Il
poema più lungo della letteratura latina (12.202 versi esametri contro i
9.896 dell'Eneide di Virgilio): questo sono i Punica di Silio Italico, poema
in XVII libri dedicato alla II guerra punica e alla figura di Scipione
l'Africano. Annibale, anche se "eroicamente", vi fa la parte del
"cattivo", e in questo le critiche a Silio Italico trascendono la
poesia per finire nella storiografia. L'autore del presente saggio sta
completando la traduzione in versi italiani dell'intero poema, guardando
alle traduzioni in prosa inglese (SILIUS ITALICUS, Punica, 2 Voll., LONDON- CAMBRIDGE,
MASSACHUSETTS - Harvard University Press, 19342. VOL. I:J.D.DUFF Libri I-VIII; VOL.II:
Libri IX-XVII) e francese (SILIUS ITALICUS,
La
presente riproduzione in editoria elettronica del testo latino del poema di
Silio Italico è stata controllata sull'edizione Teubner, SILI ITALICI -
PUNICA, edidit Iosephus Delz, Stuttgart 1987, vol. unico di pagine 528 (Silius
Italicus, Tiberius Catius: [Punica]). Anche la numerazione delle pagine
corrisponde fedelmente all'ed. Delz. Pur tralasciando aspetti più
tecnici dell'edizione critica (raffronto tra primi codici e manoscritti
originali), viene riportato, sia del Delz che delle principali edizioni
critiche a partire dalla prima (dell'Asulanus, Venezia 1523), il raffronto con
relativa indicazione per ogni variazione del testo. Segnaliamo in nota o nel
testo tra vigolette singole < > le variazioni rispetto alle ed.:
1>
Asulanus Franciscus, Silii Italici De Bello Punico Secundo XVII libri nuper
diligentissime castigati ... Venetiis in aedibus Aldi 1523
2>
Bauer L., Sili Italici Punica, Lipsiae 1890. 1892
3> Bothe, Des Cajus Silius Jtalicus Punischer Krieg
oder Hannibal. Berichtigt, verdeutscht und erklärt von F.H.Bothe.
Stuttgart 1855-57
4> [Heinsius] Drakenborch A., Caji Silii Italici
Punicorum libri septemdecim cum ... postumis notis Nicolai Heinsii, nunc primum
editis curante Arnoldo Drakenborch ... Trajecti ad Rhenum 1717
Duff J. D., SILIUS ITALICUS - PUNICA, London- Cambridge
Massachusetts 1927 (19342), 2 voll.
5> Heinsius D., Silius Italicus De Secundo Bello
Punico, in quo ad codicis Modiani fidem1 versus spurii eiecti sunt, ac legitimi
qui defuerunt hactenus, substituti... Lugduno 1600
6>
Miniconi P.- Devallet G., SILIUS ITALICUS - La Guerre Punique, ed. "Les Belles Lettres" Paris 1979, 4 voll.
7> Summers G. C., Sili Italici Punica, in: Corpus Poetarum Latinorum... ed. Iohnannes Percival Postgate fasc. IV, Londini 1904
8<Blass
H., Emendationes manu scriptae (1867), citate dal Bauer, e sue successive
annotazioni (1875/76).
Se le
<> sono vuote all'interno, significa che in quell'ed. manca
l'interpunzione o la parola precedente. Per comodità anche di ricerca
automatica e indici, la vocale u compare sempre in luogo della trascrizione
"v" dei codici e delle ed. critiche. Per il medesimo motivo le
virgolette aperte (" oppure <<) di inizio discorso diretto sono
scritte in fine del verso che precede e non, com'è invece corretto,
all'inizio del verso.
Il
Delz dichiara brutalmente, già nella seconda riga della prefazione, di
aver curato l'edizione più recente "non admiratione poetae
mediocris instinctus" (non per ammirazione di un poeta di mediocre
ispirazione), ma solo per fornire un'edizione critica più completa e
accurata rispetto alla precedente ed. Teubner (Sili Italici Punici ed.
Ludovicus Bauer, Lipsiae 1890-1892), che poco considerava alcuni codici, tra
cui il V(aticano latino 1652), e studi più recenti su integrazioni quali
VIII, 144-223 (versi mancanti nel codice scoperto da Poggio Bracciolini) (Delz,
Praef., p. LXIV sgg.).
Presentando la traduzione
"poetica", cioè in versi italiani, dei 12.202 esametri [1] latini del poema "Punica"
di Silius Tiberius Catius Italicus
(propriamente "Punicorum libri XVII" ma più comodamente
"Punica"; anche "De secundo Bello Punico Silii Italici" o
"Silii Italici Punicorum libri septemdecim"), è doveroso
parlare della modesta fortuna nei secoli di questo poeta latino e della
controversa validità poetica della sua opera.
Silius Italicus, di
probabile origine padovana [2], sarebbe nato nel 26-27
dopo Cristo e morto nel 102 (ma sono date solo "probabili", non
certe; forse più attendibili del 25 e del 101 più riportate in
manuali e biografie). Quando egli nacque era imperatore Tiberio, ed egli visse
tanto da vedere Traiano succedere a Nerva. Per Silio oriundo dell'Umbria, cfr.
Delz, ed. Teubner 1987, Praef., pag. XXX. Le notizie sulla sua vita ci vengono da
Tacito (hist.3,65), Marziale (7,63; 8,66; 11,48; 11,50; 12,67) e soprattutto
Plinio il Giovane (3,7).
Silio era avvocato negli
ultimi anni del regno di Claudio e nei primi di quello di Nerone. Fu fatto
console ordinario da Nerone nel 68 d.C., nell'ultimo anno del suo principato.
L'influenza politica di Silio fu certo considerevole in quel periodo: lo
troviamo nel 69 impegnato in negoziati con Vitellio, di cui era amico, e con
Flavius Sabinus, fratello del futuro Vespasiano, fu cioè amico degli
imperatori di casa Flavia. Secondo Tacito (Annales, III, 65) questi colloqui
segreti ebbero solo due testimoni: Cluvius Rufus e Silius Italicus. Fu in
seguito, nel 77 d.C., proconsole in Asia sotto Vespasiano, ricoprendo con onore
la sua carica, e, tornato a Roma, rinunciò ad ogni attività
politica. Questo ritiro pieno di dignità conferì a Silio
un'ottima reputazione, come ci riferisce Plinio il Giovane, e Silio
conservò un prestigio personale considerevole. Molte delle cose che
sappiamo sulla sua vita le dobbiamo proprio a una lettera di Plinio (III, 7)
che pare un vero e proprio necrologio[3]. Silio fece parte dell'alta
società romana, frequentando i principes civitatis, i "primati
cittadini". Si dedicava a conversazioni erudite. E fu in questo periodo,
intorno all'80, che iniziò la composizione del suo poema. Solo dall'88,
seguendo la cronologia del Friedländer per l'edizione degli Epigrammi di
Marziale (Leipzig 1886), abbiamo certezza della risonanza pubblica, o almeno
del riconoscimento dell'opera che stava realizzando, da versi di encomio di
Marziale nel libro IV, 14, 2-4. Del resto Marziale mostrerà spesso
riconoscenza, nei suoi versi, a colui che era uno dei suoi protettori e amici [4]. Ancora in quegli anni
Marziale incontrò Silio a Baia presso Napoli e a Roma, dove viveva ormai
stabilmente. Di Silio Italico ci resta anche una Ilias Latina, di un migliaio
di versi.
Primo, cronologicamente, tra
i poeti epici dell'età flavia (Stazio e Valerio Flacco), esponenti del
tradizionalismo (o neoclassicismo) accesamente virgiliano (di contro, soprattutto,
a un Lucano), Silio manifestò estremamente questo classicismo sia
nell'arte che nella vita pubblica e privata, avendo i mezzi economici
sufficienti per fare il collezionista di raffinati oggetti d'arte antiquarii e
soprattutto per comprare la villa appartenuta a Cicerone a Tusculum (Cicerone
era un idolo di questi "neoclassicisti") e alcune ville in Campania,
tra cui una nel cui terreno si conserva la monumentale tomba attribuita a
Virgilio, a cui Silio dedicava una specie di culto domestico. In questa villa,
infatti, scelse di ritirarsi a vita privata e lì, affetto da una
malattia incurabile, preferì, con stoica rassegnazione, lasciarsi morire
di fame nel 102 d.C., all'età di circa 76 anni. Sulle ipotesi del male
incurabile (clavus inteso come callo da Celso e quindi come tipo di
ulcera interna secondo MERRILL E.T. sulla base della terminologia di Plinio il
Vecchio e della notizia su Silio di Plinio il Giovane) vedere G.Laudizi, cit.,
p.16 in nota; ma anche Laudizi sembra considerare tale ipotesi come improbabile
non trattandosi evidentemente di ulcere interne nel contesto pliniano (cfr.
SHERWIN-WHITE, cit., p.227). Per la sua morte stoica Epittéto annovera
Silio tra i veri filosofi [5]. E l'amicizia di Silio col
grammatico e filosofo stoico Anneo Cornuto, la comune ammirazione con lo
scrittore Q.Asconio Pediano di Padova per Cicerone e Virgilio e la presunta
origine patavina di Silio sono tutte collegate all'adesione di Silio allo
stoicismo.
Il nome completo di Silio
risulta in una iscrizione dei Fasti Sodalium Augustalium Claudialium (Corpus
Inscriptionum Latinarum VI, 1984, 9):
C. Rutilius Gallicus cooptatus
.. Galerio Thachalo
Ti. Catio Silio Ital(ico)
Cos.
p(ost) R(omam) c(onditam) an(no) DCCCXXI.
Ne risulterebbe che il nome
originario era Silius e che egli fu adottato da un Tiberius Catius [6]. Ma una iscrizione greca
riscoperta nel 1934 presso Afrodisia, in Asia Minore, alla frontiera tra Frigia
e Caria, e descritta da W. M.
Calder (Silius Italicus in Asia, in Classical Review, 49, 1935, p.216-217) ci
ha restituito il nome completo: TIB. CATIUS ASCONIUS SILIUS ITALICUS.
Nel 1416-1417 Poggio
Bracciolini ritrovò a St. Gall un manoscritto di Silio. Le due prime
edizioni furono stampate a Roma nel 1471. L'edizione Aldina del 1523, curata
dall'Asulanus, è importante nella storia del testo, perché
presenta 81 linee (VIII, 145-225) non presenti nei manoscritti (lo Heitland,
"Journal of Philology, vol. XXIV, pp.179-211, non dubitò
dell'autenticità siliana di questi versi, autenticità spesso
messa in discussione e riaffermata alla fine del 1995 da due studiosi
dell'Università "La Sapienza" di Roma con un saggio che non
adduce però motivi definitivi). (Un conoscente, filologo
dell'Università "La Sapienza", mi riferisce che -in un
raffronto al computer tra un mio dischetto con tutto il poema latino di Silio e
il poemetto latino Africa di Francesco Petrarca- solo un verso risulterebbe
simile, o copiato, tra i due poemi : ma sarebbe fantascienza pensare che
Petrarca conoscesse o possedesse -senza dichiararlo- il poema di Silio).
Da un punto di vista
quantitativo, le Punica Di Silio Italico sono il più lungo poema latino [7]. Si veda a proposito la
seguente tabella riassuntiva di tutta l'epica latina conservataci, con numeri
di libri (oggi diremmo "Canti") e versi in colonne affiancate: i
numeri di versi della seconda colonna sono quelli dei Silii Italici Punicorum
libri XVII:
Silio Virgilio
Lucano Stazio Val.Flacco
Punica Eneide Farsagl.Tebaid.Achil. Argonaut.
Lib.versi
1
694+ 1 756+ 695+ 720+ 960+ 1
850+
2
707+ 2 804+ 736+ 743+ 167= 2
664+
3
714+ 3 718+ 762+ 721+ _____ 3 740+
4
829+ 4 705+ 824+ 850+ 1127 4
762+
5
678+ 5 871+ 815+ 753+ 5 695+
6
716+ 6 901+ 830+ 946+ 6
760+
7
750+ 7 817+ 872+ 823+ 7 653+
8
676+ 8 731+ 872+ 766+ 8 467=
9
657+ 9 818+ 1105+ 907+
____
10 658+ 10 908+ 546= 939+
5591
11 611+ 11 915+ _____ 761+
12 752+ 12 952= 7057 819=
13 895+ ________
______
14 688+ 9896
9748
15 823+
16 700+
17 654=
_________
12202
Se si considera che il primo
poema epico latino in assoluto (cronologicamente), quello di Nevio, anch'esso
su una guerra punica, la prima, era di 4000/5000 versi secondo gli studiosi; e
che i 18 libri degli Annales di Quinto Ennio (il primo poema epico latino in
esametri, fondamentale anche nell'ispirare Virgilio, dedicato alle due prime
guerre puniche con l'apoteosi di Scipione vincitore su Annibale e ipotizzato in
circa 30.000 esametri) si sono conservati in soli 400 frammenti per poco
più di 700 versi (si veda nell'Appendice la nostra ristampa di tutti i
frammenti sopravissuti del poema nelle edizioni Teubner, nell'edizione Valmaggi
e nel riferimento alle altre principali edizioni): se prendiamo in
considerazione, dicevamo, anche questi due aspetti e raffronti, avremo l'idea
dell'importanza, almeno come mole di esametri, dell'opera tràdita di
Silio Italico.
