiamme ed il vecchio quasi fuori di sè, tanto quelle parole lo avevano percosso, si getta a terra tremando, stringe i piedi di lui e li copre di baci ed esclama: " Per quello che mi rimane della vita, per i diritti che i genitori hanno sui figli, per la tua salvezza che mi è più cara della mia, rinuncia all'impresa. Che non sia contaminata l'ospitalità e non veda le tazze lorde di sangue e le mense scompigliate nell'ardore della mischia. E poi credi di poter sopportare il terribile sfolgorìo del superbo cimiero? Tu star contro il duce dinanzi al cui volto, alle ardenti fiamme dei suoi occhi cedono eserciti, città e fortezze? E se veduto l'acciaio, egli lancerà un grido tremendo, uno di quei gridi con cui sul campo di battaglia sgomina le schiere? T'inganni, figlio, se credi che egli assiso a banchetto sia inerme. Ormai dopo tante guerre, l'eroe è armato di eterna maestà; quando ti avvicinerai a lui ti sembrerà di vedere la Trebbia e il Trasimeno e le sue tombe, e Canne e la grande ombra di Paolo. E poi che forse credi che gli altri convitati, suoi amici rimarranno fermi? Abbandona, figlio, abbandona quest'impresa da cui non puoi uscire vittorioso. E pure tu hai veduto or ora Decio, e le sue catene non ti insegnarono a trattenere i tuoi pensieri ". Così diceva Pacuvio, ma veduto che le sue parole invece di atterrire avevano maggiormente acceso il figlio per il desiderio di tanto onore soggiunse: "Non ti chiedo altro, ritorna al convito, affrettiamoci. Ma sappi che il tuo ferro non deve trafiggere libici petti, guardiani del condottiero: ecco il mio petto. Provati qui. Il tuo ferro trapasserà le mie viscere se tu assali il Fenicio. Non disprezzare i miei tardi anni; come padre ti opporrò il mio corpo e morendo ti toglierò quell'arma come non posso ora ". Padre e figlio piansero commossi. Gli Dèi vollero conservare il Fenicio alle armi di Scipione ed il destino non concesse che una mano straniera compisse opera così grande. Bello nella sua ira, pari all'ardire magnanimo, di quale fama lo privò l'impresa abbandonata se gliene diede tanta solo per averla concepita? Quindi con il volto atteggiato a finta gioia si affrettarono alle mense dove rimasero finché il sonno non disperse gli allegri convitati. Quando la nuova aurora spingeva a fretta i fetontei cavalli e la veloce quadriga risplendeva sulle estreme onde, più aspri affanni tormentavano il grande figlio di Amilcare. Per annunziare ai Senatori le imprese compiute dal duce si manda a Cartagine il feroce Magone. Si scelgono quindi prede opime, prigionieri e spoglie tolte ai caduti da offrire in sacrificio agli Dèi per la guerra fortunata. Si manda poi anche Decio al quale (misero) era riservata la crudele e lenta ira del reduce guerriero. Ma Giove dall'alto mosso a pietà per quell'ingiusta pena spinse la nave che lo portava all'antica terra di Batti (nota2). Quivi Tolomeo tolse quel prode alle minacce dei marinai che lo custodivano e lo liberò dai ceppi, e la terra stessa che porse a lui vivo fido asilo raccolse nella tranquilla tomba le sue inviolate ossa. Venere intanto coglieva con destrezza il momento desiderato per guerreggiare nascostamente i Fenici ed intenerirne i cuori con la dolce esca voluttuosa dei suoi tripudi. Invita i suoi figli a spargere qua e là furtivi dardi e saettare con tacite fiamme i chiusi petti. E ridendo dolcemente così parla loro: "Che siamo noi? Ci disprezzi pure l'avversa Giunone, portata in alto dal destino lieto: ella ha braccia e mani possenti e noi gettiamo con un puerile arco piccole frecce che pungono ma non spargono mai sangue. Ciò nonostante, o miei vezzi, tutti all'opera che l'ora è propizia: ve ne prego, infiammate con tacite frecce le tirie genti. Ed i soavi amplessi, il molto vino, il sonno, vincano quelle schiere che né le spade né i fuochi e i fulmini di Marte infuriate, domarono. Lo stesso condottiero senta la voluttà per ogni vena, e non abbia disdegno di riposare sopra molli letti e di profumarsi la chioma con profumi assiri. Egli che si vanta di dormire d'inverno all'aperto si compiaccia di passare le notti in ben adorne stanze. Ormai non si cibi più come è solito in groppa al suo cavallo veloce con l'elmo in testa; ma ripieno di cibi e di bevande doni a Bacco intere giornate oziando e s'addormenti languidamente al suono della cetra e poi vegli le notti inebriato dal mio dolce nume". Così disse Venere ed il lascivo e gentile esercito plaudì e si librò ratto nel cielo sull'ali candide. La maura gioventù sentì lì intorno aliare le frecce infiammatrici e punte dagli strali arsero tutte le anime. Desiderano vini e cibi e canti soavi mollemente accompagnati dal suono della lira. Ora il focoso cavallo non suda più per le campagne né l'omero nudo si affatica a vibrare, come usava, lance e giavellotti; ma si cullano in tiepidi bagni le membra illanguidite, ed il rigido valore si strugge in vani piaceri. Spinto dall'ingannevole Dea lo stesso duce fa colmare le mense di nuovi cibi ed accetta bramoso i nuovi inviti ed offesa dai silenziosi dardi, la sua anima mutandosi si spoglia delle avite virtù. Ormai Capua, che con uguali onori è chiamata la seconda Cartagine, diviene la sua seconda patria. Così il suo spirito ancora vergine si consuma alle dolci lusinghe dei vizi. Il popolo campano beve e si dà alla gioia ed ai piaceri sfrenatamente e sempre più avido per rallegrare i conviti alterna le varie arti dei danzatori; così come i Memfiti nilotici al suono dei frigi flauti gridano lascivamente intorno all'amiclea Canopo nota3. E Teutra dava sommo diletto ai lieti Fenici con il suono della lira. E veduto che i Fenici erano contenti alle armonie suscitate dall'agile pollice cominciò a cantare della lira aonia. E accompagnò il dolce canto con sì leggiadri accenti da vincere in dolcezza il cigno moribondo e così rallegrava le mense: "I Greci udirono, meraviglia a dirsi, la fortunata cetra da cui furono smosse le rupi ed i sassi volontariamente si accumularono formando le mura. Intorno a Tebe volarono le pietre invocate dal plettro anfioneo, formarono i valli ed all'improvviso apparvero sublimi le rocche cantate. Quindi la lira acquietò le onde tempestose e comandò alle foche e trasse il mutevole Proteo e portò Arione sul dorso della belva marina. Fu la cetra, cara al Centauro, che sulla peliaca rupe formò con il potere dei suoi numeri gli eroi, e la grande anima di Achille placò la rabbia dei flutti tempestosi ed il crudele Averno. Su quella lira fu cantato il caos e la mole orrida del mondo, buia prima che splendesse il sole; e come il Dio dividesse le acque dalle acque ed equilibrasse il globo della terra nell'aria; si cantò come a dimora alta degli Dei desse l'Olimpo e quanto fossero casti e beati i secoli di Saturno. Ma splende tra le più chiare stelle nel cielo quella cetra che Orfeo, gioia degli Dèi del cielo e dell'Averno, suonò un giorno in riva allo Strimone. La stessa madre immortale si meravigliò tra le aonie sorelle del dolce canto, ed al divino suono si scossero i gioghi del Pangeo e le Mavorsie cime dell'Emo e l'ultima Tracia. I boschi con le fiere lo seguirono ed i monti con i fiumi e l'uccello immemore del dolce nido fu veduto fermare le ali ed ammaliato rimaner sospeso nell'aria immota. Anzi, allora che era vietato agli umani di correre per l'inesplorato mare, il tessalo naviglio vide avvicinarsi alla poppa, richiamate dal canto e dal suono della cetra, le onde. Il bistonio nota4 vate placò con il suo plettro le fiamme e il sonante Acheronte, e fermò i sassi che precipitavano. Madri crudeli dei Ciconi, furibondi Geti, Rodope esecrata dagli Dèi! Il capo mozzo fu portato al mare dall'Ebro e ne risuonarono ambedue le rive, e, mentre le onde irate lo trascinavano, al mormorio apparvero improvvisamente dal fondo le balene esultanti ». Così Teutra con i suoni dei canti Castalii addolciva quei cuori induriti nelle aspre guerre. Magone intanto spinto dai venti propizi era giunto alle spiagge libiche. La nave incoronata d'alloro entra nel porto desiderato e le spoglie nemiche appese in alto sulla prora scintillano sulle onde da lontano. Le grida dei marinai si levano sempre più forti e ne risuonano le spiaggie, mentre le braccia traendo concordemente al petto i remi arrancano con voga rompendo il mare che spumeggia ai cento colpi. Il popolo a godere tanto spettacolo si slancia fino nell'acqua e schiamazzando applaude ardentemente e festeggia le nuove prede. Il capitano è un Dio e le madri intorno ai figli, desti alla gioia dalle madri stesse, ed i vecchi e i Senatori e la plebe, gli rendono celesti onori uccidendo giovenche. Così entra Magone annunziatore festante della gloria del fratello. Si raduna subito il Senato ed i Senatori si affollano nella Curia. Allora dopo aver venerato gli Dèi secondo l'usanza avita Magone comincia a dire: «Io vi annunzio oggi la vittoria, e la rovina dell'Italia, io partecipe non inutile a così grande impresa. Ci arrisero gli Dèi. Vi è una terra che fu nelle antiche età di Danno, gloriosa per il principe Etolio. Intorno a quelle campagne silenzioso scorre l'Ofanto e le irriga con i suoi stagni e quando giunge alla foce adriaca gitta strepitando le sue onde nel mare che si ritrae. Quivi i condottieri Varrone e Paolo, di gran nome tra i Latini, si appressano al fuggire della notte e sfolgorando nelle armi accrescono luce alla nascente aurora. E noi subito (ché mio fratello ardeva dal desiderio della battaglia) muoviamo contro di loro le nostre insegne fuori del campo. La terra trema e rintrona il cielo: il nostro condottiero di cui nessuno al mondo fu più grande in guerra copre di cadaveri i campi e il fiume. Io stesso vidi la gioventù italica fuggire per le campagne al fiero scontro, ai gridi, al saettare di un solo. Vidi Varrone fuggire su veloce cavallo gettando vilmente le armi e vidi anche te, Paolo, quando trafitto il petto da numerosi dardi cadevi magnanimo sui compagni uccisi. Quel giorno vendicò con ampia strage le Egadi e i turpi patti! Non è lecito desiderare di più di quello che il cielo amico ci diede; un solo giorno uguale a quello e tu, Cartagine, sarai regina di tutti i popoli, venerata in ogni terra. Ecco, siano testimoni della strage gli anelli di cui la nobiltà superba usa adornare la mano sinistra». Innanzi ai volti meravigliati egli getta numerosi gli anelli rilucenti d'oro che provano le suo parole e così riprende: «Ora noi dobbiamo scuotere sin dal profondo Roma vacillante ed abbatterla al suolo, ma prima è necessario ristorare le nostre forze sfinite da tante imprese. Sia aperto l'erario ed i mercenari assoldati alla guerra vengano pagati. Abbiamo bisogno poi di elefanti che atterriscano gli italiani ed il nostro vitto è scarso e cattivo». Mentre così parlava collo sguardo torvo fissava il volto di Annone, che si rodeva in cuore di antica amarezza per la gloria del condottiero: «Ti sarà dunque grata l'opera delle nostre braccia? Sono alfine degno di non servire più su terra dardania? O chiedi ancora che Annibale sia consegnato a Roma? Sciagurato, vinto da imprese così famose e da così grandi vittorie placa ormai il tuo cuore gonfio d'odio e avvelenato d'invidia. Il braccio che tu volevi dare ai tormenti latini ha coperto di stragi i fiumi, gli stagni, le spiagge ed i campi!». Così Magone, e apertamente lo approvavano gli astanti. Allora Annone, agitato per l'ira e l'invidia: «Non mi meravigliano davvero gli oltraggi di questo giovane stolto. Cieco d'orgoglio egli mostra la stessa tracotante anima del fratello ed il veleno della loro inutile lingua. Ma perchè non presuma di far cambiare con le sue chiacchiere il mio pensiero dico e confermo che questo è il tempo di chiedere pace, questo è il momento di riporre le spade che hanno infranto i patti e di cessare con la guerra l'eccidio. Ognuno di voi, di grazia rifletta a quello che egli dice, che non vi è bisogno di altro per giudicare. Egli chiede oro, soldati, viveri, elefanti, armi e navi; e se fossimo vinti che cosa potremmo dare di più? Inondammo il suolo ausonio di sangue latino e giacciono i rutuli là sopra i campi del Lazio e dunque, ora, ottimo vincitore lasciaci vivere tranquilli nella nostra patria, concedi che la guerra rapace con grave dispendio non dissipi il nostro erario già così abbastanza spesso vuotato. Ora (e sia falso il mio presagio, e scherniscano gli animi questo vano augurio!) non è più lontano, lo ripeto, il giorno funesto. Lo sanno quelle anime atroci la cui ira divampa ben più crudele nella strage. Te temo o Canne! Cittadini, proviamo ora a chiedere pace, con le insegne calate non sarà concessa. Roma, credetelo, ci prepara nel suo dolore strage ben più fiera della sua ed accorderà pace vincitrice e non vinta. E tu che con tanta superbia vanti le imprese eccelse ed empi gli orecchi degli stolti, dimmi, il tuo secondo Marte, tuo fratello, il condottiero cui non diede l'uguale la terra nei secoli, perché non ha ancora veduto le romulee mura? Togliamo dal seno materno i figli per farne guerrieri ancora incapaci di portare le armi. Egli ha comandato ed apprestiamogli mille navi rostrate, cerchiamo per tutta la Libia gli elefanti ed egli continui a vivere in armi e sia tiranno per tutta la vita. Cittadini, non è più segreta l'astuzia da cui siamo ingannati, e voi non vogliate che le vostre dolci case siano deserte, e voi raffrenate gli avidi potenti nel campo. Il più gran dono che l'uomo conosca è la pace; ella oscura mille trionfi, difesa del bene comune uguaglia i cittadini, e che essa ritorni sulle rocche sidonie e si disperda la fama di perfida dalla città che tu, o Didone, fondasti. Che se Annibale arde tanto dal desiderio di guerra e ricusa di consegnare le armi al popolo che le domanda almeno le sue furie non saranno nutrite da noi. Magone riporti questo al fratello». Voleva, ancora non sazio nella sua ira, continuare, ma le alte grida contrarie lo fecero tacere: «E che? Dunque Annibale, onore della Libia, sarà abbandonato vincitore presso la meta, perché tu fremi d'ira? E dovremmo dunque per la tua invidia negargli aiuto e ritardare l'impero che ormai è nostro?». Quindi accordano frettolosamente quanto è necessario alla guerra e tutti plaudono a gara a Magone ed al condottiero lontano. In seguito mandano altrettanti aiuti in Spagna, mentre il livore denigra la gloria delle imprese immortali e non lascia che si accresca la fama del condottiero.

XII- Già il crudele inverno celava sotterra il capo irto di ghiacci e la fronte tempestosa cinta da nubi portate dai fieri austri, e con i tepidi zeffiri soavi la primavera rasserenatrice carezzava di nuovo le campagne. Il Fenicio esce da Capua ed empie di spavento le terre vicine come il serpente che finché dura la rigida bruma e soffiano da settentrione le raffiche s’intana nel segreto covile ma quando splende il chiaro sole snoda le sue spire ed avanza rinnovato e scuote la testa corrusca e ritto esala dalle fauci il veleno. Ma come splendettero le bandiere sidonie le campagne divennero deserte ed il popolo cacciato dal timore aspettò dentro le mura le libiche schiere ed anche là trepidò incerto per gli avvenimenti. Ma nei libi non è più quel vigore con cui piantarono le insegne sulle inaccessibili Alpi violate e vincitori della Trebbia coprirono i lidii flutti di stragi italiche. Ebbri di vino, fiaccati dai piaceri mal si reggono sulle membra intorpidite per la lussuria in lungo sonno. Ora ai soldati gagliardi che passavano le lunghe notti gelide sotto il cielo maligno con indosso le pesanti corazze, disdegnando le tende anche quando imperversavano pioggia e grandine tempestosa, e non deponevano neppure di notte arco e faretra e scudi e spade, quasi che le armi fossero unite al loro corpo, ora pesa in capo l'elmo e peso grave è lo scudo e gittano le lance fiaccamente così che non sibilano più per l'aria. Sentì per prima la dolce Partenope il rinnovarsi della guerra. Essa non ricca di tesori eppur vigorosa attirò per il suo porto il condottiero desideroso che vi approdassero sicure le navi della patria. Partenope viveva allora mollemente libera di gravi pensieri, in soavi ozi cari alle Muse. Le diede il nome memorando una sirena, figliuola di Acheloo, che per lunghi anni signoreggiò sui mari, delizia e morte ad un tempo per i miseri naviganti. Annibale assalì la città alle spalle poiché di fronte era cinta dal mare, ma non si aprì dinanzi alla potenza libica alcun varco e con assalti ingloriosi invano si lanciò l'ariete contro le mura. Stava il vincitore di Canne dinanzi alle trincee greche e si compiaceva per il volgere degli eventi di essersi trattenuto, sebbene avesse insanguinati i regni di Dauno, dal muovere contro la rupe Tarpea. «Ed ora voi che mi chiamaste pigro ed inetto a correre insieme al destino quando poc'anzi non vi lasciai volare dalla battaglia a Roma, animo, entrate in queste mura difese solo da Greci e mi si appresti costà la mensa che mi fu promessa nel tempio di Giove ». Così gridava il guerriero, timoroso della sua futura fama se avesse dovuto ritrasi dalla prima città che assaliva, e tentava ogni cosa e colla frode aguzzava le armi. Ed ecco che improvvisa si riversa dalle mura una pioggia di fuoco e scroscia intorno per l'aria una tempesta di frecce, come il fulvo uccello di Giove, se un serpente sale con taciti guizzi verso l'eccelsa rupe ove egli nascose i suoi nati, e minacci da presso con il terribile sibilo, assale il nemico con il rostro e con gli artigli usi a portare le folgori volando in cerchio intorno al nemico. Stanco alfine il Sidonio si rivolge ai porti della vicina Cuma provocando con varie mosse la fortuna e cercando opporsi alla fama contraria. Ma la città era guardata da Gracco che, difesa migliore delle stesse mura, rese vani gli assedi prolungati e tolse ogni speranza di aprirsi un varco al porto desiderato. Il Fenicio in groppa al rapido cavallo, scoraggiato, ansante volge intorno lo sguardo e stimola i combattenti ricordando loro le inclite gesta compiute: «Fino a quando, dimentichi delle vostre gloriose imprese, rimarrete a marcire dinanzi a greche mura? Per gli Dei, che fate? Son forse queste altezze più superbe delle Alpi? E che, raggiungono il cielo le rupi che vi ingiungo di salire? Fossero pur tali e rupi su rupi si innalzassero di fronte a noi fino alle stelle. non salireste voi con le armi in pugno fino alla cima se Annibale vi guida? Vergogna! Vi arrestate ora sbadigliando dinanzi ad un vallo cumano e lasciate che sotto i miei sguardi esca dalle sue mura senza essere danneggiato? Dirà dunque il mondo che le vostre faticose imprese non furono che opera del caso? Per i tirreni stagni i cui Dèi vi arrisero propizi, per la Trebbia e per le sparse ceneri di Sagunto io vi supplico, siate degni del vostro nome, abbiate sempre nel pensiero la giornata di Canne! ». Così egli cerca di eccitare il vigore dei guerrieri fiaccato nei tempi lieti da vile mollezza. Mentre rivolge intorno lo sguardo scorge un tempio che sorgeva alto in cima alla rocca e Virrio il fiero duce della superba Capua gliene racconta l'origine con queste parole: «Questa che tu miri non è opera nostra, ma dei nostri avi. Dedalo, come si racconta, per timore delle guerre del re Ditteo, riuscì a trovare il modo di fuggire da quella terra così da non lasciare impronte per cui il re lo potesse inseguire. Osò inalzarsi nell'aria con le ali non concesse all'uomo. Passò le nubi e atterrì nuovo alato i Celesti. Insegnò anche al figlio a tentare con posticce ali il cammino degli uccelli, ma essendosi disciolti i legami, lo vide con le infauste penne cadere nelle turbate onde marine Cieco di dolore si batteva con le mani il petto ed ignaro di dove andava fu tratto dal moto delle sue braccia e qui, grato per l'aereo viaggio, inalzò al sacro Febo un tempio e depose le audaci ali». Così diceva Virrio, ma frattanto Annibale contava i giorni trascorsi senza combattere ed arrossiva dell'ozio. Triste per gli avversi casi getta un ultimo sguardo alle mura inaccessibili e si rivolge verso Pozzuoli per vendicarsi dei cumani. Ma anche là stavano contro l'audace il mare, alte mura scavate nella roccia e braccia di difensori. Mentre le sue genti si affaticano per aprirsi la via tra le rupi. egli contempla le meraviglie del vicino suolo e le acque stagnanti. Erano con lui i primi cittadini di Capua e chi gli narrava l'origine di Baia, la tiepida, e come un compagno del principe Dulichio desse il proprio nome a quegli stagni e chi raccontava come un tempo il lago di Lucrino avesse il nome di Cocito, un'altro gli narrava della via che Ercole percorse tra le onde quando gettò sul mare una diga per far passare le giovenche iberiche. Altri gli additava le miti acque del famoso Averno che negli antichi tempi furono dette Stige. L'Averno era allora orrido per un triste bosco di oscure ombre e terrore degli uccelli ammorbava il cielo tenebroso con velenosi aliti. Ed era allora adorato dalle città vicine con spaventosa religione secondo i riti di Stige. La palude che conduce, come si racconta, alle spiaggie dell'Acheronte mostra là presso le profonde fauci dei suoi baratri stagnanti, ampie ed orrende voragini aperte nel suolo, per cui la luce discende talora ai Mani e li sgomenta. Si narra che colà negli antichi tempi tra la nebbia infernale che l'avvolgeva fosse, caliginosa e squallida, la città dei Cameri, ed intorno la notte tartarea tutto oscurasse. Annibale vede i campi sempre crepitanti di fuochi di zolfo e di bitume, e la terra infuocata che avvolta sin nel profondo da atri vapori, sbuffa e divampa vomitando nell'aria la fumea dello Stige. Vulcano infuria e sibila spaventosamente nei tremanti antri ed ora fa crollare le volte sotterranee ed ora aprire dalle profonde voragini il mare, e rodendo le squarciate viscere della terra manda lugubri suoni per cui rimbombano intorno le montagne incenerite. Si racconta che i Giganti abbattuti dalla forza di Ercole scuotano i monti rovesciati sopra di loro e con gli aneliti fiammanti asciughino per largo tratto le campagne intorno ed ogni volta che minacciano di far crollare i massi sovrapposti il cielo impallidisca. Di qui si vede Procida a cui è sottoposta Mimanto feroce e poco lungi Ischia si leva gravando il ribelle Giapeto che sfoga la sua rabbia eruttando fiamme e nero fumo se gli è dato di uscire e prepara nuove guerre a Giove ed al cielo. Quindi Annibale guarda il Vesuvio che gareggia con i dirupi dell'Etna ergendo le cime divorate dal fuoco e ricoperte intorno di ceneri e di lave, quindi Miseno cui diede nome iliaco la tomba e vede sulla stessa spiaggia l'erculea Bauli (nota1); il Fenicio ammira infine l'ira del mare ed il suolo travagliato. Quindi ritorna alle fereciadi mura di Pozzuoli abbandonando le vette del Gauro ferace e festante di viti. Muove quindi in fretta le schiere verso la calcidica Nola. Essa giace in pianura circondata intorno da rocche, difesa da un alto muro dove l'accesso sarebbe più facile. Ma salvezza di Nola era Marcello, che non corre in aiuto rinchiudendosi nelle torri, ma pensa di respingere colla spada in campo aperto i Fenici. E non appena li vede da lontano per la campagna avvicinarsi come nube alle mura, grida: «Alle armi, o guerrieri, ecco il crudele nemico». Chiama alle armi e le impugna egli stesso. Subito serrati intorno a lui i guerrieri pongono con l'usato impeto le creste sanguigne sugli elmi e Marcello correndo ovunque velocemente a battaglia: «Tu, Nerone, difendi l'ingresso della porta di destra e tu, Tullio, quella di sinistra con le genti latine e con le coorti Laurinati, gloria dei Volsci. Al primo segnale uscite in silenzio dai ripari e lanciate per i campi un nuvolo improvviso di frecce ed io irromperò ad un tratto tra i nemici con la cavalleria ». Così gridava il condottiero italico e già le coorti libiche tentavano di assalire le porte e di scalare le mura che disprezzavano. Squillano ad un tratto le trombe e grida di guerrieri, nitriti di cavalli, rauchi suoni di corni e di armi percosse convulsamente sopra i corpi echeggiano nello stesso tempo da ogni parte. Imprevedute escono dalle porte le turbe sterminatrici e piombano improvvise come un torrente che spinto da Borea straripa dai rotti argini furioso come il mare che urta gli scogli o come i venti che si lanciano dalle infrante prigioni sulla terra. Il Fenicio, visto tale impeto si turba e non osa sperare nella vittoria ed il condotticro latino lo incalza sgomentandolo e colla lancia ferisce alle spalle i fuggenti ed incita i suoi: «Avanti, avanti, il Dio ci è propizio, questa è l'ora nostra. Questa la via di Capua! » E voltosi di nuovo contro il nemico gli grida. «Fermati, dove fuggi? Non i tuoi rimprovero, o condottiero, ma te solo. Fermati, ecco il terreno, le armi, tutto è pronto per la battaglia. Con un cenno faccio fermare le mie schiere e combattiamo noi soli. Io, Marcello, ti sfido ». Così gridava incitando il discendente di Barca ad accettare la prova con la speranza dell'onore del trionfo. Ma Giunone che guardava questa battaglia con animo turbato ne distolse il giovane che già correva verso l'estremo destino. Quindi egli si affanna a richiamare i fuggiaschi: « In tale stato dunque usciamo dai maledetti covi di Capua ? Arrestatevi, vili diffama tori della vostra gloria! E' vano ora sperare lieti avvenimenti, ora che volgete le spalle; tutta l'Italia rinnovata piomba su di voi e voi fuggendo togliete a voi stessi ogni speranza di pace e di salvezza». La voce del guerriero supera lo strepito delle trombe e sebbene i soldati fossero sordi per la paura egli con le sue tremende grida ne saetta gli orecchi Intorno arde nella battaglia il giovine Pediano chiuso nelle armi polidamanzie. Di origine iliaca discendeva da Antenore e famoso per la gloria degli avi e per quella che si era conquistata sulle rive sacre del Timavo, era a tutti diletto nelle contrade Eugance. Maneggiasse la spada o in sapienti ozi tranquilli rallegrasse la vita con la lira aonia non ebbe mai lungo il Po o nel Veneto o alle fonti dell'Abano alcuno che gareggiasse con lui. Nessuno più di lui fu caro a Marte e ad Apollo. Egli inseguiva a briglia sciolta i Fenici, quando ad un tratto si vide splendere dinanzi il cimiero e le famose armi di Paolo. Le indossava Cinipe, un giovinetto caro ad Annibale, che andava superbo di tanto dono. Fanciullo bellissimo aveva in volto tale grazia che non se ne conobbe mai l'uguale, simile ai rinnovati avorii nutriti nell'aria tiburtina, pari a perla eritrea che splende mirabilmente nel suo candore agli orecchi. Non appena Pediano lo vede nelle fila estreme adornato dalle conosciute armi quasi che gli si presentasse dinanzi, uscita improvvisamente dall'Averno a chiedergli le perdute armi, l'ombra di Paolo, lo assale furibondo gridando: «E tu, vilissimo, osi portare l'elmo consacrato di cui non si potrebbe fregiare senza colpa e senza invidia degli Dèi lo stesso vostro comandante? Ecco Paolo! ». Così grida: quindi, invocando l'ombra del console, caccia nel fianco a Cinipe che fugge la sua spada. Balza poi da cavallo e con le sue mani strappa al caduto l'elmo e l'insigne armatura e lo spoglia mentre ancora è vivo. La morte deforma il bel volto ed uno stigeo pallore invade le bianche membra e toglie loro ogni bellezza. Le ambrosie chiome scendono sul volto, si piega il collo ed il capo offeso ciondola e cade sul petto alabastrino. Così la stella di Venere che sale dall'Occano al cielo ed appare alla sua Dea splendente di nuova luce impallidisce se incontra improvvisamente una nuvola e sempre più vanendo si nasconde nelle nere tenebre. Anche Pediano nel togliergli la visiera si stupisce di quel volto e placa la sua ira. Quindi spronando il focoso cavallo che con rabbiosi morsi insanguina ed imbianca di spuma le redini porta la gran preda tra i compagni plaudenti. Marcello fiero in armi gli si fa rapido incontro e riconoscendo le insegne di Paolo esclama: « Salve, gloria dei tuoi grandi avi! Orsú, degno discendente di Agenore, si conquisti ora quello che ancora si deve: l'elmo di Annibale ». Così esclama e scaglia furibondo il giavellotto che vola via con un tremendo sibilo. Forse sarebbe stato appagato il suo voto se Gestare non si fosse opposto con il suo corpo allo strale. Egli stava vicino al comandante per difenderlo e la grande asta, non sitibonda del suo sangue, lo colpisce e con mutua morte risponde all'ira. Turbato per quella morte Annibale volge le spalle correndo verso gli accampamenti. E già l'esercito dei Fenici fugge precipitosamente e disordinatamente mentre l'inseguono le frecce nemiche ed i Latini saziano finalmente col sangue le lunghe ire, e mostrano le spade sanguinose levate in alto agli Dèi vendicatori, giubilando. Per la prima volta si vide allora quello che nessuno avrebbe creduto, nemmeno se lo avesse detto Giove: che il Fenicio poteva essere vinto in battaglia. L'esercito romano si trae appresso elefanti, uomini, carri, elmi pavesati, tolti ai soldati vivi e si ritira lieto di aver posto in fuga Annibale. Si proclama Marcello pari a Marte, e gli si rendono onori maggiori di quando recò al Tonante opime spoglie. Arde d'ira il Sidonio non appena può trarsi in salvo nei ripari ed esclama «Quando e con quanto sangue italico mi toglierò questa macchia? L'Italia dunque mi ha veduto fuggire? O sommo degli Dèi, merito io dunque tale offesa, io il vincitore della Trebbia? E tu, per gran tempo invitto, o esercito sidonio, affranto per le delizie di Capua, non io, rivolgesti, tralignando, le insegne dinanzi al nemico. Ed io ti volsi le spalle. Ti chiamai alle armi, e tu quasi fossi il condottiero latino mi fuggisti. Che ti rimane più dell'antico valore se fuggi alla voce di Annibale?». Così si lamentava, e intanto l'esercito latino carico di prede opime entrava in Nola. Ma Roma già avvezza da lungo tempo ad udire le sventure dei suoi senza ristoro di nessun lieto avvenimento, alla notizia della vittoria alza la testa e si rasserena a questo primo favore degli Immortali. Innanzi tutto condanna alla pena meritata i guerrieri che schivi di battagIie e di fatiche fuggirono vergognosamente nell'ora del pericolo. Quelli che presi dall'amore per la dolce vita passarono al nemico sono notati d'infamia e scontano la loro viltà. Sono anche, e for. temente, puniti coloro che per l'empio e malaugurato consiglio di Metello si disponevano ad abbandonare la patria. Tali sono i cuori degli eroi ed anche le donne danno prova di grande animo ardendo di partecipare alla gloria. Le matrone si affollano e si strappano i monili dal collo e gli anelli ed i pettini e quanti gioielli hanno offrono a gara alla patria. E in tante strettezze l'uomo cede senza sdegno il glorioso vanto alla donna; e gode anzi del gesto che rimarrà famoso nei secoli. Quindi gli angusti Senatori seguono in folla l'esempio ed il popolo e la plebe ed a un tratto si accumulano le ricchezze dei privati; da ogni parte si spogliano i Penati e non si nasconde nulla, non si tiene nulla da parte per il tempo migliore. Così Roma compiendo con l'aiuto di tutti lo sforzo supremo risolleva al cielo l'esangue volto. A ravvivare ancor più nei miseri la speranza giungono i responsi di Delfo la cui profetessa non appena intese i inessaggeri, piena del Dio, così gridò: «Allontana, o prole di Venere, i timori. Ormai hanno termine i tuoi lunghi disastri e le più dure prove della guerra. Saranno lievi d'ora innanzi le tue fatiche: i tuoi timori senza rovine. Ora tu porgi agli Dèi preghiere e voti, cospargi di caldo sangue gli altari consacrati e sta salda nelle tue sventure. Avrai propizio Marte e lo stesso Dio di Delfo che, come sai, alleviò sempre i mali d'Italia, ti guarderà nei prossimi pericoli. Ma innanzi tutto s'immoli un'ecatombe e cento altari festivi fumino dinanzi a Giove. Egli onnipossente caccerà nella Libia il furioso turbine di guerra e lo vedrai tu stessa agitare per le terre tormentate l'egida orrenda". Non appena il popolo apprese tali responsi parnasi si affollò sulla Rupe tarpea prostrandosi innanzi a Giove ed onorando di sangue il tempio intonò alto il peana ed implorò che fossero fedeli le profezie. Frattanto, cinto delle note armi sebbene vecchio, Torquato percorre con i soldati le spiagge della Sardegna. Infatti qui Ampsagora che pur vantava nome di origine troiana aveva chiesto l'aiuto di Cartagine per una nuova guerra. Egli confidava nel giovanile vigore di Osto suo figlio, giovine ardito e degno di miglior padre che secondo le usanze dei barbari riaccendeva tra le armi i suoi tardi anni invano feroci. Egli come vede che Torquato si avanza velocemente e l'esercito è già ardente di combattere, esperto del luogo insidioso si allontana per il bosco e fugge per i sentieri più brevi e più sicuri e si nasconde nella valle sterposa. L'isola di Sardegna sorge dal mare sonante che la cinge intorno, e stende le sue terre, stretta dal mare per lungo a somiglianza della pianta del piede. Perciò i Greci la chiamarono per primi Ichnusa, poi Sardo figlio di Ercole le cambiò nome dandole il suo. Quivi, dopo la caduta di Troia, gettati dal mare, numerosi Teucri posero la loro abitazione; e Jolao crebbe onore a questa terra approdandovi con la schiera dei suoi Tespiadi. Inoltre è fama che quando Atteone tutto ferito pagò crudelmente il fio di aver guardato Diana al fonte, suo padre Aristeo fuori di mente per il nuovo delitto, corresse le vie del mare e nelle acque della Sardegna conoscesse le ignote spiagge di Cirene sua madre. Non ha serpenti l'isola ed è immune d'altri veleni ma il suo cielo è triste e l'aria ammorbata da numerose paludi. Montagnosa dalla parte che guarda l'Italia ed il mare sempre agitato s'infrange sugli scogli; nell'interno, il Cancro con i fumosi Austri (nota2) divora i campi aridi e squallidi. Nelle altre parti Cerere dispensa i suoi doni largamente. Tale era il luogo e più volte nei meandri delle foreste Osto deluse i Romani mentre attendeva per dare battaglia le libiche navi e gli Iberi alleati. Come essi approdarono alfine all'isola, fattosi coraggio esce dagli agguati. Gli eserciti orrendamente armati sono l'uno di fronte all'altro e sembra a ciascuno che passi troppo tempo prima della battaglia. Le aste scagliate da lontano ombreggiano il terreno che è di mezzo, ma ben presto si incrociano le spade che sono le armi più fedeli e quindi da ogni parte è una alterna strage e feriti e feritori cadono l'un dopo l'atro sotto l'agitarsi delle ense. Spererei invano dire come si conviene delle immense stragi e delle aspre lotte, e cantare l'ardore dei soldati. Ma voi Muse arridete alla mia opera così che le gesta di un eroe non ben conosciute risuonino per mio mezzo famose nei secoli, ed il poeta abbia l'onore che merita. Ennio, disceso per antica origine dal re Messapo, combatteva nelle prime file, con la destra onorata dalla latina vite. Era venuto dalla rozza Calabria e nato nell'antica Rudi ora ricordata soltanto per suo figlio. Egli pari al tracio vate che quando le navi di Argo furono assalite da Cizico deposta la lira lanciava ferocemente rodopee frecce, meraviglioso a vedersi per l'indomabile ardire, faceva strage di nemici. Lo vide Osto e ad un tratto gli lanciò contro con gran forza un giavellotto che se avesse tolto quel flagello dal campo, gli avrebbe procacciato gloria immortale. Ma Apollo, assiso sulle nuvole, derise il vano sforzo ed allontanando il giavellotto disse: «Hai troppo osato, o giovane speranzoso. Costui è sacro e protetto dalle Muse, poeta degno d'Apollo. Egli canterà per primo le itale guerre e innalzerà al cielo i condottieri. Egli farà risuonare l'Elicona dei ritmi latini e non cederà in merito e fama al vecchio Ascreo ». Così Apollo e trapassò con un dardo vendicatore la tempia di Osto. Alla sua caduta le schiere si dispersero disordinatamente per i campi e fuggirono. Ampsagora udita la morte del figlio, gonfio d'ira, gemendo ed urlando si trafigge il petto anelante e ne raggiunge l'ombra. Frattanto Annibale sconfitto in aspra battaglia da Marcello malediva il campo e rivolgeva le sue armi contro la misera Acerra non ben difesa. La saccheggia e quindi lanciando le sue schiere impetuosamente su Nuceria la distrusse. Di poi riuscì a stento e con inganno ad aprire le porte di Casilino che si difese ostinatamente ed i cui abitanti ebbero salva la vita a prezzo d'oro. Già si spargono le schiere per i campi daunii, dovunque l'ira o il desiderio di prede le spinge. Petilia arde, nuova Sagunto, distrutte le sue case, infelice vittima della sua fedeltà; essa che custodiva gloriosamente le frecce di Ercole. Si arrende Taranto ed apre ai libii le sue porte. Ma nella rocca alta e ben difesa si trovava un drappello romano. Quivi il mare esce fremendo da strette foci tra gli scogli e distende lontano per i campi le sue molte acque. E nel suo porto era ancorata la flotta, prigioniera per la fortezza soprastante ed i Libii, incredibile a dirsi, riuscirono a trarla accortamente in secco. Sottoposte alle chiglie fresche pelli di giovenco ed attaccatevi le ruote portavan via per i campi le navi e superata in breve l'erta erbosa la flotta giunse senza remi alla spiaggia e ridiscese nelle acque. Mentre così portavan le navi un messaggero li atterrì con i suoi annunzi dicendo che nello stesso tempo che stringevano d'assedio i nipoti di Ebalo e navigavano per primi con i rostri attraverso le campagne, il nemico aveva assediato le mura di Capua e strappate già le sbarre delle porte la guerra orribile infuriava sulla misera città: Annibale lascia subito l'impresa e si slancia a rovina per la via più breve, minaccioso, ed anelante poiché l'ira e la vergogna lo incalzano; come la tigre furiosa cui sono stati tolti i figli corre in breve tempo per le vette del Caucaso e varca con un balzo il Gange ed avanza sempre più veloce finché non trova le loro impronte e sazia la sua ira sui rapitori. Si fece incontro al Fenicio Centenio incauto ed avventato nei pericoli, conducendo schiere disordinate. Non fu grande impresa il vincerlo, che non appena egli fu innalzato all'onore della vite latina subito, accesi gli animi dei coloni, trasse in fretta al macello le schiere raccogliticce e male armate. Ne furono uccisi quattordicimila, ed altrettanti ancora che erano guidati da Fulvio, uomo di illustre origine, ma guerriero da poco. Vittorioso proseguì, passando sui cadaveri, la sua corsa e non si arrestò che per farsi nome con un funerale lieto di celebrarlo. Gracco chiamato quale ambasciatore, mentre attendeva una risposta dai perfidi Lucani cadde, ospite, in un'insidia e vi morì. Il Libio si prese allora il vanto di seppellirlo. Alla notizia che egli si avanzava tutto si agitò confusamente. Ambedue i consoli giungono a gran corsa, arrivano tutte le coorti di Nola ed il giovane Fabio conduce a marce forzate i soldati di Arpi. Nerone e Silano marciano notte e giorno rapidissimi guidando un altro esercito ed eccitandolo alla guerra. Tutti i capitani d'Italia convengono da ogni parte e stanno contro Annibale solo. Egli si accampa sull'alto Tifate e dalle colline che sovrastano le mura guarda intorno la città soggetta. Vedendo le porte degli alleati strette d'assedio da ogni parte da tanti armati ed in modo che a lui l'entrata ed a quelli di Capua l'uscita è impedita, ansioso ora pensa di slanciarsi fra le coorti e sgominarle, ora, cambiando parere, studia come allontanare con inganno dalle porte il nemico numeroso e liberare le mura. E così con l'anima in tempesta, pensa fra sè: «Dove mi trascini, o spirito mio malato? Forse di nuovo in luogo svantaggioso ed impari mi metterò in pericolo? E forse Capua mi vedrà fuggire? Oppure starò a vedere dal monte lo strazio ed il crudele scempio degli alleati? Non mi turbai così quando, circondato da ogni parte da Fabio e dal suo comandante della cavalleria, dispersi per le valli i giovenchi con le corna accese e spargendo incendi uscii vincitore all'aperto. Non sono terminati tutti i miei inganni: se mi è impedito difendere Capua voglio assediare Roma». Si compiace del proprio pensiero e senza attendere che Titano conduca fuori dal mare i cavalli apportatori di luce raccoglie l'esercito con grida e con cenni e gli comunica il disegno grandioso: «Guerrieri, si vinca con il valore ogni fatica e per quanto è possibile si affretti il passo. Andiamo a Roma! Le Alpi ci aprirono la via di Canne ed ora si atterrino con le scuri le mura della seconda Troia e sia questa la vendetta di Capua. Essa rovina, ma vi è dato vedere il Palatino ed il Tonante fuggire dalla Rupe Tarpea». Tutti affrettano il passo ed hanno Roma negli orecchi, Roma negli occhi. E credono più saggia ora l'impresa del duce che se fosse corso a Roma subito dopo la sconfitta dei Latini. Passano rapidamente le acque del Volturno e per ritardare il passaggio degli italiani la retroguardia brucia le barche. Corrono senza posa per i campi sidicini (nota3) le celeri schiere e la tracia Cale che deve il suo nome a tuo figlio, Orizia. Il nemico passa quindi devastando le campagne di Alife splendenti del sorriso di Bacco per le contrade ove dimorano le ninfe Cassine. Quindi celermente Aquino e Fregella che nasconde nel suo grembo il gigante fumoso: sale rapidamente i gioghi dove Frosinone si inalza sulle rupi e lieta di messi stende Anagni le sue terre dal dorso alto del monte. Disceso ormai alla pianura di Labico Annibale non si arresta alle mura di Tusculo, indegno indugio all'alta impresa, ma le arieta e passa oltre. Né l'ameno Algido lo ferma, né la città della Gabinia Giunone, ma si getta fulmineo alla riva dove scorrono le fresche acque solfurce dell'Aniene e dolcemente si riversano nel padre Tevere. Poste qui le insegne il feroce guerriero ordina l'accampamento. Le rive fremono al calpestio dei cavalli ed Ilia per prima atterrita fugge per le acque sommosse al sacro antro dello sposo e dietro di lei fuggono le ninfe. Le madri latine atterrite come se le mura fossero già abbattute si aggirano piangendo per le vie. E tutte vedono con l'anima tremante le ombre sanguinose dei forti che caddero alla Trebbia e sulle funeste rive del Ticino. Hanno le misere dinanzi agli occhi i vaganti fantasmi di Paolo, di Gracco e di Flaminio. La folla s'aggira per ogni via; i Senatori disdegnosi e grandi dissimulano con il minaccioso aspetto la soverchia paura, e pur talvolta una tacita lagrima riga il volto degli austeri scendendo giù dagli elmi ed essi sono ansiosi degli avvenimenti che la Fortuna minaccia o gli Dèi preparano. Il Fenicio concesse ai suoi soldati appena una notte di riposo e sempre vigilante, poiché disdegnoso di starsene fermo stima che siano tolte alla vita le ore del sonno, indossa le splendide armi e comanda ai cavalieri Nomadi di uscire. Egli si slancia dinanzi agli squadroni e gira a briglia sciolta la cinta di Roma trepidante e scossa dal frastuono degli scalpiti. Ed ora cerca di scoprire i punti più deboli ora percuote con la lancia le porte chiuse gioendo del terrore dei nemici. Di poi si ferma sulle alture e gira lento lo sguardo in basso sulla città e domanda il nome e la ragione di ogni luogo. E tutto avrebbe veduto e saputo particolarmente se Fulvio lasciando altre delle sue genti all'assedio di Capua non fosse apparso come un'improvvisa tempesta. Egli ritrasse allora le sue schiere giubilanti nell'accampamento, pago di aver veduto Roma. Non appena le tenebre della notte disparvero dal cielo ed il mare ai primi raggi della nuova aurora si tinse di roseo, conduce fuori dai valli le schiere tumultuanti gridando a gran voce: «Per le innumerevoli imprese compiute, per le destre consacrate dal sangue, o compagni, andate all'assalto degni di voi stessi ed il vostro ardire eguagli lo spavento di Roma! Quando avrete abbattute queste mura non vi sarà più nulla da vincere al mondo. Andate e non vi faccia indugiare la voce che dice che costoro son figli di Marte. Che cosa c'è da conquistare? Una città abituata ad esser vinta che fu già saccheggiata da poche migliaia di Senoni. Forse a quest'ora i senatori, seguendo l'esempio degli avi, pronti a morire aspettano seduti sulle sedie curuli nobile morte». Così dice Annibale, ma nello stesso tempo i giovani romani non hanno bisogno di discorsi, di capitani e di consigli. Ma li spingono le madri, i figli, i diletti padri che con gli occhi gonfi di pianto tendono le braccia. Le madri vanno mostrando i figliuoli che inteneriscono il cuore dei combattenti con i loro vagiti e baciano più volte dolorosamente le mani dei guerrieri. Ognuno vuole uscire e far baluardo del suo petto a Roma e senza piangere guarda indietro un'ultima volta i suoi cari. Ecco che le porte girando sui cardini si spalancano ed il nemico agitando le armi avanza in file serrate. Risuonano per le alte mura voci di pianti e di preghiere e le madri urlano correndo da ogni parte e si strappano i capelli e si denudano il petto. Fulvio rapido si spinge innanzi alle schiere e grida: « Chi non sa che il Libio non viene di sua volontá ai nostri Penati? Egli fugge dalle porte di Capua». Voleva ancora parlare, ma non potè che il cielo tuonò orrendamente ed un'improvvisa e tremenda bufera si riversò dal cielo. Giove tornava dalle terre d'Etiopia e vedendo il Fenicio avvicinarsi minaccioso alle mura di Romolo, chiamati in fretta gli Dèi affidò ad ognuno, in difesa dei Penati dardani, uno dei sette colli. Egli sublime sulla rupe Tarpea radunò improvvisamente venti e nubi e grandine e tuoni e fulmini. Tremarono scossi i poli, si oscurò il cielo ed una notte improvvisa nascose col suo fitto velo le terre d'intorno. I turbini acciecano le schiere ed i soldati libii quasi toccano le mura e non le vedono, cadono sopra di loro dalle nuvole i fulmini e il fuoco e le fiamme sibilano e stridono sui corpi. Africo, Borea ed Aquilone si scagliano a guerra con nere ali, irati come Giove. Piove a dirotto, e la pioggia trascinata in neri vortici dal vento, avvolge i campi intorno spumeggiando. Giove alto sulla Rupe Tarpea avventa le folgori e colpisce lo scudo di Annibale che non cede. Ma la punta della sua lancia si fonde e la spada come se fosse in una fornace ardente scorre liquida. Sebbene non le armi fulminate Annibale trattiene le sue genti gridando loro che erano vani i fuochi delle nubi e lo stridore dei venti radunati. Ma poiché le fila sono malconce per così grande ira del cielo e nell'imperversare della tempesta non si vedono né armi né nemici, fa alfine suonare la ritirata gridando di nuovo minaccioso: «E sia, che tu debba, o Roma, questo giorno di vita alla bufera infernale! Ma domani nessuno mi ti toglierà, neppur se Giove discendesse in terra per te». Così dicendo freme ed il cielo sgombro alfine si rallegra di viva luce e l'aria brilla serena. Gli italiani sentono il Dio, depongono le armi e levando le mani verso la Rupe Tarpea in atto supplichevole adornano il tempio di alloro come nei giorni di festa. E vedendo asciugarsi la statua di Giove poco prima stillante largo sudore: «Sommo Giove, fa che Annibale muoia in battaglia per le tue sacre frecce: nessun altro braccio che il tuo può dar morte ». Così pregarono e tutto tacque intorno perché Espero nascose il mondo con l'ombra della notte. Ma si levò appena il sole con i primi raggi e destò gli uomini alle fatiche del giorno, ed ecco che Annibale dal campo ed i soldati italiani escono dai valli. Non ancora avevano impugnate le spade ed un tratto di lancia distava tra i due eserciti quando improvvisamente gli ampi cieli si velarono e le fitte tenebre tolsero il giorno; Giove ritornò alla battaglia: i venti si radunarono e spinte dall'Austro le nuvole si accavallarono sprigionando fulmini. Tuonò Giove e ne tremarono il Pindo, il Rodope, Atlante e il Tauro, si scossero i laghi dell'Erebo e perfino Tifeo dalla sua profonda voragine sentì la celeste guerra. Austro aggirando una nuvola gravida di grandine assalì Annibale riluttante ed invano minaccioso e lo costrinse a ritrarsi fino agli accampamenti. Non appena egli si ritrasse nei ripari e depose le armi il cielo riapparve rasserenato così che a vederlo nessuno avrebbe creduto che poco prima Giove lo avesse scrollato con tuoni e fulmini. Annibale indomito giura ai suoi che non sarebbe più ricaduta sopra di loro l'ira del cielo se riarmassero la loro destra dell'antico valore e non credessero più essere delitto distruggere Roma! «Quando mai nascose Giove invincibile i suoi fulmini mentre la mia spada faceva stragi sui campi etolii? E quando il Trasimeno fu rosso per il sangue di eroi? Che se il re degli Déi combatte per le sue mura e scaglia tanti fulmini perché fra tanta tempesta non colpisce me che due volte gli andai contro in armi? E noi fuggiremo vilmente dinanzi alle nuvole ed ai venti? Ritorni nelle vostre anime quel vigore per cui, contro i patti dei Senatori e la tregua giurata, rinnovaste la guerra». Così infiamma gli animi mentre Titano scioglie i corsieri spumeggianti. Ma la notte non placa gli affanni e il sonno non scende per l'eroe fremente e con la luce si rinnovano le sue ire. Chiama di nuovo alle armi i trepidanti ed il suo scudo risuona tremendo e sembra il tuonare del cielo. Non appena sa che i Senatori confidando negli Dèi mandano aiuti alle spiaggie Betiche e durante la notte l'esercito era uscito dalle mura, fremendo che gli assediati fossero così tranquilli e che Roma non s'impensierisse affatto di lui, incalza più violentemente. E già si avvicina di nuovo alle mura quando Giove così parlò alla mesta Giunone e l'ammonì dolcemente «O diletta sposa e sorella, perché non tieni a freno questo giovane sidonio le cui ire non hanno mai termine? Ha incenerito Sagunto, spianate le Alpi, dato legge al sacro Po, arrossati di sangue i laghi ed ora vuol forse prepararsi a distruggere il mio tempio e le rocche? Frenalo: poiché, come vedi, anela fiamme e pretende con i suoi fuochi ardenti di imitare i miei fulmini». A queste parole essa lo ringraziò e turbata discese ed afferrando la destra del giovine gli disse: «Dove ti slanci, o pazzo? Hai intrapreso una guerra maggiore di quel che sia concesso ai mortali». Così dicendo allontanò da sè l'oscura nube ed apparve nelle sue sembianze. «Non combattere più i coloni frigi e di Laurento. Guarda, ti allontanerò dagli occhi la nube perché ti sia dato di vedere tutto. Vedi dove si slancia eccelso il monte che è detto Palatino dal re Parrasio, ivi Apollo con piena la faretra risonante tende l'arco e medita battaglie. Ed ora rivolgiti verso i colli vicini: là dove si inalza eccelso l'Aventino, non vedi la vergine Latonia agitare le fiaccole che tuffò nelle acque del Flegetonte, e con le braccia nude prepararsi a battaglia? Dalla parte opposta ecco che Marte, orrido in armi, occupa il campo che porta il suo nome e là Quirino e più in là ancora Giano che avanza colle sue armi, e ciascun Dio sopra il suo colle. Guarda quanto grande Giove s'inalza e quali nembi e fiamme muova la sua egida e quanti fulmini siano pronti per le sue ire. Volgiti e se l'osi guardalo in volto. Quali tempeste orrende circondano il suo capo e quanti tuoni e fulmini al suo cenno e quali fuochi splendono nelle sue pupille! Cedi agli Dèi e desisti dalla titanica guerra». Così dicendo ritrae l'irrequieto eroe, indocile alla Pace, che guarda il volto ed i fiammeggianti corpi dei Superi e ridà tranquillità al cielo ed alle terre. Egli se ne parte guardando e pur comandando ai suoi di levare le insegne dal campo si rivolge indietro e minaccia di ritornare. Improvvisamente la luce del sole sfolgora più viva e l'aria azzurra risplende tremolando ai suoi raggi. I romani vedendo che Annibale e le sue genti si allontanano dalle mura si guardano muti ed il loro aspetto dice quello che il terrore che ha invaso gli animi non permette di credere. Credono che il togliere il campo sia un'astuzia, una delle tante insidie dei Libii e le madri baciano silenziose i loro figli. Quando infine l'esercito nemico allontanandosi non fu più veduto, con il timore disparve il sospetto dell'inganno. Quindi un accorrere di folla al Campidoglio, un abbracciarsi, un echeggiare di voci per la vittoria di Giove Tarpeio, un inneggiare da ogni parte e un incoronare di ghirlande intrecciate il tempio. Si spalancano tutte le porte della città ed il popolo esce ebbro di gioia. E chi contempla il luogo dove erano le tende di Annibale, chi il seggio donde parlò alle genti radunate, dove teneva il suo campo il bellicoso Asture, il feroce Garamante ed il crudele Annone. Le turbe bagnatesi nelle acque inalzano altari alle ninfe dell'Aniene e ritornano quindi alla città festante intorno alle mura.