Il lungo poema siliano viene
considerato una parafrasi di Tito Livio, della deca liviana (XXI-XXX) che narra
la Seconda Guerra Punica tra Roma e Cartagine. Da qui anche la severa critica
di essere una messa in poesia di pura prosa e cronaca storica. Critica che si
scontra però con l'altra, che vorrebbe essere altrettanto feroce, verso
la massa di artifici retorici, rielaborazioni mitologiche, romanzesche,
immaginifiche e orrorifiche presenti nel poema.
In realtà Silio si
rifà palesemente anche a Nevio, a Ennio, a Catone e al greco di Sicilia
Timeo. L'amplissima cultura ed erudizione di Silio era peraltro rinomata al suo
tempo.
I 18 anni della II guerra
punica, per come Silio ha impostato gli argomenti dei 17 libri, avrebbero
richiesto 18 libri, uno per ogni anno di guerra. Il poema ha in verità
un difetto nello spesso eccessivo affollarsi di avvenimenti e battaglie per
ogni anno-libro. L'insolita frettolosità di stesura e soprattutto di
chiusura dell'ultimo libro hanno fatto supporre che Silio concludesse in
anticipo l'opera per la grave malattia con cui si spense. Oltretutto, il
tradizionalismo del numero 6, le esadi così rispettate in Ennio come in
Omero e Virgilio, non sarebbe stato altrimenti trascurato da Silio, classicista
fino all'esasperazione.
Gli eroi principali del
poema sono Annibale, Quinto Fabio Massimo, Marcello, Claudio Nerone e Scipione,
che primeggia negli ultimi tre libri (XV-XVII). E' stato detto di questo poema:
"Silio non è un grande poeta. Molto spesso egli non è neppure
un poeta. Appassionato cultore di letteratura egli ammira profondamente e
studia Virgilio, e versifica la seconda Deca liviana sullo stile, sulla lingua
e col metodo di comporre proprio al suo grande modello. Nella fedele parafrasi,
ch'egli fa, dell'opera liviana, Silio cerca di ravvivare la narrazione
introducendovi frequenti elementi mitologici, e divagando con la esposizione di
leggende antiche. Raramente, a dire il vero, Silio Italico si addimostra
più di un fedele imitatore di Virgilio. Egli si toglie dalla
mediocrità solamente quando, dimenticato il suo modello, esprime - con
sobrietà e austerità di forma - pensieri patriottici o concetti
di filosofia morale" [8].
Si è inteso il
giudizio di Plinio il Giovane su Silio (Scribebat carmina maiore cura quam
ingenio) come un giudizio estetico negativo della sua opera, anzi come una
svalutazione, che ha inficiato tutti gli studi moderni su Plinio. Laudizi ha
riportato il valore dei termini pliniani alla loro epoca, dimostrando che cura, come sinonimo di ars, non è in nessun caso
negativo (intesa come correzione e perfezionamento, tipiche di Orazio e -per
Quintiliano inst.10,1,85- fondamentali in Virgilio). In una cronistoria del
significato di ars e ingenium [9] si può osservare che, se
nell'antica Grecia l'ars era una tecnica che svalutava la poesia, che invece
doveva essere opera d'ingegno naturale (Pindaro, Euripide, ecc.), con gli
Alessandrini da Callimaco e con i neoteroi
anche a Roma assume importanza la tecnica compositiva come ars. In Orazio (Ars
poetica 408 sgg.), poi, e anche nell'Anonimo del Sublime (cap.22), ars e
ingenium sono parificati. L'analisi dell'opera di Plinio il Giovane conferma
l'adesione estetica ai termini oraziani e dell'Anonimo: non contrasto tra
innato e artificiale nella poesia, ma necessità, soprattutto per la
poesia epica, della cura. Ne deriverebbe, per Silio, il diritto a un'attenzione
maggiore da parte della critica [10]
Cambiando registro alla
nostra analisi, osserviamo che Aristotele (384 - 322 a.C.) [11] nella sua Poetica espone dei criteri
universali, sempre validi, sulla creazione artistica e sulle varie arti. Egli
definisce la creazione artistica, l'arte poetica, la poesia, come imitazione
(mìmesi). Le arti si distinguono dunque fra loro rispetto ai "mezzi"
dell'imitazione. Il verso, caratteristico della poesia, non è
sufficiente, da solo e senza l'imitazione, a generare poesia, a fare il poeta
degno di questo appellativo. Riportiamo le parole di Aristotele:
"Cap.I. La poesia
è imitazione (mimesi). Distinzione fra le arti rispetto ai
"mezzi" dell'imitazione.
1447 a
Trattiamo dunque dell'arte
poetica in sé stessa, dei suoi generi, della funzione di ciascuno di
essi e come si debba costruire la favola (il contenuto -mitos) perché la
creazione poetica riesca bella, e ancora quanti e quali siano gli elementi di
ogni genere letterario, ed esaminiamo infine tutti gli altri problemi che
concernono una ricerca di questa natura, cominciando da quello che viene per
primo e seguendo l'ordine naturale.
La epopea e la tragedia,
come pure la commedia, la poesia ditirambica e gran parte dell'auletica e della
citaristica [12], sono tutte, in generale,
imitazioni, ma differiscono tra loro sotto tre aspetti, in quanto imitano o con
mezzi diversi o cose diverse o in modi diversi e non nello stesso modo.
Infatti, come taluni (chi
per arte, chi per pratica) imitano i vari soggetti o coi colori e con le forme
plastiche, o invece con la voce, così accade anche nelle arti prima
nominate, le quali tutte attuano la imitazione col ritmo, la parola l'armonia, o usandone separatamente o
combinandoli insieme. Ad esempio: l'auletica e la citaristica e qualsiasi altra
arte produca lo stesso effetto, come l'arte di suonare la zampogna, si servono
solo del ritmo e dell'armonia. Del solo ritmo, invece, senza l'armonia usa la
danza; infatti coloro che danzano riproducono caratteri, casi e azioni con
ritmi figurati.
1447 b
Quanto all'arte che si serve
della parola pura e semplice o dei soli metri, sia mescolandoli tra loro, sia
usandone di una sola specie, essa sinora non ha un suo nome [13]. Infatti non possediamo un
termine comune per denominare i mimi di Sofrone e di Senarco [14], i dialoghi socratici e le
imitazioni che si possono fare in trimetri, in versi (distici) elegiaci o in
altri metri consimili.
Senonché la gente,
attaccando al nome del verso quello di "poeta", chiama gli uni poeti
elegiaci e gli altri poeti epici, definendo così i poeti non dal genere
di imitazione che compiono, ma dalla specie di verso che usano[15]. E così, se uno
tratta in versi argomenti di medicina o di fisica, si è soliti chiamarlo
poeta. Eppure non vi è niente di comune fra Omero ed Empedocle[16], eccetto il verso; onde
sarebbe giusto chiamare il primo poeta e il secondo naturalista, piuttosto che
poeta. Del pari, anche quando uno compone un'opera mescolando insieme tutti i
metri, come fece Cheremone [17] nel suo Centauro, rapsodia composita di
versi di ogni specie, bisogna dargli il nome di poeta.
Queste dunque siano le
distinzioni da fare su questo argomento. Ci sono poi arti che si valgono di
tutti i mezzi prima esposti, cioé del ritmo, dell'armonia e del verso,
come la poesia ditirambica, il nomo[18], la tragedia e la commedia;
con la differenza, però, che ditirambo e nomo li adoperano
contemporaneamente, mentre la tragedia e commedia a volta a volta.
Queste dunque sono le
distinzioni che io stabilisco fra le arti rispetto ai mezzi con i quali esse
compiono l'imitazione."
La critica di Aristotele
alla poesia "didascalica" come non poesia, cioè l'esclusione
che possa essere il verso a fare il poeta, con l'esempio esplicito di
Empedocle, influenzò fin dal Cinquecento la questione della struttura
metrica in rapporto al contenuto della poesia, il rapporto tra poesia e
non-poesia, il rapporto tra forma metrica e contenuto poetico.
Il Trissino, sul principio
della Quinta divisione della poetica, aveva accolto la proposizione: "Vero
è che per i versi e le qualità loro non si dee nominare alcuno
poeta, ma per la imitazione, perciò che, se uno scrivesse di medicina o
di filosofia in versi, costui non si nominerebbe poeta, ma piuttosto filosofo o
medico si dovrebbe nominare". Se Aristotele aveva fatto il nome di
Empedocle, gli aristotelici del Cinquecento gli abbinarono, fra i Latini, quello di Lucrezio, che del
nome di poeta venne privato da tutti: dal Lionardi, nel 1554; dal Capriano, nel
1555; da Bernardino Partenio, nel 1560; dal Del Bene nel 1574; dal Rossi nel
1589 e nel 1590; ecc. E, tuttavia, la conclusione non poteva riguardare il solo
Lucrezio (e neppure il solo Lucano: uno storico, costui, e non un poeta, per il
Capriano e per altri), ma anche, a rigor di logica, il Virgilio della Georgica,
da tutti e da sempre non solo avuto per poeta, ma per poeta grandissimo. Nel
1550, già si era preso coscienza del problema; e il Maggi, nelle Explanationes,
aveva pensato, onde non esiliare quel mirabile poemetto dal regno della poesia,
d'uscire dalla strettoia teorizzando l'esistenza di una poesia minore. La
Storia della Letteratura Italiana Einaudi, curata da Alberto Asor Rosa, dedica
a queste osservazioni e ricostruzioni sul valore della poesia didascalica parte
del III volume "Le Forme del Testo - I: Teoria e Poesia", pagg. 560
sgg. Al saggio di Mario Martelli ci ricolleghiamo. Per il Maggi, in deroga
parziale alla precettestica aristotelica, potevano essere postulati tre tipi di
poesia: quella che aveva verso e imitazione; quella che aveva imitazione ma non
verso; e quella infine, che, ultima sì ma non del tutto non poesia,
aveva verso e non imitazione. E Camillo Pellegrino, componendo Il Carrafa, o
vero Della poesia epica (1584), aderiva, convinto e sollevato, alla tesi del
Maggi. L'uno dei due interlocutori, quello da cui il dialogo s'intitolava,
proponeva il tema:
<<Voi avete chiamato
Lucano poeta, e sono alcuni che non gli dan quel nome, e non solo il niegano a
lui, ma anco a Lucrezio et a Virgilio nella Giorgica, dicendo che, trattando
l'uno, benché in versi, una pura istoria, e l'altro le cose di natura, e
Vergilio la coltivazion de' campi, che niuno dee chiamarsi poeta, poichè
non il verso, ma l'imitazione e la favola fa che altri sia degno di questo
nome. E favoriscono la loro opinione con l'autorità di Aristotile, il
quale par che dica ritrovarsi poesia sciolta da numero di versi, chiamando poi
Empedocle (che scrisse in versi le cose di natura) non poeta ma trattator delle
cose di natura. Et altri poi, contrarii a questa opinione, dicono che il verso
solo sia quello che forma il poeta, pur che non sia ignudo di frasi poetiche e
di figurate locuzioni. Che sentite voi sopra questa diversità di
pareri?>>[19].