XIII  Il cammino era lento e si dileguava alla vista la rupe tarpea quando il condottiero agenoreo con lo sguardo torvo rivolto alla città pensò di ritornare. Si accampò dove la Tuzia scorre esigua labendo le erbe delle rive e con le innominate sue acque va silenziosamente verso il fiume tosco. Quivi ora rimprovera i capitani, ora i comandi degli dèi, ora sè stesso: "Voi che un giorno faceste crescere i lidii stagni per il sangue, che con il suono delle armi scuoteste la terra di dauno, dove riportate le insegne, verso quali spiagge così pieni di spavento? E quale spada vi ha ferito? quale lancia? Ditemi, se aveste dinanzi l'alma turrita Cartagine, quale pretesto dareste di questa ritirata senza colpo ferire? Ai tuoni, o patria, rivolgemmo le spalle, ai venti e alle tempeste. Sia lontana questa ignavia femminile dalle genti tirie, di ardire alla battaglia soltanto quando l'aria è tranquilla ed il sole non è coperto di  nubi". Le genti erano ancora attonite ed atterrite dagli dèi e sentivano l'odor dei fulmini sulle armi ed avevano dinanzi agli occhi l'ira del Tonante, eppure ognuno era sollecito ad ubbidire ai comandi del condottiero ed al primo cenno di rivolgere le insegne cresceva tra le schiere il fervore. Come quando un sassolino cade in uno stagno, e disegna dapprima a fior d'acqua brevi cerchi, poi, rimuovendo sempre più le tremule acque, moltiplica ed allarga i cerchi finché l'ampio gorgo giunge morente con l'estremo giro ad ambedue le rive. Ma vi era Dasio, vergognoso vanto di Argiripa dell'inclita stirpe di Eneo i cui antenati furono Etoli, nome non ignobile, ricco di fortuna, ma di poca fedeltà, che disperando dell'Italia si era dato al bellicoso Punico. Egli ricordando le antiche gesta dei suoi antenati disse: «Nella lunga guerra che la Grecia fece a Troia, Calcante (così spesso Diomede, fortissimo eroe, narrò ricordando a suo suocero Dauno nei banchetti) alle coorti afflitte che circondavano senza combattere le Mura profetò: «Se non trarrete, dall'alto tempio dove è racchiuso, il simulacro della Dea armigera, Troia non cadrà mai per le armi dei Greci, né Elena tornerà mai a Sparla. Gli Déí hanno stabilito che non è concesso ad alcun mortale di entrare con la forza nella città che possiede quel Simulacro». Allora Diomede mio avo, insieme con Ulisse sale alla rocca per un sentiero indicatogli, uccide i custodi alle soglie del tempio, porta via il simulacro della Dea disceso dal cielo ed abbandona ai nostri destini l'infelice Troia. E perciò egli, fondata sul suolo italico una città, per placare il rimorso del sacrilegio compiuto, onora e prega la Dea e tenta di ingraziarsi i Penati dí Troia. E già sorgeva sulla rocca di Argiripa un gran tempio, soggiorno non gradito,alla Minerva laomedontea, quando, nell'ora in cui tutte le cose dormono, la Dea stessa gli apparve in sogno e gli disse minacciosa: «O Tidide, tu fai opera non degna della mia gloria, poiché non è sul Gargano, né sulla terra daunia che mi si debbono rendere onori. Cerca le plaghe di Laurento, dove con migliore destino si sta fondando una nuova Troia, e porta colà le virginee bende ed i ricordi degli antenati». Allora egli tremante fece vela per i regni di Saturno. Già il vincitore fondava le rocche di Lavinio ed appendeva nei boschi di Laurento le armi troiane; ma quando apparve alle spalle del fiume etrusco Diomede ed innalzò al vento gli splendenti vessilli, tremarono di paura i Priamidi. E il genero di Dauno levando in segno di pace un pallido ramo d'ulivo tra il mormorare che si fece intorno cominciò a dire: « Figlio di Anchise, deponi le indimenticate ire ed i timori! Non è nostra la colpa delle fatiche lunghissime, del sangue versato sulle rive dell'iliaco Xanto, sul Simoenta e sulle porte Scee. Fu opera degli Dèi e delle Parche inique. Ed ora dimmi, perché non vorremmo noi con più lieti auspici trascorrere la vita che ci rimane? Stringiamoci le destre disarmate e sia questo testimone della nostra pace». Così disse ed implorando perdono dalla Dea mostrò sull'alta poppa alle turbe attonite Minerva. E questa sterminò i Celti che osarono irrompere tra le mura di Roma, così che di tante migliaia non uno tornò ai focolari paterni». Il condottiero colpito da tale racconto ordina ai manipoli esultanti di togliere le insegne. Si incammina per i campi dove nel mezzo del folto bosco si adora la ricca Feronia e la sacra Capena bagna le campagne. Vuole la leggenda che, sin dal sorgere del tempio, per i doni offerti da ogni parte si raccolsero immense ricchezze custodite, intatte per secoli dal solo timore. Il Fenicio eccita le sue selvagge ed aride schiere a sacrilega rapina e le infiamma nel disprezzo degli Dèi. Quindi si dirige verso le lontane campagne prossime alle coste della Sicilia, arate dai Bruzii. Mentre si muove penosamente per le spiaggie di Reggio, giunge Fulvio trionfante perché i libii erano fuggiti dal territorio del Lazio, infausto messaggero ai Capuani assediati minacciando loro l'ultimo destino. Egli, rivolgendosi intorno ai più valorosi, esclama. «Si cancelli per vostra mano questa infamia. Perché questa perfida, seconda Cartagine per Roma, che infranse i patti, che pretese il diritto di alternare i suoi consoli con i nostri, che ci condusse Annibale alle porte ed attende dalle alte torri il Fenicio ed i suoi aiuti, sta ancora in piedi?». Fa seguire alle parole i fatti e per raggiungere l'altezza delle mura innalza torri di legno, unisce travi con spranghe di ferro capaci di sfondare le salde porte e le mura ed ai fianchi parapetti di travi incrociate su ruote e vinee piene di combattenti. E non appena ha apprestato ogni cosa dà il segnale della scalata ed atterrisce la città mentre alla sua impresa arride un lieto augurio. Vi era una cerva di raro colore, il cui candore superava quello della neve e dei cigni. Dono della campagna Capi l'aveva nutrita e, per l'affezione che le dimostrava, educata ad umani sensi quando le mura erano ancora segnate dal solco. Essa si avvicinava sollecita e mansueta alla tavola del suo padrone e si offriva graziosamente e prontamente alle carezze. Le donne erano solite pettinarla con un pettine d'oro ed avvivarne il candore con acqua corrente. E la cerva, creduta ancella di Diana, era la Dea del luogo ed a lei si ardevano incensi come ad un Dio. Così rigogliosa aveva vissuto felicemente i suoi mille lunghi anni quanti ne erano trascorsi da che i Teucri avevano fondata Capua. Giunse alfine l'ultima sera, poiché agitata nel buio della notte per l'ululare rabbioso di lupi accorrenti (triste augurio in guerra) ai primi albori la misera usciva dalle porte e fuggiva trepidante per i campi vicini alle mura. Catturata con lieta gara dai giovani, Fulvio, il condottiero, l'immola vittima gradita a Latona, chiedendo aiuto alla Dea per l'impresa. Confidando in lei muove le armi per stringere l'assedio e dovunque le mura rigirando disegnano gonfi seni schiera i soldati a catena stringendo Capua in un cerchio di ferro. Gli assediati tremano quando Taurea spronando il suo cavallo fiero e coperto di spuma si slancia fuori dalle porte. Alte sul capo del fortissimo sventolano le creste. A lui Annibale dava il vanto su gli Autololi ed i Mauri nel lancio del giavellotto. Il cavallo si inquieta al suono dei corni e recalcitra, ma Taurea lo doma violentemente e non appena è così vicino al nemico da far udire la sua voce grida: «Claudio (poiché Claudio era tra i più forti nelle armi e celebrato per mille imprese), venga innanzi e combatta solo con me se gli basta il cuore ». Il romano lo sente ed aspetta che gli diano permesso e diritto di combattere poiché tra i Latini è severamente proibito di combattere a proprio piacimento. Appena Fulvio glielo concede esce giubilando dalle file e scalpitando sul campo innalza una nube di polvere ondeggiante. Il capuano sdegnoso di lanciare i giavellotti con l'aiuto delle cinghie scaglia con il suo forte braccio un'asta e la precorre nello slancio. Ma non così il romano; egli scruta il nemico cercando dove il ferro possa penetrare arrecando una maggiore ferita ed ora libra la lancia, ora la trattiene giuocando di finte, quindi trapassa alfine lo scudo, ma la punta non riesce a raggiungere il sangue di cui è bramosa. Allora snuda rapidamente la spada e già Taurea spronando il cavallo spera di fuggire a briglia sciolta la morte che lo minaccia, ma il rutulo non corre meno rapidamente per inseguire il fuggiasco e l'incalza precipitoso. Così spinto il vinto dal timore ed il vincitore dall'ira e dal desiderio della meritata gloria, entrano insieme nelle porte. Il popolo istupidito e non credendo ai suoi occhi non si convince che il nemico osi entrare nelle mura senza compagni, e Claudio intanto, impavido, spinge il cavallo attraverso la città atterrita e raggiunge i suoi dalla parte opposta. Ed ecco che i guerrieri ardono di assalire le mura e di percorrere le vie già battute da Claudio. Ferro e fiamme scintillano da ogni parte, scroscia la pioggia dei sassi e le lance arrivano alla sommità delle torri. A nessuno è dato vincere gli altri in valore, uno solo il furore ed uno l'ardire. E piombano nella città le frecce dittee. Fulvio si rallegra che i soldati infiammati non abbiano bisogno di incitamenti e di consigli, e quando vede che ciascuno è guida di sè stesso nella sorte si slancia impetuoso alle porte desideroso di grande fama nel pericolo. Erano a guardia delle sbarre tre fratelli gemelli ed ognuno di essi aveva nel cambio delle scolte, una centuria di guerrieri eletti. Il più bello era Numitore, il più veloce nella corsa Laurente e Laburno il più vigoroso. In armi l’uno differiva dall'altro poiché questi tendeva l'arco meravigliosamente, quegli combatteva scagliando lance dalla punta avvelenata non fidandosi del nudo ferro, il terzo gettava fiaccole ardenti di zolfo. Tale una volta sulle spiagge atlantiche era Gerione dai tre corpi che furibondo armava le sue tre destre di armi differenti: una spargeva incendi, l'altra scagliava frecce, la terza lance poderose, e tre diverse ferite davano un solo movímento delle braccia. Fulvio vedendo la diversa battaglia dei tre fratelli che ingombra di strage l'alta porta ed arrossa di sangue gli stipiti, scaglia a tutta forza una lancia. Essa sibila nell'aria ed entra mortale nel fianco di Numitore che era scoperto e ad arco teso saettava dall'alto. Ecco che Virrio, temerario ed imbelle, sdegnoso di combattere nel chiuso delle mura erompe con folle impeto dalla porta ed espone il popolo infelice all'ira dei vincitori. Scipione gli va incontro e ne fa orrida strage. Caleno, guerriero audacissimo cresciuto sull'ombroso Tifate, era di grande corporatura e di uguale coraggio. Appostava i leoni e spesso muoveva a battaglia a capo scoperto; Molte volte era solito combattere con un truce toro ed afferrarne le corna ed abbatterlo, ed in ogni difficile prova cercava di farsi onore. Ora, mentre Virrio usciva precipitoso dalla città, sia per disprezzo sia perché non aveva avuto tempo, corre fuori a petto nudo e così più libero nei movimenti incalza i Romani oppressi dal peso della corazza. E già colto a mezza vita cadeva Veliterno e con un sasso strappato dalla terra aveva fatto cadere Mario che era fedele compagno di Scipione in ogni gara equestre. L'infelice con la bocca sanguinante per il colpo chiedeva piangendo aiuto all'amico e Scipione desideroso di confortare gli ultimi momenti dell'amico morente uccidendo sotto i suoi occhi l'uccisore, reso più forte dal dolore gli scaglia un dardo. L'asta suonando come un'ala precipitosa che voli, trapassa il petto al gigante e lo abbatte. Fu così rapido Scipione come una nave leggera che corra la superfice del mare e ad ogni tuffo che danno nell'acqua i remi spinti a forza, fugge più veloce del vento e ad ogni guizzo si allontana di tutta la sua lunghezza. Ascanio per arrivare più rapidamente alle mura getta via le armi inseguito subito per i campi da Voleso. Ma arrivato, il capo mozzato da colpo improvviso gli rotola ai piedi, mentre il corpo portato avanti dalla furia della corsa cade più lontano. Ormai i Capuani non hanno più speranza di difendere le mura a porte chiuse. Fuggono, ed i primi entrati, sordi alle preghiere, chiudono fuori vergognosamente i compagni, facendo girare d'un tratto sui cardini le porte e sbarrandole, ma troppo tardi. Allora l'esercito romano ancor più fiero scaglia nugoli di frecce sul popolo rinchiuso, e se la notte non avesse avvolto di cieche ombre le terre, avrebbe infranto con il suo impeto le porte. Ma sono diverse per i guerrieri le ore della notte. Gli italiani hanno, come può darlo la vittoria, sonno dolce e tranquillo; Capua atterrita dalle urla e dai singhiozzi delle misere donne, dai lamenti dei padri angosciati anela la fine delle sue sventure. Virrio, il primo ad incitare alla ribellione, il perverso genio dei Senatori, sta incerto e muto e spento ogni desiderio di vita, grida che ormai non c'è più da sperare salvezza dai libi: « Volli far nostro il potere su tutta ltalia, portare in Capua, se al valore dei Punici fossero stati propizi la fortuna e gli Dèi, l'impero del troiano Quirino. Io contro Roma mandai l'esercito che la distruggesse con la sua Rupe Tarpea, io solo osai chiedere con fermo cuore che un console di Capua dividesse con Roma i fasci. Lunga è ormai la mia vita se le rimane anche questa notte. Chi desidera aver compagna fino alle onde dello Stige l'inviolata libertà venga questa notte alla mia mensa in casa mia. Quivi ognuno, con la mente ebbra di vini, avrà sopiti gli spasimi della morte scorrenti per le vene, e bevendo il balsamo di ogni male placherà l'ira del fato con dolce veleno ». Così grida e ritorna a casa seguito da uno stuolo. Nel mezzo della casa s'inalza un rogo di elci raccolte, ultimo rifugio ai compagni della morte. La plebe frattanto infuria di dolore e di timore. Si ricordano, ma troppo tardi, di Decio, del suo nobile valore punito con così duro esilio, mentre la Fede guarda dal cielo gli spergiuri, e ne brucia con il rimorso le anime ingannevoli. Risuona per l'aria una mistica voce: « Gente umana, guardati dal rompere con l'empio ferro la pace stabilita. Abbi sempre sacra la fede che giurasti; lei piuttosto che la splendida porpora del regno. Guai a chi mente nella sfortuna, alla promessa data e dimentica gli amici cui viene meno la speranza. Egli e la sua sposa non saranno mai senza lutto, e la sua casa sarà la casa del pianto, e la Fede violata lo perseguiterà senza posa e giorno e notte in terra ed in mare ». L'implacabile Erinni celata da una nube è in ogni crocchio, si unisce ad ogni convito e banchetta. Riempie i bicchieri di succhi stigii, e li offre dispensando spasimi e morte. Virrio frattanto, mentre il liquore mortale gli brucia le viscere, accende il rogo ed abbraccíati i compagni ordina che si dia fuoco. Sul far del giorno i Romani avanzano ed i Capuani vedono Milone star alto sulle mura ed incitare i suoi guerrieri alla scalata. Dolenti spalancano le porte e con passo vacillante quei codardi che non seppero togliersi alla pena con la morte passano al campo nemico. Ormai Capua si arrende e confessa la sua follia. Le case già insozzate dai Sidonii vengono spalancate ai Latini, ed accorrono donne e fanciulli, senatori atterriti, ed il volgo non degno di pietà. I Romani. appoggiati alle lance, guardavano fissi questa gente indocile nella fortuna come nella sfortuna. Curvi, alcuni spazzano l'arena con le barbe ondeggianti sul petto, altri insozzano vilmente le chiome canute nella polvere, ed unendo lagrime a vergognose preghiere empiono l'aria di grida femminee. L'esercito stupito di atti così vili attende ferocemente il segnale di abbattere le mura. Ma un secreto sentimento religioso entra improvviso nei petti e con divino potere acqueta subitamente gli animi fieri. Non più fiaccole e fiamme perché un solo fuoco non distrugga anche i templi. Un Dio pietoso ed invisibile tocca l'intimo dei cuori e suscita il ricordo che fu Capi il fondatore della città negli antichi secoli ed insegna quanto giovi conservare intatte case ospitali in una campagna così ampia e fertile. Così man mano negli animi fieri si placano le furie e si spengono le ire. Quel Dio fu Pane, mandato da Giove che voleva salva la città troiana. Pane quasi sospeso nell'aria passa e non segna neppure con l'unghia l'arena. Scuote con la destra una pelle di capra tegea, e nei giorni di festa sferza con la coda il popolo che incontra. Si cinge il capo dell'acuto pino ombreggiando le tempie e dalla fronte rubiconda gli spuntano due cornetti; gli orecchi ritti ed una barbetta che gli scende ispida dal mento; ha la verga dei pastori e si copre con leggiadria il fianco sinistro di una pelle di daino. Per lui non vi è balza o dirupo che si innalzi troppo ripido sopra gli abissi ed il suo corneo piede pare che voli per ogni via inaccessibile. Talora si rivolta e guarda dietro le spalle il gioco della sua coda villosa e ride; talora si copre la fronte contro il sole con una mano e con il ciglio ombreggiato guarda i pascoli intorno. Non appena ha quietato le crudeli ire e placate, secondo il volere di Giove, le anime infuriate ritorna ai cari boschi dell'Arcadia ed alle sacre cime del Menalo dove diffonde il suono soave del suo flauto, incanto delle mandrie e dei pastori. Il capitano con nobile generosità comanda ai romani che risparmino alla città le fiamme e che le mura rimangano illese e tutti al suo ordine ripongono le spade e le fiaccole. Nei templi e nelle case rilucenti d'oro si predano abbondanti ricchezze, quelle che concedendo ai Capuani di vivere festosamente li traevano a rovina. Vesti femminili indossate dagli uomini e mense prese in terre straniere e tazze lucenti di gemme e d'oro. Argento in grande abbondanza e vasellame d'oro e monete in tale quantità che basterebbero a sostenere le spese di una lunga guerra. Da ogni parte schiere di prigionieri e turbe di schiavi e di donzelle. Fulvio, infine, fa cessare il saccheggio con uno squillo di tromba e non inutilmente amico di illustri imprese, salito su di un piedistallo così parla: «Milone, cittadino di Lanuvio, mandato a noi, auspice la sacra Giunone, abbi le tempie coronate da una turrita ghirlanda murale, onore insigne dei vincitori». E chiama per primi alla pena meritata i più colpevoli dei grandi e li condanna al taglio della testa. Allora Taurea avanzando imperterrito (non voglio nascondere il merito dei nemici) grida ferocemente: «E vuoi tu, senza vendetta, troncare una vita più grande della tua? E il capo di un eroe mozzato dalla scure rotolerà dunque ad un tuo comando ai tuoi piedi? Gli Dèi non vi concessero mai tanto ». Quindi fiammeggiando nello sguardo torvo come una furia si immerge la grande spada nel petto. E Fulvio gli dice: «Segui pure morendo il destino della tua patria; l'esito delle battaglie dirà chiaramente quale cuore e quale braccio hanno i Romani. Se stimavi vergognoso sopportare la nostra legge perché non sei caduto combattendo?». Mentre Capua sconta con il sangue il suo delitto, l'empia fortuna unendo ai lieti eventi gli avversi rapisce nel suolo iberico, somma gloria e sommo lutto d'Italia, i due Scipioni. Mentre Scipione giovinetto stava nelle terre di Pozzuoli, desideroso di ritornare dopo la presa di Capua alla sua casa, gli giunse l'annuncio doloroso. Sebbene non solito a piegarsi alle sventure, si batte violentemente il petto e si straccia le vesti, né possono trattenerlo i compagni né il rispetto dell'uniforme militare o il decoro; disdegna ogni conforto al suo dolore ed inveisce contro i Mani crudeli. Passa i giorni in pianti e lamenti ed ha sempre dinanzi le care immagini paterne e si prepara a calmare il suo dolore con la parola dei suoi grandi ed a scongiurare le loro anime. L'invita a questo la vicina palude dove il fiume Acherusia indica lo squallido ingresso all'Averno, ma lo spinge anche il desiderio di conoscere il futuro. Va quindi a Cuma dove Autonoe, sacerdotessa di Apollo, siede nell'antro sul tripode consacrato. Confida a lei i voti della sua anima addolorata e la prega che gli conceda di vedere il caro volto del padre e dello zio. Né indugiò la profetessa e disse «E' costume immolare sul far dell'alba, nere pecore espiatrici ai morti e raccogliere tutto il sangue che sgorga dalla gola delle vittime spiranti in una profonda fossa. E così tu vedrai da ogni parte degli oscuri regni destarsi i morti. Voce migliore della mia ti dirà quello che chiedi. Io ti svelerò i richiesti oracoli dei campi Elisi, e tra i sacri riti ti farò vedere l'ombra fatidica dell'antica Sibilla, fervida del Nume. Va, e quando in cielo l'umida notte avrà raggiunto la metà del cammino conduci le vittime prescritte pietosamente alle foci dell'Averno per placare il crudele Dite, e porta con te miele e vino». Alacre per questo consiglio e per la promessa della profetessa, Scipione prepara in un luogo nascosto il sacrifizio e nell'ora comandata quando in cielo la notte era ugualmente lontana dall'una e dall'altra meta si leva e si avvia alle soglie del dolente Tartaro dove, come aveva promesso, la profetessa stava nell'antro stigio. Ella lo conduce dove fra immense rovine si apre una spelonca spaventosa anche al cielo ed erutta dall'ampia bocca il fetore della palude di Cocito, e lo esorta a scavare qui sollecitamente con la spada la fossa e mormorando magiche parole gli impone di sgozzare secondo il rito le vittime. Per primo egli immola al Re degli abissi un toro nero, poi una giovenca non ancora aggiogata, sacra alla Dea di Enna, svena quindi ad Aletto ed a te, Megera sempre dolente, scelte e lanose pecore. Cosparge infine le vittime di latte, di vino e di miele La profetessa grida: «Fermati, e guarda intorno quello che sorge dall'Erebo. io vedo ormai vicino il Tartaro ed ho dinanzi agli occhi il terzo regno. Ecco che con varie sembianze si affollano i mortali che nacquero e morirono nelle più antiche età. Li vedrai tutti: i Ciclopi, Scilla e i cavalli di Odrisia, nutriti di carni umane. Aguzza lo sguardo e stringi impavido nel pugno la spada e caccia le ombre se mai tentassero di gustare il sangue, prima che si avvicini a noi l'ombra della casta Sibilla. Guarda là quell’ombra insepolta che si avvicina così presto, e desidera tanto di parlarti; poiché il fuoco non ne distrusse ancora il corpo a lei è concesso di parlare senza aiuto di sangue». Sciplone la guarda ed improvvisamente turbato esclama «Quale destino, o valoroso console, ti tolse alla misera patria ora che tante orride guerre richiedono eroi? Né alcuno, Appio, ti superò in forza e coraggio. E' il decimo giorno da che tornando da Capua ti vidi che stavi curando le tue ferite, crucciato soltanto di non poter correre all'assalto ed alla gloria». Ed Appio a lui: «Il giorno di poi detti l'ultimo sguardo alla dolce luce e fui travolto per sempre qui, ma i miei che s'indugiano in vari riti ed in pompe non abbandonano il mio corpo alle fiamme e lo tengono lontano dalle tombe degli avi. Per le emule imprese nostre di guerra ti prego, fa che non sia conservato da balsami il corpo putrefatto e che la mia anima errante possa entrare all'Acheronte». E Scipione allora: «O dell'antico Clauso, nobile stirpe, sebbene oppresso da gravi affanni pure ricorderò quello che desideri. So che i popoli non la pensano ugualmente intorno al modo di seppellire ed onorare i morti per cui hanno riti e abitudini diverse. Nell' Iberia i morti come raccontano, sono gettati in pasto degli immondi avvoltoi; presso gli Ircani i cadaveri dei re son divorati da famelici mastini, e gli Egiziani usano comporre le salme ritte tra pietre aromatiche ed avvicinano agli scheletri mense imbandite. Quelli del Ponto per conservare a lungo i cadaveri tolgono il cervello dal cranio, che riempiono di aromi.
I Garamanti li seppelliscono ignudi nell'arena e nella Libia i Nasamoni danno loro sepolcro nelle onde del mare. I Celti ornano d'oro i teschi e se ne servono crudelmente come tazze. I Cecropidi stabilirono che i caduti nelle patrie battaglie fossero arsi insieme su di un solo rogo e tra gli Sciti i cadaveri si decompongono appesi ad un albero ed il tempo li dà alla terra a poco a poco in brandelli putrefatti». Mentre così parlano ecco che si avanza l'ombra della Sibilla ed Autonoe esclama «Terminate il vostro colloquio, ecco che si appressa l'oracolo del vero che conosce tutte le cose quanto lo stesso Apollo. E' ormai tempo di andare colla turba che ti accompagna e di porre le vittime sul fuoco». Quando la Cumana che conosce il destino ebbe libato il sangue delle vittime con lo sguardo fisso negli occhi del giovine e bello eroe cominciò: «Quando la luce del cielo mi rallegrava, nell'antro cumano risuonò fatidica la mia voce alle genti. Allora svelando gli avvenimenti futuri degli Eneadi profetai anche di te, ma i tuoi avi non ebbero troppa cura della mia parola e non pensarono a decifrare gli oracoli ed a conservarli. Sappi dunque, poiché desideri saperlo - e, lo vedo, venisti qua soltanto per avere i presagi della tua vita e contemplare, le ombre dei tuoi parenti - sappi che il tuo destino si congiunge a quello di Roma. Tu condottiero, innanzi tempo ed arbitro della guerra, tu vincitore vendicherai sugli Iberi, portatori d'armi, tuo padre, e con la tua spada toglierai ogni gioia ai Libi. Ti sarà di lieto auspicio l'espugnare Cartagine di Spagna e sarai quindi assunto a più gravi incarichi e Giove ti guarderà sempre finché guerreggerai in Libia e, richiamato quivi Annibale, lo vincerai. Vergogna dell'ingrata città, sarà cacciato il gran guerriero in bando dalle sue case e dalla patria». Così dicendo si rivolge verso le acque infernali ma Scipione esclama: «Mi sia pure avversa la fortuna, resisterò sempre saldamente pur di conservare l'anima mia senza colpa. Vergine insigne, che, consacrasti la tua vita a sollievo degli umani, odi la mia preghiera, fermati un poco e nominami le silenziose ombre e fammi vedere la formidabile reggia di Stige». Ella annuì e disse: «E' sconsolato questo regno che desideri vedere. Tutto è tenebre ed infiniti popoli vagano nel buio. Un luogo smisurato li accoglie tutti, vi è in mezzo un pozzo enorme e tutto quello che la terra, il mare e l'igneo cielo produsse dal primo giorno, tutto la morte comune vi affonda. L'abisso inerte ed ampio ingoia morti e morituri. Nel buio regno s'aprono dieci porte. La prima ai forti che vissero tra le faticose imprese di guerra; l'altra a coloro che dettarono alle genti inclite leggi e diritti e cinsero per primi di mura le città. La terza accoglie i discendenti di Cerere che scendono alle ombre puri da ogni macchia di frode e santissimi fra tutti. Quindi coloro che con liete arti rallegrarono il mondo, quelli che scrissero canti degni di Apollo; e poi ancora la porta detta dei naufraghi s'apre per coloro che furono rapiti dai venti e dalle tempeste. Quella ampia che le è presso si schiude al numeroso popolo dei colpevoli; Radamante ne guarda l'ingresso e affatica i morti invano con le pene. Quindi entrano dalla settima porta schiere di donne e là fra neri boschi la casta Proserpina ha il suo trono. Turbe di giovanetti e di vergini, cui la fiaccola dell'amore accese il rogo entrano poi ed i bimbi che appena aperti gli occhi alla luce morirono: i vagiti di cui risuona la indicano. Splende quindi lontana fra più rare ombre la porta che per nascosta via conduce ai campi Elisi. Quivi dimorano le anime felici che non sono nel regno stigio né sotto la volta del cielo, ma di là dall'oceano bevono le obliose acque della vicina e sacra fonte Letea. Splendida d'oro è l'ultima porta che si rallegra come per chiarore di luna alla luce del cielo. Di là rivolano gli spiriti che dimenticati da Dite dopo mille lustri rivestono forme umane. Di qui passa la Morte lurida vagando senza mai arrestarsi da una porta all'altra. In uno spazio dove non vi sono corpi si apre una voragine cinta da limacciose paludi. Flegetonte straripando arde le rive e scaglia con un orrendo scrosciare onde fiammeggianti ed ardenti macigni e Cocito imperversa con i suoi vortici spumeggianti di nero sangue; ma il lago stigio, per cui giurano gli Dèi e Giove, trascina fango fumoso con zolfo e bitume. Ancora più triste, gonfio di velenosa putredine scorre l'Acheronte ed erutta suonando gelida sabbia e serpeggia per gli stagni nero e fangoso. Cerbero con le sue tre faccie si aggira in quella mota e vi beve Tisifone e corre a dissetarvisi Megera; ma dissetandosi non acqueta la sua rabbia. Nutrito di lagrime sgorga l'ultimo fiume intorno agli atri ed al limitare della implacabile reggia. A guardia del vestibolo è una schiera di mostri dai mille aspetti, ed il tumulto delle loro voci impaurisce le ombre. Vi è l'Angoscia distruggitrice e la Magrezza compagna delle crudeli malattie e gli Affanni ed il Dolore che si nutrisce di lagrime, il Pallore esangue e le Insidie e la Vecchiaia lamentosa, e poi la sconcia Povertà che spinge al delitto e l'Invidia che si stringe la gola con ambedue le mani. Vi è l'Errore dal passo incerto e la Discordia che unisce il cielo al mare e ne è lieta, vi è Briareo che con le cento braccia apre le porte della reggia di Plutone, e le Sfingi con il volto verginale macchiato di sangue, Scilla biforme, i feroci Centauri e le grandi ombre dei Giganti. Cerbero talora, infranti i ceppi, erra intorno e la stessa Aletto e Megera furibonda non osano avvicinarlo mentre sciolto dalle sue mille catene, ringhia e si sferza i fianchi con la coda viperina. Alla destra leva le sue fronzute ed ampie braccia un tasso, bagnato e fecondato dall'onda di Cocito, e fra i suoi rami hanno nido sinistri uccelli: l'avvoltoio divoratore di cadaveri, il barbagianni delle ali sanguinose, e gufi ed arpie ne popolano numerose le fronde ed ululano lamentosamente, e stridono: fra tali mostri il marito di Giunone infernale giudica, assiso sul trono, i delitti dei re che incatenati gli sono dinanzi e sentono, ma troppo tardi, il rimorso delle loro colpe. Vedono vagare intorno le Furie, e le pene dal crudele aspetto e non vorrebbero aver mai veduto lo splendore dello scettro superbo. Le ombre di coloro che furono oppressi iniquamente al mondo, prorompono in ingiurie al duro impero e danno alfine libero sfogo alle accuse soffocate in vita. Altri di questi re sono incatenati ad una roccia, altri rotolano, per l'erta aspra di un monte, macigni, altri sentono in eterno il flagello vipereo di Megera. Ecco la sorte che aspetta i cruenti tiranni. Ma è tempo ormai che tu veda le sembianze di tua madre, ecco che la sua ombra si avanza alle altre velocemente. Ecco Pomponia che si unì furtivamente a Giove. Poiché Venere vedendo appressarsi le guerre africane, per prevenire la insidiosa Giunone, infuse tacitamente nel petto del padre il suo fuoco. E se il suo disegno non fosse stato tale, ora custodi della iliaca fiamma sarebbero state le fanciulle libiche». Fece un cenno la Sibilla e subito l'ombra bevve del sangue e madre e figlio vi videro l'un l'altra. Allora per primo Scipione disse: «Madre a me sacra come un Dio, pur di vederti avrei desiderato aprirmi le porte dello Stige con la morte. Ma per quale destino mi fosti tolta mentre nascevo, ed il giorno che avrebbe dovuto essere lieto fu così triste?». A lui rispose la madre: «La mia morte, o figlio, non fu tormentata dal dolore. Diedi alla luce il frutto divino, ed al cenno di Giove, Mercurio mi condusse per la destra ai Campi Elisi e mi assegnò il posto dove hanno dimora per divino privilegio le grandi madri di Ercole e Leda. Orsù, figlio mio, perché tu sia sempre impavido in ogni guerra e non tema di non elevarti al cielo per le tue imprese, sappi quali furono i tuoi natali, poichè mi è dato svelarteli. Mentre sul mezzogiorno mi riposavo con un dolce sonno, sentii il mio corpo avvinto da un improvviso abbraccio che non era già quello compiacente e per me consueto del marito, e sebbene il mio sguardo fosse ottenebrato dal sonno, pure io vidi, te lo giuro, Giove risplendere nel suo fulgore. Né mi ingannò il mutato aspetto per cui si trasformò in un lucente serpente che svolse roteando le suo enormi spire. Ma non mi fu concesso, o figlio, di vivere oltre il parto. Ohimè, quanto mi dolsi che il mio spirito se ne andasse prima che potessi svelarti questo segreto!». A tali parole Scipione le gettò le braccia al collo ma tre volte l'ombra vana lo deluse. Appaiono insieme le ombre degli eroi: il padre e lo zio. Il giovine corre loro incontro e tenta di baciarli e di stringere le loro ombre che come lieve aere o nubi dileguano. «Qual dio nemico mi ti tolse, o padre diletto, sostegno del Lazio e dell'Italia? Perché dunque, misero me, vissi anche un istante lontano da te? Avrei opposto il mio petto alla freccia mortale che ti raggiunse. Di quali lamenti risuona tutta l'Italia per la vostra morte! I Senatori hanno decretato concordemente un monumento nel Campo Marzio a ciascuno di voi». Valeva ancora parlare ma le ombre lo interruppero e per primo il padre: «Il solo valore vale di per sè ogni più bel riconoscimento; ma pure è dolce alle ombre che il memore amore dei vivi le segua e che la gloria non sia distrutta dalla dimenticanza. Ed ora, onore di nostra gente, dicci quanto ti affannano le guerre. Spesso, sai, ricordo i tuoi slanci ed il tuo coraggio quando più grave è il pericolo e sento il cuore tremarmi di spavento. Frena. o prode, te ne prego per la nostra morte, il tuo bellicoso impeto. Il nostro esempio ti renda saggio. Già si trebbia nella ottava estate il secco fieno da che io e mio fratello avevamo corsa e domata tutta la Spagna. Noi ridonammo alla misera Sagunto mura e case e per noi le genti libere ed in pace corsero a dissetarsi al Beti e tre e quattro volte l'indomito fratello di Annibale ci fuggì dinanzi. Il cuore dei barbari è un covo eterno di tradimenti. Inseguo vincitore Asdrubale già vinto e sgominato ed ecco che le coorti celtibere, plebe venale venduta all'oro sidonio, rompono improvvisamente le file e disertano le insegne. Allora il Libio reso più forte dalle armi dei disertori, strapotente per numero, ci accerchia da tutte le parti. Ma la mia spada, o figlio, prese allegra vendetta e l'ultimo giorno della mia vita fu il più glorioso». A lui segue il fratello che racconta così quel che accadde: «All'ultimo momento mi rifugiai in una alta torre e quivi combattei l'ultima battaglia. I Fenici scagliarono tante e tante fiaccole che avvolsero la torre in una sola fiammata. E non mi lamento con il cielo per la mia morte poiché al tempo stesso ebbi morte e sepolcro. Bruciai con indosso l'armatura. Ma temo che noi morti la Spagna non sia ricaduta sotto il giogo fenicio». Ed il giovine con gli occhi gonfi di pianto: «O Giove, abbia Cartagine la pena degna di tante scelleratezze. Sappiate tuttavia che i popoli inquieti sono tenuti a bada da Marcio. Quel guerriero valoroso che voi ben conoscete raccolse l'esercito stremato e ne prese il comando. E già si seppe che, dispersi in battaglia, i vincitori espiarono grandemente le orride stragi». Contente di questo le ombre ritornarono all'amena dimora dei giusti ed il giovine li seguì per quanto potette con lo sguardo amoroso. Ed ecco tra le folte ombre Paolo appena riconoscibile che liba il sangue e così parla: «Luce degli italiani, le cui imprese illustri oltre il potere di un solo eroe io vidi, chi ti conduce a questa profonda notte, a questi regni dove non si entra che una sola volta?». E Scipione così gli parla: « Capitano potente in armi, quanto si pianse a Roma la tua morte e quanto a lungo sopra il tuo destino! Per poco non furono travolte con la tua rovina le città italiane. Annibale t'innalzò di sua mano il tumulo cercando di ottener onore onorandoti ». Paolo ode con lagrime di gioia la notizia delle esequie nemiche, e già sì presentano allo sguardo di Scipione Flaminio e Gracco e l'ombra dolente di Servilio ucciso nella battaglia di Canne. Il giovine voleva parlare a quei grandi, ma lo vinse il desiderio di conoscere le ombre degli antichi italiani. E mira Bruto cui l'atroce scure diede nome immortale, e Camillo pari in gloria agli Dèi, e Curio sdegnoso dell'oro. La Sibilla gli indica le ombre e gliene dice il nome «Questi è il cieco che respinse la pace fraudoleuta e scacciò Pirro dalle mura di Roma; l'altro sostenne da solo in riva al Tevere l'impeto del re dell'Etruria ed impedì da solo, imperterrito sul capo del ponte rotto, il ritorno del re. Se vuoi vedere quegli che trattò la pace della prima guerra punica ecco qui Lutazio, il glorioso vincitore dei mari; o vuoi conoscere l'ombra sdegnosa di Amilcare? Egli è là in fondo che conserva sulla fronte corrucciata anche nella morte i segni dell'antico furore. Se vuoi parlargli ed udirlo sciogligli la voce con il sangue». Quando l'ombra ebbe placala, come gli fu concesso, la sete nel sangue, il Romano per primo così lo rimproverò: «Son dunque tali i vostri accordi? Questi sono, covi di inganni, i patti che tu trattasti prigioniero di Roma sulle spiagge della Sicilia? Ora tuo figlio schernendo ogni diritto saccheggia e deruba tutto il Lazio; egli superò le alte ed inaccessibili Alpi e schiere di barbari corrono l'Italia e si arresta per le stragi il corso dei fiumi». Ed Amilcare: «Mio figlio aveva appena dieci anni quando giurò come io gli imposi guerra al Lazio; né gli è lecito tradire gli Dèi chiamati a testimoni del suo giuramento. E se egli devasta oggi i regni di Laurento e tenta di abbattere il potere frigio, è in lui pietà e sacra fedeltà ed il mio vero sangue. E vogliano gli Dèi che egli restituisca a Cartagine l'antico onore». Così dicendo l'ombra altera si mosse a gran passi e nell'andare parve più maestosa. Quindi la profetessa accennò coloro che diedero per primi al popolo in tumulto, accordando ai costumi italici le norme apprese nel Pireo, le leggi richieste. Si rallegra di vederli né si stanca di guardarli e parlerebbe volentieri a ciascuno di loro se la Sibilla non gli mostrasse altre infinite turbe: «Quante migliaia di anime credi, o giovine, che siano discese quaggiù da che tu volgi lo sguardo intorno? A torrenti da ogni parte del mondo scendono quaggiù le ombre ad ogni ora: Caronte le raccoglie nella barca capace senza fine e tutte passano sempre sulla prora instancabile». Quindi, additando un giovine, prosegue: « Guarda costui che corse rapidissimo l'universo e piantò vittorioso in ogni terra le sue insegne. Si spinse fino ai Battri, oltre gli Sciti, bevve l'acqua del Gange, unì con un ponte le acque del Nifate, ed inalzò la sua città sulle sacre sponde del Nilo». E l'ombra a Scipione: «Guerra indugiata è vergognosa. Osa: è l'ardire che corona le armi. Tardo valore non sorse mai nei pericoli. Nelle grandi imprese precipita gli indugi, la morte ti raggiunge mentre le compi ». Disse e disparve. Passa dopo poco l'ombra di Creso, tanto ricco al mondo ed indifferente, da morto, ai più poveri. Veniva frattanto dall'Elisio un'ombra dall'aspetto sacro e con le chiome lunghe annodate da un nastro rosso. Scipione chiese alla maga: «Chi è quell'ombra? Sulla sua fronte riplende un'anima celestiale ed una folta schiera di anime la segue meravigliando, e la festeggia con liete voci. Nobile aspetto! Se non fosse nell'inferno lo direi un Dio ». E la sacerdotessa di Trivia gli rispose: «E non t'inganni poiché egli fu degno di onori divini, che fu un grande Dio quegli che gli accese nel petto la grande anima. Abbracciò poetando il mare, la terra, i celesti, gli inferni, e fu pari alle Muse nel canto e ad Apollo in gloria. Svelò ai mortali, prima di vederle, le cose di quaggiù e per il suo canto la vostra Troia salì al cielo». Il giovine guarda e riguarda l'ombra con lieti occhi ed esclama «Quanto, o Roma, se le tue gesta fossero cantate da così gran poeta, andrebbe più famoso ai lontani posteri il tuo nome. Fortunato Achille che fu mostrato alle genti da tale voce! Quanto accrebbe il canto la tua gloria!». E chiedendo chi siano le ombre che circondano festose il poeta, Scipione apprende che sono i grandi spiriti degli eroi. Quindi stupefatto fissa in volto Achille ed ammira la gran corporatura di Ettore, e vede Ajace dai lunghi passi, Nestore dall'aspetto venerando; con infinita gioia riconosce ambedue gli Atridi, ed Ulisse saggio quanto Achille forte. Quindi l'ombra di Castore pronta a ritornare in cielo, mentre Polluce compieva il suo alterno corso. Ma ad un tratto gli nominano Lavinia ed egli si volge. Gliela indica la profetessa avvertendolo di guardarla prima che la luce lo vieti. Quindi soggiunse: «Costei, nuora felice di Venere, unì con lungo ordine di figli i troiani ai latini. Vuoi conoscere la moglie di Quirino, il gran figlio di Marte? Ecco Ersilia. Disprezzando un giorno la vicina gente e gli irsuti pretendenti, ella entrò nel tugurio del pastore che l'aveva rapita e contenta giacque con lui, sul talamo di paglia, e dissuase i suoi dal prendere le armi. Guarda, ecco che si appressa Carmenta madre di Evandro che con voce profetica svelò le future imprese di Roma. Vuoi vedere in volto Tanaquilla? Anch'ella ispirata vide il futuro, predisse al marito lo scettro regale, usa a leggere gli auguri degli uccelli volanti. Ecco Lucrezia, onore della pudicizia romana, illustre per la sua morte, tiene la fronte bassa e gli occhi a terra. O Roma non ti è più lecito sperare, eppur sarebbe tanto desiderabile, vanto d'altre Lucrezie. Mira vicino a lei Virginia che mostra, miserando segno del suo conservato pudore, il petto sanguinoso e loda la mano paterna che la trafisse. L'altra è Clelia, la vergine che trionfò del Tevere e della guerra etrusca, ben più forte del suo sesso fu tale quale Roma desiderò fossero i suoi guerrieri». Scipione turbandosi improvvisamente chiede alla vergine la ragione dei tormenti che vede e chi siano quelle anime tormentate. Ed essa gli risponde: «costei è Tullia, che investì con il suo carro il corpo del padre e lo fermò tirando le redini sul volto palpitante, né per quanto sia tormentata potrà mai espiare così grande delitto. Essa nuota nelle onde ardenti del Flegetonte, ed il fiume che sbocca furioso dai neri antri le flagella il volto non le lave ed i sassi ardenti che trascina. Quell'altra cui l'aquila rode col rostro le viscere e piomba ora al suo pasto battendo l'ala sonora è la vergine Tarpeia che vendette - orrida colpa - la patria per oro e schiuse ai soldati sabini le porte del Campidoglio. E delitto non meno grave è punito lì vicino; non vedi Ortro, l'antico e fiero custode dell'armento iberio? Egli digiuno ringhia e sbrana ora con i denti, ora con l'unghie, una donna. Ed è lieve la pena poiché ella, sacerdotessa di Vesta, violò perdendo la sua verginità il luogo sacro. Ma ti basti ormai, o guerriero, quello che hai veduto quaggiù : voglio farti vedere ancora pochi spiriti che bevono l'oblio di sè stessi prima di far ritorno nelle tenebre. Ecco Mario; non passeranno molti anni ch egli sorgerà alla dolce luce; di umili natali avrà più volte l'onore consolare. L'altro è Silla; anche egli non rimarrà a lungo nelle acque soporose, chè il destino lo chiama alla luce del giorno né alcun Dio può opporvisi. Egli usurperà per primo la signoria di Roma, ma con la colpa avrà la gloria di cederla spontaneamente. E nessuno fra quanti saliranno al potere lo imiterà. Quegli di bellissimo aspetto, dalla chioma arruffata sopra l'alta fronte è il grande Pompeo caro al popolo. L'altro che leva la fronte stellata, disceso dagli Dei, è Cesare troiano discendente di Julo. In quali orrende tempeste saranno travolti mare e terra da costoro non appena sorgeranno alla luce. E quali guerre per il mondo intero! E non sarà minore di quella del vinto la pena del vincitore». E Scipione piangendo: «Quanti affanni prepara il destino al Lazio! Ma se è tolta, dopo l'ultimo giorno, ogni speranza di perdono, ma se anche dopo la morte vi sono colpe e giusti tormenti, in quale gorgo di Flegetonte arderà Annibale per la sua perfidia? Dove sono gli avvoltoi che gli strapperanno in eterno brano per brano il corpo rinascente?". Ed a lui rispose la Sibilla: «Non temere che la sua vita sarà grave d'affanni, né le sue stanche ossa riposeranno nella terra della patria. Verrà un giorno che, sconfitto in grande battaglia, stremato, vergognoso per la sconfitta e per aver chiesto la vita, cercherà di indurre nascostamente alla guerra i Macedoni. Frodatore punito, dovrà lasciare la sua fedele consorte e scacciato da Cartagine andrà profugo per i mari finché troverà asilo fra le giogaie del cilicico Tauro. Quanto è più facile all'uomo sopportare la fame, la servitù, il caldo ed il freddo, fughe e tempeste, che morire a tempo! Dopo le guerre d'Italia Annibale sarà servo di un principe assiro e sperando di turbare ancora una volta l'Italia correrà i mari. Spinto infine alle prusiache spiaggie, umile e vecchio, sopporterà una seconda servitù e la grazia di essere ricoverato da un re. Ma perseguitato senza posa dagli italiani che chiederanno che sia loro consegnato il nemico, ingoierà di nascosto il veleno e libererà alfine il mondo dal lungo terrore». Così disse la profetessa e disparve nel profondo Erebo. E Scipione tornò lietamente al porto ed ai suoi compagni.

XIV  Numi dell'Elicona, rivolgete ora il vostro canto al mare ortigio ed alle città della Sicilia. E' il vostro compito aggirarvi per le daunie contrade degli Eneadi, o per i siculi porti, o per i campi greci o i macedoni tetti, o bagnarvi nel mare della Sardegna e visitare le capanne degli antichi Tirii, le ultime plaghe del mondo dove muove il giorno. Questo richiede la guerra che si combatte in così diversi luoghi e noi corriamo dove risuonano le trombe e si agitano le armi. Un giorno la Sicilia era unita all'Italia, quando percossa dal ceruleo tridente accolse le acque del mare scagliate dalla furia di Noto. Una forza nascosta agitandosi abbattè le scosse viscere della terra e dalle profonde voragini il mare irruppe per la campagna ed inabissò le città ed i popoli. Da allora Nereo è a guardia incessantemente dell'avvenuto divorzio e le due terre tempestate dal mare non si possono mai congiungere. Ma il tratto di mare che le separa è tale che, come è noto, si sente da una riva all'altra l'abbaiare dei cani ed il canto degli uccelli mattutini. Il suolo è così fertile da ricompensare ad usura il contadino. I colli sono ombreggiati d'ulivi e di vigneti dal vario nome, e vi si allevano cavalli velocissimi che non si turbano per il frastuono della guerra. Quivi il miele ibleo gareggia con quello cecropio, e vi si trovano fonti sulfuree meravigliosamente salubri. Altissima è la gloria di poeti degni di Apollo e dai boschi sacri echeggia inclito in Elicona il siculo canto. Il popolo è fecondo ma pronto alla guerra per cui adorna spesso i suoi porti dei trofei conquistati. Dopo il regno del crudele Antifate e la dominazione dei Ciclopi, i siciliani furono i primi a coltivare con l'aratro la terra vergine. Venivano da Pirene e diedero il nome del loro fiume all'isola deserta, quindi questo fu mutato dai Liguri che ben presto presero dimora sulle vinte spiagge, guidati da Siculo. Né il soggiorno dei Cretesi fu disonorevole al luogo quando Minosse muoveva dalle cento città ad infausta guerra per vendicarsi di Dedalo. Un iniquo inganno delle figlie di Cocalo lo travolse giù nell'inferno a giudicare i morti, ed i suoi guerrieri stanchi di combattere presero dimora sulle rive della Sicilia. Di poi vi portarono le genti troiane i teucri Elimo ed Aceste e per lunghi anni dal loro nome furono chiamate le città che fondarono. E non meno illustre è l'origine di Zancle (nota1) che si gloriò della falce gettatavi da Nettuno. Ma il più bel vanto della terra ennea è la nobile città fondata dai Greci, venuti dall'istmo di Corinto, e splende sovra tutti gli altri popoli Efiri. Quivi Aretusa accoglie nelle sue acque ricche di pesci il suo Alfeo che porta con la corrente i resti delle corone sacre, ma l'ingiusto fuoco ama le grotte della Trinacria. Lipari corrosa sotterra da ampie fucine, erutta dal vertice sgretolato nuvole sulfuree. Ed il fremito degli incendi racchiusi che scrollano le rupi è sprigionato dall'Etna che giorno e notte incessantemente infuria nei suoi oscuri abissi urlando come un mare in tempesta. Un torrente di fiamme prorompe come dall'atro fiume di Flegetonte ed una tempesta di pece getta fuori dalle caverne corrose sassi quasi incandescenti. Ma sebbene nell'interno del monte turbini senza posa tanto fuoco e le fiamme escano continuamente dal cratere, mirabile a dirsi, sulle alte cime vicino al fuoco è la neve; né mai il freddo invernale è placato dallo rupi ardenti, ma la neve bianca si ricopre di cenere e favilla. Che dirò dei regni Eolii, e delle carceri dei venti, e delle tempeste? Il mare Ionio batte suonando i regni di Pachino rivolti verso le terre di Pelope che maestoso s'innalza contro la Libia e gli impeti di Coro, e Lilibeo vede la costellazione dello Scorpione. Dal terzo lato guarda l'Italia e si sporge nel mare con numerose colline; ivi Peloro si innalza con la sua arenosa mole. Fu per molto tempo signore di queste terre il mite Gerone che seppe governare con dolce impero gli animi che senza timore confidavano in lui. Sempre fedele ai patti giurati fu per lunghi anni alleato degli Italiani. Ma quando il destino troncò la fragile vecchiaia dell'eroe gli successe un nipote giovinetto che condusse alla rovina per la sua sfrenatezza la reggia così tranquilla. Il nuovo re che non aveva ancora sedici anni, abbagliato dallo splendore del trono ed inetto al peso del regno si lasciò guidare dagli avvenimenti. Ed in breve difese colle armi i suoi delitti ed in poco tempo fece lecito l'illecito disprezzando vilmente il pudore. Lo stimolava nel precipitoso furore la discendenza, da parte di madre, da Pirro ed andava superbo della sua razza Eacida e di Achille eternato nei campi. Arse subito di schierarsi dalla parte dei Fenici. Non indugiò e strinse alleanza con il patto che i libii vittoriosi si ritirino dalle spiaggie della Sicilia. Ma fu punito dalle furie vendicatrici che gli negarono anche la tomba nel suolo che egli voleva libero anche dagli alleati. Poiché il popolo insofferente del suo orgoglio, del fasto sanguinoso e delle sue turpi crudeltà, mosso dall'ira e dal timore ordì una congiura e l'uccise. Né la strage, ebbe limite; furono scannate le donne e le innocenti sorelle vergini furono condotte fuori del tempio e trafitte. Il popolo armato infuriò e divenuto libero rigettò il giogo. Parte vuole allearsi ai Sidonii, parte all'Italia ed altri nel loro delirio abborriscono ogni alleanza. Tale dopo l'eccidio del re era la sommossa in Sicilia quando, insigne per la porpora e per i fasci assunti per la terza volta, Marcello approdò alle spiagge di Zancle con la flotta. Quivi non appena seppe della morte del tiranno e dei diversi sentimenti dei cittadini, quali terre e quali forze avesse Cartagine e quale parte del popolo si conservasse fedele ai Latini e come infine Aretusa (nota2) fosse decisa a non aprirgli le sue porte, si precipitò alla guerra e sparse intorno per la spiaggie le schiere devastatrici. Così Borea scendendo precipitoso dalle cime del Rodope rovescia sulle campagne valanghe d'acqua e rumoreggiando con le stridule ali incalza incessantemente il mare gonfio. Furono devastate per prime le campagne Leontine su cui regnò anticamente il feroce Lestrigone. Si accaniva il comandante, per cui l'indugiarsi a vincere i Greci sembrava come essere vinto. Corre per le campagne come se avesse dinanzi una torma di donne e nella sua corsa feconda di sangue nemico le terre di Cerere. Si accumulano i morti e l'impeto guerresco toglie ogni speranza di salvezza, poiché chiunque cerca scampo nella fuga incontra il ferro mortale di Marcello che grida ed urta con lo scudo i più lenti: «Avanti, mietete colla spada questo gregge imbelle. Ben poca gloria è il vincere costoro che lottano per giuoco tra le ombre delle palestre e s'ungono il corpo di olii. Unica gloria sarà per noi se non appena compariranno giaceranno vinti». Così disse e tutto l'esercito si slanciò. E' una sola gara fra Latini e Latini per chi prevale in valore e conquista spoglie più ricche. Ugualmente si frange tra i sassi di Cafareo l'onda euboica dell'Euripo e con uguale ira getta dall'angusta foce la Propontide le sue onde risuonanti, e là dove muore il giorno, con uguale sciacquio il mare si frange alle colonne d'Ercole. Purtuttavia fra tanta strage rifulse un atto di pietà. Un guerriero di nome Asilo, fatto prigioniero sulle insanguinate rive del Trasimeno, venuto in potere di Beria, signore generoso, mite e affabile, fu in breve rimandato alle sue terre dove riprese alacremente le armi per vendicarsi, nella guerra sicula, delle antiche sofferenze. Combattendo nel più folto della mischia incontra Beria, che mandato dai Fenici al re per stringere i patti combatteva tra gli alleati. Aveva il volto nascosto dalla visiera quando il giovine lo assalì e lo fece stramazzare a terra mentre sgomento barcollava. Come il misero ode la voce del vincitore, quasi soffermandosi al limitare di Stige, scioglie tremante il soggolo dell'elmo e mormora una preghiera. Ma d'improvviso l'etrusco attonito riconoscendolo ritrae la spada e piangendo gli dice: «Non pregarmi, supplichevole e timoroso perché ti lasci la vita. Giustizia vuole che io salvi il nemico. Soldato ottimo è quegli che sopra tutti i suoi pensieri conserva inviolabile fede. Tu mi hai salvato per primo dalla morte e non ancora eri stato salvato dal tuo nemico. Sarei indegno di me stesso, e sarebbe giusto che ritornassi a soffrire quello che soffrii e ancora peggio, se ricusassi di aprirti uno scampo fra le fiamme e le spade». Così dicendo lo solleva e gli ripaga la vita con la vita. Marcello contento della prima battaglia combattuta sulle spiaggie sicule rivolge tranquillamente le insegne vincitrici e muove con le schiere verso le mura di Siracusa per circondarla d'assedio. Frenando il desiderio della battaglia cerca di sedare i ciechi impeti dei soldati e di placare la loro ira. Però per non venir meno ai suoi propositi e poiché non prendano la sua mitezza per timore non toglie l'assedio e sorveglia sempre più cauto ogni cosa ed imperterrito in armi prepara con cura inattese offensive, come il candido cigno quando,nuota negli stagni del Po o lungo le rive del Caistro sembra immobile nella corrente eppure fende con il remeggio dei piedi le onde silenziose. Mentre gli assediati sono incerti muovono al campo dalle varie città gli eserciti alleati, e Messina signora del siculo stretto appena separata dal resto d'Italia, vantandosi dell'illustre origine osca manda i suoi guerrieri e poi Catania troppo vicina all'ardente Tifeo, celebre un giorno per aver generato i fratelli Pii, e Camarina (nota3) le cui paludi per volere del destino non si asciugano mai. Quindi Ibla che gareggia audacemente con il miele di Imetto e la palmifera Selinunte e Mile (nota4) che fu un giorno porto ospitale ed è ora infido asilo ai naufraghi. Erice 5 con l'alta Centuripa 6 ed Entella 7, diletta all'ettoreo Aceste, ricca di verdeggianti pampini. E non mancarono quei di Tapso 8 e di Acra 9, le coorti di Agirina 10 e di Tindari 11 famosa.per i fratelli Laconii. Agrigento mandò al campo torme di cavalli di cui è nutrice ed ai cui nitriti fremeva intorno l'aria e si oscurava di polvere. Loro condottiero era Grosfo che aveva scolpito sullo scudo un truce toro, infausta memoria di un antico supplizio. Infatti, accesi i fuochi sotto le vittime rinchiuse, il gran toro di bronzo tramutava i lamenti in muggiti così che sembrava di udire le voci dell'armento quando esce di corsa dalle stalle. Ma l'artefice dell'opera infame ebbe la pena meritata, poiché morendovi dentro fece per primo sentire i muggiti del suo toro. Vennero dal fiume da cui trae il nome Gela 12, da Alesa 13 ed i Palici che condannano gli spergiuri ad immediato supplizio, e quei di Acesta 14 fondata dai Teucri e vennero le genti dell'Aci 15 che scende dall'Etna al mare e bagna di soavi onde la diletta Nereide. Il giovane Aci tuo rivale in amore, o Polifemo, fuggendo un giorno l'ira selvaggia del tuo cuore ardente disparve tramutato in acqua, e Galatea vincitrice si unì alle sue onde. E giunsero coloro che bevono le acque sonore dell'Alabi, dell'Ipsa e dell'Acate 16 splendente; gli agitatori delle tue fonti, o vaga Crisa, dei ruscelli dell'Ippari 17, dei gorghi del Pantagia 18 facile a guadarsi e quelli del biondo e veloce Simeto. Terme 19 cara un giorno alle Muse armò le sue genti, dove l'Imera versa le sue acque nel mare Eolio. Poiché il fiume si divide in due bracci contrari e scorre velocemente sia ad oriente che ad occidente. Ambedue le fonti sgorgano divise dal Nebrode 20 che è il monte più ombroso della Sicilia. Enna 21 mandò dai sacri boschi i suoi figli. Quivi, dove immensa s'apre l'oscura spelonca per cui si discende al tenebroso regno delle onde, approdò Imeneo, meravigliato delle nuove plaghe. Si aprirono gli abissi dinanzi allo Stigio che acceso da Cupido osò apparire alla luce del giorno e dalle triste rive dell'Acheronte corse sul carro per le terre proibite. Rapita la vergine ennea sospinse rapidamente i cavalli impauriti e stupiti del cielo allo Stige e nascose tra le ombre la preda. Fedeli ai patti si unirono al condottiero latino i giovani di Gallipoli e di Petrea 22, quelli di Ergezio 23, di Adrano 24 e dei sassosi campi di Enguio 25, di Melite 26 superba per le stoffe, e di Calatte 27 dalle spiaggie pescose, ed ancora quelli di Cefaledia 28 spaventata dei nostri marini che le tempeste gettano sulle sue rive e quei di Taormina dalle cui cime si scorge Cariddi inghiottire nei vortici le navi e rigettandole dal fondo lanciarle al cielo. Questi i guerrieri raccolti intorno alle insegne latine. Le altre genti della Sicilia si uniscono ai Libii. Agatirna 29 diede mille uomini e mille Trogilo 30 tempestato di venti, e Facelina 31 dove è il tempio di Diana Toante. Tremila Palermo sempre ricca e di fiere nei boschi e di pesci nel mare e di uccelli nell'aria. E non rimasero inerti e si sottrassero al pericolo né Erbesso né Nauloca, né Morganzia 32 dai campi ombrosi si astenne dall'infida guerra. Amastra, Mene e Tisse, 33 di poca importanza, i giovani di Acheti e di Mutice e Neto 34. Trapani ed Eloro 35 dalle onde risuonanti, la fiera Arbela, l'alta Jeta, e Trocala 36 che sarà tra poco distrutta nella guerra servile, Taba 37 esperta nella guerra e la piccola Cossira e Mute 38, cittadina non più grande di Megara, e Gaulo 39, mirabile quando si odono nel suo mare i canti degli alcioni e si scorgono sulle acque immote ondeggiare soavemente i nidi, si diedero ai Fenici e li aiutarono. La celebre Siracusa aveva anch'essa munito le sue grandi mura di genti e di ogni sorta di armi. I capitani eccitavano con vani discorsi la plebe facile a corrompersi e per natura avida di tumulti: "Mai tra queste mura e tra queste quattro rocche entrarono i nemici. La nostra cittá inaccessibile per il suo porto oscurò gli splendidi trofei di Salamina e le vittorie dei Persiani. I nostri avi videro affondare trecento navi quando Atene per la strage del re faretrato s'inabissò senza vendetta». Due fratelli nati a Cartagine, figli di una fenicia e di un siracusano che cacciato dalla patria per i suoi delitti li aveva allevati in Libia e per cui avevano nel sangue l'infedeltà dei Tirii e la vanità siciliana, accendevano l'animo della plebe. Quando Marcello vide che era impossibile calmare i ribelli e che essi per primi chiedevano guerra ad oltranza, chiamò a testimonianza gli Dei delle genti sicule, i laghi, i fiumi e le tue fonti, o Aretusa, che egli, avverso alle stragi, era costretto dai nemici ad impugnare la spada e quindi assalì le mura della città con una fitta pioggia di frecce e l'assordò con lo strepito delle armi. Subito tutti presi dalla stessa ira irrompono e gareggiano in armi. Si leva nel cielo una torre altissima la cui costruzione rese deserto un bosco e fu opera di un greco che sovrappose per dieci piani ponti e tavolati. Ecco che si rovescia una tempesta incessante di fiaccole, di macigni e di pece bollente. Ma Cimbro scagliò contro di lei una fiaccola che si appese ad un angolo ed il fuoco eccitato dal vento penetrò nell'intimo della torre, si propagò per l'alta mole divorando di palco in palco le travi cigolanti e salendo trionfatore lambì sfolgorante il vertice che tremava con una colonna di fumo e di faville. Il fumo ed una nuvola di fuliggine impedisce ogni scampo e la torre come percossa da un fulmine rovina improvvisamente incenerendosi. Ma dall'altra parte le misere navi subiscono uguale sorte. Non appena si accostano alle mura bagnate dalle acque tranquille del porto, un improvviso agguato le atterrisce. Una gran trave liscia e tonda come l'albero di una nave, con la punta armata di ramponi di ferro, calava dall'alto delle mura, ed uncinati i soldati li traeva, alzandosi in aria, nel mezzo della città; né solamente soldati, che spesso lo strumento di guerra piombando impetuoso con più colpi si aggrappava ad una trireme e stringendola tenacemente la levava in alto. Allora lasciate improvvisamente le catene la nave precipitava (orribile vista!) nel profondo delle acque e scompariva nell’onda con i soldati. Ed oltre a queste insidie delle strette feritoie erano state aperte nelle mura per cui i guerrieri potevano lanciare sicuramente le frecce contro il nemico. E questa era la frode, che le frecce dei romani data la strettezza dell'apertura non potevano entrare. Così l'ingegno e l'arte di un greco erano più possenti delle armi e riuscivano a deludere in terra e in mare i minacciosi assalti di Marcello ed a prolungare inutilmente la guerra innanzi alle mura. Fu quell'uomo 40 gloria immortale per i coloni di Corinto, dall'ingegno superiore a quello di tutti gli altri mortali. Povero, ma ai suoi sguardi si aprivano il cielo e la terra, ed egli sapeva perché il sole nascente pallido è messaggero di pioggia e se la terra è immobile o mobile nell'aria, come Teti scorre con le sue acque tutto intorno per una legge stabilita, e conobbe la ragione dei movimenti del mare , le varie fasi della luna, e per quale causa il padre Oceano abbia il flusso ed il riflusso. E non è pazzia il credere che egli contasse le sabbie del mondo, egli che trasse per difficili salite e navi e carichi di pietre con l'aiuto di donne. Mentre egli (Archimede) tiene a bada con le sue arti i Latini, ecco che si avanza forte di cento vele la flotta fenicia in aiuto di Siracusa. Aumentano le speranze degli assediati che escono baldanzosi incontro alle navi degli alleati. Marcello dall'altra parte, imperterrito, fa dar nei remi. Le lunghe pale fendono le acque ed il mare è tutto spumeggiante per i continui colpi e splendono biancheggiando da lontano le scie. Da ogni parte si arranca con uguale forza ed il regno di Nettuno trema all'infuriare della nuova tempesta ed il fragore delle voci confuse risuona di scoglio in scoglio. E già la flotta latina sparsasi da ogni parte sul mare si piega in doppia ala in ordine di battaglia cingendo il campo delle acque. L'altra flotta le si ripiega subito di fronte ed occupa il mare come una mezzaluna. Squillano le trombe ed il clangore va lontano per i deserti marini e fa balzare atterrito Tritone che teme sia vinto il suono dellla sua conchiglia. Si ricordano a stento del mare con tanta forza combattono sui ponti ed altri sulle murate delle navi scagliano dardi mentre tra una nave e l'altra il mare si copre di frecce e ad ogni colpo dei rematori anelanti le prore avanzano scattando e lasciano dietro nel mare che spumeggia una nera scia. L'una nave con un grande urto di fianco spezza i remi dell'altra ed il rostro dell'una entra nel legno dell'altra ed assalita ed assalitrice rimangono attaccate. Tra le due flotte si vede enorme una nave, la più grande che fosse uscita dai cantieri libici. Batteva il mare con quattrocento remi e quando le sue vele, tutte spiegate, accoglievano anche il minimo soffio di vento la si vedeva procedere lenta e maestosa come se andasse per sola forza di braccia. Le navi latine agili, snelle e docili alla mano che le guida le corrono incontro. Come le vede venire innanzi dirigendo le prore all'assalto Imilco invocati gli Dèi del mare tende l'arco, prende in un attimo la mira e scocca la freccia seguendone il volo con lo sguardo. La mano del pilota seduto a poppa à inchiodata alla barra, così che non potendo muoversi abbandona il governo. La ciurma che crede perduto il naviglio corre in soccorso ed ecco che un'altra freccia vibrata dallo stesso arco uccide Tauro mentre sostituiva il ferito. Una nave cumana guidata da Corbulo montata dai più forti giovani di Stabia si avanzava, sull'alta poppa la vicina Dione, auspice Nume. Ma raggiunto da presso il nemico, tempestata da un turbine di frecce ed entrando il mare per le falle aperte si inabissa nei gorghi. Le onde spumeggianti impediscono ai naufraghi di gridare e li travolgono mentre lottano invano e tendono le misere mani fuori dalle acque. Corbulo allora spinto dall'ira si slancia con un salto audacissimo sulla torre di rovere che si inalzava sulle triremi unite dai raffi. E corre di ponte in ponte agitando una fiaccola fatta di più rami unti di pece e con l'aiuto del vento la getta contro lo specchio della nave libica. Il fuoco divoratore si appicca da tutte le parti, discende nei boccaporti mentre i rematori atterriti fuggono dai loro banchi, ma coloro che sono nel più profondo della stiva ignorano ancora così grave pericolo. Rapidamente discende e ben presto si sentono le fiamme vincitrici crepitare nella stiva. Frattanto nella parte dove la fiaccola dardania non aveva compiuto la sua opera Imilco lanciava violentemente pietre e tratteneva il destino della nave. Ed ecco che mentre Cnido agita nell'aria una fiaccola un sasso scagliato da Licheo lo travolge dal banco sozzo di sangue in mare. La fiaccola appesta l'aria intorno e si spegne friggendo nell'acqua. Ed ecco che dall'alta poppa dove sedeva, nume tutelare, il cornuto Ammone, guardando il mare dall'alto il fiero Sabrata scaglia un giavellotto gridando: "Aiuta, o padre e profeta dei Garamanti, e fa che le nostre frecce colpiscano bene gli Italiani". L'asta sibila per l'aria e trapassa il volto a Telone, abitatore dei mari. E non meno feroci combattevano prossimi alla morte coloro che fuggendo le fiamme si erano raccolti a poppa. Ma ben presto, indomito il fuoco corre da ogni parte e la nave è tutta una vampa. Dove il fuoco è meno ardente Imilco tutto bruciacchiato si cala con l'aiuto di una fune nel mare ed i remi dei compagni lo salvano. E la nave perde il suo timoniere, il prode Batone degno di pietà. Egli lottava con i mari tempestosi e l'esperienza gli aveva insegnato a scansare le burrasche, così che dal giorno innanzi conosceva le vicende dei venti e le stelle velate non potevano ingannare il suo vigile sguardo. Quando vede che non c'è più speranza di salvezza esclama: "O Ammone, spettatore tranquillo di tanta strage abbi anche il mio sangue". Così dicendo si pianta la spada nel petto e raccolto il sangue nel cavo della mano lo sparge abbondantemente fra le sacre corna del simulacro. Fra gli altri vi era Dafni dal nome antichissimo che aveva mutato la capanna ed i boschi per le onde infide. Ma quale nome più famoso del suo ebbe tra i boschi e tra i pastori il suo primo antenato! Dafni amato dalle sicule muse cui lo stesso Apollo donò la castalia zampogna, quando disteso sulle molli erbe suonando comandava che tacessero i rivi e le greggi corressero liete dai prati e dai campi intorno. E quando Dafni allietava i boschi con i dolci suoni delle sette canne le sirene non osarono cantare le note canzoni e Scilla cessò di latrare e la furente Cariddi stette muta e sugli scogli il Ciclope ascoltò rasserenato all'ascoltar delle note. Il fuoco distrugge la progenie di Dafni e il dolce nome. Ecco che il bellicoso Ornito nuota sopra un banco fumante e nuotando prolunga l'agonia. Così Aiace colpito da Minerva domò con le braccia ardenti i flutti che sorgevano. Passa una nave ed il marmaride Scirone che sorgeva dalle onde è tagliato in due dallo sperone poderoso ed il rostro ne trascina per i flutti il cadavere parte a galla parte sott'acqua. Ambedue le flotte si scontrano violentemente ed il battito dei remi sprizza in volto ai combattenti le spume sanguinose. Rapida come il vento s'avanza la nave del condottiero latino sospinta dai sei ordini di rematori. Lileo si aggrappa ad un tratto per arrembarla, ma la scure spietata gli mozza con un sol colpo i polsi ed il legno avanza colle due mani aggrappate alla murata. L'eolide Podeto comandava una nave sicialiana e non ancora uscito di fanciullezza né maturo per la gloria delle armi era venuto a battaglia quasi lo spingesse l'ira di un Dio o il cuore ardente di lotte e di trionfi. Con il bianco braccio cinto di uno scudo variopinto turbava baldanzoso il mare con l'alta "Chimera", ed andava innanzi ai navigli rutuli e garamanti primo fra tutti per rematori e per arcieri. Aveva già affondato la turrita Nesso ed ora chiedeva agli Dèi (quale triste stimolo è per il fanciullo inesperto il desiderio di grandi imprese!) l'elmo superbo e le spoglie di Marcello, ma di rimando una freccia mortale lo colpì. Come era bello quando lanciava alto il disco splendente o mandava le frecce oltre le nubi; e correndo segnava appena con il piede la polvere ed oltrepassava con un salto impetuoso il lungo tratto segnato nell'agone! Fanciullo, dovevi esser pago dei tuoi nobili giuochi, e perché desiderare gloria maggiore? La lancia mortale lo sommerse nelle onde e privò delle sue travolte ossa la tomba fraterna in Siracusa, e lo piansero i flutti, le rocche del Ciclope, le ninfe dell'Anapo, del Ciane, e d'Aretusa. La "Perseo" e l'"Io" cozzarono l'una contro l'altra, questa comandata dal libico Crantone, quella da Tiberino. Si afferrarono con raffi e con catene, si strinsero e si combattè non con lance e con frecce da lontano, ma con la spada corpo a corpo come a terra.  I Latini irruppero sulla nave nemica là dove con il ferro si apriva il primo varco, ed allora il libico comandò ai suoi di infrangere le pesanti catene per disciogliere la nave e trarre con sè al largo il manipolo italico. Tra la ciurma vi era Polifemo nato nelle spelonche etnee che si compiaceva del nome dell'antico mostro. Allattato da una lupa, era di corpo gigantesco e spaventoso e gli si leggeva negli occhi l'indole feroce e la ciclopica sete di sangue. Con la forza delle sue braccia enormi aveva già spezzato i ramponi di ferro e, liberata la nave, impugnato il remo stava per prendere il largo, se Laronio non l'avesse improvvisamente inchiodato con la lancia sul banco proprio mentre premeva gli scalmi. Sebbene moribondo cede a stento e le braccia compiono la remata e portano a fior d'acqua la pala che ricade inerte. All'urto dei Latini i Fenici si raccolgono da una parte sola, ma la nave, sbilanciata dal carico improvviso, prese acqua e si travolse. Scudi e pennacchi, lance spuntate, simulacri di Dèi galleggiano sulle onde e chi è privo di armi, combatte con il resto di una trave e si arma nello stesso naufragio e chi spoglia il legno dei remi e nel suo cieco furore spezza i banchi per gettarli contro il nemico. Non si risparmia né il timone, né la prua, si fracassa tutto, chè ogni rottame è un'arma e si raccolgono sull'acqua i resti della nave. Intanto l'acqua entra nelle falle aperte e respinta negli ultimi momenti si ricongiunge gorgogliando al mare. Chi non ha altre armi si avvinghia stretto al nemico ed affonda con lui, e chi ritorna a galla sempre più furente in luogo del ferro combatte e nel gorgo sanguinoso travolge i cadaveri e quindi gemiti, grida, morti e fughe, il fracasso dei remi, il cozzo orrendo dei rostri cigolanti e il mare tutto che arde del fuoco della guerra. Imilco affranto per la sconfitta fugge su di una piccola nave verso le spiaggie libiche. Greci e Sidonii si arrendono infine ai vincitori e le navi catturate son condotte con le catene in lunga fila alla riva e le altre distrutte dal fuoco in mezzo al mare. Le fiamme risplendono e tremolando si specchiano nelle acque. Bruciano la "Ciane" ben nota al mare siculo e l'alata "Sireno", l'"Europa" che fu rapita una volta da Giove tramutato in bianco toro e stringendo uno dei corni del Dio corse il mare, e la "Nereide" dalle chiome sparse che con le umide redini guidava il curvo delfino per i campi ondosi. Ardono insieme il veliero "Pitone", il cornuto "Ammone" e la nave che portava alta sulla prora oltre i sei ordini di remi il simulacro della sidonia Didone. Sono tratte prigioniere alle rive natìe l'"Anapo", il "Pegaso" che levava al cielo le ampie ali della Gorgone, e la nave che aveva a prora l'immagine della Libia e poi la "Tritone", l'"Etna" dove arde sempre il rogo dello spirante Encelado, e la cadmea "Sidone". Senza alcun indugio l'esercito latino si lanciò contro le mura atterrite e le insegne sarebbero entrate vittoriose nei templi, se un tremendo contagio, causato dall'invidia degli Dèi e dai turbamenti del mare, una crudele morìa non avesse troncato improvvisamente ai miseri ogni gioia. Titano aveva infiammato l'aria con i suoi strali infuocati e l'ammorbava un puzzo pestifero come se uscisse da Cocito o dalla melma stagnante della Ciane. Si guastarono i lieti doni del ricco autunno bruciati dagli improvvisi calori, un pesante vapore avvolse caliginoso il cielo, e la terra squallida divenuta tutta arida e brulla negò ogni cibo ed ogni ristoro d'ombra ai corpi languenti. Primi sentirono il contagio i cani, poi gli uccelli che caddero al suolo tra le nere nuvole con le ali mancanti, stramazzarono nelle foreste le belve, ed il morbo maledetto diffondendosi sempre più spopolò gli alloggiamenti di guerrieri. Dapprima la lingua arde asciutta e un sudore freddo si diffonde dalle viscere per tutto il corpo, le fauci aride e gonfie si rifiutano di inghiottire qualsiasi alimento. Un'aspra tosse squassa i polmoni e dalle labbra arse esce l'alito infuocato, gli occhi stanchi non sopportano la luce e rivolgono lo sguardo alle adunche narici. Dalla bocca esce sangue e marciume e la pelle tesa ricopre le scarne ossa. Oh dolore! Il guerriero inclito in armi è rapito da così vile morte. E sono distrutti dalle fiamme i gradi onorati conquistati in tante battaglie. La medicina nulla giova al male ed i morti ammucchiati sui morti ardono e si leva un alto vallo di ceneri. I cadaveri insepolti giacciono da ogni parte poiché tutti temono di toccarli. E diffondendosi il male cresce sempre più e si propaga ugualmente grave entro le mura della città e semina stragi anche nel campo fenicio. E' comune lo sterminio ed uguale contro di tutti l'ira degli dèi e dovunque non appare altro che l'immagine della morte. Ma la crudele forza del male non doma i Latini il cui condottiero è salvo e sembra che la vita di lui compensi la morte di tanti. Marcello non appena l'ardente Sirio diminuì l’arsura e cessò alquanto il contagio della peste mortale, richiamò alle armi e passò in rassegna i prodi superstiti, come i pescatori quando, cessate le raffiche di Noto, il mare si calma, spingono le barche sulle placide onde. Si raccolgono prontamente intorno alle insegne e lo squillo delle trombe ridesta in loro la gioia della vita e muovono lietamente contro il nemico stimando bello, se lo vuole il destino, di morire combattendo. Compiangono i miseri compagni che morirono senza gloria come bestie sopra strame infetto e guardano i tumuli ed i roghi senza onore e pensano che è molto meglio giacere senza tomba che consumarsi lentamente per il male. Il condottiero alti i vessilli avanza per primo, verso le mura ed i guerrieri celano con la visiera il volto scarno perché il nemico non veda il pallore mortale e ciò gli dia speranza. E già aprono la braccia ed irrompono con le file serrate nelle mura ed al primo assalto conquistano le rocche e le case per tanto tempo inaccessibili. In tutto il mondo non splendeva il sole su alcuna città che potesse uguagliare allora Siracusa. Ricca di templi e di porti entro le mura, aveva vaste piazze, alti teatri sorretti da colonne, e dighe che lottavano col mare. I suoi palazzi superbi sorgevano in lunga fila e ciascuno occupava tanto spazio per quanto può esser grande un podere. E che dire degli immensi giardini cinti da alti porticati e sacri ai giuochi ginnici? Che dei rostri presi in guerra e splendenti sull'alto dei templi? E delle armi sacre agli Dèi prese dai campi di Maratona e dalle spiagge della vinta Africa che erano appese alle porte? Splendida di trofei appariva la reggia di Agatocle dove erano raccolti i tesori del mite Gerone, mirabile per le opere d'arte agli antichi. Mai la pittura raggiunse maggiore perfezione e vi erano bronzi da far invidia a quelli di Efira, e broccati tessuti di biondo oro raffiguranti immagini che potevano gareggiare con quelli famosi di Babilonia e con le porpore smaglianti di Tiro, con i tappeti di Attalo in cui l'ago descrive minutamente, e con gli arazzi di Menfi. E tazze d'argento fulgenti tempestate di gemme e statue di Dèi cui l'arte aveva dato l'aspetto del Nume, e perle del Mar Rosso e sete tessute da mani di donne. Tale città e tali ricchezze capitarono in mano di Marcello. Egli guardò dall'alto del bastione i cittadini paurosi che fuggivano al clamore delle trombe e ripensando che ad un suo cenno prima del giorno i palagi regali avrebbero potuto esser ridotti in cenere, si dolse dei diritti concessi al vincitore e inorridendo li riprovò. Frena prontamente le ire dei soldati e comanda che le case siano risparmiate e che gli antichi Dei rimangano nei loro templi e siano onorati. Così risparmiare i vinti fu per Marcello la preda migliore e la vittoria lieta di sé agitò plaudendo le ali pure di sangue. Ed anche tu avesti il compianto del condottiero, o difensore immortale della tua patria, cui tanta rovina colse impavido mentre meditavi le figure tracciate sulla sabbia 41. Ma il popolo si rallegrò e vinti e vincitori si rallegrarono insieme ed acclamarono emulo degli Dèi quegli che, conservandola, fonda di nuovo la città. Ella sopravvive nei secoli, trofeo illustre che ricorda al mondo il cuore magnanimo degli antichi condottieri. Fortunati i popoli se oggi nella pace le contrade italiche fossero immuni, come una volta in guerra, dai saccheggi. Che se quegli per cui il mondo ha pace non frenasse l’indomita rabbia del depredare, terre e mari sarebbero spogliati dall’avidità.