Cui l'altro interlocutore,
Attendolo, rispondeva distinguendo appunto secondo quando abbiamo premesso:
<<Io non aderisco né all'un parere né all'altro,
poiché Lucano, Lucrezio e Virgilio trattante l'arte di coltivar i campi,
benché ne' lor poemi non abbian fatto elezione di soggetto poetico,
mancando essenzialmente in ciascuno l'imitazione e la favola, non è che
a loro si debba negare il nome di poeta, come anco conceder si può di
Platone e di Luciano, l'uno e l'altro imitatore ne' lor dialoghi. Ma sì
come l'imitazione sola è quella che fa chiamar questi poeti, così
quelli saranno degni di questo nome per aver solamente il verso con frasi di
poesia; ché non è buona per aventura la ragione di Giulio Cesare
Scaligero, che dice Lucano esser poeta per avere non men che Omero usate
finzioni poetice sopra una istoria, la quale si ha per argumento dell'epico
poema. Perciò che, se Lucano finge l'imagine della romana republica
offrirsi inanzi a Cesare, e le anime rivocate dall'inferno, et altre cose simili,
queste sono prosopopee e figure le quali vengono accidentalmente nell'epico
poema, sì come accidentale e non essenziale è la favola di
Aristeo nella Georgica di Virgilio. Però, intorno a questo particolare,
a me piace l'opinione del Maggio, il quale vuole che si ritrovino tre sorti o
gradi di poesia: la prima, che è l'ottima, sarà di colui che nel
suo poema ha il verso e l'imitazione, come Omero nella Iliade e Odissea, e
Vergilio nella Eneide; la seconda è di colui che ha l'imitazione senza
il verso, come Platone, Luciano, et anche il nostro Boccaccio in alcuna delle
sue prose; e la terza, di colui che ha il verso senza l'imitazione, come
Lucano, Lucrezio, Vergilio nella Georgica et altri>>[20].
Poesia didascalica tutta, in
senso lato: così quella d'Empedocle, come quella di Virgilio e quella di
Lucano. Pier Vettori, commentando nel 1560 il passo aristotelico, affermava che
esporre il sistema della natura <<idem est, ac praecepta alicuius artis
tradere>> (<<è la medesima cosa che tramandare i precetti di
una qualche arte>>); e, a proposito dei due esempi proposti da
Aristotele, aggiungeva, ampliando il raggio delle autorità, i
riferimenti di Plutarco in un opuscolo con cui ammaestrava i giovani alla
lettura dei poeti, con la tesi che anche Parmenide, oltre a Empedocle, e
Nicandro nei Theriaca e Teognide, non fanno vera poesia, ma prosa che ha preso
in prestito grandezza del metro e luci poetiche.
Anche il Vettori accoglie
l'idea che, assente l'imitazione, sia assente la poesia: Empedocle o Virgilio
(naturalmente, quello della Georgica) debbono per questo, per quanto abbiano
reso perfette le loro opere (<<quamvis... opus suum
expoliverint>>), rinunciare a quel nome glorioso. Bellissima non poesia,
insomma, per usare un fortunato ossimòro, che ha dominato (e, non poi
così sotto sotto, continua a dominare) il campo della riflessione
estetica. Il Pellegrino diede della Georgica di Virgilio ("chiamata
meritatamente poema assolutissimo... ma non in virtù del soggetto preso
senza imitare, ma sì bene in virtù del verso, tale che chiude...
tutte le perfezioni")[21] non lontano da quello che il De Sanctis
darà sull'ultimo lavoro del Foscolo, le Grazie: "Comparvero ultime
le Grazie. Lavoro finissimo d'artista, ma il poeta quasi non ci è
più... Ci si vede l'artista consumato; appena ci è più il
poeta"[22]. E in questa ottica va
considerata l'intepretazione crociana. Ma come dice Mario Martelli [23], "Otto e Novecento
furono tempi impietosi per la poesia didascalica".
Volendo comunque correggere
il punto di vista aristotelico con la saggia mediazione dell'aristotelico
Maggio, si può considerare che due, e non tre, sono i tipi possibili di
"vera poesia": quella completa e autentica, che ha verso e
imitazione; e quella minore, che ha verso senza imitazione, ma comunque
verosimiglianza, sentimento e retorica adeguata alla forma poetica. Il caso
intermedio, di imitazione senza verso, non può essere. Sia perché
Boccaccio, ad esempio, fu ottimo poeta (nei poemi giovanili in ottave e altre
poesia) e ottimo prosatore (nel Decameron), senza poter troppo confondere i due
aspetti. Sia perché, altrimenti, tutti gli ottimi scrittori, con ottima
invenzione, favola e imitazione, sarebbero poeti, il che non è. Il verso
soltanto, dunque, in maggiore o minore misura con l'imitazione (contenuto) ma
anche da solo con perfezione retorica, realizza la poesia, che, come
affermerebbe Aristotele, è sempre metrica (<<i metri sono
varietà del ritmo>>), possiede cioè comunque ritmo oltre a
parola e armonia: infatti la poesia, unendo al massimo grado armonia, ritmo e
imitazione, è la prima delle arti [24] . La critica alla poesia, come
invenzione, ricalca però il tipo di critica svolgibile per tutte le
altre arti che usano o combinano ritmo o parola o armonia.
Eduard Norden [25] ha affermato che, confrontata con
l'ottusità di un Silio Italico, persino la poesia di Lucano, nonostante
il sistematico travestimento retorico dell'epos storico, dimostra il talento
del poeta, indipendentemente dalla critica astiosa di Petronio verso questo
esperimento di epos storico. Troppo decisamente nella sua storia della
letteratura latina il Norden trascura e scavalca a piè pari Silio
Italico. Del resto, parrebbe che egli valuti la relativa validità e
originalità di Lucano soprattutto per la metrica: elementi stilistici e
il controllo delle cesure che distaccano l'esametro della Farsaglia dal modello
virgiliano, pur perdendo colore ed ethos. Ma certi livelli poetici alti in
Lucano e la sua (per l'epoca prima di Claudiano) modernità, non bastano
secondo noi a liquidare l'apparato mitologico tradizionalista di Silio Italico
come poesia minore (egli non fa neppure un poema prettamente o intenzionalmente
storico- didascalico), solo perché contemporanea a poeti meno freddi o
più sensibili, quali Valerio Flacco con la Argonautica o Stazio con i
suoi poemi Tebaide e Achilleide, in cui il sentimento poetico più pieno
vince sulla pur invadente retorica e mitografia. A dire il vero, se la
realtà storica di Lucano, di contro alle regole aristoteliche, era
troppo vicina, politicamente strumentale e poco mitologica, la realtà
storica più lontana e quasi mitica delle Punica di Silio aveva i crismi
per essere cantata epicamente. Se si considerano i principali poemi epici
antichi, si nota come solo i più famosi hanno contenuti mitico- mitologici,
cioè per lo più di "invenzione", ben poco legati alla
storia vera o recente se non in collegamenti apologetici (Iliade, Odissea,
Eneide oltre a Tebaide e Achilleide di Stazio o le Argonautiche di Valerio
Flacco), mentre opere come la Farsaglia di Lucano o le Punica di Silio,
"relativamente" contemporanee (cioè troppo vicine e troppo
documentate dal punto di vista storico), sono quelle criticate e svalutate per
il loro aspetto didascalico.
Si può contrapporre a
queste osservazioni il fatto che Nevio ed Ennio fecero poemi sulla storia
"contemporanea" (sulle guerre puniche : il primo Bellum Punicum
per Nevio, gli Annales per Ennio, sulla II punica, avvenimenti del tutto a loro
contemporanei) con una validità e levatura poetica riconosciuta dai
contemporanei e dalle generazioni successive. Una levatura cioè tale da
far parlare (almeno per Ennio) di pura e autentica poesia, di elevatissima
ispirazione veramente intermedia (non solo cronologicamente) tra Omero e
Virgilio. (Si consideri però che, nonostante tutto, sia Nevio che Ennio
non furono ritenuti, tra l'antichità e il Medioevo, talmente insuperati
e insostituibili nell'epica, da tramandarcene l'intera opera, e possediamo solo
pochi frammenti).
Si deduce da tutto questo
che, non la contemporaneità storica in quanto tale, ma il tipo di
contenuto nella sua unitarietà e rielaborazione poetica può porre
o meno ostacoli alla vera invenzione poetica. La storia minuziosa della guerra
civile tra Cesare e Pompeo o la storia troppo ricca e complessa della II guerra
punica, a secondo dello spazio e della minuziosità dedicata a singoli
aspetti storici, può essere ostacolo all'"invenzione" di cui
parla Aristotele. Nevio, nei suoi appena 4000/5000 versi sui 23 anni della I
guerra punica, dedicava moltissimo spazio (3 libri su 7, anche se l'opera era
unitaria e fu divisa in libri da studiosi successivi) alla leggenda di Enea e
alla fondazione di Roma. Ennio, riprendendo in tutto lo spirito di Omero, parla
a tal punto per bocca non sua, ma delle Muse (come sarà per Properzio in
tutte le sue elegie, comprese quelle "civili" cioè
"epiche" [26]), che l'ispirazione e
l'invenzione trasmutano (come sarà in Virgilio) le più
realistiche descrizioni di battaglie terrestri e navali o l'apologia del
vivente Scipione l'Africano [27].
Gli ostacoli che invece,
come abbiamo detto prima, potevano frapporsi all'invenzione poetica, sono
molteplici in Lucano e Silio: nel primo, perché vuole riscrivere, anche
con minuzie, la "vera" storia dal punto di vista pompeiano
(cioè perdente, oltre che antistorico); nel secondo, perché vuole
trasporre in poesia anche i complessi libri di storia di Livio sulla II punica,
guerra "mondiale" dell'antichità con infiniti teatri di guerra
mediterranei.
Tornando quindi agli aspetti
retorici e didascalici, alla realtà storica troppo ravvicinata e alla
imitazione eccessiva del modello Virgilio (senza riuscire a superare il
Maestro), il poema di Silio può essere sì criticato come
tradizionalista ed epigonico, ma all'interno di leggi poetiche che da Omero in
poi erano considerate inviolabili. Silio Italico è stato farraginoso
così come farraginosi e complessi sono stati grandi storici antichi
quando hanno scritto delle guerre puniche: Livio, e persino Polibio, per
l'ampiezza geografica ed epocale degli avvenimenti. Silio è stato quindi
meno letto per questa farraginosità, pesantezza e prolissità. Ma
ciò non toglie nulla ai momenti di alta poesia, poiché, come
già detto, la sua non è un'opera semplicemente storico-
didascalica. All'epoca esisteva ancora intero Quinto Ennio, sull'argomento; e
l'enorme valore riconosciuto al poeta di Rudiae, i suoi esametri imitati
così spesso da Virgilio, erano un modello e un monito troppo severo
anche per un Silio Italico [28], sebbene Virgilio si fosse
levato tantissimo più in alto come erede della grande epica greca e
nuovo padre di quella latina.
Silio Italico è stato
misconosciuto proprio per aver troppo osato, sia in così vasta tematica
che negli strumenti retorici ad essa occorrenti, non essendo egli nè un
Virgilio nè uno Stazio. Ma egli dovrebbe essere, proprio per questo,
letto con più attenzione.
Due, tra tante, sono le
possibilità che consigliamo per ben "rileggere" Silio Italico.
Una è quella di ignorare, leggendone la "pura poesia", il
continuo raffronto filologico con brani in prosa di storia romana e di Tito
Livio. Un'altra è quella di riconsiderare la critica all'eccessiva
retorica della sua epoca, quella retorica che primeggiava nelle scuole e in un
Lucano. Si erano spesso criticati, soprattutto da parte dei nostri grandi
romantici dell'Ottocento, gli eccessi di mitologia, di retorica o di
classicismo più o meno formale in poesia. Questi tre aspetti,
così ben distinti l'uno dall'altro (si pensi ad es.: alla mitologia in
Omero e in Monti, alla retorica post-augustea in Lucano e Silio Italico, al
classicismo di un Carducci, di un Cardarelli, di un Quasimodo), quando non
hanno impedito la grande poesia (ed è il caso degli autori sopra
nominati) sono stati o il segno distintivo (persino la moda) di un'epoca o uno
dei tanti strumenti con cui il poeta ha espresso la sua più o meno
grande capacità di invenzione. Silio ha tentato, seppure con risultati
modesti, di fondere tutti questi aspetti.
L'originalità di
Silio, secondo M. von Albrecht [29](cit. anche in
P.Miniconi-G.Devallet, Silius Italicus - La Guerre Punique, pag. LXXXIX), e non
solo in rapporto a Virgilio, consiste essenzialmente nel fatto che Silio
moltiplica le notazioni di stampo psicologico e intensifica il patetico.
Esercitazioni retoriche, le scuole retoriche, un nuovo enciclopedismo
scientifico e antiquario più ampio ma anche più scollegato del
precedente (ad esempio, Plinio il Vecchio, con un sistema da computer moderno,
si accontenta di registrare le sue "schede" una dietro l'altra, senza
preoccuparsi troppo della composizione [30]): questi aspetti vanno ben
tenuti presenti non per "giustificare", ma per capire Silio nella sua
epoca. Il poema di Silio, vedremo meglio più avanti, sarà la
summa di ciò che l'epica latina possa racchiudere (a parte il
controverso alto livello poetico). Del resto, anche per il contemporaneo
Quintiliano è stato notato che egli, con la Institutio oratoria, ha
voluto fornire la summa di tutta l'eloquentia ("Una delle tendenze
più tipiche della sua età era quel gusto per la summa, per
l'enciclopedia che è possibile riscontrare anche in eruditi come Plinio
il Vecchio" [31]). Avremmo quindi, a mio modesto parere, che Silio è il terzo,
insieme agli altri due autori appena citati, ed ognuno per motivi ben diversi
(scienza, formazione culturale e intellettuale, epica e tecniche di poesia [32]), a rappresentare il massimo livello di "summa" che il
tradizionalismo (o classicismo) dell'età flavia abbia prodotto. Sono spesso di gusto
ovidiano, in Silio, le digressioni mitologiche: forse proprio per un'ottica di
"enciclopedismo" mitologico.
Per l'accusa di
"retorica" e formalismo nei poeti di quel periodo, ricordiamo che il
più valutato (anche attualmente) tra i "retorici" poeti
dell'età Giulio-Claudia, Lucano, non utilizza gli artifici retorici meno
degli altri epici a lui vicini (Silio, Stazio, Valerio Flacco). E le stesse
Silvae di Stazio, che come opera lirica e non epica primeggiano per
spontaneità, sono intessute "di espedienti retorici, di richiami
mitologici,... quasi formule precostituite... e proprio il ricorso a tale
apparato retorico-mitologico... fa sentire meno profonda la dicotomia fra la
Tebaide e le Selve" [33]. Precedendo, la Farsaglia,
come produzione, gli altri epici appena nominati, è proprio essa a
introdurre nell'epica latina, come novità, il massimo di retorica, o a
introdurvi l'eccessivo gusto del
macabro, al pari del Seneca tragico. Come "gusto dell'epoca", anzi,
Lucano forse più degli altri ha corso il rischio di una dubbiosa
valutazione nella grande critica: opera di poesia o prodotto della cultura
retorica dell'autore?
Meglio di tutti, con maggior
equilibrio e obiettività, ha risposto a tale quesito il grande critico
tedesco Fraenkel, anch'egli propenso, peraltro, a criticare l'eccesso di
retorica in Lucano: "Anche Lucano, il discepolo dei retori (non vogliamo
affatto negare l'immenso influsso che essi hanno esercitato sul poeta, ma con
questo non riteniamo ancora, secondo una delle concezioni predominanti nella
critica, di aver detto qualcosa di essenziale sulla sua fantasia e sul vero
fondamento della sua poesia), anche Lucano, nel quale gli insegnamenti retorici
sono ormai, per così dire, penetrati nel sangue, segue la sua
ispirazione; e quello che talvolta lo rende ancora ai nostri occhi un mirabile
artista non è certo ciò che ha potuto imparare sui banchi della
scuola".
In una intervista rilasciata
nel dicembre 1995, pochi giorni prima di vincere il Premio Nobel per la
letteratura, il grande poeta irlandese Seamus Heaney [34] ha spiegato alcuni punti della sua
poetica (egli ha insegnato per anni
retorica ad Harvard e poesia a Oxford). Heaney ha ribadito la differenza
sostanziale tra poesia e prosa: la poesia è musica, la prosa potrebbe
anche essere ma non è necessariamente musica. La poesia è
"necessariamente", intimamente musica, ed è "sin dalle
origini più remote legata al canto e alla danza". A tal punto la
poesia è musica, che in realtà il contenuto, il significato,
l'argomento nella vera poesia non conta quasi nulla: conta la
musicalità. La poesia ha la musicalità al centro della ricerca
poetico-linguistica, non conta il messaggio [35]. E non a caso (aggiungiamo
noi) gli antichi storpiavano in poesia l'accento grammaticale delle parole pur
di ottenere il ritmo, la musicalità, che doveva prevalere con il
"tono della poesia", "il contenuto musicale della poesia"
di cui parla Heaney.
Si rileggano - non nella
traduzione in qualsivoglia lingua - la musica, la cadenza dei versi di Silio
Italico. Essi sono in gran parte vera musica, o perché è
l'artificio retorico a crearla, o perché il concetto altamente poetico,
stringato o lapidario, emerge (suona) come "massima" musicale, come
pura ritmicità, come raffinata assonanza. Ci sono voluti secoli e secoli
per capire Dante (la sua poetica)[36]. Che ci voglia ora di meno
per apprezzare la "retorica musicale" di Silio. Per gli aspetti
stilistici che confinano con una valutazione della tecnica retorica, l'opera
senz'altro più interessante finora è: Lindblom A., In Silii Italici
'Punica’ quaestiones, Uppsala, Almqvist, 1906, commentatio academica
tutta in latino che comprende note di critica testuale, l'analisi dei modi e
tempi verbali e la tipologia delle proposizioni principali e secondarie in
Silio (ad esempio, l'uso del presente storico al posto dell'imperfetto nella
principale, oppure il presente congiuntivo con licet nelle concessive, etc.)
Il mio impegno di lavoro sui
Punica di Silio Italico si è concretizzato anche per certe
idealità politiche e storiche comuni, che vanno al di là dei
lunghi decenni da me dedicati alla guerra annibalica in termini puramente
storiografici, militari e statistici. Queste idealità politiche erano
certo anche sottese nel nostro lavoro storico sulla guerra annibalica: in
particolare per le classi in lotta e per i partiti politici attivi a Roma e a
Cartagine durante la guerra: il partito aristocratico e latifondista degli
Annoni e quello democratico e guerrafondaio dei Barca, cioé di Annibale,
in Cartagine; i due grandi partiti (pur sempre "nobiliari") di
tendenza uno democratico-plebea, l'altro oligarchica, in Roma.
Spieghiamo come anche il
poema di Silio Italico possa avere- e mi auguro non solo per me- una valenza
politico-ideale (speriamo, non "ideologica", nel senso negativo - non
scientifico, né pragmatico, né laico- che già Marx
attribuiva al termine "ideologia").
Io sono un incondizionato estimatore
di Giulio Cesare, perché egli, più che un grande generale, fu un
grande statista e uomo politico, capo del partito democratico in Roma. Cesare
propose, prima ancora di Ottaviano Augusto e di Marco Antonio, la soluzione
politica più importante alla "rivoluzione romana dei 100
anni", alla lunga rivoluzione borghese [37] dell'antica Roma, che vedeva le nuove
classi borghesi, finanziarie ed emergenti, seppure plebee, in competizione con
una nobiltà di sangue arretrata, legata quasi solo al latifondo, retriva
rispetto ai nuovi sviluppi sociali ed economici. Questi nuovi sviluppi, prima
con Caio Mario poi con Cesare, videro emergere, soprattutto con l'Impero, le
nuove classi: i cavalieri e persino i liberti.
Va da sé che io sono
anche, e per i medesimi motivi, un grande estimatore di Napoleone Bonaparte: io
sono un bonapartista, oltre che un cesariano, nel significato più
politico di tale parola (compreso Napoleone III, per intenderci).
E, sempre per gli stessi
motivi, sono ammiratore dei grandi predecessori di questi uomini:
1) Alessandro Magno,
fondatore del più duraturo (culturalmente) impero multirazziale e
multiculturale della storia (a parte in tempi moderni il Regno di Prussia da
Federico II a Bismark e attualmente gli Stati Uniti d'America), fondatore, con
lo stesso Ellenismo, di un centralismo politico (la divinizzazione del monarca
ellenistico) legato ai più grandi sviluppi della scienza e della finanza
(con aspetti, oggi diremmo, pre- capitalistici): si pensi anche solo all'Egitto
tolemaico o alla grande razionalizzazione finanziaria e politica che Cesare
prefigurò ai successivi imperatori romani.
2) Publio Cornelio Scipione,
detto l'Africano, che precederà Cesare nell'utilizzo politico e
militare, in Roma, di investiture divine e poteri carismatici ereditati
dall'Ellenismo, per guidare gruppi e linee politiche contrapposti (il partito
degli Scipioni contro il partito dei Fabii).
E' stato eloquentemente
dimostrato, nella storia e nella letteratura latina, che negli anni prima e
durante Nerone, il Principato a Roma ebbe la più fiera opposizione
politica e culturale dalle file senatorie, oligarchiche e repubblicane, tra gli
eredi degli uccisori di Cesare. Lucano, col suo poema Farsaglia, dedicato
appunto alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, rappresentò massimamente
questo quadro politico (se non nei primi tre libri, almeno nei successivi dal
IV al X), la nostalgia della vecchia Repubblica oligarchica contro il
dispotismo di Cesare e il Principato: e non solo tra le righe del poema si
evince che le parti in lotta, non divinizzate o mitizzate come negli altri
poemi epici, sono vere classi sociali e schieramenti politici: quello
plebeo-democratico cesariano e quello aristocratico-senatorio pompeiano. La
Farsaglia di Lucano è l'opera più feroce contro la figura che la
storia stessa- anche politicamente- ci ha tramandato di Caio Giulio Cesare dal
punto di vista di un Romano (non certo di un Gallo o di un Massiliota, che
poteva avere ben altri motivi di
risentimento)[38].
La battaglia (culturalmente
ammirevole e rispettabilissima) di Lucano si volse essenzialmente su un piano
polemico verso la tradizionale poesia "nazionale" romana, arrivata ai
massimi fasti con Augusto: il poema epico. Ha scritto il grande critico
Narducci: "Nelle mani di Lucano il poema epico stravolge le
caratteristiche che a Roma gli erano state proprie fin dai tempi di Nevio e di
Ennio: da monumento eretto a testimonianza delle glorie dello Stato e dei suoi
eserciti, si trasforma nell'indignata denuncia della guerra fratricida, del
sovvertimento di tutti i valori morali, dell'avvento del regno
dell'ingiustizia". E, aggiungiamo noi, dell'ingiustizia cosmica della
storia e del destino, che fa vincere chi non è meritevole (Cesare) e
soccombere chi tutto meritava (Catone).
Il NORDEN, ancora più
critico verso le deviazioni dalla grande tradizione greco-ellenistica che fece
la grandezza della letteratura romana fino ai suoi più alti sviluppi [39], dice: "E' opera di
Lucano il sistematico travestimento retorico dell'epos storico, che fino allora
era obbligo innalzare nella sfera dell'ideale mediante l'apparato mitologico:
si tratta dunque di una cosciente deviazione dalle leggi che da Omero in poi
erano considerate inviolabili". Dopo di che il Norden prosegue difendendo
comunque le innovazioni e il talento di Lucano di contro
all'"ottusità" di Silio, che il Norden considera il meno
dotato rispetto a Stazio e Valerio Flacco; anzi non lo considera (o meglio, non
lo "studia") affatto. Eppure, si dovrebbe tenere a mente che sarà
Silio Italico, di lì a poco, a ripristinare non tanto il modello
virgiliano, quanto soprattutto il "verso" virgiliano, e non certo in
maniera stilisticamente disprezzabile. Dice Norden di Lucano: "Come tutti
gli altri elementi stilistici, anche l'esametro (della Farsaglia)... si distacca
in modo netto ed evidente da quello virgiliano, ma perde così la
pieghevolezza, il colore e l'ethos" [40].
La posizione estremamente
polemica di Lucano verso tutta la tradizione del poema epico è stata
sempre sottolineata. "Nella Pharsalia i riferimenti all'Eneide sono
continui, ma in termini di contrapposizione". Molti studiosi hanno
definito Lucano come un anti-Virgilio. Ciò è sembrata una
esagerazione. Ma a noi non sembra una esagerazione definire i Punica di Silio
Italico come il contraltare alla Farsaglia di Lucano e come il poema più
virgiliano della letteratura latina.
Né sembrerà
esagerato motivare l'avversione di Lucano verso il poema epico tradizionale
soprattutto perché quest'ultimo ebbe il suo apice nell'esaltazione del
Principato (augusteo). Del resto, la grande tradizione culturale dell'epica
greca e latina non poteva non partorire prodotti e tecniche ammirevoli. Dice
ancora il Norden: "L'Argonautica di Valerio Flacco è fra le opere
più piacevoli: se il poeta è riuscito a superare il suo modello greco
Apollonio Rodio- caso raro nella storia della letteratura romana- lo deve alla
tecnica formata su Virgilio" (Ibidem, pag.132).