XV - Ma nuovi affanni tormentavano il Senato di Roma che non sapeva a chi affidare l'esercito trepidante dopo le sconfitte della Spagna. Ambedue gli Scipioni erano caduti da degni discendenti di Marte e si temeva che il popolo spagnolo atterrito per le vittorie si arrendesse ai Fenici. Quindi i Senatori studiano affannosamente quel che è necessario per la salvezza dello Stato e pregano mesti gli Dèi che indichino il nuovo gagliardo comandaute delle coorti affrante. Il giovine Scipione ardeva di vendicare la morte del padre e dello zio, ma i suoi parenti spaventati per le sventure passate cercavano di distorglieto dall'impresa, ed andavano gridando: « Gli Ispani sono un popolo funesto.... Egli è troppo giovine e dovrà combattere tra le tombe dei suoi contro un nemico che rese già vano il valore di due gran capitani ed anela sempre a gloria maggiore; e non si addice a lui così giovane il supremo comando dell'esercito». Il giovine stava all'ombra d'un lauro nell'atrio della sua casa e rivolgeva tra sè i suoi pensieri, quando improvvisamente ecco discendere dal cielo due donne dall'apparenza sovrumana: a destra la Virtù ed a sinistra la Voluttà sua nemica. Questa le chiome odorose e le vesti splendenti di porpora listate da biondo oro e gli occhi splendenti di lascive fiamme. L'altra del tutto differente, con la fronte ombreggiata dalle chiome incolte, lo sguardo sicuro ed il passo maschile, serena nel suo pudore avanza ravvolta in una veste candida e lucente. Per prima la Voluttà fidando nelle sue lusinghe dice: «Che furore è il tuo, giovine esaltato, di consumare in guerra il fiore degli anni? Dimentichi forse Canne e il Trasimeno e il Po ben più funesti dello Stige per l'Italia? Vorrai combattere in armi il destino? E ti prepari ad assalire anche gli eccelsi regni di Atlante e le rocche sidonie? Segui il mio consiglio, non metterti in pericolo e non porre la vita in balia delle armi tempestose. La Fiera Virtù, se tu la seguirai, ti trarrà tra spade cozzanti e fiamme essa che, prodiga del tuo sangue, ti tolse e padre e zio, essa che sospinse allo Stige Paolo ed i Deci ingannandoli con la speranza di un epitaffio e di onori resi alle loro ombre quando non avrebbero inteso più nulla. Vieni con me, o fanciullo, e trascorrerai gli anni della tua vita lietamente. I tuoi sonni non saranno trepidanti per lo squillare delle trombe, non sentirai il gelo dell'Orsa o il caldo furente del Cancro e le tue mense non saranno mai poste su prati insanguinati. Non sarai arso dalla sete e non affaticato dalla polvere raccoltasi tra il sudore sotto l'elmo e saranno lontani da te insieme con i pericoli gli affanni. Ma i tuoi giorni lieti e serene le ore e la vita gioconda ti farà sperare lunga vecchiaia. Pensa quale fonte di piaceri diedero gli Dèi agli uomini e quanto furono larghi di godimenti. E come essi stessi siano esempio di una vita dolce e tranquilla e godano placidamente dei beati ozi. Io sono colei che ha unito in amore Venere e Anchise in riva al Simoenta per cui ebbe origine la vostra stirpe; sono io che ho tramutato il Padre degli Dèi ora in aquila ed ora in toro. Bada, o giovine, che il tempo passa e non si nasce due volte e l'ora fuggente si perde nel gran mare del nulla. A nessuno è concesso portar seco nel Tartaro il gradito piacere: e chi non si dolse, ma troppo tardi, in punto di morte, delle mie felici ore non godute?». Quand'ella tacque parlò la Virtù: «Con quali frodi cerchi di adescare questo giovine fiorente tra le ombre della vita, cui gli Dèi concessero il dono di un illustre origine, e di un'anima immortale? Di quanto gli Dèi son superiori all'uomo, di tanto l'uomo agli altri animali, e la natura lo creò come un piccolo Dio della terra, mentre sicura legge dannò le anime degeneri alle tenebre dell'Averno, ed a quelle che custodiscono l'impronta della nascita apre le porte del cielo. Debbo forse ricordare Ercole che tutto domò? O quegli che vinti i Seri e gli Indi tornando dall'Asia domata fu trascinato sul carro trionfale per le città dalle tigri del Caucaso? E i gemelli di Leda, sospiro dei naviganti nel mare in tempesta, o il vostro Quirino? E non vedi come gli Dèi diedero all'uomo la fronte alta e rivolta al cielo? Mentre le pecore stan curve a terra e tutti gli animali fanno osceno strame di sè stessi? Gli uomini nascono per la gloria e felice quegli che comprende l'alto fine e lo raggiunge. Pensa non ad esempi lontani ma alla tua Roma. A poco a poco da asilo di profughi timorosi di Fidena quanto salì in alto con le sue imprese! E pensa al contrario alle città fiorenti travolte dalla lussuria e dal fasto. E non ira del Dio, non arco e spada insieme nuocciono tanto quanto la sola voluttà entrando nelle anime. A lei si uniscono il lusso e l'ebbrezza, intorno, intorno a lei va agitando le sue nere ali l'infamia mentre mie compagne sono l'onore, il plauso dei forti, la gloria delle illustri imprese e la vittoria dalle bianche ali. Il mio trionfo mi leva cinta d'alloro alle stelle e casta è la mia casa è posta in cima ad un altissimo colle dove si giunge per un ripido sentiero sassoso. La salita, lo confesso, poiché non so mentire, è difficile in principio e per superarla devi armarti, o giovine, di pertinacia, di disprezzo dei falsi beni che il destino pazzo toglie e concede a suo talento. Ma giunto lassù ti vedrai sotto i piedi la razza umana che formicola. E colà attenditi tutto quello che è contrario a quanto ti promette la Voluttà con le sue lusinghe. Disteso su dura paglia passerai vegliando le notti all'aperto sempre in lotta con la fame e con il freddo e sempre seguace fedele della giustizia ti comporterai in ogni impresa come se avessi testimoni gli Dèì. Dove la patria ed il pericolo dei tuoi cittadini lo richiedano sarai primo in armi primo all'assalto delle mura nemiche sempre invincibile al ferro e all'oro. Io non ti dono vesti macchiate di porpora, non profumi olezzanti, vergognosi per un uomo ma la vittoria su quel feroce, per cui l'Italia arde di guerra sarà il mio dono. Tu deporrai glorioso in grembo a Giove l'alloro dei Fenici sterminati". Alle parole che la Virtù emise dal sacro petto il giovine fu vinto e sorrise infiammato per gli illustri esempi. Ma la Voluttà non contenne la sua ira: "Non rimango più oltre non voi. Verrà il mio tempo, verrà il giorno in cui di Roma prona alle mie leggi, io sarò sola signora". Così dicendo scuote il capo e si nasconde tra le nubi. Forte degli ammonimenti il giovane pensa grandi cose e si accende sempre più di amore per la Virtù. Sale sui rostri e domanda quello da cui ognuno rifugge: il comando della terribile guerra. Tutti lo guardano e chi vede nel suo sguardo il lampeggiare degli occhi del padre, chi la fierezza dello zio. Ma sebbene ogni cuore esulti, il pericolo sgomenta e diffonde tacito timore. La difficoltà della guerra li impaurisce e sebbene favorevoli tutti pensano ansiosi alla sua giovane età. Mentre il popolo dubbioso bisbiglia confusamente ecco che appare attraverso il cielo un serpente chiazzato d'oro corrusco. Il suo cammino è una striscia di fuoco e si dirige tuonando verso le spiaggie di Atlante. Giove due e tre volte corrusco aggiunge all'augurio il suo fulmine e tutto il mondo risuona per l'improvviso fragore. Si grida quindi alle armi e ciascuno inginocchiato adora il lieto augurio e grida a Scipione che segua la via additatagli dal cielo ed il segno del padre. Ecco subito i compagni ed ecco che gli esperti delle cose di guerra si affollano gareggiando intorno al condottiero desiderosi di partecipare ai pericoli e stimando glorioso seguire il giovine capitano. Salpa una nuova flotta e l'Italia in armi veleggia verso la Spagna, come il terribile Euro quando si leva contro i mari e copre con le alte onde l'istmo ed infrange i marosi spumeggianti contro le rupi sonore e méscola le onde dell'Egeo con quelle dello Ionio. Alto nelle armi splende Scipione e dalla poppa della sua nave esclama "O Dio armato dal tridente i cui regni ora solchiamo, se i miei voti sono giusti, affretta benignamente il nostro cammino e fa che non siano vane le nostre fatiche poiché porto per mare la guerra". E quindi spira favorevole un lieve venticello che spinge in alto mare le vele spiegate. Ormai le agili poppe, oltrepassato il litorale d'Italia sul Tirreno, costeggiando la Liguria, scorgono da lontano la gran mole delle Alpi che minaccia il cielo. Scorgono le mura della greca Marsiglia, circondata da popoli selvaggi, tremendi nelle armi e dai barbari riti. La gente focaica conserva sempre la fede avita, le leggi e le usanze della sua antica patria. Quindi il capitano latino fa vela per i golfi sinuosi e si offrono ai suoi sguardi i monti superbi e boscosi dei Pirenei che nascondono le cime tra le nubi. Poi Emporia di origine greca e Tarrago famosa per i doni di Bacco. In questo porto si ancorano le navi e si dimenticano i pericoli e le fatiche del mare. Le genti erano addormentate durante la notte come in un sonno di morte quando Scipione vide in sogno il padre e commosso dalla sua vista gli sembrò di udire queste parole: «Figlio, tu che salvasli una volta tuo padre, devi ora, per sua gloria nel regno dei morti, devastare la terra creatrice di guerra e domare con la strage i superbi condottieri libici che hanno ora diviso le loro schiere in tre campi diversi. Se si volesse assalirli insieme conducendo le genti alla battaglia chi potrebbe tener fronte a loro tre e all'impeto di tre battaglie nello stesso tempo? Evita così grande rischio ed attendi alacremente a migliore impresa. Non è lontana la città che fu anticamente fondata da Teucro: Cartagine, abitata dai Tirii. Ha lo stesso nome di quella libica e, come quella, è signora delle terre d'Iberia. Vantata su tutte le altre città per le sue immense ricchezze, per i suoi porti, per l'alta posizione e per i doni delle fertili campagne e l'arte con cui allestisce prontamente armi alla guerra. Mentre i condottieri sono lontani, tu figlio, assali questa città, non avrai per nessuna battaglia gloria maggiore e maggiore preda». Il padre gli diede questi avvisi e nello stesso tempo, scomparsa la visione, egli si destò. Si alzò ed invocò supplichevole gli Dèi dei boschi infernali e le care ombre dei suoi: «Siatemi guida nella guerra e conducetemi alla città indicata ed io sarò il vostro vendicatore, e splendente per la porpora sarrana, vinti gli Iberi, vi offrirò vittime gradite ed onorerò le vostre tombe con giuochi funebri ». Così disse e subito si avanzò a tutta corsa per i campi insieme ai soldati. Così dal traguardo di Pisa si slancia il cavallo che, lasciandosi dietro i cocchi che gareggiano con lui, corre mirabilmente innanzi ai compagni della sua quadriga, e non v'è occhio che può seguire il corso di quella fuga. Già la luce di Iperione sorgeva per la settima volta quando egli scoprì le lontane torri ed i soldati accorrendo videro sempre più da vicino levarsi la sommità delle rocche. Nell'ora stabilita dal capitano giunge per mare Lelio e chiude alle spalle con le navi la città. Cartagine privilegiata per la natura del luogo innalza altissime le sue mura circondata tutto intorno dal mare, e dalla parte dove sorge il sole un'isoletta chiude lo stretto ingresso del golfo, e dalla parte dove tramonta dietro i monti le acque stagnano in ampie lagune ora più basse ora più alte a seconda del flusso e riflusso. Ma da dove guarda la gelida Orsa la città scende fino al mare che con le sue profonde acque le fa eterna difesa. I soldati latini avanzano impetuosi su per le balze come se portassero vincitori le insegne in pianura. Ari comandava la città e nel pericolo fidando nell'altezza e sicurezza del monte raccolse i soldati sulla sommità della rocca. Il luogo era qui baluardo a sè stesso ed i difensori potevano agevolmente combattere la gioventù italica che ondeggiando per le erte balze periva orrendamente mutilata precipitando in basso. Ma quando al rifluire della marea le acque si ritrassero e fu possibile passare a guado là dove poc'anzi remavano alte navi il condottiero latino condusse improvvisamente e silenziosamente i soldati nella laguna e corse per la via delle acque verso le mura. Di corsa girano tutti dalla parte dove Ari fidando nel mare aveva lasciato incustodita la città. Allora il Fenicio si arrese vergognosamente inerte ai Latini. Il sole nascente aveva veduto porre l'assedio di Cartagine e la vide presa prima di tramontare. La nuova aurora diradava appena le ombre notturne allorchè s'immolarono grandi vittime sugli altari di Nettuno e di Giove. Si uguagliarono quindi i meriti alle ricompense ed i forti ebbero la mercede conquistata col sangue. Chi si fregia il petto di splendenti decorazioni, chi si cinge il collo guerresco di monili d'oro e chi splende per l'onore eccelso della corona murale. Ma fra tutti ha il più grande onore Lelio, grande per avi e per cuore che ottiene trenta bovi, il titolo glorioso di vincitore del mare e le armi indossate poco prima dal condottiero libico. A seconda del merito i prodi hanno lance, vessilli, o altre cose del bottino. E dopo che furono resi i dovuti onori agli Dèi e agli eroi, Scipione passò in rassegna le spoglie depredate e le divise. Ordinò che una parte dell'oro fosse mandato al Senato, un'altra lasciata per la guerra, conservò altri tesori per doni regali ed innanzi tutto per adornare i templi degli Dèi, il rimanente lo assegnò ai più valorosi. Quindi chiamò a sé il signore degli Iberi che ardeva d'amore per la sua fidanzata Costei era raro fiore di bellezza ed il vincitore la rese intatta al lieto amante. Quindi i Romani liberi da affanni preparano lungo la spiaggia le mense e riaccendono con giuochi festanti la gioia del convito. Allora Lelio esclamò: «Salve, o condottiero, illustre e casta anima. La gloria dei sommi eroi, eternata nei canti degli antichi poeti, cede dinanzi alla tua. Il re di Micene che corse il mare con le mille navi e quegli che unì le armi argive alle tessale, ambedue per amore di una donna violarono il patto consacrato. Non vi fu allora nel campo greco una sola tenda che non fosse abitata la donne prigioniere. Solo a te, più che ad altri la Febade di Troia, è sacra una vergine straniera ». Uguali cose dicevano fra loro i soldati sereni finché la notte con il suo manto di tenebre salì alta conciliando il sonno. Ma frattanto l'Etolia era sgomentata per l'improvviso apparire di minacciose navi dei Macedoni. Ai suoi nemici si erano uniti i vicini Acarnani ed il re Filippo che si unì ai Libii contro Roma fu l'improvvisa causa delle nuove sommosse. Filippo era d'illustre stirpe, orgoglioso per il regno avìto degli Eacidi e per Achille che egli vantava suo proavo. Assalì di notte Orico (nota2) e la vinse e portò violenta guerra per le contrade dell'Illiria dove i Taulanti vivono oscuramente senza mura. Quindi infestando il mare con le sue armi assalì ora le spiaggie dei Feaci (nota3), ora i campi Tesprozii (nota4) e provò inutilmente la sua tracotanza in Epiro. Avanzò quindi rapidamente le insegne per le coste dell'Anatolia e portò guerra nei territori dell'Ambracia e della Pellea. Corse per i guadi nuvolosi di Leucade e vide il tempio di Apollo ad Azio e Itaca, i regni di Laerte e Samo dalle scogliere risonanti e le coste sassose di Nerito. Desiderando visitare le sedi di Pelope e le mura dell'Acaia si volgeva verso i regni Eneidi malvisti da Diana ed a Calidone offrì ai Greci le sue armi contro Roma. Andò a Patra e ad Efira, alla regale Pleuro e sul Parnaso dalla doppia cima, caro ad Apollo. Tornò più volte in patria perché i suoi paesi erano infestati dal sarmatico Oreste o perché il nemico gli occupava i campi della selvaggia Dolopi; ma ciò non ostante deciso a continuare la sua folle impresa tenne viva una parvenza di guerra sulle spiaggie della Grecia finché, vinto in terra ed in mare, perduta ogni speranza di aiuto da parte dei Tirii, chiese supplichevole pace ai Latini, e si rifugiò per non sottostare allo straniero nel suo regno. Aumentò allora la fama e il potere dei Latini la presa di Taranto città tindarica. La traditrice cadde alfine in mano del vecchio Fabio e fu l'ultima prova delle armi del sommo temporeggiatore, e fu gloria del suo sagace ingegno l'occuparla senza colpo ferire. Quando seppe che il capo dei Fenici era innamorato di una donna il pacato eroe si compiacque di un'astuzia. Il fratello della donna amata stava fra i romani ed incitato da Fabio ottenne con grandi promesse dalla sorella che il Libio lasciasse aperta una porta. Ottenuto ciò Fabio di notte fece entrare l'esercito nelle mura incustodite. Ma chi avrebbe temuto che Febo avrebbe allora mosso gli avversi cavalli dalla città romulea, e chi, che Marcello sarebbe morto in armi? Così grande eroe dall'ardente anima mai timorosa dei pericoli, si spense. Quanta gioia ebbe Annibale per la sua fine! Egli solo, se il destino gli avesse concesso vita più lunga, avrebbe potuto togliere a Scipione il nome e la gloria di condurre a termine la guerra. Nei campi daunii dove si combatteva la guerra l'esercito italiano e quello libico erano separati da un colle. Compagno di Marcello, pari negli onori e nei rischi e nel comando dell'esercito, era Crispino, ed a lui così disse Marcello: «Desidero perlustrare le vicine foreste ed appostarmi là in alto sul monte prima che i Fenici osino occupare di nascosto i valichi. Se vuoi, o Crispino, accompagnami, compiremo meglio l'impresa se saremo in due». E così d'accordo sembra loro già tardi di slanciarsi sui cavalli che sbuffano. Marcello vedendo il figlio che esultante al rumore della guerra cingeva le armi, gli dice: «Tu hai nelle vene sangue di soldato ben più bollente del mio. Siano liete le tue prime imprese. Sii sempre come io ti vidi nella città sicula, quando, sebbene non fosse l'età di combattere, con negli occhi il mio stesso sguardo brandisti focoso le armi. Vieni gloria mia, ed impara da tuo padre come si combatte». Quindi abbracciando il giovinetto prega brevemente: «O sommo tra gli Dèi, fa che su queste spalle io porti a te le spoglie opime del condottiero libico». Ma Giove ad un tratto versò nell'aria serena alcune sanguigne gocce che bagnarono infauste le armi latine. Si erano appena slanciati nelle gole del monte mortale quando dalle boscaglie sbucò velocemente una torma di Nomadi e con una furia di tempesta scagliò nugoli di frecce. Marcello non appena si vede circondato in modo tale da non poter sperare più nulla nel suo braccio e negli Déi, non desidera altro che scendere gloriosamente alle ombre. Scaglia con forza la lancia e levandosi sugli arcioni infuria colla spada e sarebbe forse uscito salvo dalla bufera se un giavellotto non avesse colpito sotto i suoi occhi il figlio. Tremò allora il braccio del padre che fiaccato dall'improvviso dolore non ebbe più la forza di combattere. Una lancia trapassò il suo petto ed egli cadde bocconi battendo il suolo con il volto insanguinato. Non appena il condottiero Tirio vide Marcello cadere con il petto trapassato dallo strale, gridò: «Cessa ormai, o Cartagine, di temere le leggi latine. E' a terra il terribile eroe, l'alta colonna della repubblica. Ma il forte tanto simile a me abbia sepolcro onorato. E' ignota ai grandi la bassa invidia». Subito vengono spogliati i boschi di alti alberi e l'altare sepolcrale si leva alto nel cielo così che sembra il rogo del condottiero sidonio. Vi si gettano sopra vittime ed incensi, i fasci e, ultimo dono, lo scudo dell'eroe. Annibale stesso vi da fuoco esclamando: «E' imperitura la gloria di aver tolto al Lazio Marcello. Forse ora le itale genti deporranno alfine le armi. O miei guerrieri, siate superbi di onorare la grande anima e con suprema pietà donate ai nemici le ceneri del forte. Queste, o Roma, le avrai sempre da me». Anche Crispino ebbe ugual sorte e moribondo fu trasportato dal suo cavallo all'accampamento. Questo avveniva in Italia, ma nelle campagne dell'Iberia si combatteva guerra più fortunata. La vittoria improvvisa con cui fu presa la nuova Cartagine atterrì i popoli intorno. I comandanti depongono ogni speranza di resistere unendosi non appena vedono le prime meravigliose imprese del giovane, che fece sua, in meno di un giorno, armato dei fulmini paterni, una città fortificata in cima ad un monte che appena si vede dal basso e la coprì di morti, mentre il grande Annibale assediò Sagunto, di molto inferiore a Cartagine per fortificazioni e guerrieri, per un anno intero. Poco lontano da Scipione, difeso intorno da boschi e da trincee stava il campo di Asdrubale che voleva emulare le gesta del fratello. Con lui era la maggior parte dell'esercito libico: i ribelli Afri, i Cantabri, e gli Asturi più veloci dei Mauri. E tutta la Spagna onorava la maestà del condottiero come era spavento per le spiaggie di Laurento il nome di Annibale. Ricorreva appunto la solennità della fondazione della grande Cartagine, quando essa divenne da povere e poche capanne città. Asdrubale lieto di festeggiare l'origine della sua patria coronò le insegne di fiori ed onorò gli Dèi con sacrifizi. Aveva sulle spalle uno splendido mantello che gli era stato donato da Annibale, cui l'aveva mandato insieme con altri doni in segno di amicizia un principe siculo. Ornamento insigne dei re dell'Etolia, ricamato in oro, vi era nel mezzo un'aquila che rapiva a volo nell'aria un giovinetto e vicino, trapunto in porpora, l'immane antro dimora dei Ciclopi. Quivi Polifemo, sozzo di sangue, sdraiato divorava con le sue fauci apportatrici di morte membra umane e gli giacevano intorno rosse ossa spolpate. Con la mano tesa chiede ad Ulisse colme tazze e mescola nella sua bocca vino e bava sanguigna. Sfolgorante per il siculo mantello, pregava sugli altari erbosi quando tra la folla apparve un messaggero sul cavallo lanciato a tutta corsa, che avvertì dell'appressarsi del nemico. Le schiere trepidano sgomente, interrompono subito i sacrifizi e lasciando deserti gli altari si rinchiudono nelle trincee. Al primo albore del nuovo giorno escono a battaglia. Sabbura è colpito da una lancia scagliata da Scipione, ed al colpo ambedue gli eserciti sono scossi come da un presagio e Scipione esclama: "Ombre dilette, ecco che giace la prima vittima a voi consacrata. Orsù, correte da prodi alla battaglia ed alla strage come quando ambedue i vostri grandi capitani erano in vita". Egli così parla ed i soldati si slanciano. Micono è ucciso da Lena, Cirta da Latino, Tisdro da Maro, Nealce, il fratello incestuoso, da Catilina, e Cartalo, re dei deserti libici, da Nasidio. Le genti di Pirene videro atterrite anche te, o Lelio, gloria dell'italico nome, quando in mezzo alla schiera sidonia infuriavi meraviglioso. La natura diede a Lelio ogni suo dono, ed a lui sorrisero tutti gli Dèi. Quando apriva bocca nel Foro per parlare spandeva intorno così dolce fiume da uguagliare il miele del vecchio di Pilo. Se i Senatori incerti gli chiedevano un consiglio, egli rapiva il cuore di tutti come con un canto magico. Ed egli stesso quando lo squillo della tromba risuonava negli orecchi, correva così ardito alla battaglia come se fosse solamente un uomo d'armi. La gloria era per lui il fine di ogni impresa. Toglie a Gala la vita rubata poiché la madre lo sottrasse agli altari di Cartagine sostituendolo con un altro: ma è breve la gioia di chi inganna gli Dei. Quindi trafigge Murro, Alabi e Drace che implorava pietà gridando come una donna e mentre piange e grida Lelio gli recide il capo e ciò non ostante la gola mandò ancora un debole suono. Ma il Libio non combatte con uguale ardore. Fugge per forre boscose verso inaccessibili rupi, né la sconfitta e la strage dei suoi lo arrestano. Rivolge il suo pensiero alle Alpi ed all'Italia e questo lo conforta nella fuga. Comanda di nascosto ai suoi soldati che cessino dalla battaglia e fuggano come possono alla spicciolata per boschi e rupi e si raccolgano poi sulla cima di Pirene. Egli si spoglia per primo delle armi superbe e con indosso soltanto una corazza spagnola si inerpica per i gioghi e lascia le coorti sgominate ed in fuga Scipione allora occupa con le insegne vincitrici il campo abbandonato. Mai città invasa diede più ricca preda e questa, come il Libio aveva preveduto, frena il furore della strage. Così il castoro quando sta per essere raggiunto nel fiume si strappa dall'inguinaia le parti che gli sono causa di tanto pericolo, e mentre il cacciatore le raccoglie avidamente si allontana nuotando. Non appena i Libii fuggirono al sicuro nei boschi tra le giogaie, il condottiero latino si rivolse verso più grande e più certa vittoria. Appese ad una rupe dei Pirenei lo scudo con su la scritta: «Scipione vincitore consacra a Marte le spoglie di Asdrubale». Il Fenicio frattanto non temendo più nulla, arma di là dai monti le genti della Bebricia. Spende largamente per assoldare e profonde per la nuova guerra le rapine dell'altra. Eccitavano gli animi l'oro e l'argento sparsi abbondantemente per quelle ricche campagne. Quindi coloro che sono sulle rive del Rodano e nella pianura ove tacito e lento scorre l'Arari, anime venali, ripopolarono il campo. Trascorso il rigore dell'inverno Asdrubale passa in fretta per il paese dei Celti e vede con stupore le cime superate delle Alpi e mentre va cercando le vestigia delle impronte di Ercole trova quelle divine impresse dal fratello. E come giunse al vertice e ristette nel campo di Annibale esclamò: «O Roma, quali mura mai tu innalzi? Sono forse tanto alte che resistono ancor più di queste già superate da mio fratello? Tanta gloria risplenda sempre benigna ed un Dio nemico non c'invidi il tendere alle stesse». Disse e discese rapidamente con l'esercito per la via segnata nelle rocce. Il primo infuriare della guerra non atterrì così fortemente le genti che gridano: «Ora son due gli Annibali e gli eserciti nutriti di italo sangue si uniscono ed i condottieri trionfanti raddoppiano le stragi. Piomberanno alle mura di Roma e gli stessi dardi che poc'anzi lanciarono tirie braccia saranno di nuovo lanciati». L'Italia crucciata per i nuovi casi così si lamenta: «O Dei, sarò dunque così vilipesa dalla rabbia dei Libii, io, che diedi asilo e regno nelle mie terre a Saturno che fuggiva il governo del figlio? Ecco è già la decima estate da che sono calpestata. Un superbo cui non rimane altro che far guerra al cielo volse contro di me dall'estremo lembo del mondo le armi ed inondò le mie terre dalle Alpi profanate con un'orda furiosa e selvaggia. Quante volte fui bagnata dal sangue dei miei figli e quanti ne coprii col mio seno! Nei miei campi ora non v'è più albero lieto di frutta e le messi tagliate dalle spade cadono immature, i villaggi ricadono nel mio grembo ed il mio regno è squallido per la miseria e la rovina. Sopporterò dunque anche costui che irrompe nei miei campi e minaccia di ardere i miserabili avanzi dell'eccidio? L'errante africano ari le mie zolle ed il Numida semini i solchi italici se io non inabisserò tutte in una sola tomba le torme che scorazzano giubilando per le mie campagne». La madre Italia così fremeva e mentre la notte addormentava gli uomini e gli Dei essa corse agli accampamenti dell'amicleo nipote. Egli dalle boscaglie sorvegliava Annibale accampato nel territorio lucano e la Dea Italia così gli parla: «Gloria dei Claudi, ultima speranza di Roma ora che Marcello è scomparso, destati e levati. Devi osare una grande impresa, un fatto eccelso, se desideri reggere i destini della patria, per cui il vincitore che lo compirà ne tremerà anche quando i Libii saranno cacciati dalle porte. Le terre cui da secoli ha dato nome la Sena sfolgorano per le armi dei Libii, se tu con le schiere dei cavalieri non corri immediatamente a battaglia porterai, ma troppo tardi, soccorso a Roma distrutta. Condannai i vasti campi del Metauro ad essere sepolcro delle ossa dei Sidonii». Così disse e sembra che nel partire porti con sé Nerone trepidante e spinga fuori le schiere dalle porte infrante. Claudio si sveglia tutto infiammato con l'animo sossopra, tende le mani al cielo ed invoca umilmente la Terra, la Notte e tutti gli astri e supplica la luna che gli sia di scorta nel cammino con il suo tacito lume. Quindi sceglie i guerrieri degni di tanta impresa, e corre più rapido di uccello che voli o di torrente invernale per le contrade di Larino, per i campi dei Marrucini bellicosi e quelli dei Frentani che serbano intemerata fede. E da dove i Pretuzi arano lieti le zolle vitifere avanza così che sembra un fulmine a vederlo o una freccia scagliata dai Parti. Ogni soldato incita sè stesso: "Avanti, avanti. Gli Dèi dubbiosi hanno posto in te la salvezza d'Italia e da te dipende il trionfo o la rovina di Roma». Così gridano e si slanciano innanzi. Avanti a tutti si avanza Nerone e li incita coll'esempio così che per seguirlo accelerano la corsa e giorno e notte volano infaticabilmente alla battaglia. Ma Roma non appena sa che un nuovo pericolo l'incalza così fieramente, piena di spavento, rimane trepidante, e si cruccia che Claudio abbia troppo sperato. Ancora una sconfitta e l'ultimo filo della sua vita è troncato poiché non armi, non oro, non soldati e non più sangue le rimane da versare. Egli che non bastò a tener fronte in campo al solo Annibale combatterà contro Asdrubale? Annibale non appena vedrà che Nerone si è allontanato colle sue schiere sarà di nuovo alle porte poiché è giunto a corsa il fratello e gli contende superbamente la somma gloria di distruggere Roma. I Senatori, costernati nell'intimo del cuore fremono, ma preoccupati dell'onore di Roma studiano ansiosamente in segreto il modo di togliersi alla temuta servitù ed alla contraria ira del cielo. E mentre Roma è in pianto Claudio fra le ombre dell'oscura notte entra nel campo fortificato in cui si trovava, presso ad Asdrubale, Livio. Livio, uomo espertissimo in armi ed animoso, ebbe nome illustre in guerra sin dai suoi primi anni. Quindi accusato falsamente dalla instabile plebe visse solo con il suo dolore nel silenzio dei campi. Ma quando il terrore crebbe con il pericolo e tanti e tanti condottieri morirono nell'implacabile guerra, fu chiesto il braccio del forte ed egli donò alla patria le sue ire. Ma sebbene si muovessero nell'oscurità Asdrubale si avvide delle nuove forze. Lo turbarono gli scudi polverosi, i cavalli ed i guerrieri che sfiniti tradivano con l'aspetto le ansie e la fatica della rapida corsa, ed il suono delle due trombe fu per lui segnale chiarissimo. Tutto gli conferma che nel campo ormai sono due i comandanti. «Ma se Annibale è ancora in vita, come hanno potuto i consoli unire gli eserciti? Non vi è altro consiglio che protrarre la battaglia prendendo tempo finché non si potrà sapere il vero». E così pensa di fuggire e timoroso non indugia. Già la notte, madre del sonno, sopiva nel petto dei mortali gli affanni e tutto taceva avvolto cupamente nella profonda tenebra. Asdrubale ad un tratto esce silenziosamente dall'accampamento e comanda che l'esercito lo segua il più piano possibile. Non v'era luna in cielo ed essi passano rapidi e cheti per i campi silenti. Ma la terra commossa dal passaggio di tanta gente risuonò. L'esercito cieco errando nel buio si smarrisce per le vie già percorse e girando intorno in breve spazio ricalca le proprie orme. Poiché dove il fiume gira le rive sinuosamente e dopo un breve cerchio riporta le acque allo stesso punto, colà si rivolge l'esercito rimanendo sempre, a causa delle fitte tenebre, allo stesso punto. Non appena sorge il sole si scopre la fuga ed uno squadrone di cavalleria si lancia fuori dai valli ed in un attimo la campagna balena intorno per le armi tempestose. Non ancora sono state snudate le spade che già le frecce son rosse di sangue. Volano le saette dittee per arrestare la fuga dei Libi e fischiano nugoli di lance ed ogni colpo è mortale. Il nemico non pensa più alla fuga e cerca in fretta e in furia di ordinarsi a battaglia riponendo l'ultima speranza nelle armi. Il condottiero sidonio si avvede del pericolo e si slancia alto sul cavallo tra la folla tumultuante agitando le mani e grida: «Io vi prego, o guerrieri, per la gloria da voi cercata nelle estreme contrade del mondo, per le alte imprese del fratello, che proviate che chi vi guida ha lo stesso sangue di Annibale. La fortuna vuole che con la sua rovina il Lazio conosca l'esercito che domò l'Iberia e che è uso a portar guerra alle colonne d'Ercole. Giungerà forse, in tempo per combattere, lo stesso Annibale. Vi scongiuro, fate in modo che egli trovi, spettacolo degno di lui, il campo coperto di nemici morti. Qualsiasi condottiero era da temere Annibale l'uccise. Unica speranza di Roma, chi è che ci sta di fronte? Un Livio, che esce ora dall'oscurità dove nascose per lungo volger d'anni la vergogna della sua condanna. Avanti, vi si presenta per essere ucciso e voi abbattetelo, perisca per la vostra mano turpemente poiché sarebbe vergognoso per Annibale il cimentarsi con lui». E dall'altra parte Nerone: «O soldati, che si aspetta per terminare la guerra? Gloria meravigliosa ci diede la marcia celerissima, ora il braccio compia l'ardua impresa. Invano lasciaste vuota la trincea se la vittoria non coronerà la vostra opera. Per vostra gloria si dirà: Giunsero e  vinsero ». E dall'altro lato Livio senza elmo sul capo, i capelli bianchi al vento esclama «Guardate, o giovani, come mi slancio nella battaglia. Quanto campo vi apre la mia spada, tanto occupatene fino ai valichi delle Alpi per troppo tempo dischiusi ai Fenici. Se il nemico non è sconfitto prima che sopraggiunga Annibale, qual Dio ci toglierà, quanti siamo qui, alle ombre infernali?». Quindi si mette l'elmo e sancisce con la spada le orride parole nascondendo nell'ira della strage la sua vecchiaia. Infuria nel più folto della mischia e tanti dardi lancia altrettanti nemici uccide, semina il terrore e la morte e dinanzi a lui fuggono i fieri Autololi, i Macei, e le capellute genti del Rodano. Nabi era venuto dalle fatidiche arene di Ammone e quasi fosse sotto la protezione del Nume, baldanzoso e sicuro copriva il campo di morti poiché aveva promesso superbamente di adornare i templi con itale spoglie. La sua veste azzurra cosparsa di gemme garamanzie splendeva come un cielo stellato ed il suo cimiero sfolgorava di gemme come il suo scudo d'oro. L'infula scendendo dal cornuto elmo ispirava alle genti riverenza agli Dèi e sacro terrore. Aveva l'arco e la faretra piena di frecce tinte nel sangue dei serpenti ed armato di veleni combatteva tremendamente. Inoltre seduto sulla groppa del suo cavallo, reggeva, fermata al ginocchio, secondo il costume delle sue genti, una lancia sarmatica rivolta in modo da ferire chi gli venisse incontro. Aveva già trapassato l'armatura ed il corpo di Sabello sotto gli occhi del console e gridando con urla feroci lo trascinava rendendo grazia ad Ammone. Ma insofferente del barbaro orgoglio e della sua furia Livio scocca una freccia e toglie al vincitore la preda e la vita. Alle grida che si levano intorno si slancia Asdrubale. Arabo frattanto si accingeva a prendere la veste gemmata ed il pavese d'oro e con ambedue le mani aveva ghermito il ricco manto e denudava il corpo ancora tiepido, ma Asdrubale con un colpo di lancia gli trapassa la schiena. Egli cade sul morto e gli rende così la sacra veste d'oro. Quindi cade per mano di Canto, signore delle spiaggie arenose cui diedero nome gli invitti Fileni, Rutulo. Egli aveva sui monti in ricchi ovili più di mille pecore e traendo i tranquilli ozii temperava alle mandrie l'ardore del sole nelle fresche acque del fiume e lietamente tosava le fulgide e candide lane sui verdi prati e quando il gregge faceva ritorno dal pascolo al chiuso si compiaceva di vedere come gli agnelli riconoscono la propria madre. Cadde poiché lo tradì il bronzo dello scudo trapassato e pianse, ma troppo tardi, di avere abbandonato le paterne stalle. I Latini allora più furiosi di un torrente si scagliano come una tempesta, un guizzar di fulmine, un'onda trascinata da Borea, o una nube quando Euro confonde cielo e mare. Dinanzi a loro erano schierati in prima fila i Celti che stanchi per il lungo cammino, insofferenti del sole e delle fatiche, all'urto delle feroci punte cedono subito e la paura che è propria della loro razza li volge alla fuga. I Latini li inseguono e colpendoli alle spalle con lance e frecce tolgono loro ogni scampo. E cadde Tirmi per un sol colpo e Rodano per più, raggiunto da una freccia Morino vacilla ed una lancia lo finisce. Livio irruente, a briglia sciolta insegue i fuggiaschi e sopravanzandoli li urta col cavallo. Recide netto con la spada il collo gonfio a Mosa che si rivolge: il capo con tutto l'elmo batte pesantemente a terra ed il cavallo spaventato fugge portando ancora in groppa il corpo tronco. Catone che vede dal folto della mischia quello sterminio esclama «Così quest'uomo fosse stato contro il Libio quando quegli attraversava le Alpi. Quale braccio tolse all'Italia e quante stragi risparmiò ai Libii l'empio voto nel Campo Marzio!». I sidonii piegano da ogni parte atterriti dallo spavento dei Galli e la loro fortuna cade mentre la vittoria affretta il volo verso i Latini. Il console alto sul suo destriero, insaziabile di gloria, imperversa con tutto il fuoco dei suoi giovani anni. Ecco che si avanza Asdrubale seguito da una schiera bianca di polvere e lancia giavellotti da tutte le parti gridando: "Fermatevi, innanzi a chi fuggite? Non vi vergognate? Un vecchio stanco atterrisce coorti di giovani? Sdegnate di avermi a condottiero? Non discendo io forse dal padre Belo e non è vanto della mia famiglia la sidonia Didone? Mi fu padre Amilcare, fortissimo tra i forti e tale è mio fratello e tale sono io, al cui braccio monti e laghi e fiumi e tutto cede. La grande Cartagine mi proclama secondo ad Annibale ed i popoli del Beti che provarono il mio braccio nelle battaglie mi uguagliano a lui». Così gridando si lancia in mezzo ai nemici e vedute le armi splendenti di Livio scocca celermente una freccia che sfiorando il sommo dello scudo di bronzo e la corazza va a cadere alla sommità della spalla e scalfisce la pelle che sanguina appena. Ciò non ostante il Libio arse per la vana speranza di una vittoria. A quella vista i Latini si arrestarono confusi, ma Livio deridendo il vano assalto gridò: «Sono ferito, o compagni, come dall'unghia di una femmina che graffia fra il suono delle tibie o dalla mano di un bimbo. Animo, mostrate voi ora in che modo ferisce il braccio dei Latini». Così disse ed il cielo si oscurò per i nuvoli di frecce. La vasta campagna è tutta intorno coperta di stragi ed i cadaveri caduti si ammucchiano nel fiume congiungendo una riva all'altra. Così quando Diana si affatica nella caccia, per porgere lieto spettacolo alla madre, percorre i boschi ombrosi e le foreste di Menalo di Cinto mentre intorno a lei le Naiadi con le faretre accorrono con passi risuonanti ed i turcassi ripieni tintinnano. Le fiere sanguinose giacciono dovunque sulle balze, negli stessi covili, in fondo alle valli, per i fiumi, nei verdi antri muscosi e Latona, alta sulle vette, guarda con occhi lieti la preda abbattuta. Claudio non appena sa che il vecchio è ferito, acceso d'ira si scaglia nel folto. Vede che la battaglia è ancora incerta ed esclama: «Quale sarà dunque il destino d'Italia? Se costoro non cadono, sarà forse vinto da voi Annibale?». Si avventa precipitoso tra i nemici e scorge Asdrubale che combatte ferocemente tra i primi. Come un mostro marino che spinto da lunga fame abbia percorso indarno i marosi sterili, quando scorge alfine da lungi un pesce, furibondo lo insegue ed ingoia avidamente l'acqua e la preda, così Nerone non indugia e prorompe: «Non mi sfuggirai più: qui non vi sono per la tua salvezza le boscaglie dei Pirenei né mi lascerò ingannare dalle tue promesse come in Iberia quando prigionero simulando perfidamente accordi mi sfuggisti di mano». Così dicendo scaglia un giavellotto e non invano, chè entra nel fianco ad Asdrubale. Quindi imperterrito gli è sopra con la spada alzata e premendo con lo scudo il corpo trepidante gli dice: «Se in quest'ultimo momento hai qualche cosa da dire a tuo fratello glielo riferirò io stesso». Ed il Sidonio gli risponde: «Non temo la morte. Gioisci della tua vittoria, poiché non manca chi vendicherà prontamente la mia ombra. Se vuoi riportare a mio fratello le mie ultime parole, digli che bruci trionfante il Campidoglio e mescoli le mie ceneri con quelle di Giove». Voleva ancora parlare, nella feroce ira della morte, ma il vincitore gli tronca colla spada l'infido capo. Morto il comandante l'esercito disperato fugge. La luce del giorno aveva già fugato le tenebre notturne e l'esercito romano si rifocillò parcamente e si addormentò. Ancora prima che sorgesse il nuovo sole riporta le insegne vincitrici nei valli da prima chiusi per timore. E Claudio allora levando in cima ad una lancia il capo del comandante ucciso esclama: «Ecco, o Annibale, che il capo di tuo fratello ci compensa del Trasimeno, di Canne e della Trebbia. Vieni pure ed unisci i due campi in uno e raddoppia perfidamente la guerra. Uguale mercede aspetta quanti in armi discesero con te dalle Alpi». Annibale represse il pianto alla notizia e temprò il dolore con la sua forte anima. Mormorò fra i denti che avrebbe più tardi degnamente onorato di esequie il fratello e frattanto muove lontane le insegne e dissimulando la sventura evita i rischi delle incerte battaglie.