La linea di Lucano, che
prevalse politicamente e culturalmente negli anni fino alla morte di Nerone, fu
fortunatamente sconfitta negli anni di Vespasiano e Domiziano; ma già
negli anni della scomparsa di Nerone l'opera di Silio Italico, più
ancora di quelle contemporanee di Stazio e Valerio Flacco, fu la più
evidente iniziativa culturale contro la tendenza lucanea: poesia la più
vicina alla corte imperiale come con Virgilio e Orazio; ritorno pieno a
Virgilio, quanto più feroce era, stilisticamente, la lotta di Lucano
contro il modello virgiliano e la tradizione augustea; ritorno al mito, quanto
più Lucano (e la tradizione senatoria-repubblicana con lui) volevano
storicizzare e politicizzare tutti i riferimenti culturali: a tal punto, per
quel che riguarda Lucano, da negare valore agli déi ("che non
vogliono le cose giuste"- vale a dire che, contro l'evidenza della Storia,
il pensiero anti-storico, che non sa perdere, si appiglia alla
irrazionalità di ogni cosa), da negare la loro esistenza (non solo
estromettendoli da ogni intervento diretto nel poema), negando la
religiosità tradizionale romana e qualsiasi forma di giustizia negli
eventi umani.
Il CITRONI, osservando che
comunque anche Silio deve molto a Lucano (che anch'egli definisce
l'<<anti-Virgilio>>), elenca, nei rapporti tra poesia e potere
nell'età Flavia, tutto ciò che la sottomissione a Virgilio e al
Principe nei nuovi "classici" Stazio, Silio, Valerio Flacco
("Neoclassicismo" viene definita l'epoca da molti, tra cui il Bayet)
comporta di adulazione, di brani encomiastici nei poemi epici, nelle Selve di
Stazio o in Quintiliano. Ma tutto ciò viene riconosciuto come non assolutamente
prioritario nei poemi, anzi senza molto spazio soprattutto nelle Puniche di
Silio (dove manca- caso unico nei poemi dell'epoca- un proemio dedicatorio al
Principe). Comunque questi poemi corrispondevano in tutto alla politica
culturale flavia, che richiedeva "una nuova Eneide, non certo una nuova
Farsaglia" [41].
Si osservi la commistione di
artificio declamatorio e retorico da una parte e di felice intuizione e
capacità poetica dall'altra, nei versi del libro IX (vv.349-353), subito
dopo la battaglia di Canne, in cui
si esalta, di questa gravissima sconfitta romana, la capacità di
resistenza di un popolo e il suo eroismo nelle avversità: :
..... Tuque, anxia fati,
pone, precor, lacrimas et adora vulnera, laudes
perpetuas paritura tibi; nam tempore, Roma,
nullo maior eris; mox sic labere secundis,
ut sola cladum tuearis nomina fama.
("E tu, Roma affannosa
del tuo destino, deponi, ti prego, le lacrime ed adora le ferite per cui avrai
gloria imperitura; infatti in nessun tempo tu sarai più grande; perché
tanto decadrai nella sorte favorevole che il tuo nome vivrà famoso solo
per le sconfitte"). Anche con questi versi si è contribuito, nella
tradizione storica ma anche nell'immaginario collettivo, a quel mito di
tenacia, di riscossa e di resistenza all'avversa sorte che fu l'orgoglio sia
militare che civile dello Stato romano.
Sarà questo uno degli
assi portanti, "edificanti" e (seppur indirettamente) di adulazione
verso i governi della grande Roma, nel poema di Silio: cogliere di Roma
"il punto più alto della sua grandezza morale... nel momento in cui
essa ha resistito al rischio di soccombere a una serie travolgente di atroci
sconfitte" [42]. Non i singoli personaggi
(nè Scipione, nè il "negativo" Annibale) acquistano
rilievo nel poema, quanto proprio tutti i Romani e Roma nelle loro sconfitte.
Canne acquista così un valore centrale (e non per controsenso, positivo)
nel poema di Silio, come Farsàlo, in negativo, lo assume nel poema di
Lucano: questa contrapposizione è stata colta da K.-H.NIEMANN, Die
Darstellung der römischen Niederlagen in den Punica des Silius Italicus,
Bonn 1975, e da F.AHL,M.A.DAVIS,A.POMEROY, Silius Italicus, in ANRW II, 32-4
(1986), pp.2492 sgg. Secondo noi,
questa contrapposizione, intesa non solo come ideale, di contenuto, ma anche
spinta anch'essa ai limiti dell'artificio retorico, spiegherà meglio le
incongruenze psicologiche e gli eccessi stilistici attribuiti al poema di
Silio.
Silio, soprattutto nelle sue
idealità, rappresenta tendenze da noi condivise. Del resto, anche nel
giudizio più attuale dei contemporanei, l'epos di Lucano fu criticato da
Petronio, Silio fu esaltato da Marziale. E in quanto a saggezza ed equilibrio,
Silio ebbe tra i migliori amici il filosofo Epittéto [43].
Anche il grande latinista
francese Jean Bayet, dopo aver stroncato le proporzioni delle parti e
l'ispirazione nel poema di Silio Italico, conclude: "Ma i Punica sono un
eccellente repertorio dell'apparato epico, cosiddetto virgiliano, di cui tutta
l'epopea latina sarà ormai ingombra" [44]. Un primato, ci sembra, che
oltre all'aspetto quantitativo deve pur riunire anche aspetti qualitativi.
Il ritorno ai classici e
l''adesione al classicismo (tipici comunque dell'età flavia e che si
"contrapponevano al gusto barocco e cortigiano della precedente età
neroniana e lucanea ad uso di selezionati gruppi aristocratici" [45] ) sono tanto indiscutibili in Silio che
"il poema epico come strumento privilegiato di propaganda politica"[46] ha una straordinaria coincidenza col
personale gusto classicista di Silio. Tornando a un generico filone classicista
della nostra letteratura italiana (Leopardi, Carducci, Cardarelli), che spesso
è stata definita "reazionaria", o comunque una reazione
letteraria [47], è notevole
l'assonanza terminologica di "restaurazione avviata nell'età flavia
con Silio" in Laudizi, che dedica al "Classicismo di Silio
Italico" l'ultimo capitolo del suo volume, e il saggio "Silius the
reactionary" di C.W.Mendell.
Carlo Santini (cit.,
Amsterdam 1991, p.119) ha ben sintetizzato la sostanza del saggio su Silio
Italico di Ahl-Davis-Pomeroy in ANRW II,32,4, 1986, pp.2492-2561: le Punica
sono un'opera attraversata da un paradosso: "it is, like the Aeneid, a
tale of victory emerging from defeat; yet it is also, like the Pharsalia, a
tale of ultimate defeat in victory": vi è cioè in Silio
adesione all'autentico spirito repubblicano che pure sarebbe contraltare
politico all'Impero da lui esaltato. Lo stesso, complesso spunto problematico,
secondo noi, scaturisce dal fatto che Annibale - il vero eroe negativo del
poema, per dirla col Laudizi- rappresenta un eroe "individuale" che
lotta -sempre più vanamente- contro il fatum e contro la realtà
storica.
La prima guerra punica fu
una guerra "locale", la seconda fu "mondiale" anche per le
alleanze internazionali delle due parti in lotta. Anche la conquista
dell'Oriente da parte di Alessandro Magno aveva avuto le dimensioni di un
impero "mondiale" e "universale", ma, a parte l'aspetto militare,
più da un punto di vista "culturale" e di
"civiltà": lo dimostrano già le numerose leggende
antiche su un piano di Alessandro di conquista dell'Occidente, di ripercorrere
le orme di Ercole in Occidente, di combattere contro Romani e Cartaginesi:
progetto che sarebbe stato interrotto dalla prematura morte del Macedone.
Alessandro ebbe certo sentore che, per rendere davvero "mondiale" il
suo impero, esso doveva comprendere già allora Romani e Cartaginesi. I
quali furono comunque conquistati, "culturalmente", dall'Ellenismo
alla morte di Alessandro. Anzi, i principali personaggi della II guerra punica,
la famiglia degli Scipioni a Roma e i Barca, la famiglia di Annibale, a
Cartagine, furono i massimi propugnatori ed esponenti dell'Ellenismo nei
rispettivi Stati. Ma la conquista "culturale" ellenistica non fu
comunque in tal caso conquista "militare". Anzi, al contrario, se
"culturalmente" il baricentro anche politico ed economico-
finanziario restò in Oriente, "militarmente", con la II guerra
punica, cominciò a spostarsi in Occidente, con le premesse di
Cinoscefale e Pidna.
Silio Italico, come
già Polibio e Livio prima di lui, aveva ben chiara la
"centralità", per l'impero ed il dominio mondiale di Roma,
della svolta della II guerra punica: proprio su questo egli incentra la
straordinarietà e l'epicità dell'evento. Ma fin dall'inizio del
poema, sottolinea altri fenomeni unici o rari (facilmente utilizzabili anche
nell'amplificazione retorica), quali ad esempio il fatto che, nei mille anni di
più stabile potenza romana, solo due volte Roma fu assediata: con
successo dai Galli nel 390 a.C.; invano e molto brevemente da Annibale nel 211
a.C. Da cui anche, negli antichi storici di Roma, la presenza dei due
"metus" (terrore) nella psicologia romana: metus Gallicus e metus
Punicus.
Non solo. Con gioco
retorico, già nei primi versi del poema, si sottolinea che chi
più patì sconfitte e corse pericolo (i Romani) doveva superare
l'avversario (i Punici). E su tre guerre puniche scatenate dai Punici con
proprio danno, proprio la seconda mise più in discussione il dominio del
mondo (cioé in quale rocca- Roma o Cartagine- il destino dovesse porre
la capitale del mondo), con l'incertezza fino alla fine della guerra (Zama).
Altri effetti, ottimamente
utilizzabili e utilizzati dal punto di vista retorico: la feroce, barbara,
sanguinaria Cartagine (si pensi ai sacrifici dei bambini al dio Baal [48]) assume il Diritto italico
e romano, faro secolare di civiltà (ossimòro, del tipo
"ghiaccio bollente": ferox/iura); l'enorme
"quantità" di forze mobilitate da Roma contro Annibale, che fa
allibire anche i polemologi moderni, non bastava contro il Cartaginese se la
"qualità" degli uomini (generali, condottieri, consoli e
senatori in genere) non fosse stata straordinaria ed epicamente eroica (quantosque...
et quot viros). I riferimenti del 2° e del 17° verso (i Romani intesi
come Eneadi e l'odio perenne a Roma tramandato nei Punici fin da Didone)
appaiono omaggio a Virgilio, oltre che a Nevio ed Ennio. Infine, per le figure
e gli artifici retorici, nei primissimi versi, si consideri l'invocazione alla
Musa che deve "abbellire" (con decoro estetico- decus) gli
"affanni" (laborum- noi potremmo tradurre con "lutti") di
Romani e Italici nella guerra: bellezza e lutto accostati qui come puro ossìmoro
(decus/laborum).
SILI ITALICI PUNICA, edidit Iosephus Delz, Teubner,
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sono usciti i tomi I (I-IV), II (V-VIII) e III (IX-XIII). Assai inferiore all'
edizione Delz.
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senza testo.
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Recenti contributi su
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“MH”, a.XXVI 1969, pp.88-100
(su I 26-55)
Vessey D.W.T, Silius Italicus: the Shield of Hannibal, in “AJPh”, a.
XCVI 1975, pp. 391-405 (su II 395-452)
Vessey D.W.T, The Dupe of Destiny: Hannibal in Silius, ‘Punica' III, in “CJ”,a. LXXVII I98I-I982, pp.
320-35
Burck E., Die Endphase der Schlacht am Metaurus bei Silius Italicus
('Punica’ 15, 759-16, 22), in “WS”, a. XCV 1982, pp. 260-73
Burck E., Silius Italicus. Hannibal in Capua und die Rückeroberung der Stadt durch die Römer, in “AAWM”, soz. Kl., 1984, 13, Stuttgart, F. Steiner Verlag
Wiesbaden, 1984
Runchina G., Da Ennio a Silio Italico, in 44 “AFMC”, n.s., a. VI 1982,
pp. 11-43 (spec. su XII 355 sgg.)
Billerbeck M., Die Unterweltbeschreibung in den 'Punica' des Silius Italicus, in
“Hermes”, a. CXI 1983, pp. 326-38 (su XIII 523-612).
Su grammatica e stile:
Lindblom A., In Silii Italici 'Punica’ quaestiones, Uppsala, Almqvist, 1906
(sono comprese note di critica testuale)
Flammini G., Tecnica e struttura del chiasmo in Silio Italico, in “GIF”,
a. XXXV 1983, pp. 85-101.
Sui rapporti con Livio:
Sechi M., Silio Italico e Livio, in “Maia”, a. IV 1951, pp.280-97
Venini P. , Cronologia e composizione nei 'Punica’ di Silio Italico, in
“RIL”, a. CVI 1972, pp.518-31
Venini P., Tecnica allusiva di Silio Italico, ibid., pp. 532-42.
Sulla
trasmissione del testo
Reeve M.D., Silius Italicus, in TT, pp.389-91.