XVI - Annibale dolente per la patria e per se stesso si ricovera nei campi di Abruzzo, e là chiuso nei valli desidera di riprendere la guerra interrotta. Ugualmente il toro, non più dominatore del gregge, fugge dalle stalle nel folto del bosco e tutto solo si prepara a battaglia. Ora si avventa precipitoso su e giù per le ardue giogaie, ora facendo risuonare intorno valli e boschi dei suoi fieri muggiti, abbatte alberi e con le corna cozza rabbiosamente alle rupi. Da un'alta cima il pastore trepidante lo guarda mentre si prepara a nuove battaglie. Ma lo spirito bollente che avendo gli aiuti che aveva richiesti avrebbe da solo messo l'Italia a rovina, ora, senza aiuto, per colpa dei suoi, languisce poltrendo in ozi forzati. Eppure gli erano di schermo le tremende gesta del suo braccio, lo spavento che aveva sparso con tante orride stragi, per cui era creduto sacro il suo capo, ed il suo solo nome valeva armi, guerrieri e difesa al campo ed aiuti non concessi. Tante schiere di barbari, diversi per lingua, per indole e per costumi tutte rimasero fedeli nelle avversità chè la venerata maestà del condottiero le tenne unite sotto i vessilli. E la guerra non era favorevole ai Latini soltanto in Italia. I Libii respinti alfine abbandonarono le aurigere campagne dell'Iberia e Magone perduto il campo fuggì spaventato a vele spiegate in Libia. Larga del suo favore la Fortuna preparava un nuovo trionfo al condottiero latino. Nuovo comandante, Annone conduceva a marce forzate schiere di barbari dagli scudi suonanti e portava tardi aiuti al campo di Iberia. Era esperto ed astuto e prode guerriero, ma contro Scipione era vano ogni suo pregio come in paragone della luna gli astri cedono il loro splendore, e la luna di fronte al sole, tutti i monti ad Atlante, i fiumi al Nilo, e tutti i mari dinanzi al gran padre Oceano. Egli stava trincerando frettolosamente il campo quando, mentre sul far della notte le tenebre discendevano tutto intorno, Scipione lo assalì. Le mura incompiute rovinano con improvviso fracasso sui guerrieri e le pesanti zolle si tramutano in tumulo per i sepolti. Uno solo vi fu degno di esser ricordato per la sua grande anima per cui è bello celebrarne la fama. Un guerriero di nome Laro dalla statura gigantesca che incuteva timore anche inerme, combatteva atrocemente come sogliono i Cantabri, agitando l'ascia e sebbene vedesse da ogni parte o dispersi o uccisi i suoi compagni, copriva da solo il campo di cadaveri. Se aveva di fronte il nemico sfogava la sua ira colpendolo sul capo, se era assalito di fianco combatteva roteando la scure. Quando il nemico sicuro della vittoria gli veniva alle spalle, imperturbato colpiva dietro di sè colla bipenne, sempre esperto in ogni sorta di lotte. Scipione, il fratello dell'invitto condottiero, gli scaglia contro con gran forza un giavellotto che strappa le piume ondeggianti sul cimiero. L'ispano para il colpo troppo alto con la scure, s'avanza infuriato dando un urlo terribile e vibra l'arma contro il Latino. Tremano le schiere e lo scudo rimbomba fragorosamente alla percossa, ma l'ardire è punito chè, dato il colpo nel ritrarsi si incontra nella spada e cade morto sulla fedele scure. Alla rovina dell'ultimo baluardo gli infelici fuggono disperdendosi per la campagna e cessò ogni aspetto di battaglia e non si videro che, spietato macello, trucidatori da una parte e vittime dall'altra. Ecco che in mezzo alla folla è condotto prigioniero Annone colle braccia incatenate dietro le spalle. Egli chiede, avvinto di catene, per il dolce lume del cielo, la vita. E Scipione esclama: “Ecco gli eroi che aspirano all'impero dell'universo! Essi vogliono fiaccare il popolo togato, il bellicoso e sacro popolo di Quirino. Stolti, e perché combattere ancora quando è così lieve per voi la schiavitù?”. Mentre così diceva giunge a gran corsa un esploratore e annuncia che, ignaro dei casi, Asdrubale si avanza a marce affrettate per unirsi ad Annone. Scipione muove rapidamente le insegne per incontrarlo e come vede avvicinarsi la desiderata ora della battaglia ed il nemico che si affretta alla morte, rivolto al cielo prorompe: “Nulla più vi chiedo oggi, o Dèi. Riconduceste alla battaglia le orde fuggiasche e ne sono lieto. Ora, o soldati, ogni nostro desiderio è nella spada. Correte, chè ci spingono alla vendetta le ombre crucciate di mio padre e di mio zio. Divini astri di guerra risplendete sul mio capo e guidatemi, vi seguo. Se il cuore presago non mi inganna farò dei nemici strage degna di voi. Non terminerà dunque la guerra, nelle contrade ispane? Non verrà mai quel giorno in cui, o Cartagine, ti vedrò atterrita per il risuonare delle nostre armi alle tue porte?”. Echeggiano i rauchi squilli delle trombe e l'aria risuona di urla feroci. Quanti ne inghiotte il mare tempestoso quando i venti furibondi inabissano le flotte, quanti ne distrugge Sirio quando piove fuoco e morte con i suoi raggi fatali per cui ardono le spiagge affannose, tanti ne uccidono le spade e l'ira atroce dei combattenti. Uguale strage non fece mai l'orrida rabbia delle belve insaziabili negli inospitali deserti, e mai voragine ingoiò più gente di quella mortale battaglia. Il sangue scorre per le trincee e per i campi, le armi sono infrante e giacciono a terra i Libii ed i bellicosi Iberi. Solamente dove combatte Asdrubale resiste ancora, sebbene stanca e con gli scudi crivellati di colpi, una falange. Né quel giorno gli animosi avrebbero terminato l'accanita battaglia, se un giavellotto trapassando la corazza non avesse ferito leggermente il comandante. Allora egli uscì dal campo e nascosto dalla notte fuggì sul suo cavallo lungo la spiaggia verso il porto tartessiaco. Uguale in armi ed in valore andava con lui Massinissa, il re numida che unito poi di amicizia a Roma fu celebrato per la lunga fedeltà. Affranto per l'aspra fuga dormiva nel buio della notte quando una luce improvvisa gli risplendette sul capo ed una fiamma gli sfiorò senza offesa i capelli ricci girandogli intorno alla fronte. Accorsero i familiari e ciascuno a gara tentò di spegnere con fresca acqua il fuoco serpeggiante. Ma la vecchia madre esperta di portenti esclamò “Così sia confermato, o Dèi benigni, l'augurio e per secoli risplenda sul suo capo questa luce. E’ lieto presagio, e non temere, figlio: le fiamme che t'ardono alle tempie sono pegno di perenne amicizia con i popoli latini per cui avrai regno maggiore di quello di tuo padre ed il tuo nome sarà congiunto ai destini d'Italia”. Così parlava la profetessa ed il giovine commosso dal palese prodigio pensò che nessun onore egli aveva avuto dai Libii e che la stella di Annibale tramontava sempre più. L'aurora fugava appena le ombre notturne dal cielo ed arrossava il volto delle sorelle Atlantidi quando il re s'avviò verso le tende latine ancora nemiche. Quivi entrato nelle mura ed accolto benignamente da Scipione così parlò: “Per gli avvisi degli Dèi, per i responsi sacri di mia madre e per la tua gloria, o condottiero romano, caro agli Dèi, mi tolsi ai Libii e venni a te spontaneamente. Se mi hai veduto più volte affrontare animosamente in battaglia le tue folgori, o figlio del Tonante, eccoti un braccio non indegno di te. Non mi muove incostanza, o vanità di cuore instabile, non spero mercede dal tuo trionfo: fuggo il popolo infido e spergiuro. E poiché vincendo sei giunto alle colonne d'Ercole assali ora con me il covo donde si è mossa l'iniqua guerra. Devi cacciare a ferro e fuoco alle spiagge di Libia colui che già da dieci anni occupa le terre di Laurento e pensa sempre di assalire le mura di Roma”. Così disse il Numida e Scipione gli strinse la destra e gli rispose: “Roma ti appare grande per le armi ma ben più grande è per la sua fede. Infrangi l'alleanza dei bilingui ed avrai il premio del tuo illustre valore. Massinissa, Scipione sarà prima vinto in armi che in gratitudine. Metterò in opera il tuo consiglio di portare guerra alle spiagge di Libia poiché la lungo tempo lo medito ed il pensiero di Cartagine mi tormenta sempre”. Disse, e gli presentò una gualdrappa ricchissima ed un cavallo bardato di porpora e generoso che egli aveva tolto a Magone fuggiasco, la coppa d'oro che Asdrubale soleva usare per le libagioni sacre ed un elmo chiomato. Si stabilisce quindi l'alleanza e come se già vi si fosse, pensa alla distruzione di Cartagine. Il re più possente delle spiaggie Massile ed il migliore soldato era Siface. Egli dettava legge fino all'estremo oceano ad infiniti popoli ed aveva terre sterminate, falangi di elefanti spaventevoli in guerra, di cavalli e di armati. Nessuno era più ricco di lui di avorio e di oro massiccio né alcuno tingeva più lane nei getuli bronzi. Scipione desideroso di allearsi con il potente signore prima che egli, con danno dei Latini, si dia ai Libi, comanda di far vela e nel suo pensiero studia già la guerra in Africa. Aveva appena raggiunto il desiderato porto quando fuggiasco su veloce naviglio vi approdava, giungendo dalle coste vicine, anche Asdrubale. Nella sua sventura egli veniva a cercare una nuova alleanza e chiedeva soccorso al re massilo. Siface udì che ambedue i condottieri delle gran genti che si disputavano accanitamente l'impero del mondo giungevano nel suo regno e lieto dell'onore li invita cortesemente alla sua reggia. Quindi li mira in volto serenamente e parla per primo al giovine italiano: “Illustre figlio di Dardano, quanto sono lieto di vederti e di accoglierti! Con che gioia ricordo tuo padre Scipione cui tanto somigli! Mi rammento, quando, desideroso di vedere l'oceano e le sue onde, mossi alle spiaggie dell'erculea Gadi ed incontrai con grande gioia ambedue i condottieri romani in riva al Beti. Mi diedero in dono armi scelte tra le loro prede, e morsi mai veduti prima d'allora nel mio regno ed archi pari in forza a quelli massili e mi fornirono di istruttori che disciplinassero secondo le vostre leggi all'arte della guerra le mie torme vaganti disordinatamente. Offrii in cambio l'oro e l'avorio di cui abbonda il mio regno, ma furono vane le mie preghiere, ognuno dei due accettò soltanto una spada dal fodero d'avorio. Dunque entra lietamente nel mio palazzo e poiché la fortuna ha tratto qui anche il condottiero libico odi benignamente quello che voglio dirti. E tu che comandi alle sidonie rocche di Cartagine apri alle mie parole i tuoi orecchi e la tua mente. Chi ignora quale diluvio di armi inondi le campagne italiche e minacci di sterminio il Lazio? E quanto sangue tirio bevano da due lustri ora le sicule ed ora le iberiche spiaggie? E perché non si pone fine alle stragi? Perché non deponete volontariamente le spade? Tu rimani nel confini sidonii e tu in quelli latini, e se consentite all'accordo ecco qui tra voi arbitro non indegno Siface”. Voleva ancora parlare, ma Scipione non lo permise. Gli spiegò le usanze di Roma ed il supremo potere del Senato per cui era vano parlare di accordi che spettavano solo alla decisione dei Senatori. E così il re pose fine ai consigli e si trascorse il resto del giorno banchettando e la notte sopì con il sonno gli aspri affanni. L'aurora sorgente riportava ai mortali il nuovo giorno; condotti fuori i cavalli dalle stalle Febo li aveva aggiogati, ma non era ancora salito sul cocchio e lo splendore vicino appariva lungo la marina quando Scipione balzò dal letto e mosse, sereno in volto, verso le stanze del re. Egli si compiaceva secondo le patrie usanze ad allevare dei leoncelli e si curava di ammansirne l'ira e la ferocia, ed appunto allora accarezzando le fulve criniere ed i colli scherzava imperterrito con le fauci feroci. Non appena gli si annuncia che è giunto il condottiero latino indossa il manto ed impugna colla sinistra il simbolo insigne del suo antico regno ed adorno il capo della candida benda cinge al fianco come è d'uso la spada. Invita quindi l'ospite nella reggia ed in una stanza segreta siedono con uguali onori Scipione ed il re scettrato. Il vincitore della Spagna così comincia: “Venerando re Siface, appena domate le genti di Pirene pensai di venire nei tuoi regni e le ire del mare che ci divide non indugiarono il mio proposito. Non ti chiedo cosa ardua e disonorevole se ti propongo di allearti ai Latini e di seguire la loro fortuna. Tutte le tue genti massile insieme ed i campi vasti che uniscono le Sirti e la possente ed avita signoria non ti daranno vanto maggiore del valore di Roma né maggior gloria dell'amicizia sacra con il popolo di Laurento. Che dirti di più? Non vi è Dio propizio a quegli che offende colle armi l'Italia”. Il massilo acconsente con lieti cenni del capo ed abbracciandolo gli dice: “Siano confermati i lieti auguri e siano propizi i Celesti ai nostri voti. Invochiamo intanto il Giove dei deserti e quello Tarpo”. Subito si inalzano gli altari erbosi e già pende la scure sopra le vittime pronte, quando il toro si slancia improvvisamente e fugge muggendo dagli altari ed empie tutta la reggia di rauchi lamenti e di terrore; e la benda regale, fregio avito, senza che nessuno la tocchi cade dalle tempie di Siface al suolo. Così il Cielo annunziava con segni funesti la rovina del regno e il triste destino del re massilo e verrà il giorno in cui vinto e spogliato del regno sarà tratto incatenato dietro il carro trionfale al tempio del Tonante da colui che poc'anzi gli chiedeva umilmente alleanza. Scipione stretti i patti ritorna al porto e spiegate al vento favorevole le vele s'affretta verso le ben note spiagge. Quivi accorrono desiderose ad incontrarlo le genti che vengono da ogni parte di Pirene ed uno solo è il volere della folla, uno solo il grido che lo saluta re poiché non conoscono per onorarlo nome piú bello. Ma l'eroe benigno in volto ricusa l'onore indegno di un cittadino di Roma e spiega il pensiero e le usanze della sua patria e come i Latini odino il nome di re. Quindi pensando a quello cui tende sopra ogni altra cosa, poiché non ha più di fronte nemici, raduna i Latini e i popoli del Beti e del Tago e così parla loro: “Poiché piacque agli Dèi che da queste ultime spiaggie del mondo scomparissero i Libi o sepolti negli iberici campi o costretti a correre fuggendo alle deserte lande natie, io penso di celebrare qui nella vostra terra le esequie dei miei cari e dar pace alle loro ombre vaganti. Udite ed acconsentite. Quando il settimo giorno apparirà nella volta del cielo, coloro di voi che sono più esperti nel maneggio delle armi o nel guidare le quadrighe o celerissimi nella corsa e scaglino con più forza le stridule frecce, si raccolgano qua e si contendano il premio con onorate gare. Darò in ricompensa le più ricche fra le spoglie tirie, né alcuno di voi partirà senza aver avuto il mio dono”. Così con il desiderio dei premi e degli onori infiamma gli animi. Giunto il giorno stabilito la campagna è piena di popolo mormorante. Scipione colle lacrime agli occhi dirige secondo il rito funebre l'ordine della cerimonia: ogni guerriero latino ed ibero porta un dono e lo getta sul rogo fiammeggiante mentre il duce versa sopra gli altari ora una coppa di latte ora una di sacro vino o vi sparge fiori odorosi. Evocate le ombre degli eroi, celebra piangendo le glorie di ambedue e ne commemora riverente le gesta. Quindi dà principio nel circo ai giuochi desiderati ed indice da prima le corse dei cavalli. Non ha ancora dato il segnale che già la folla dei partecipanti freme ed ondeggia come un mare, sebbene cogli occhi fissi ai cancelli ed alle porte. E non appena dato il segnale, cigolarono le sbarre e si videro lanciarsi le zampe dei corridori e il clamore si levò al cielo. Ciascuno segue a capo basso come un lottatore il suo cocchio e parla ad alta voce ai cavalli galoppanti. Il circo rintrona al fracasso ed ognuno è frenetico nella foga di incitare colla voce e colle sferze i cavalli. Dal terreno sabbioso si leva alta una nuvola di polvere ed avvolge tutto intorno cocchi e guidatori. La folla delira e per il corsiero che gli è maggiormente caro o per colui che lo guida e chi si infiamma per l'onore della sua patria, chi per il nome dell'antica razza ed uno guarda con ansia fiduciosa il puledro dal collo indomito ed un altro si compiace dell'esperto corridore d'antica fama. Il calaico Lampone balza volando dinanzi a tutti e divora giubilando la via così celermente che lascia dietro di sé l'ala del vento. La plebe applaude clamorosamente e per il tratto già percorso spera compiuti i suoi voti, ma quelli che per maggior esperienza vedono più lontano, biasimano la foga precipitosa all'inizio della corsa e rimproverano gridando da lontano l'auriga che affatica improvvidamente i cavalli: “Dove corri, Cirno? - poiché Cirno lo guidava - Giù la frusta e stringi le redini! ». Egli non sente ed avanza senza pensare ai cavalli ed al tratto che gli rimane da percorrere. Alla distanza di un carro lo segue l'asture Pancate cui risplende in fronte come a quelli della sua razza una stella bianca e bianchi ugualmente ha i garetti. Non grande ed appariscente, ma pieno di fuoco corre velocemente per il campo come se avesse le ali e disdegna le briglie e ad ogni balzo sembra più grande. Lo guida Ibero scintillante di porpora cinifia. Terzo Caucaso corre alla pari con Peloro. Caucaso disdegna fieramente le carezze sulla cervice e maciulla irrequieto il morso tutto sangue e spuma. Docilissimo invece ed obbediente, Peloro non esce mai di un passo fuori delle ruote e volta stretto rasentando la meta. Bello per il collo alto e la criniera foltissima ed agitata, egli non ebbe, cosa mirabile, padre poiché la madre Arpe l'aveva concepito nei campi dei Vettonii all'alitare dei primi Zefiri. Lo guida il nobile Durio mentre Caucaso ha per auriga il vecchio maestro Atlante. Egli era venuto dalla etolica Tide fondata dall'errante Diomede e la fama lo diceva discendente di quei corridori troiani che furono tolti ad Enea in riva al Simoenta dall'audacissimo Titide. Erano giunti alla metà della corsa e raddoppiando la lena correvano per lo stadio. Pancate si accaniva a raggiungere il primo e ad ogni slancio sembrava che dovesse montare alto sul cocchio che gli era dinanzi e con gli zoccoli inarcati scalpitava sulle ruote calaiche. Atlante giunse per ultimo ma non dietro a Durio, ultimo anch'egli ed ambedue andavano così concordi che sembravano battere l'arengo fuori della lizza. Non appena Ibero vide che ormai la quadriga di Cirno non balza alta coll'impeto di prima ed i cavalli callaici ansanti ed esausti andavano innanzi a furia di sferzate, come un nembo che piomba improvviso dall'alto del monte si stende rapidamente sino al collo dei corridori e tempesta di sferzate e di grida Pancate che è secondo: “Asture, e tu sopporti che mentre sei in gara un altro ti vinca? Coraggio, vola, divora la strada come sai fare. Non vedi che Lampone è trafelato ed oppresso e non gli basta il fiato per arrivare alla meta?”. A queste parole il cavallo si precipita come se scendesse in quel momento dal chiuso nell'arengo ed invano Cirno si affanna a sbarrargli la via o a stargli a fianco: egli passa avanti e se lo lascia alle spalle. Il circo freme di grida e di applausi e l'aria rintrona al fragore. L'asture avanza superbo con il collo in alto e trascina al volo gli altri cavalli aggiogatí al cocchio. Ultimi nello Stadio Atlante e Durio giuocano ambedue d'astuzia, ora l'uno passa a destra e quello si adopera di sgusciare a sinistra ed invano armeggiano per ingannarsi, finché Durio fidando nel vigore degli anni tira a gran forza le redini e gettandosi di traverso investe il carro del vecchio e stanco Atlante che urla a ragione: “Dove vai con tanto fracasso? Che modo da pazzi è questo di correre? Dai morte a me ed ai miei cavalli”. Grida e cade sull'asse infranto con il capo all'ingiù. I cavalli si staccano miseramente e Durio prende lo slancio a briglia sciolta lasciando per ultimo nel mezzo del circo il vecchio Atlante che si leva a stento da terra. Ormai non è difficile raggiunger la stanca quadriga di Cirno che sempre più fiacco impara, ma troppo lardi, a moderare la corsa, mentre incalzando sfrenatamente Peloro lo supera e la plebe lo incita cogli applausi. Ibero si vede già alle spalle ed a fianco imminente il capo del focoso emulo e sente dietro di sè l'anelare caldo dei fiati e gli spruzzi della schiuma. E Durio si spinge sempre più nell'arena e flagella di sferzate i cavalli e non invano, ché a poco a poco riesce a raggiungere a destra il carro che gli è dinanzi. Stordito per così grande speranza grida: “Peloro, è tempo di mostrarti vero figlio di Zefiro. Chi ebbe vita da vile giumento impari ora da te quanto vale l'origine immortale. Vincitore, tu devi consacrare a tuo padre altari e doni”. E forse avrebbe innalzato a Zefiro gli altari promessi se trepidante nell'impeto della gioia non gli fosse caduta di mano, mentre gridava, la frusta. Misero allora come se gli fosse stata tolta dalle tempie la corona, infuria contro sé stesso, lacera la veste dorata e lucente e a petto nudo piange e si lamenta. La muta, ora che è perduta la sferza, non lo seconda più ed invano egli scuote le redini a forza sopra i dorsi. Pancate, ormai sicuro della vittoria, si avanza verso la meta e con la testa alta sembra chiedere il primo premio. Il venticello gli scompiglia la criniera sparsa sul collo e per le spalle e caracollando superbo sugli agili garetti si arresta vincitore fra le grida assordanti del popolo. Gli aurighi ebbero tutti in premio una scure d'argento massiccio ed altri doni a seconda del merito. Il primo ebbe un veloce cavallo, nobile dono del signore dei Massili; il secondo due coppe scelte tra la ricca preda dei Libii e i tesori del Tago; il terzo la spoglia di un leone villoso ed un elmo sidonio adorno di piume. E sebbene avesse interrotto la corsa per lo spezzarsi del giogo, il vecchio Atlante ottenne l'ultimo premio. Il duce mosso a pietà dai molti anni e della sua disgrazia gli diede uno schiavo bello e giovine ed un elmetto crinito. Ciò fatto invitò ai lieti giuochi della corsa podistica accendendo i cuori con i premi e dice: “Il vincitore avrà in dono quest'elmo che splendeva tremendo per gli Iberi sul capo di Asdrubale. Il secondo questa spada che mio padre tolse a Yempse dopo averlo ucciso. Il terzo avrà per ultimo premio un toro. E tutti gli altri se ne andranno lieti, armato ciascuno di due frecce di metallo nativo”. Splendidi di giovanile bellezza si levarono per primi fra gli applausi della folla Tartesso ed Espero che venivano ambedue da Gadi loro patria, città illustre fondata dai Fenici. Quindi si avanzò Betica cui fiorivano le guance per la prima peluria, nato a Cordova generosa fautrice di gare festose. Apparve quindi fra il tumulto di tutto lo stadio Eurito dalla chioma bionda e dal corpo candido come neve che era nato sulle rocce di Setabi ed i cui parenti trepidanti erano nel circo. Poi Lamo e Sicori ambedue nativi della bellicosa Ilerda e dopo di loro si avanza Terone avvezzo a dissetarsi al fiume chiamato Lete che lambisce con le sue acque obliose le rive. Fermi, diritti sui piedi e chino il petto sentivano tutti battere il cuore per il desiderio di gloria. Squillò la tromba e rapidi si slanciarono sulla pista come una freccia scoccata dall'arco nell'aria. Gli spettatori gridano favorendo l'uno o l'altro e ciascuno, alto, sospeso sulla punta dei piedi, chiama a nome con voce affannosa il suo favorito. Il drappello bellissimo sembra che voli e i loro piedi non lasciano impronta sulla sabbia. Son tutti bei giovani ed hanno tutti ugualmente bionde le guance ed egualmente agili, veloci e degni della vittoria. Percorsa ormai la metà dell'arengo Eurito, sebbene per breve spazio, avanza per primo. Non meno celere, Espero lo incalza ardente alle spalle così che piede subentra a piede e l'uno si appaga di essere primo e l'altro spera di sorpassarlo ed ambedue corrono con maggior foga mentre l'anima accesa rafforza le loro membra ed in tanta lotta i giovanetti risplendono più belli. Ecco Terone che moderando la corsa veniva per ultimo, non appena sente che gli bastano le forze le spiega con un improvviso slancio e sorpassando il vento si spinge innanzi simile a Mercurio quando solca l'aria con i talari ai piedi. La folla rimane stupita. Egli sorpassa questi e quegli e mentre poc'anzi era ultimo ora terzo incalza Espero né quello soltanto, ma lo stesso Eurito trepida a tanto slancio per il suo primo premio. Il quarto era Tartesso che seguiva a gran lena (se ciascuno dei primi tre avesse mantenuto sempre lo stesso ordine) il fratello da cui ora lo divideva Terone. Questi impaziente di tregua si slancia e lascia Espero pieno gli cruccio alle sue spalle. Ora lo precede uno solo e la vicinanza della meta è uno stimolo maggiore ai corridori e, per quanto la fatica e il tumulto dell'anima lo consente ad entrambi, ciascuno spera fino all'ultimo di giungere primo. E l'uno è alla pari dell'altro e vanno come due ruote. E forse sarebbero giunti insieme alla meta ambedue vincitori se Espero, cieco d'ira, non avesse afferrato le chiome di Terone che ondeggiavano sulle spalle impedendogli di correre. Lieto che l'emulo sia trattenuto Eurito si slancia a volo alla meta ed ottiene inclito premio l'elmo splendente. Così gli altri furono lieti dei doni promessi e ciascuno con le chiome intonse coronate da una verde fronda se ne va facendo tintinnare le due ferree frecce. Quindi ha inizio la funesta prova del torneo di spada, triste saggio di spietata battaglia. Non li spinge alla gara il sangue versato nei delitti, ma desiderio di gloria incita gli animi al feroce pericolo e con giuochi usati offriva degno spettacolo al guerresco popolo ispano. Si levano tra la folla che grida e condanna tanto furore (che cosa non si osa per il regno? e di quale delitto si rimane immuni?) due fratelli che armati si contendono con empia battaglia il trono. Era tale l'uso: i fratelli privi del padre combattevano a morte con i fratelli per il soglio. Piombarono, coll'impeto che si accompagna alla sete di regnare, l'uno sull'altro e si saziarono ambedue di sangue e spingendo la spada con uguale forza caddero entrambi con il petto trapassato. Alle ferite mortali si aggiungevano parole ingiuriose ed imprecandosi a vicenda esalarono la feroce anima. Né ebbero pace in morte poiché mentre una sola fiamma ardeva sul rogo i cadaveri uniti, l'empio fuoco si divise in due e le ceneri sdegnose non vollero comune riposo. A seconda dell'arte e del valore, gli altri campioni ebbero diversi premi e furono tratti giovenchi usi a dissodare le glebe con l'aratro e furono dati ai vincitori giovinetti e schiavi mauri esperti cacciatori di belve, premi d'argento, vesti preziose tolte ai nemici, cavalli ed elmi splendenti predati ai Libii. Ultimo alfine dei giuochi fu la gara dell'arco. Sorse per colpire nel segno Burro noto per illustri avi, venuto dalle rive dove le aurifere sabbie del Tago biondeggiano deposte; Glagio, che con i giavellotti scagliati dal suo braccio precorreva i venti, e Aconteo, cacciatore famoso, alle cui frecce nessun cervo, per veloce che fosse, riuscì mai a sfuggire. Poi Indibile per lungo tempo nemico feroce ed ora alleato dei Latini ed Ilerda prode guerriero che feriva colle frecce gli uccelli volanti nell'aria. Burro colpì nel segno ed ebbe in dono una schiava che sapeva tingere nel murice di Tiro le bianche lane. Dopo Burro raggiunse per secondo il bersaglio Ilerda ed ebbe per secondo premio un fanciullo che quasi per giuoco atterrava le cerve fuggenti con le frecce. Aconteo ottenne il terzo premio ed ebbe due cani audaci nell'inseguire con alti latrati il cinghiale. Quando cessarono le grida e gli applausi del popolo, Lelio ed il fratello del condottiero adorni di porpora fiammante chiamarono i due grandi nomi e scagliarono insieme nell'aria una lancia. In tal modo si compiacquero entrambi di onorare le sacre ceneri e di aggiungere pompa ai giuochi celebrati. Il condottiero stesso, con nel volto la gioia che gli ride nel cuore, ricompensando i pietosi con doni meritati, offre al fratello una corazza a squame d'oro ribattute ed a Lelio due focosi asturi. Quindi levandosi scaglia a gran forza la lancia vincitrice e saluta con un grande grido d'onore le dilette ombre. La lancia volando si piantò mirabilmente nel suolo in mezzo al campo ed improvvisamente sotto gli occhi di tutti germogliò e mise foglie ed alti rami e nascendo apparve una quercia ombrosa. Gli auguri presaghi divinarono eccelse cose poiché videro per prodigi manifesti il volere dei Numi. Fiducioso dell'augurio, poiché i Libii sono ormai cacciati da ogni angolo del suolo ispano, il vendicatore della patria ritorna a Roma con fama trionfale. Uno é il desiderio del Lazio, che con l'onore dei fasci si affidi al guerriero il supremo incarico della guerra libica, ma le fredde anime dei vecchi sempre avversi ai consigli arrischiati sdegnano con orrore, nella loro prudenza, l'impresa audace. Pertanto non appena insignito del supremo onore il console apre il suo pensiero ai Senatori e prega che gli sia concesso il potere di distruggere Cartagine. Allora il venerando Fabio levandosi così parlò: “Non credo che si possa temere, poiché sono sazio della vita e della gloria, che io mi opponga al console, al giovine cui tanto onorato cammino rimane da percorrere, per invidia. Il mio nome non risuona ignoto nel mondo e le mie gesta non chiedono nuova gloria, ma Fabio, fedele alla sua patria finché ha un'ora di vita, non tace quando il silenzio è colpa. Ti prepari, o console, a portar guerra alle libiche spiaggie? Già, l'Italia non ha nemici da vincere ed Annibale è cosa da poco! Ma quale lode maggiore speri nelle campagne elissee? Se cerchi con tanto desiderio la gloria, ebbene mietila qui. La fortuna ti pone contro a prossimo cimento un'emulo ben degno e l'Italia vuole alfine il sangue del feroce straniero. E dove porti le insegne di guerra? Guarda dapprima l'incendio dell'Italia e spegnilo. Hai dinanzi dei nemici stanchi e oppressi e non l'insegui ed abbandoni, come se tradissi, i sette colli indifesi. Forse che quando tu devasterai le Sirti e le deserte lande dell'Africa quegli non piomberà, orribile flagello, su queste mura che ben conosce? Chi salverà da lui il Tempio di Giove spoglio di uomini e di armi? Ed a qual prezzo affidi tu Roma ad un veterano esausto? Allo scoppiare di tanta ira di Marte potremo noi forse richiamarti dalla lontana Libia come Fulvio poc'anzi dalle torri di Capua? Sii vincitore in casa nostra e libera infine questa misera Italia che da quindici anni si consuma in lutto e poi va contro i Garamanti ed i lontani Nasamoni e prepara pure il tuo trionfo: per ora la nostra miseria ci vieta tali imprese. L'onore della tua gente: tuo padre valoroso, anch’egli console, muoveva un tempo contro la Spagna, ma come seppe che Annibale scendeva furioso dalle valicate Alpi rivolse indietro spontaneamente le schiere e gli si oppose per primo. E tu al contrario, o console, te ne vai lontano da Annibale vincitore e presumi in questo modo di trarlo dal cuore d'Italia. E se egli imperturbato non si muove? Se egli non segue le tue armi quanto piangerai, o console, un giorno il tuo consiglio sulle rovine di Roma! E sia pure che egli si muova e spieghi le sue vele dietro le tue: non sarà forse lo stesso Annibale le cui trincee tu vedesti dalle nostre mura?”. Così disse Fabio ed i senatori assentivano fremendo. Ma il console gli rispose: “Quando, morti ambedue i magnanimi condottieri, le contrade dell'Iberia furono tutte ridotte in potere dei Libii allora né Fabio né alcuno di quanti ora consentono con lui si mosse a soccorso. Allora, sebbene giovinetto, io solo mi opposi, oso dirlo, a tanta ira degli Dèi ed io solo sostenni il peso tremendo di tanta guerra. La schiera dei vecchi gridò allora che mal si affidava la guerra ad un fanciullo e questo stesso vate di guai profetò funesta la mia ardita impresa. Sia grazie ed onore agli Déi che vegliano auspici e fedeli sugli Eneadi. Scipione, il fanciullo inutile, l'imberbe non preparato alla guerra rese senza alcun danno all’Italia le province di Spagna e mise in fuga i Fenici. Sceso con il sole fino all'ultimo Atlante distrusse per tutta l'Africa il nome della Libia e non fece ritorno a Roma prima di aver scorto in riva all'Oceano Febo sciogliere i cavalli fumanti sopra una spiaggia romana. Unì in alleanza a Roma più re ed ora gli rimane la strage di Cartagine come ultima impresa. L'eterno Giove me lo indica ed ecco che qui la turba dei vecchi trema per Annibale e fomenta ipocritamente mal simulati timori, invidiosa che io abbia la gloria di far terminare le lunghe ed orride stragi. Ma stia tranquilla che il mio braccio è ben provato e gli anni mi accrebbero il vigore. La si smetta dunque cogli indugi e mi si lasci libera la via che il cielo mi destina per vendicare l'antico obbrobrio. Il sagace Fabio ebbe la gloria di non essere vinto e gli basta di aver salvato Roma temporeggiando. Ma né Annone, né Magone, né il figlio di Amilcare o di Gisgone sarebbero stati vinti da noi se si fosse fatta la guerra rimanendo sempre dietro un bastione. Un Sidonio uscito appena di fanciullezza ha potuto giungere alle campagne di Laurento e qui alle sacre sponde del Tevere, alle mura di Romolo, e scorrere, orrido scempio, ogni terra d’Italia; e perché noi non potremo portare le nostre insegne nella Libia e scuoterla da presso? Le sue marine sono accessibili e senza rischi ed il suo paese esulta ricco in pace. Tremi alfine Cartagine che è stata sempre così temuta e sappia che sebbene Annibale sia ancora in Italia noi abbiamo armi d'avanzo. Costui che per la vostra arte di indugiare è incanutito nel Lazio e da quindici anni fa scorrere torrenti di sangue nostro, costui lo trarrò alfine trepidante nel suo tardo spavento di costà al suo covo in fiamme. Roma dovrà dunque vedere sulle sue mura le nefande impronte sidonie e Cartagine udire le notizie dei nostri affanni e combattere sicura a porte aperte? Fulmini pure un'altra volta con i suoi arieti il Fenicio le nostre torri se non udrà prima che per opera mia i templi dei suoi Dèi sono in preda alle fiamme”. Acceso da queste parole il Senato segue il destino ed implorando dagli Dèi che l'impresa sia prospera per l'Italia permette a Scipione di intraprendere la guerra.