Note al testo: oltre a
Lindblom, In Silii Italici ‘Punica’ quaestiones, cit.
Blomgren
S., Siliana. De Silii Italici Punicis quaestiones criticae et interpretatoriae,
Uppsala-Leipzig, Lundeqvist-Harrassowitz, 1938
Watt
W.S., Siliana, in “MH”, a. XLV 1988, pp. 170-81.
CRONOLOGIA DELLA LETTERATURA LATINA
LETTERATURA E VITA CULTURALE
88 In quest'anno (o forse prima) SILIO ITALICO inizia i Punica.
QUINTILIANO abbandona l’insegnamento.
92 Muore intorno a quest' anno VALERIO FLACCO, senza
terminare gli Argonautica. STAZIO,
che ha pubblicato la Tebaide, inizia
la stesura delle Silvae.
94 ANNIO FLORO, autore di un dialogo Vergilius orator an poeta, partecipa a
Roma ai concorsi capitolini.
95 Nasce a Nicomedia (Bitinia) FLAVIO ARRIANO, storico
di Roma in greco.
96 QUINTILIANO muore, poco dopo aver compiuto e
pubblicato l'institutio oratoria. A
Napoli muore STAZIO.
97 In quest'anno o nel 98 compare l' Agricola di TACITO. FRONTINO, curator
aquarum, scrive il de aquis urbis Romae.
98 TACITO pubblica de
origine et situ Germanorum.
100 PLINIO il Giovane recita e pubblica il panegyricus Traiani. GIOVENALE inizia
dopo quest' anno la stesura delle Satire.
Si data a questi anni il dialogus de
oratoribus.
101 SILIO ITALICO, che ha completato i Punica, si lascia morire a Napoli di fame
per un male incurabile.
STORIA E ISTITUZIONI CIVICHE
88 L. ANTONIO SATURNINO, legato della Germania
superiore, tenta una rivolta contro l'imperatore, ma è sconfitto e
ucciso. DOMIZIANO inasprisce il proprio regime di governo.
89 DECEBALO si riconosce alleato di Roma. Durano fino al
97 le campagne contro Suebi e Sarmati sul Danubio.
93 Muore AGRICOLA.
95 DOMIZIANO ordina una persecuzione anticristiana.
96 DOMIZIANO è assassinato per mano di un liberto
in un complotto cui partecipa anche la moglie DOMIZIA. Gli succede il senatore
M. COCCEIO NERVA (96-98). È dedicato il Foro di Nerva.
97 NERVA adotta M. ULPIO TRAIANO. TACITO è consul
suffectus. È inaugurato il Foro di Nerva.
98 Muore NERVA; gli succede TRAIANO (98-117).
100 ADRIANO sposa VIBIA SABINA. PLINIO il Giovane
è consul suffectus.
101 TRAIANO conduce la prima campagna in Dacia
(101-102).
LIBRO I
Tesso le imprese, per le quali al cielo
Si leva la gloria degli Eneadi
E la feroce Cartagine cede
Alle italiche leggi (1). Guida, o Musa,
La bellezza nel ricordare i lutti
Dell'antica Italia, quali forze
per numero e valor, soldati e duci
Roma profuse, quando la perfida
Ai sacri patti gente Cadmèa
Mosse le sfide per il grande impero.
E a lungo fu indeciso in quale rocca
Ponesse il Fato il centro del mondo.
Per tre volte con sfortunata guerra (2)
il giuramento a Giove, l'alleanza
E gli accordi dei Padri, i
Sidònii
Condottieri infransero, e tre volte
l'empia spada con tracotanza
osò
Frantumare la concordata pace.
Ma nella seconda guerra si volse
a reciproco sterminio il mondo
e più vicino si trovò
al periglio
Colui cui vincere fu dato; rocche
degli Agenorèi il dardanio
duce disserrò,
Assediato il Palatino dal vallo
dei Punici; e dalle mura soltanto
Roma difese la propria salvezza.
Di tante ire le cause e dell'odio
Perenne, così nutrito nel
cuore,
Le guerre tramandate ai nipoti
Mi sia dato descrivere, i progetti
delle menti celesti disvelare.
E già pertanto
ricorderò, antichi,
I primordi di così grande
evento.
Dal regno di Pigmalione macchiato
del crimine fraterno rifuggendo
un giorno Dido su campi cerulei (3)
giunse al lido fatale della Libia.
1 Alle leggi di Enotria. Non il
"diritto latino" (Nomen Latinum), bensì il diritto ormai
universale, le leggi divenute civiltà romano-italica dalla Repubblica
fino ad Augusto. Si noti l'ossìmoro: ferox (sinonimo di barbarie) - iura
(sinonimo di civiltà).
2 Con Marte sinistro, con guerra
sfavorevole.
3 Azzurre distese, il mare.
Allora, comperato il
terreno, innalzò nuove mura per quanta spiaggia occupa la pelle di un
bue. Giunone ebbe così cara questa terra (è credenza
antichissima) che le pospose Argo e l'agamennonia Micene, che pur tanto amava,
e fondò per i profughi un asilo imperituro. Ma quando Roma levò
il capo sopra le più grandi città e le navi inviate oltre i mari
portarono per tutto il mondo i vessilli vittoriosi, essa timorosa eccitò
i Fenici alla feroce guerra. Spento l'impeto della prima guerra e sparsi sul
mare siculo gli avanzi delle forze libiche, riaccorrendo agita le armi
ritemprate. Un solo condottiero ordina le schiere e Giunone turba le terre e
sommuove i mari. Annibale bellicoso già arde di tutte le ire della dea
ed essa lo pone in lotta col destino. Lieta quindi del sanguinario eroe e
presaga del turbine di stragi che sta per abbattersi sul regno latino esclama:
”E sia pure che l'esule troiano abbia condotto contro il mio volere nel
Lazio la gente dardania e i penati vinti due volte e fondato, vincitore, per i
teucri il regno di Lavinio: non possano ora, o Ticino, entrare tra le tue rive
i cadaveri latini e il flutto della Trebbia, per l'ammassarsi dell'armi e di
cadaveri grondanti sangue latino, diverga il suo corso verso i campi celtici ed
il Trasimeno inorridisca dei suoi stagni di putredine. Che io scorga dal mio
trono Canne, tomba d'Italia, e la terra iapigea nota2 ricoperta per la strage
degli ausonii, e ti veda, Ofanto, fuori dalle ripe auguste aprirti a stento un
varco fra elmi, lorìche e cadaveri mutilati, verso il mare
adriatico". Disse ed accese alla pugna il giovane guerriero. Annibale fu
sempre un'anima irrequieta, fedifraga, astuta, ingiusta. Armato disprezzava gli
dei, era d'improbo valore, nemico per natura della pace, ardente fin nelle
midolla per sete di sangue umano; avido sin da giovinetto di cancellare il
vituperio dei padri e il nome di Egati, e seppellire gli accordi nel più
profondo del mar di Sicilia. Giunone lo ispira e gli affatica il cuore con la
speranza della vittoria. Nei sogni notturni gli sembra di entrare già
nel Campidoglio, o di valicare di tutta fretta le cime delle Alpi. I familiari
che, mentre tutto taceva, gli erano vicini, venivano destati dal sonno e
rimanevano atterriti dalle sue grida tremende e lo vedevano tutto sudato
immaginare le future stragi e gridare fantastiche battaglie. Le furie del padre
avevano in lui ancor fanciullo acceso immenso odio contro le saturnie rive
d'Italia. Discendeva dalla gente Sarrana dell'antico Barca della cui famiglia pretendeva
che fosse capostipite Belo, che il giorno in cui la vedova Didone era fuggita
dalla serva Tiro, temendo l'empio signore, aveva seguito la sua fortuna.
Amilcare, guerriero famoso, disceso da tale progenie, appena il figlio disse le
prime parole, l'educò all'ira e gli instillò nel cuore il
pensiero della guerra contro l'Italia. In mezzo a Cartagine sorge un tempio
sacro ai mani della madre Elissa nota3, venerato dai tirii per pietà
patria. Lo cingono pini e tassi e con le squallide loro ombre gli fanno scudo
contro il sole. Si narra che là un giorno la regina depose ogni cura
mortale. Si vedono intorno scolpiti con tristi volti il padre Belo con tutti i
suoi discendenti; poi Agenore, onore dei suoi, e quel Fenicio che per lunga
serie di anni diede nome alla terra, e Didone ora congiunta in eterno con
Sicheo. Ai suoi piedi la spada frigia e intorno cento altari dedicati ai
celesti e sacri al potente Erebo. La profetessa con le chiome sparse sulla
veste stigia invoca il dio d'Ecate e d'Acheronte; la terra mugghia e fra le
ombre irrompe orrendo un sibilo, e sugli altari ardono fuochi che nessuna mano
accese. Intorno, all'aperto, le ombre vagolano scosse dalle parole magiche e la
statua d'Elissa suda. Annibale giovinetto entrò in questo tempio come volle
il genitore che spiava frattanto il suo aspetto. Non si spaventò della
furibonda e ispirata Melissa né delle cerimonie mortali del luogo,
né delle soglie lorde di sangue nero, né delle fiamme che sorgono
al suono delle parole magiche. Il padre lo baciò dolcemente sul volto,
lo accarezzò, l'infiammò e gli instillò tali sentimenti:
"La razza frigia già due volte ha oppresso noi figli di Cadmo con
ferrei patti. Se il cielo non permetterà che io possa cancellare il
vituperio della patria, a te, figlio mio, rimarrà l'onore dell'impresa.
Pensieri di guerra ti accendano il cuore: di una guerra che porti sterminio ai
figli di Laurento, ed al tuo solo nome la gioventù tirrena tremi di
terrore, e quando tu sorgerai, figlio, le madri romulee abbiano ribrezzo di generare".
Così lo stimolò e il figlio non meno feroce gli rispose:
"Distruggerò i Latini in mare e in terra con fuoco e con ferro e se
gli anni me lo concederanno rinnoverò il destino di Troia. Nulla
potranno contro di me gli dèi, né mi tratterranno i patti che vietano
la guerra, o le cime della Alpi o la Rupe Tarpea. Lo giuro per il nume del
nostro Marte e per la tua ombra, o Regina!".Immolò alla dea
triforme un nera vittima e la profetessa che cercava il responso scoprì
gli arti fumiganti e consultò prontamente la vita fuggente nelle
viscere. E quando, come è rito antico, ebbe penetrato il segreto volere
dei Numi, disse: "Vedo i campi etoli nota4 ricoperti di strage e i laghi
rossi di sangue italico. Un'immensa mole che si leva con le sue cime alle stelle,
e nel vertice aereo di quella i tuoi accampamenti! Io vedo le schiere tratte
sotto i gioghi e fumare le mura vacillanti, e splendere tutta l'Italia per le
sidonie fiamme. Scorre il Po con onde di sangue. Giace orrido in volto sopra
armi ed armati quello che per la terza volta vincitore aveva recato a Giove
Tonante spoglie opime. Oh! tremenda ed improvvisa una tempesta si raduna,
furiosa di nembi, e il cielo balena squarciato da lampi. Grandi cose preparano
i Superi. La reggia dell'alto cielo tuona e vedo Giove che si appresta a
combattere". Giunone non le permise di conoscere oltre gli avvenimenti
futuri, e le viscere tacquero improvvisamente. Rimasero celati i vari eventi e
le lunghe fatiche. Il condottiero tirio, serbando così nell'animo il
segreto di questa guerra, giunse armato a Gadi e Calpe nota5, ultima parte del
mondo abitato, e mentre spinge le insegne dei Garamanti nota6 fino alle colonne
d'Ercole, muore fieramente in battaglia. Allora ha il supremo comando
Asdrubale, che con iniqua furia opprime nell'opulente contrade occidentali il
popolo degli Iberi e gli eroi Betici. Egli era di cuore ferreo, indomito
nell'ira e feroce per avere a lungo comandato, avido sempre di sangue, e mai
sazio di stragi, e nella sua rabbia si gloriava d'essere chiamato "il folle".
Dimentico degli dei e degli uomini andava mostrando ai popoli addolorati Tago,
re d'antichissima stirpe, bellissimo ed ammirato pel suo ardire, confitto su di
un'alta croce, senza aver avuto funebri onori. “Tago” - egli aveva
preso il nome del fiume aurifero- chiamavano le iberiche ninfe per rive e per
antri. Quel suo fiume egli preferiva ai guadi meonii, ed agli stagni lidii
irrigati da una ninfa d'oro per le arene che versa in loro l'Ermo. Primo nel
combattimento rimaneva per ultimo sul campo, e quando a briglia sciolta, alto
in arcioni, lanciava il cavallo non v'era spada né lancia gettata da
lontano che lo potesse fermare. Passava esultante e tutti lo riconoscevano
all'armi dorate. Ora, quando un suo familiare lo vide, inchiodato all'albero
infame e sfigurato in volto dalla morte, afferrò di nascosto la spada
del suo signore e precipitandosi sul condottiero più volte gli trafisse
il cuore crudele. Ed ecco, quelli che s'erano divertiti ad essere crudeli, ora
pazzi di rabbia e di dolore si scagliano infuriati a preparare tormenti. E non
hanno pace le fiamme e gli acciai arroventati e il flagellare di mille e mille
colpi che aprono le membra scorticate, e le mani omicide cacciano a gara entro
le midolla, per le ferite, liquidi ardenti. Orrida cosa a vedersi e a dirsi: le
membra tese con raffinata crudeltà si gonfiano obbedienti agli strumenti
di tortura e le ossa aride, denudate dei muscoli, fumano senza spargere sangue.
Egli non si turba e rimane come uno spettatore ed irride agli strazi; rampogna
aspro gli stanchi aguzzini, e chiede anche per sé, con alte grida, la
croce del suo signore. Mentre si porta a termine lo spregevole strazio, le
genti sidonie rimaste prive del condottiero acclamano duce Annibale. Gli
acquista favore in tutti i cuori il ricordo del padre ed ancor più la
fama del giuramento di guerra e l'età focosa e l'ardire e l'anima pronta
ad ogni inganno e la sua facondia. Al nuovo condottiero prima i Libici, poi i
Pireni e gli Iberi bellicosi applaudirono festanti. La sua anima esultava
già pensando al vasto dominio in terra ed in mare. La Libia giace quale
gran fianco dell'Asia nota7, o meglio terza parte del mondo, sotto l'ardente
Cancro, infuocata dalla vampa del sole e dal vento Eolo. Ha ad Oriente il fiume
Nilo che per sette bocche si getta nell'onde del gonfio mare: ed al lato
opposto dove si rivolge all'Orse ineguali la spezza lo stretto d'Ercole e si
scorgono ivi vicini i monti e i campi d'Europa. Da ogni altra parte la cinge il
mare e Atlante non concede che il suo nome risuoni più lontano; Atlante
che se ritraesse il capo farebbe crollare il cielo. Il suo capo cinto di nubi
tocca gli astri, e l'altissima cervice trattiene per l'eternità le
compagini celesti: ha la barba bianca per il gelo, ed una selva di pini gli
avviluppa la fronte di ombre immani; i venti infuriano intorno alle sue tempie
ed i fiumi piombano dalla bocca tempestosi spumeggiando. Alti mari da ambo i
lati sferzano due rupi, ed allorché Febo stanco si tuffa con gli
anelanti cavalli il carro fiammeggiante si cela nel vortice che fuma. Dalla
parte dove l'Africa si stende in squallidi deserti, il suolo è fecondo
di serpi velenose, ma ove un vento più mite tempera felicemente i campi
può gareggiare con l'Ennea Cerere e con le messi di Faro. Il nomade
galoppa laggiù senza briglia, e guida i suoi cavalli che non conoscono
morsi e redini con una sottile verga agitala fra le orecchie che vale il morso
Questo territorio è culla di uomini d'arme che non si fidano, senza
inganni, della nuda spada. In altri campi erano gli Ispani che con più
vittorie il padre aveva tratto d'Europa. Ivi sono i destrieri bellicosi che
empiono i campi di nitriti, e quando s'impennano trascinano così veloci
i carri quanto non volerebbe la ruota d'Ellade. E' questo un popolo incurante
della vita, pronto a finirla, poiché trascorsa la giovinezza si uccide.
Quivi trovasi ogni metallo, e nella terra splendono vene di due specie di
elettro nota8 e nereggiando ella nutre orridi parti d'acciaio Un Dio lo
nascose: seme maledetto della colpa; ma Asturo l'avaro penetra le profonde
scavate viscere della terra e sciagurato ritorna pallido come l'oro che trae.
Scorre su questa terra, gareggiando con il Pactolo il Tago il Durio ed il Lete
che versa lucenti arene sui campi gravii, e porta agli Ispani l'immagine
dell'oblio dell'Averno. La contrada spagnola a Bacco amica non è avversa
a Cesare e su tutti gli altri qui s'innalza l'albero di Pallade nota9. E poi
che il duce Tirio cominciò a comandare queste genti pronte al suo volere
desiderò guadagnarne il cuore con le arti paterne. Ora con le armi, ora
con doni infrange i decreti del Senato; primo nel correre alla fatica, marcia
avanti a tutti, e se è urgente la costruzione delle trincee anch'egli vi
prende parte. Pronto ad ogni audacia, ogni cosa lo spinge alla gloria, contende
il sonno alla natura e passa le notti in armi vegliando, oppure si stende a
terra con in dosso un saio, sempre d'esempio ai manipoli libici usi alla
fatica. Ora maestoso capitano è innanzi all'esercito e lo comanda; ora a
capo nudo sfida le burrasche di pioggia e le tempeste celesti. I Puni lo
fissavano istupiditi, e l'Asturo ne tremava quando tuonando e tempestando
Giove, tra le bufere e i fulmini sprigionati dal cozzo dei venti egli passava
sul dorso del cavallo impaurito. E non l'offende, stanco dopo una giornata di
campo, l'ardente astro di Sirio. Quando il suolo, bruciante per i raggi
fiammanti del sole che infuoca l'aria, si spacca, egli disdegna come mollezze
femminili le fresche ombre; resiste anche alla sete e se s'imbatte in una
sorgente la guarda e passa oltre. Se v'è un cavallo restio, egli ne
impugna le redini e lo doma ed è orgoglioso di avere un braccio cui non
si resiste. Varca tra i sassi suonanti i torrenti ignoti e chiama dall'opposta
riva i suoi. Si pianta per primo sulla breccia delle mura vinte, ed ogni volta
che corre rapido alle stragi sul campo, intorno al giro della sua spada il
terreno è per largo tratto rosso di sangue. Vuol forzare impaziente il
destino, e con il proposito di rompere i patti di amicizia è lieto che
Roma si lasci attirare alla guerra, e nel suo pensiero dai lidi opposti abbatte
il Campidoglio. Nella guerra intrapresa per desiderio di un'altra maggiore fa
dapprima risuonare i tamburi alle porte di Sagunto. La città di Alcide
prossima al mare s'innalza in cima ad un colle che sale dolcemente e prende il
nome illustre da Zacinto che vi è sepolto in cima. Era compagno di
Alcide questi, ed ucciso Gerione tornava un giorno ai suoi campi di Tebe
levando al cielo il vanto di così grande impresa, perché il
mostro aveva tre anime e di tre braccia erano armate le sue tre teste, alte su
tre colli. Non si vide mai mostro simile che una sola morte non poteva
uccidere, per cui rotto due volte lo stame le rigide sorelle ne torcevano il
terzo. Il vincitore festante faceva mostra di quelle spoglie, e soleva in pieno
meriggio condurre al fonte gli armenti catturati, allorché una serpe che
aveva calcata col piede, spalancò le fauci gonfie del veleno acceso
dall'arsura e prostrò nel suolo ispano il duce inachio ,con mortale
ferita Spinta dall'Austro poi vi approdava una gente fuggiasca nata a Zacinto
che è un'isola cinta dal mare Graio e fece parte un giorno del regno di
Laerte. La gioventù daunia - mandata da una città popolosa, ma
scarsa di abitazioni che vantava re generosi ed ora ha nome Ardea, -
rafforzò le mura che si stavano allora innalzando. Per patto di popolo e
decoro degli avi fu conservata la libertà e fu tolta ai Fenici la
signoria sulla città nuova. Ma rompendo gli accordi il condottiero Tirio
muove il campo e s'avanza con i bellicosi soldati. Egli scuote il capo e torvo
in volto fa il giro delle mura sopra un'anelante corridore e misurando con uno
sguardo le case degli atterriti abitanti esclama "S'aprano ormai le porte
e si sgombri la trincea, lontana da voi assediati è l'Italia e sono
lontani gli alleati. Leggi, diritti e decreti del Senato, e frode e Numi tutto
è ormai in mio potere ". Così disse il feroce e il suo detto
confermò con i fatti: gettò uno strale che trafisse attraverso lo
scudo Calvo che era a difesa della muraglia e gridava vane minacce. La lancia
lo ferì nel mezzo delle viscere per cui cadde riverso dal bastione
scosceso e rese morendo l'asta ancora calda al vincitore. Tutti schiamazzando
seguono l'esempio del guerriero e le mura sono nascoste da una nube atra di
frecce. Anche la gran massa dei guerrieri gareggia in valore ed ognuno combatte
in cospetto del suo comandante e sembra che combatta da solo tutta la guerra.
Questi, roteando la fionda spagnola lancia infinite palle di piombo; gira tre
volte sul capo la cedevole corda e così con il favore dei venti manda
per l'aria il piombo. Altri con il braccio poderoso respinge sassi che
fischiano in aria, o scaraventa lance possenti unite fra loro da lievi legami.
Il condottiero innanzi a tutti, splendido nell'armatura paterna, ora scaglia un
tizzone di bitume con fiamme e faville, ora lance, ora frecce, ora incalza il
nemico senza posa con i sassi. Lancia due frecce avvelenate apportatrici di due
morti ed a frode ferisce con la faretra, così come il Dace nelle
contrade risuonanti di guerra scaglia sulle rive dell' Istro che ha due nomi,
le frecce, lièto di averle prima intinte nel patrio veleno. Frattanto
egli medita di circondare il colle e Sagunto con ripari turriti e castelli.
Nume degli antichi popoli, o Fede, solo di nome conosciuto sulla terra! La
gioventù, tolta ogni speranza di fuga rimane fiera pur vedendo intorno
innalzarsi le mura e stima degno di Sagunto cadere rimanendo fedele all'Italia.
Già con più sdegno tutti si accaniscono, sassi immani scaglia con
stridore la balista focaica dal ben disteso nervo, e la stessa mutando il
pesante proiettile lancia un albero ferrato nel mezzo della schiera nemica.
Risuona alto il clangore delle trombe, ed in così grande battaglia si
mescolano le schiere, sì che sembra l'assedio di Roma. Ma sopra tutto
echeggia il grido " Migliaia di genti nate fra le armi rimarremo inerti
dinanzi al nemico fatto prigioniero? Temete forse la guerra intrapresa? o i
responsi? Sono queste le prove di valore al primo cimento del duce? E' con tale
paura che ci prepariamo ad invadere l'Italia? con l'esempio di tale battaglia
?". Il Fenicio agita i cuori sino nel profondo ed il pensiero delle guerre
future spinge gli animi esultanti: s'aggrappano con le mani agli steccati, e
respinti lasciano sui ripari le destre mozze Intanto si erge la bastita ed un
nuvolo di combattenti si leva sulla città. La pesante falarica, lanciata
da mille mani difende le genti assediate e tiene il nemico lontano dalle porte.
Trave enorme, orribile a vedersi, recisa sull'erme giogaie del nevoso Pireneo,
con la cima armata di mille punte, capaci di abbattere le mura e intorno al
tronco pece e zolfo cosparso che arde fumando A vederla sembra un fulmine
quando piomba sospinta dall’alto della rocca, e balena per l'aria che
solca tremando come quando cade dal cielo una meteora infuocata che abbacina la
vista con il sanguigno e disperde con un sol colpo le membra fumanti dei
combattenti sotto lo sguardo attonito del duce. Talora, come turbine conficcata
nell'ampio fianco di una torre, molesta col fuoco i congiunti ripari, e
seppellisce nelle ardenti rovine armi ed armati. I Fenici infine con gli scudi
riuniti, a guisa di testuggine, scavano le mura al di sotto dei bastioni per
oscuri meandri. L'erculea fatica fa precipitare sui vinti ripari gli enormi
sassi e ne risuona il cielo per l'orribile strepito. Non altrimenti le aeree
rupi sul vertice delle erte Alpi, divelte dalla mole rocciosa, rovinando
squarciano i monti con grande rumore Da ogni parte si alzano mucchi di cadenti
frantumi che ingombrano il passo alle schiere desiderose di combattere pur in
mezzo alla rovina. Innanzi a tutti Murro, fiorente di prima giovinezza, figlio
di padre rutulo e greco di madre saguntina per cui i figli di lui avevano per
gli avi sangue italico misto a greco. Egli vedendo le mosse di Araldo che
chiamava a gran voce i compagni lo colpisce dove il collo è scoperto,
tra il soggolo dell'elmo e la corazza, ed atterratolo lo preme con la lancia e
gli grida: "Giaci a terra, Fenicio ingannatore; volevi ascendere vincitore
il Campidoglio per primo e donde tanta tracotanza? Ora porta guerra a Giove
Stigio!". Quindi vibrando con furia la lancia la conficca nell'inguine ad
Ibero e lui boccheggiante dell'ultimo singulto calca con il piede gridando
" Ecco, o terribile schiera questa è la via che vi conduce a Roma.