XVII - Era scritto nelle profezie della Sibilla che le terre d'Italia non sarebbero state dello straniero se la statua della Madre dei Celesti fosse stata portata dalla Frigia nelle mura della città degli Eneadi. Inoltre doveva essere ricevuta dall'uomo che per consiglio dei Senatori fosse il migliore di tutti. Gloria splendida oltre ogni trionfo! Già sulla nave si avvicinava Cibele e per decreto dei Senatori le andava incontro alle foci del Tevere Nasica. Egli era cugino dell'eroe inviato come condottiero in Libia e la sua famiglia era illustre per molti avi. Non appena il nume giunse all'alta sponda egli lo prese con le supplici mani e quando la prora entrò nel Tevere dalle acque sonore, le matrone corsero a gara a tirare il canapo attaccato alla nave per trarla lungo i fiutti. Risuonano intorno tintinnando i cembali e rintronano rauchi i timpani accoppiati. E sopra loro echeggia il coro degli evirati sacerdoti che sulla cima del Dindimo sono iniziati ai casti riti e vanno cantando per gli antri dittei, per i gioghi dell'Ida e per i boschi silenziosi. Fra il rimbombo di tanti suoni e di canti bacchici si ribellò il sacro legno alle funi tese e rimase immobile come incagliato, in mezzo al fiume. Allora il sacerdote dalla poppa gridò: “Che le funi non siano toccate da mani impure! Profane del casto ministero, andate lontano di qui. E’ la Dea che lo avverte e vi basti il suo avviso. Se vi è qualcuna tra voi che conserva l'anima pura ed è ancora vergine, ella sola compia l'Ufficio pietoso”. Disse e Claudia si avanza, dell'antica razza dei Claudi ed a torto calunniata dal popolo. Ella volge gli occhi alla sacra nave e tese le mani così prega: “O madre degli Dèi, nume dei numi, la cui prole con varie mansioni governa la terra, il mare il cielo e l'inferno, se il mio corpo è ancor vergine ed intatto, tu testimonialo e fa che la nave sacra ceda alla mia mano”. Quindi afferra sicura le funi. Sembrò che risuonassero improvvisi ruggiti di leoni e prodigiosamente i timpani senza che alcuno li toccasse, risuonarono. Ecco che la nave si muove come spinta dal vento e salendo le acque contrarie precorre la mano che la trascina. Ogni cuore si rasserena e s'apre alla speranza e sente che ormai gli affanni ed i rischi della guerra stanno per finire. Frattanto Scipione salpava dalle spiagge della Sicilia e solcava con le prore l'alto mare. Egli aveva placato con un toro il Dio degli oceani e le viscere gettate galleggiavano sulle onde azzurre. Allora le guerriere di Giove discese a volo per l'aria pura indicarono al condottiero le vie marine e indirizzarono le navi nel loro corso. Il rumore delle ali era di lieto augurio e guardando le aquile che si ergevano a volo nel cielo per quanto l'occhio poteva seguirle, l'esercito latino si ancorò alle infide spiagge della Libia. Ma questa vide la bufera che le veniva addosso e non l'attese inerte; contro tanto condottiero e contro tanti nemici oppose le armi ed il potere del principe massilo. Unica speranza dei Libii ed il solo spavento dei Latini era Siface. Ed i corridori dal dorso nudo si spargono già per i campi, per le valli e per le spiagge ed oscurano il cielo con nubi di frecce. Siface dimentico della destra data e degli accordi giurati sull'altare, del testimone tetto ospitale, delle divise mense, rompe diritti e fedeltà e tutto, acquistandosi con le nozze il comando. La sua sposa era la bellissima e nobile figlia di Asdrubale. Siface arse per lei come del primo amore e poi che l'ebbe assunta al talamo regale disciolse perfidamente la lega con i Latini e rivolgendo il suo potere a favore dei Libii mandò come dono di nozze al suocero l'esercito numida. Il primo pensiero di Scipione fu di ammonire lo spergiuro. Messaggeri minacciosi lo ammoniscono di star tranquillo nel suo regno e che tema gli Dèi vendicatori e non infranga i patti. Dal furore latino non l'avrebbero salvato né la sua bella sposa né l'alleanza con i Cartaginesi, e che avrebbe pagato con il sangue, se persistesse, le sue dolcezze ed i suoi amori. Così gli dissero gli ambasciatori latini, ma gli orecchi del massilo innamorato erano chiusi ad ogni consiglio e ad ogni minaccia. Crucciato pertanto poiché sono stati vani gli ammonimenti, Scipione chiama alle armi e prendendo a testimoni gli altari su cui era stata giurata l'alleanza muove alacremente con varia arte alla guerra. Assale gli accampamenti costruiti con lievi giunchi palustri, simili agli sparsi tuguri dei pastori mauri, e con un inganno guerresco approfittando della notte vi appicca improvvisamente il fuoco. Quindi ecco che il fuoco divampando diffonde intorno l'improvvisa rovina e si sparge per le ricche campagne crepitando e brilla nell'aria e le fiamme dalle luci guizzanti incitano i cavalli. La rovina nemica va come un turbine per tutti gli accampamenti ed anelando il fuoco divora gli aridi sterpi e si sparge per tutti i tetti. I più destati dal sonno sentono l'incendio prima di vederlo e le fiamme fanno tacere i molti che invocano aiuto. Vulcano corre da ogni parte vittorioso e rapisce con rapidi abbracci armi ed armati, e la sciagura è al colmo, e le faville dell'accampamento mezzo bruciato salgono fino alle nubi ardenti. Le fiamme circondano crepitando lugubremente la tenda dello stesso gran re e lo avrebbero ucciso se il suo familiare, temendo la morte, non l'avesse destato e fatto alzare con molte preghiere. Infatti proprio allora i due condottieri, il Massilo ed il Tirio, avevano unito le loro forze nello stesso accampamento e la gioventù chiamata al regno aveva diminuito la rovina dell'infausta notte, e l'ira, il pudore e la consorte erano tre fuochi che lo eccitavano al valore, ed il barbaro anelante per l'incendio dell'accampamento, quasi sfuggito nudo al nemico, gridava e minacciava tra le schiere trepidanti: “Né la chiara luce del giorno ed il sole potranno mai vedere Siface vinto da alcuno”. Così gridava il pazzo ma già il suo respiro era presso alla fine e le Parche si affrettavano a torcere il filo del superbo parlatore. Infatti non appena uscì dagli accampamenti, come un fiume gonfio che scorrendo per boschi e per rocce esce precipitoso dall'alveo e sorpassa le rive con i suoi flutti spumeggianti, si spinse innanzi con il cavallo ed incitò le schiere con la voce. D'altra parte la fanteria e la cavalleria romana, non appena scorsero il re, irruppero con le armi levate. E ciascuno sussurra all'altro: “Vedi, vedi come il capo dei Massili avanza in prima fila desideroso di combattere? Che sia del nostro braccio la gloria di uccidere costui che violò gli altari degli Dèi ed infranse i patti stabiliti con il casto condottiero. Per questo il destino l'ha fatto sfuggire all'incendio dell'accampamento”. Così mormorano tra di loro e scagliano a gara giavellotti. Ed il primo volando si conficca nelle narici anelanti fiamme del cavallo che solleva il muso insanguinato sferrando calci all'aria. Cadde in malo modo ed agitando il corpo ferito da ogni parte consegnò il cavaliere al nemico. I Romani gli son sopra e gli rendono impossibile la fuga e sollevando le stanche membra lo prendono e vergognosamente lo legano e ammonendolo che non bisogna confidare nella fortuna gli caricano le mani, use allo scettro, di pesanti catene. Ed è condotto via privo del trono colui che pocanzi aveva veduto ai suoi piedi le terre ed i re ed aveva in suo potere le spiagge ed il mare sconfinato dell'Oceano. Sconfitte le forze del re, le schiere fenice sono impaurite per la sfortuna della battaglia ed Asdrubale che ben conosce la fuga volge prontamente le spalle al dannato rischio. Cartagine, perduto ogni altro, era appoggiata ad un solo uomo il cui nome bastava a tener lontana da lei il fragore di tanta rovina. Quando stanchi si videro abbandonati dagli Dèi, comandarono che nel caso estremo sia richiamata l'ultima forza e l'ultimo aiuto. Non vi è indugio e le navi spinte a tutta forza solcano il mare per richiamare Annibale e riportargli gli ordini della patria: che non indugi se vuole trovare ancora in piedi le torri di Cartagine. Il quarto giorno la nave avvistò le spiagge daunie ed a sera i sogni turbavano il comandante. Poiché gravi affanni durante la notte gli impediscono di riposare e gli sembra di vedere Flaminio e Gracco e Paolo con le spade snudate muovere verso di lui e scacciarlo dall'Italia e l'esercito di ciascuno che veniva da Canne e dalle onde del Trasimeno spingerlo verso il mare. Fuggendo gli sembra di cercare le note Alpi e di attaccarsi con ambedue le braccia alla terra del Lazio, finché una forza crudele non lo scacci e lo slanci in balia delle tempeste. Egli, stanco, aveva queste visioni quando gli ambasciatori gli riferirono gli ordini dicendogli dell'estremo pericolo della patria e come le forze di Siface erano state sconfitte ed egli, fatto prigioniero e negatagli la morte, consacrato quale vittima a Giove, e come Cartagine si affatichi per non lasciarsi turbare dalle fughe di Asdrubale che regge il governo. Gli dicono con mesti accenti che avrebbe dovuto vedere come ardevano nella notte silente i due accampamenti e splendeva alle fiamme la terra libica. Che rapidissimo Scipione va minacciando mentre egli agita le contrade dell'Abruzzo e divampa l'incendio con cui quegli innalza se stesso, la patria e le sue inclite gesta. Dopo aver detto ciò ed esposti gli avvenimenti ed i timori piangono e gli baciano le mani come ad un Dio. Li udì muto e torvo nell'aspetto e pensò se tanto meritasse da lui Cartagine e poi esclamò “O maledetto flagello degli umani, fiera invidia che mozzi ogni altra impresa e tarpi le ali ad ogni volo! Avrei potuto da tempo conquistar Roma ed abbatterla al suolo, condurne il popolo prigioniero e dettare leggi a tutta l'Italia ed ecco che mentre Annone mi nega armi, denaro e soldati per rinforzare le mie coorti esauste per le vittorie, mentre vuole privare i soldati anche del pane ecco che tutta l'Africa è in fiamme e la lancia retea percuote le porte agenoree. Ed ora Annibale è il vanto ed il sostegno della patria, ora l'ultima speranza è posta nel suo braccio. Il mio braccio salverà le mura della patria ed anche te, o Annone!”. Così tuonò. Sciolse dagli ormeggi le navi alte e si spinse in mare gemendo fortemente. Egli se ne va e nessuno osa assalirlo e provocarlo alle spalle e sembra supremo favore degli Dèi che se ne vada spontaneamente e liberi affine il suolo italico. Ciascuno gli augura prosperi venti poiché gli basta vedere le spiagge libere di nemici proprio come, quando il vento violento raffrena le sue raffiche, i marinai sul mare tornato calmo contenti che sia cessato il temporale non domandano che spiri vento favorevole, ma ad ognuno la calma vale quanto l'andare velocemente. Le schiere libiche stavano con lo sguardo rivolto alle italiche spiagge, e mentre sospiravano scorreva loro per le guance il pianto. E sembrava che andassero esuli lontani dalla loro patria, verso orride lande. Come le navi avanzavano a gonfie vele, man mano si dileguavano più bassi i monti e l'ultimo lembo dell'Esperia e della terra daunia svanì all'orizzonte. Annibale fremendo esclama “Sono proprio io che di mia volontà ritorno così vilmente dall'Italia? Fosse stata distrutta ed arsa Cartagine ed il nome di Elissa! Pensavo bene quando non volli rivolgere da Canne dritto su Roma le armi insanguinate, e non divelsi dal suo trono il Tonante? Dovevo incendiare allora i sette colli spogliati di guerrieri e rinnovare al popolo superbo la rovina di Troia ed il destino dei suoi antenati. Perché piangere troppo tardi? Chi mi impedisce di rifare il cammino e di scagliarmi un'altra volta contro le mura di Roma? Torniamo e si ricalchino le note impronte e si ritorni alle acque dell'Aniene. Orsù, rivolgete le prue verso l'Italia. Farò in modo che Roma stretta d'assedio richiami Scipione”. Nettuno dalla sua profonda dimora lo vede ardente di così grande ira veleggiare nel ritorno e subito scuote il capo ceruleo e solleva con immense ondate le acque dagli abissi e lo spinge lontano dalle spiaggie. Libera improvvisamente dalle rupi eolie una tempesta di vento e di pioggia, oscura il cielo con le nubi e turbando da oriente ad occidente i suoi regni sommuove tutto l'oceano con il tridente. I marosi si levano spumeggiando e gli scogli tremano ai grandi urti. Per primo si scatena dalle spiaggie nasamoni l'Austro nuvoloso trasportando enormi ondate dalle Sirti e quindi Borea scolvolge con nere ali il mare e soffia e tuona dall'altra parte mentre Euro apre nuovi gorghi. Il cielo squarciato rintrona e guizzano le folgori ed implacabile la rovina del cielo discende sulla flotta. Nubi, fulmini, mare e turbini si uniscono ed una notte oscura nasconde il cielo e le onde. Innalzata da Noto ecco che si leva da poppa una tromba marina; le antenne gemono, le sartie stridono e nera l'onda immensa si frange sul capo di Annibale come un monte. Egli atterrito guarda il cielo ed il mare e grida: “Te beato, o fratello, nella tua morte simile ad un Dio. Il destino ti concesse di cadere da prode con le armi in pugno e di premere nell'ultimo respiro la terra d'Italia. Ed a me non diede, no, di morire a Canne insieme a Paolo ed a quelle grandi anime e perverso non volle che quando lanciavo fiamme contro il Tarpeo il fulmine di Giove m'incenerisse”. Così si doleva ed il mare sospinto da raffiche contrarie urta la nave da una parte e dall'altra e l'inabissa fra montagne d'acque così che sembra sommersa, ma poi i vortici arenosi la respingono e risale rapidamente a galla e rimane sospesa in cima alle onde in balia dei venti. Noto furibondo sbatte miseramente due triremi contro gli scogli. Le prue scricchiolano all'orribile cozzo e le chiglie si sfasciano con fracasso sulle rupi aguzze. Da ogni parte galleggiano sui flutti confusamente i tesori della ricca Capua, armi, elmi e creste rosseggianti e le prede laurentine, tripodi sacre, simulacri di Dèi che le itale genti venerarono invano e che il condottiero serbava per il suo trionfo. Alla vista del mare, Venere atterrita così parla al re delle onde: “Basta, o Padre, cessa da più crudeli minacce ed acqueta le onde, te ne prego. Cartagine non si glorii superba che suo figlio fu sempre invincibile e che, perché il popolo di Enea lo domasse, furono necessarie tutte insieme le ire dei mari”. Così parlò la Dea e le onde gonfie si spianarono improvvisamente e le navi libiche furono spinte dinanzi al campo nemico. Il condottiero, invecchiato nelle battaglie ed espertissimo nell'eccitare il suo esercito, esorta le anime all'ira e le infiamma con il desiderio della gloria: “Io vidi la tua mano rossa del sangue di Flaminio ucciso, la riconosco. Tu ardisti affrontare per primo il grande Paolo e gli conficcasti la spada nel cuore: e tu andasti lieto delle ricche spoglie del forte Marcello: Gracco morendo insanguinò la tua spada. O valoroso Appio, ecco la destra che ti precipitò trafitto nell'assalto di Capua dall'alto delle mura. E riconosco quegli che era come fulmine in guerra e ferì più volte l'illustre Fulvio. Tu che hai ucciso in campo il console Crispino vieni avanti qui in prima fila e tu che a Canne mi recasti, conficcato su di una picca, il capo di Servilio, trionfando nell'ira tua - me ne ricordo bene - seguimi da presso nella battaglia. O guerriero fortissimo tra i Libii, ti riconosco allo sguardo, che fiammegia tremendo come la punta della tua spada, sii quale ti vidi sulla Trebbia infuriata quando colle tue poderose braccia avvincesti il tribuno riluttante invano e lo sommergesti! E tu che presso le fredde acque del Ticino tingesti per primo la tua spada nel sangue di Scipione padre compi la grande opera e dammi anche il sangue del figlio. Potranno forse atterrirmi anche gli stessi Dei se verranno alla battaglia, se voi combatterete al mio fianco? Voi che valicaste quasi di corsa le eccelse Alpi minaccianti il cielo, e spargeste incendi per tutte le ampie campagne di Argiripa? E mi seguirai malvolentieri tu che per primo gareggiando con me stesso scagliavi lance e frecce contro le porte di Roma? E dovrò stimolare te che quando lottavo con le tempeste e le folgori e con tutta l'ira del Dio maggiore m'imponevi di disprezzare le vane nubi tentando di salire sotto i miei occhi il Campidoglio? Ecciterò forse voi, famosi sin dal principio della nostra guerra per l'eccidio di Sagunto? Siate degni di me e difendete la vostra antica gloria! Invecchiato con il favore degli Dei nelle vittorie, lontano per quindici anni dalla patria vi ritorno oggi che è in pericolo e fidando in voi spero di rivedere i miei dolci penati, mio figlio e la sposa che mi è stata così a lungo fedele. Se oggi siamo vinti non abbiamo più patria e, se vinciamo i Latini, essi non hanno più speranza di dar battaglia: questa è la battaglia suprema e chi oggi la vince è signore del mondo”. Così diceva Annibale ma dall'altra parte mentre il condottiero apriva la bocca per parlare l'esercito latino insofferente di indugi chiedeva il segnale della battaglia. Come il padre degli Dèi vide la sorella che dall'alto di una nube guardava tutto questo con mesti sguardi le disse così: “O sposa, che ti affanna? Forse i casi di Cartagine e del Fenicio? Ma ripensa al furore dei Libii. Non cesserà mai questo popolo indomito e spergiuro dal far guerra agli Eneadi ed al regno predestinato? Cartagine non sopportò in tanti anni le dure fatiche che tu procurasti alla razza di Cadmo. Turbasti terre e mari, gettasti contro il Lazio quella furia di uomo così che ne tremarono le mura di Roma ed Annibale fu per sedici anni il più grande guerriero del mondo. Ma ormai basta: i popoli abbiano alfine la pace che sospirano e siano chiuse le porte del tempio della guerra”. E supplichevole Giunone: “Non mi sedetti, o Giove, su questa nube per mutare i decreti del destino e non penso di allontanare o provocare guerre. Chiedo solamente quello che mi puoi dare, poiché spento in te l'amore di un tempo non sono più quella di una volta, e non oso oppormi al volere delle Parche. Sia pure sconfitto Annibale come tu vuoi e la polvere di Troia pesi su Cartagine. Per il doppio vincolo che mi lega a te come sorella e moglie, ti rivolgo una sola preghiera: che il condottiero magnanimo abbia salva la vita. Non permettere che sia preso ed avvinto in itale catene. Conserva, sia pure affranta e misera, la mia Cartagine. Ora che tramonta la gloria dei Sidonii essa mi onori”. Così Giunone, e Giove le rispose brevemente “Per le me lagrime e per le tue preghiere ti concedo che Cartagine rimanga in piedi. Ma odi quanto e come mi arrendo al tuo desiderio. Un destino ineluttabile pende sulle tue mura: verrà un altro condottiero ugualmente famoso e le tue rocche oggi salve cadranno arse e distrutte. Annibale sfugga pure alla morte e rimanga in vita: io già lo vedo, poiché ben conosco la sua indomabile anima ardente mettere sossopra e cielo e mare e coprire la terra di nuove armi. E sia pure, ma gl'impongo di non rimettere mai piú piede nei regni di Saturno e di non rivedere mai più un lembo dell'Italia. Ed ora salvalo dalla morte che lo minaccia, poichè se egli si slancia nel folto della mischia cercherai invano di fargli scudo contro il condottiero italico”. Mentre l'Onnipotente ordina i destini di Annibale e di Cartagine, le schiere si slanciano a battaglia ed il cielo risuona del clamore guerresco. In nessun tempo la terra vide popoli più poderosi affrontarsi e condottieri pìù valorosi guidare gli eserciti della patria a battaglia maggiore; massimo il premio della vittoria: il mondo. Il libico si avanza risplendente di porpora: sul capo gli ondeggia alto il cimiero di rosse piume, in pugno gli scintilla la spada ben nota agli italiani ed il suo nome terribile lo precede sul campo. Scipione al contrario ha un mantello di ardente granato ed agita al fianco uno scudo grande e formidabile su cui sono scolpite le immagini del padre e dello zio che combattono ferocemente, ed una viva luce gli irradia la fronte coperta dall'elmo. Tanti soldati armati non hanno speranza di vittoria che nei condottieri e come ciascuno è agitato da diverso timore ed amore i più pensano che se Scipione fosse nato sulle spiagge dell'Africa i figli di Agenore avrebbero la signoria del mondo ed, Annibale romano, l'universo sarebbe servo di Roma. Per l’aria atterrita stridono le frecce che lanciate in nuvoli oscurano il cielo. I soldati si avvicinano, stringono in pugno le spade nude e si guardano biechi. La prima schiera che sfidando i pericoli si slancia già cade e la terra dolorosa beve il sangue dei suoi figli. Ed ecco che Massinissa giovanilmente ardente, simile ad un gigante nell'aspetto si slancia tra i cavalli macedoni e correndo per il campo avventa dovunque giavellotti. Ugualmente l'azzurro abitante di Tule incalza con il carro falcato le schiere serrate. Le coorti macedoni schierate in falange con le lance in resta, secondo il loro costume erano baluardo impenetrabile all'irruenza dei nemici. Erano state mandate dal re Filippo che in onta ai patti porgeva perfidamente aiuto a Cartagine che rovinava. Ma per la strage si dirada la schiera e dove cadono i morti si apre un varco. L'esercito latino vi si spinge con il fracasso di una gran mole che piomba e rompe la falange greca. Archemoro e Teucro sono uccisi da Rullo e da Norbano che già vecchi erano venuti alla guerra da Mantova loro patria. Samio cade sotto la spada del prode Caleno, Selio trafigge Clizio il peleo che era follemente orgoglioso del nome della sua terra. Ma essa non gli valse contro il ferro del daunio. Con furia ancora maggiore Lelio irrompe contro i Latini e gli abbruzzesi collegati con i Fenici rimproverandoli aspramenie: “Vi fu dunque detestabile l'Italia che per fuggirla sfidaste il mare e le tempeste sulle navi libiche? E non vi basta tale vergogna che desiderate inondare di sangue fraterno le spiagge straniere?”. Così gridando previene con una freccia Silaro che si preparava ad assalirlo. L'asta si conficca nella gola e mozza per sempre all'infelice la parola ed il respiro. Sarri è atterrato dal feroce Amano e Caudino da Virgilio mentre i volti, la foggia del vestire, le armi italiche ed il suono dello stesso idioma rendono più forte l'ira latina. Non appena Annibale li vide fuggire gridò: “Fermatevi, non tradite anche noi!”. E si parò loro dinanzi e con grida e con il braccio li risospinse alla battaglia. Sembrava un serpente nelle sabbie infuocate dei Garamanti quando dopo aver mangiato leva il collo gonfio e sprizza tutto intorno per l’aria il veleno. Quindi corre ed assale Erio che stava per ferirlo. Erio discendeva dal famoso Teate e dalla casa marrucina e mentre si esponeva a così pericoloso e glorioso cimento Annibale gli immerge nel fianco la spada fino all'elsa. L'infelice cade e con gli occhi morenti cerca il fratello Pleminio; questi accorre rapidamente ed agitando minaccioso la spada sul volto dell'uccisore gli grida: “Rendimi mio fratello!”. Ed Annibale gli risponde: “L'avrai se lo desideri purchè tu mi faccia tornare dai morti Asdrubale. Dovrei forse vivendo deporre l'odio contro i Romani? Essere io pietoso con la razza italica? Piuttosto Asdrubale non mi voglia a compagno e mi cacci, ombra nemica, dall'Averno ». Così dicendo urta con il pesante scudo il giovine che sdrucciola sul terreno molle del sangue del fratello e lo trapassa con la spada. Egli cade ed abbracciando Erio dimentica nella morte ogni dolore. Quindi Annibale irrompe nel folto della mischia e da lontano incalza i nemici e le insegne. Così quando tuoni e folgori atterriscono l'universo e l'alta reggia degli Dèi ne è scossa, ciascuno crede agli improvvisi bagliori di aver dinanzi agli occhi il Dio dei fulmini. Dall'altra parte, come se la battaglia ardesse solo dove infuria la destra di Scipione, la morte ha nuovi e vari aspetti. Alcuni cadono trapassati dalla spada, altri hanno le membra miseramente spezzate dai sassi, mentre altri ancora per paura si gettano a terra bocconi ed i loro compagni oppongono il petto ai colpi. Scipione infuria tra la calca dei morti e dei moribondi e sembra Marte quando corre, alto sul carro, l'Ebro gelato ed esulta nella strage: il sangue caldo fonde intorno le nevi, e la ruota passa scricchiolando sui ghiacci raccolti dalla bufera di Aquilone. Il romano imperversa e cerca tra l'esercito nemico i più forti e li assale. Quanti celebri per illustri imprese cadono sotto i suoi colpi! Ora sono uccisi da Scipione in mucchio gli empi che disprezzando gli esterni misteri si gloriarono di aver valicate le Alpi, quei Fenici che abbatterono, o Sagunto, le tue mura e con la tua rovina diedero principio alla guerra nefanda, i vincitori che ammorbarono con i cadaveri le sacre acque del Trasimeno e quelle stagnanti del Po, che ebbri d'orgoglio volevano mettere a sacco il Campidoglio e Roma. Atterrito da tanto scempio l'esercito fenicio fugge, come quando il fuoco si attacca alle case in città e le fiamme, per il soffiare del vento, corrono di tetto in tetto ed il popolo atterrito esce improvvisamente e fugge per tutte le vie quasi si desse l'assalto alla città. Ma il condottiero italiano disdegna di inseguire chi fugge e di uccidere la plebe ingloriosa e desidera ormai di provare la sua spada contro l'autore dell'empia guerra e di così lunghi affanni. Poiché l'Italia non avrebbe alcun vantaggio se Annibale sopravvivesse all'incendio di Cartagine ed alla strage di tutto l'esercito fenicio e, lui caduto, sarebbero inutili per i Libii le armi ed i guerrieri. Lo va cercando con lo sguardo per tutto il campo desideroso dell'ultima lotta e vorrebbe l'intera Italia a testimone della gran lotta e corre gridando terribilmente e sfida il nemico e lo rimprovera. Giunone, quando lo sente, ansiosa e timorosa che quel grido giunga all'orecchio del Libio, forma ad un tratto una figura simile a quella di Scipione e sovra il capo vi adatta il grande elmo corrusco e le vesti ed imita lo scudo del romano. Sulle spalle gli finge il ricco mantello di porpora e dà al fantasma gli impeti, il passo ed il portamento dell'eroe latino. Ugualmente aggiunge una parvenza di cavallo che volteggi rapido ed ubbidiente come in una vera battaglia. Il fantasma cavalca innanzi al Fenicio e sembra che lanci giavellotti. Annibale, lieto di affrontarlo sperando ormai il maggiore dei trionfi, si scaglia sul suo cavallo, e getta nello stesso momento impetuoso la lancia. L'immagine gli volge le spalle e corre in mezzo all'esercito. Quello, pensando già alla vittoria sicura, insanguinando con gli speroni il cavallo avanza al galoppo e grida: “Dove fuggi, o Scipione? Dimentichi di essere in Libia? Qui non v'è rifugio dove tu possa nasconderti”. Ed alta la spada lo insegne, ma l'immagine fallace lo trae lontano dal campo per contrade remotissime e ad un tratto si dilegua per l'aria. L'eroe esclama sbuffando: “Qual Dio venne verso di me in armi e perché si tramutò in mostro? Dunque, tanto gli Dèi invidiano la mia gloria? Ma qualunque Dio tu sia, fautore di Roma, non potrai con le tue male arti togliermi il vero nemico”. Furibondo rivolge le briglie e ritorna al campo ed ecco che per opera di Giunone il suo cavallo come per improvvisa febbre, barcolla tremante e cade e rende all'aria l'ultimo respiro. Smanioso Annibale prorompe: “O Dei, o Dèi, questa, ben lo comprendo, è frode vostra. M'avesse il mare sbattuto su qualche scoglio e sepolto nei suoi vortici! Ero riservato a tale morte? I miei soldati cui diedi il segnale della battaglia sono caduti ed io ne odo qui da lontano le grida, i lamenti, le voci che mi chiedono aiuto. Quale fiume di Averno può lavare tale delitto?”. Desideroso di morire così gridava guardando la spada. Giunone ne ebbe pietà e tramutatasi in pastore uscì improvvisamente dal folto bosco ed a lui che pensava alla morte così parla: “Quale ragione ti porta, o guerriero, nel nostro bosco? Muovi forse al campo dove Annibale il grande fa macello degli ultimi Latini? Se desideri giungervi velocemente per la via più breve ti posso condurre di qui nel mezzo della battaglia”. Il condottiero acconsente e rinnovando al pastore larghe promesse gli dice che ne avrebbe avuto gran premio dalla eccelsa Cartagine e che egli stesso non sarebbe stato meno generoso. Quindi si incammina a grandi passi e Giunone lo conduce per altri sentieri e nascondendolo gli salva quella vita che odia. Frattanto l'esercito fenicio abbandonato cerca invano il suo capo e non vede più nel campo le ben note stragi che egli compiva. Alcuni lo credono morto, altri pensano che, disperando della vittoria, si sia arreso all'ira degli Dei, e ciascuno è timoroso. Scipione irrompe tra loro e sgomina le orde fuggenti e le insegue. La stessa Cartagine ormai ne trema ed il terrore, disperse da ogni parte le schiere, entra dovunque ed i popoli senza freno fuggono travolti e si spingono raminghi chi alle ultime contrade tartessiache, chi nelle mura di Batto, chi alle sponde del fiume dei Lagidi. Così quando il Vesuvio vinto dalla forza nascosta che lo corrode dentro, vomita alfine il fuoco covato da secoli eruttandolo sulle terre, sull'ampio mare e le selve ricche di lane dei Seri divengono meravigliosamente grigie per la cenere latina. La Dea sosta alfine con lo stanco capitano su di un poggio vicino da cui si offrono allo sguardo i sanguinosi resti della battaglia infausta. Come un giorno egli vide le campagne del Gargano ricoperte di cadaveri e le stagnanti acque del Trasimeno, le paludi della Trebbia e le rive del Po, così ha ora dinanzi lo spettacolo miserando dell'esercito distrutto. Giunone addolorata se ne ritorna in cielo; le schiere fuggiasche si appressano ai piedi del colle. “Il cielo infranto precipiti sul mio capo e m'inghiotta la terra - così dice tra sè Annibale - però tu, o Giove, non potrai cancellare il ricordo di Canne. Prima che il nome di Annibale sia dimenticato dalle genti tu cadrai dal tuo seggio. Né tu, Roma, rimarrai sicura, poiché sopravvivo alla rovina della mia patria solo per farti guerra. Ora che hai vinto, rallegrati della tregua. Mi basta solamente, e ne son lieto, che le madri latine e tutte le genti itale tremino, finché io viva, per il mio ritorno e che le anime agitate non abbiano mai pace”. Così fremendo valica rapidamente, accompagnato da pochi, gli alti monti e si salva tra le boscaglie del versante opposto. E la guerra finì. Subito si aprirono dinanzi al condottiero latino le porte ed egli frenò la libertà eccessiva, tolse al popolo le armi e diede loro leggi e proibì che il dorso degli elefanti fosse armato di torri. Ed ecco che tutte le navi, spettacolo miserando per i Fenici, furono date alle fiamme ed il mare parve ardere all'incendio e Nettuno abbacinato ne tremò. Grande per imperitura gloria, illustre per il nome preso per primo dalla terra vinta, il condottiero fa vela verso Roma ormai regina del mondo ed entra in trionfo tra le sue mura. Dinanzi a lui è tratto su di una bara Siface collo sguardo a terra ed il collo gravato da catene d'oro. Dietro di lui Annone con i più forti guerrieri libici ed i più famosi dei Macedoni. Poi i bruni Mauri, i Numidi, i Garamanti abituati a correre per i deserti sacri di Ammone, i figli delle Sirti, tomba dei naviganti. La statua della vinta Cartagine segue il trionfo e tende al cielo le palme. E dietro, serene nell'aspetto, l'Iberia e Cadice ultima diga dell'universo e Gibilterra, meta inclita delle imprese di Ercole. Appare il Beti, che ogni sera cosparge di dolce acqua i cavalli di Febo, e Pirene, fucina di guerra che leva alle stelle le cime boscose e l'Ebro che si getta in mare violentemente con la piena dei fiumi che l'ingrossano. Ma l'immagine di Annibale fuggiasco attira tutti gli sguardi ed occupa tutte le menti. Il vincitore splendido d'oro e di porpora, magnifico e marziale alto sul carro, si offriva agli sguardi dei Quiriti. Così Bacco sul cocchio, adorno di pampini, tratto dalle tigri tornava trionfante dall’India adorata, così Ercole correva i campi Flegrei levando al cielo la fronte gloriosa dopo aver domato i Giganti. Salve, padre immortale; emulo in gloria del gran padre Quirino e non secondo, per meriti, a Camillo! Figlio di Dèi, giustamente Roma ti dice disceso dal Tonante Tarpeio!

 

 



[1] Si consideri che 9896 sono i versi dell'Eneide di Virgilio (9900 con i 4 apposti -in italiano tra parentesi- all'inizio del poema). Ma su questo torneremo più avanti.

[2] D.J.Campbell, The birthplace of Silius Italicus, in Classical Review 50, 1936, pp.56-58; A.N.Sherwin-White: The letters of Pliny, p.227, n.1. Ma si è supposta anche una origine campana (capuana) per il legame affettivo - forse anche di ascendenza virgiliana- verso quella regione.

[3] Laudizi, cit., p.14

[4] Marziale, 11, 48; 11, 49; 12, 67.

[5] Laudizi, cit.; ARRIAN. Epicteti Dis..3,8,7). Ma McDERMOTT W.C.-ORENTZEL A.E., Silius Italicus and Domitian, AJPh 98,1977, p.26 n.11 ritengono improbabile che l'Italicus di Epitteto sia il nostro poeta.

[6] Così suggerisce anche Onorato Occione nel Proemio della sua traduzione italiana di Silio, ripreso anche da N.D.Young, cit., p.9.

[7] <<"The Punica of Silius Italicus is the longest Latin poem..." with 12,202 lines.>> (N.D.YOUNG, Index... cit. p.9; ediz. DUFF, Loeb Classical Library, New York 1934.

[8] Antonio Petrucci, postilla finale nel I volume della traduzione in prosa de Le Puniche, cit.

[9] Riferimenti e bibliografia in Laudizi, cit., p.19-26.

[10] Laudizi, p.24.

[11] Maestro  di Alessandro Magno. Il più completo filosofo dell'umanità prima di Hegel. Aristotele è onnicomprensivo quanto Hegel, ma meno profondo per ciò che concerne lo Spirito (Assoluto) e la dialettica. Il marxismo ha mutuato dalla dialettica hegeliana (più complessa di quella aristotelica) la dialettica storica, ma ha avuto ragione solo a metà, poichè la sistematizzazione politica aristotelica (monarchia, aristocrazia, democrazia, con le degenerazioni di tirannia, oligarchia e demagogia -il moderno fascismo), unita alla dialettica hegeliana nella prospettiva storica, può vedere nel capitalismo non un momento "negativo", una antitesi, che genera il socialismo quale sintesi finale, bensì è il capitalismo stesso il massimo punto d'arrivo, la sintesi del processo storico tra feudalesimo e borghesia. Il socialismo è quindi una prospettiva, uno sviluppo "interno" al capitalismo, deriva direttamente dallo sviluppo di quest'ultimo, e tanto meno ne rappresenta una forza ostile, una forza che deve combatterlo o eliminarlo. Si è osservato che il marxismo è stata la prima filosofia occidentale a penetrare in Oriente: in realtà, anche nelle opere filosofiche di Mao Tse Tung, quasi tutte dedicate alla dialettica (al metodo dialettico), è la dialettica hegeliana a essersi trapiantata nella filosofia tradizionale cinese.

[12] Musica suonata dal flauto (aulé) o dalla cetra (cìtara), ma comunque accompagnata da parola. La musica da sola è esclusa, e rientra nel ditirambo o nel nomo.

[13] Prosa e poesia senza accompagnamento musicale sarebbero quindi questa "arte che non ha un suo nome".

[14] Scrittori di Siracusa (V sec.), autori di mimi sulla vita quotidiana.

[15] L'etimologia sembrerebbe così dare ragione all'apparenza della forma metrica, e non alla sostanza del contenuto.

[16] Filosofo di Agrigento, V sec. Autore di poemi in esametri (uno Sulla natura e uno mistico su Le purificazioni.

[17] Poeta tragico ateniese (IV sec.).

[18] Il nomo, accompagnato da cetra o flauto, passò da argomenti religiosi anche a quelli profani, ma ebbe sempre carattere drammatico.

[19] C. Pellegrino, Il Carrafa, cit., III, p.315.

[20] Ibid. p.315-316.

[21] Ibid. p.316.

[22] F.De Sanctis, Saggi critici, Bari 1969, III p.123.

[23] Lett.It., cit., 3-1 (Le forme del testo 1.), Torino 1984, p.567.

[24] Aristotele, Poetica, IV.

[25] E.NORDEN, Die römische Literatur, B.G.Teubner, Leipzig 1954 (trad.ital."La letteratura romana, Laterza 1984, pp.131-132.

[26] Properzio, il poeta dell'amore, che però loda la fatica "maggiore" intrapresa da Virgilio e un poco si cimenta nella mitologia epica della primissima Roma, aveva come modello epico latino "unico" e integrale Quinto Ennio. La ripresa dell'ispirazione delle greche Muse in Properzio doveva avere molto del carattere dell'Ennio epico per noi perduto.

[27] Lo si può dedurre anche dai frammenti rimasti.

[28] La Historia Augusta ci informa come ancora Adriano (forse per un gusto eccessivamente arcaicizzante) preferisse Ennio a Virgilio.

[29] ALBRECHT M. von, Silius Italicus, Freiheit und Gebundenheit römischer Epik, Amsterdam 1964, pag. 122  (bibliografia alle pagg. 215-237).

[30] J.BAYET, Littérature latine, Paris 1965 (ed.ital. Letteratura latina, Firenze 19823, pag.288).

[31] MONACO,DE BERNARDIS,SORCI, L'attività letteraria nell'antica Roma, Palumbo 1991, pag.435.

[32] "L'opera di Silio Italico appare piuttosto come l'espressione di una non trascurabile competenza retorica" (MONACO, DE BERNARDIS, SORCI, L'attività letteraria nell'antica Roma, Palumbo 1991, pag.441).

[33] MONACO,DE BERNARDIS,SORCI, L'attività letteraria nell'antica Roma, Palumbo 1991, pp.444-45.

[34] Nato nel 1939. Non sono ancora apparsi, in italiano, i suoi saggi critici (The redress of poetry") relativi alle lezioni di Oxford.

[35] "Non vado a cercare un messaggio esplicito e non ne voglio consegnare uno alla poesia". Si osservi d'altronde che la effettiva "politicità" di Heaney, le sue prese di posizione "irlandesi" espressamente dichiarate sono del tutto implicite (come egli afferma) nella sua poesia. Non si tratta cioé di uno stereotipato "l'arte per l'arte".

[36] Pensiamo non tanto ad Auerbach, cioé all'aspetto allegorico, quanto al dopo De Sanctis, alla poesia delle illuminazioni.

[37] Il termine è mutuato schematicamente da L. Canali, Introduzione a : Cesare Ottaviano Augusto, Res gestae divi Augusti, Roma 1984, pag. 15.

[38] Il Cesare sterminatore di "barbari" non era certo, come sarebbe oggigiorno, la stessa persona del "cittadino" Cesare, filo-popolare verso i "cittadini" della sua città-stato. Ma, per ironia della storia, proprio i Galli pacificati, divenuti anche senatori, potevano essere politicamente  degli estimatori di Cesare.

[39] A tal punto che, secondo Norden (e secondo noi giustamente), la decadenza degli studi greci a Roma dopo i Giulio-Claudii fu una delle cause dell'inizio della decadenza della letteratura latina. Si studiavano ormai solo i modelli latini e non direttamente i fondamentali antecedenti greco-ellenistici. Ma si veda più avanti una relativa eccezione ammessa dal Norden per Valerio Flacco, riguardo a una tecnica squisitamente virgiliana.

[40] E.NORDEN, ed.ital."La letteratura romana, Laterza 1984, pag. 131-132.

[41] M.CITRONI, Produzione letteraria e forme del potere. Gli scrittori latini nel I secolo del'impero, in "Storia di Roma" Einaudi II-3.

[42] M.CITRONI, Produzione letteraria e forme del potere. Gli scrittori latini nel I secolo del'impero, in "Storia di Roma" II-3, pag. 450.

[43] Si leggano le massime di questo filosofo, anche nella traduzione latina di Angelo Poliziano e in quella italiana di Giacomo Leopardi, per intendere il valore di queste personalità.

[44] J.BAYET, Littérature latine, Paris 1965 (ed.ital. Letteratura latina, Firenze 19823, pag.294.

[45] La terminologia è del Laudizi, cit., p.144.

[46] E' ancora terminologia del Laudizi, Ibid.

[47] Quanto a torto, lo hanno dimostrato Cesare Luporini per Leopardi, la verità storica e poetica per Carducci e le vicissitudini letterario-politiche di Vittorini per l'epoca di Cardarelli.

[48] A parte l'ovvia, naturale "propaganda" romana contro questo inumano aspetto della religiosità punica, finalmente Sabatino Moscati ha riconosciuto che questi, peraltro rari, sacrifici riguardavano solo i primogeniti delle più importanti e più ricche famiglie di Cartagine : erano cioè il massimo tributo di dolore e di rinuncia che i Punici potessero effettuare per farsi perdonare dalle divinità in caso di carestìe ed epidemie che decimavano la popolazione (con una millenaria tradizione, alle spalle, di partenze e divisioni della cittadinanza verso nuove terre che sfamassero i sopravvissuti).