Così, quanto più vi affrettate vi andrete". D'improvviso si
lancia verso le armi di Ibero che si era alquanto riavuto e toltogli lo scudo
gli trapassa netto l'ignudo fianco. Ibero ricco di terreni e di greggi sebbene
di oscura origine era solito cacciare le fiere armato d'arco e di saetta. Lui
felice se avesse conservato ed arco e frecce per le selve paterne, contento
della loro ombrosa quiete. Ladmo ne sentì pietà e per vendicarlo
lanciò un colpo, ma il vincitore sogghignando ferocemente gli disse:
"Porterai notizie di questo mio poderoso braccio, che dopo aver ucciso
l'umile plebeo vi darà per compagno Annibale, all'ombra di Amilcare
". Alzata la spada su di lui la cala abbandonandosi tutto e d'un sol colpo
gli fende la cresta dell'elmetto ferrato così che il teschio dentro
stritolato ne scricchiola. E così spenti dalla sua sola destra caddero
improvvisamente Cremete, la cui lunga chioma ombreggiava la fronte e
dell'orribile crine soltanto aveva coperto il capo; e poi Masulo, e Cartalone
che pure era vecchio alle armi e non temeva nemmeno di mungere le leonesse
madri e Bagrada che aveva scolpito sulla celata l'urna fluviale, con Jempsale
di Nasamone devastatore delle Sirti che rapiva audacemente ai flutti i rottami
delle navi, e poi Atiro abile nel togliere il veleno alle serpi, che con il
tatto rendeva placidi gli atri chelidri, ed avvicinando i serpentelli ne
riconosceva la dubbia razza. Iarba garamantico, anche tu, abitatore dei boschi
fatidici, cadesti per essere stato riconosciuto all'elmo dal curvo corno che ti
copriva la fronte ed invano morendo chiamasti Giove mentitore ed imprecasti ai
bugiardi oracoli che ti avevano assicurato il ritorno. Ormai cresce il mucchio
dei cadaveri e le rovine fumano inondate di nero sangue e Murro impaziente
sfida a battaglia il Fenicio, come un cinghiale furente che è volto in
fuga dai campi di Sparta e, stanato dall'accorrere dei cacciatori arruffa il
dorso, e tenta le ultime difese, emettendo bava e sangue, ed azzanna gli spiedi
e le frecce. Ma il Sidonio infuria tra le turbe dalla parte opposta, come se
non dessero abbastanza danno e morte l'armi dei guerrieri, ove le schiere
escono improvvise dalle porte. Egli rotea la spada: quella che il vegliardo
Temiso, maestro nell'arte di indurire il ferro, gli aveva temprata sul lido
esperio nelle fiamme incantate mormorando magiche parole. Come Marte sulle rive
bistonie corre in lungo e in largo sul carro di guerra, e fa splendere la
lancia con la quale respinse la coorte dei Titani, e s'eccita alle guerre
rumorose all'ansare dei cavalli e al cigolare delle ruote. E già Osto il
rutulo Folo il poderoso Metisco spingeva nella notte perpetua e con essi
cadevano Ligdo Durio, il biondo Galesio, ed i gemelli Cromi e Gia. Ed ancora
cadde Danno, quello che seppe muovere le turbe con la gioconda voce e vincere
le menti perorando. Fu rigido custode delle leggi, e parlando aspro lanciava
dardi: " O Fenicio, quale furia paterna ti trascinò a queste
spiagge? Queste non sono le mura sidonie che una femmina faceva innalzare su di
una terra comperata questa non è l'immensa spiaggia concessa agli esuli.
Hai dinanzi l'opera dei Numi e l’amicizia di Roma". Ma mentre andava
gridando questo per il campo, Annibale con grande impeto lo ghermisce tra i
soldati e le fitte lance e legategli tutte e due le braccia alle spalle lo
destina ad un lento supplizio. Ed imperioso spinge i suoi a combattere
rimproverandoli ed apre egli stesso la via tra mucchi di morti e di moribondi e
chiama a nome tutti i compagni e superbo assegna in preda la città non
ancora vinta. Ma come sente che dalla parte opposta la battaglia non volge a
suo favore, ed il cielo concede a Murro l'onore della giornata, parte correndo
come pazzo ed abbandona le grandi imprese. Le piume lucenti gli sventolano
sull'elmo annunziatrici di morte come la fiera cometa atterrisce i regni
barbari con il fiammeggiante crine, e getta, a torrenti ampi. scintillando
sanguigna luce dal cielo e sembra che minacci la fine del mondo. Nella sua
corsa precipitosa s'apre la strada tra i vessilli, fra le armi e coloro che
combattono ed al suo apparire Saguntini e Fenici tutti trepidano: la lancia ha
sulla cima sinistri bagliori e lo scudo splende dovunque. Così il cuore
dei naviganti si stringe di paura se l'Egeo si leva fino alle stelle e Coro
mugghiando frange contro le sponde ondate altissime sì che ne risuona da
lontano il fremito ed ansanti sorpassano sulle curve onde le Cicladi Non lo
potevano trattenere tutti i dardi lanciati dalle mura che gli piovevano addosso,
né le fiammate che gli fumavano innanzi, ne i sassi scagliati dalle
industriose macchine Non appena vide la cima del lucente elmo e l'oro delle
armi insanguinate percosso dal sole rutilante esclamò furente: "
Ecco Murro, il baluardo di Roma, che fa indugiare in tanta fatica le genti
libiche. Ora saprai quanto vi giovi il patto stretto, e quanto il vostro
Iberio. Porta con te e patti e giuramenti e fede, lasciami i Numi
spergiurati". E Murro gli rispose: "Appari alfine desiderato. Ti
cerco da molto per provarmi con te e mi riprometto la tua testa. Ora pagherai
il debito di tante frodi e cercherai sotto terra l'Italia. La via che conduce
alle itale terre è troppo lunga, e vedi, Annibale, questa mia destra ti
libera dall'impaccio delle Alpi e dei Pirenei". Così disse e
vedendo che il Fenicio si avvicinava dal basso approfittò dell'erta
dirupata, e divelto un gran masso dalla trincea lo gettò contro di lui
che saliva con fatica. Il sasso enorme precipita rotolando, Annibale all'urto
poderoso indietreggia, ma subito si vergogna e la coscienza del suo valore lo
sospinge. Si arresta digrigna i denti, e poi ricomincia ad inerpicarsi con gran
fatica per l'ascesa e la sua armatura sfavilla, quanto più si avvicina.
Murro al cospetto di così grande nemico, abbacinato, come se intorno lo
stringesse infuriando un esercito intero, rimane trepidante. E gli sembra di
vedere mille braccia insieme e mille spade che cozzino scintillando ed
un'infinità di cimieri ondeggianti. Tutte e due le schiere levano un
urlo, come se Sagunto tutta ardesse, e Murro impaurito per la morte vicina si
regge appena e scioglie quest'ultimo voto: "O Ercole fondatore, di cui
calchiamo le sacre orme, allontana dalla città questa tempesta
minacciosa, se io difesi non codardamente queste tue mura". E mentre egli
prega e leva lo sguardo al cielo il Fenicio gli grida: " Vediamo se il
diritto vuole che Ercole sia più favorevole a me che a te. Se non ti
dispiaccia emula gloria vedrai me, Ercole invitto, di non minor valore dei tuoi
giovani anni. Il tuo Dio mi sia amico, e quegli, che illustre un giorno
distrusse la prima Ilio, ora che mi accingo a sterminare i discendenti della
razza frigia, mi aiuti". Così parlando, in un impeto di rabbia gli
immerge la spada nella gola fino all'elsa e ne insozza orridamente di sangue le
armi ritraendola. A quella vista la gioventù di Sagunto, esterrefatta,
si slancia a contendere al vincitore la spoglia e le famose armi di Murro. La
turba si ingrossa e s'anima a vicenda ed erompe in folla compatta. L'elmo di
Annibale rintrona per i colpi dei sassi e delle lance e così la corazza
di bronzo, le mazze e le palle di piombo lo assalgono incessantemente; il suo
cimiero cade a terra e nella strage il fregio delle piume ondeggianti scompare.
Un gran sudore gli cola per le membra stanche, e l'elmo è irto di
frecce. La. tempesta dei colpi lo incalza senza requie, e non gli è
concesso mutare l'armatura, le ginocchia gli traballano ed il braccio stanco
non riesce più a sorreggere lo scudo. Egli sospira dal profondo petto, e
dalle labbra. aride manda un singulto che interrotto dall'ansante fatica rimane
chiuso nell'elmo e sembra un mormorio. Si fa forza tra sé, e si rallegra
che il suo valore risplenda in ardue prove ed eguagli il premio della gloria ai
rischi. Quando all'improvviso il cielo si squarcia tra le profonde nubi, scuote
la terra uno schianto e Giove tuona e folgora due volte sopra i combattenti.
Tra nubi e un pauroso turbine di vento scocca lo strale vendicatore della
guerra ingiusta che si conficca nella coscia di Annibale. Rupi Tarpee, abitate
dagli Dèi e voi fiamme di Laomedonte mai estinte sui verginali altari di
Troia, quanto vi promisero gli Dei sotto l'aspetto fallace di uno strale! Se la
lancia furente avesse colpito più in alto, ora le Alpi sarebbero ancora
inaccessibili ai mortali né l'Allia sarebbe da meno, o Trasimeno, ai
tuoi flutti.Ma Giunone che attendeva sull'alta vetta dei Pirenei il primo
scontro ed i primi ardori della guerra non appena scorso l'eroe ferito per la
freccia scagliata, volò a lui per l'aria, chiusa in una nera nube, e
tolse dal duro osso la pesante lancia. Egli con lo scudo nascose il sangue che
gli scorreva per le membra ed a poco a poco con passo barcollante si
allontanò dal bastione. La notte scese alfine e nascose con le sue
desiderate ombre la terra ed il mare, e al mancare della luce cessò la
battaglia. Ma indocili i Saguntini vegliano intenti all'opera e nella notte
ricostruiscono la trincea caduta. Il grave pericolo sprona il popolo assediato
che nel caso disperato tenta l'ultima prova di disperato valore. Qui il
fanciullo e il vecchio invalido e le donne in ressa miseranda accorrono in
aiuto e lo stesso soldato ferito e sanguinante porta le pietre Senatori e
patrizi raccoltisi eleggono dei messaggeri che vadano a chiedere salvezza a
Roma ed insistono perché tutti vengano a gara a soccorrere la patria
infelice: "Andate subito! Mano ai remi ed alle vele e la nave corra
finché la belva giace costretta e ferita entro la sua tana. Bisogna
approfittare del tempo che la guerra lascia libero e tra i pericoli andare.
incontro alla gloria. Andate presto e riferite piangendo la fedeltà e le
mura cadenti, recateci dall'antica patria benigni destini. Questo è
quello che urge: ritornare a Sagunto prima che cada”. I messaggeri si
precipitano alla vicina spiaggia e fuggono via per le azzurre onde a gonfie
vele. La rosea coniuge di Tritone abbandonava i sonni ed il rosseggiante
destriero faceva risuonare gli alti monti dei primi nitriti e scuoteva le
briglie rosate e gli assediati dall'alta mole ricostruita mostravano la
città racchiusa nelle torri innalzate durante la notte. Ma sono tutti
lenti, e non badano all'assedio i Punici e l'ardore della battaglia si spegne
perché ognuno ha la mente rivolta al pericolo del comandante. Frattanto
i messaggeri rutuli spinti in alto mare vedevano sorgere dalle onde i colli
d'Ercole e le cime di Monaco toccare le nuvole. Il tracio Borea soltanto ha
l'aspro governo di queste rocce, Borea che percuote incessantemente le terre
con gelati soffi e flagella le Alpi con l'ali stridenti. E quando dalla gelata
Artide si scatena sulla terra, nessun vento osa levarsi a lui contro; il mare
s'aggira per improvvisi vortici ed i marosi rotti mandano lamenti e l'onda
turbinosa copre le montagne e il Rodano e il Reno innalzano gli spruzzi alle
nuvole. Dopo che i Rutuli scamparono la feroce ira di Borea parlavano tra loro
mestamente dei vari eventi della guerra, e del mare e della sorte incerta:
" Patria inclita dimora della Fedeltà, quali sono ora le tue sorti?
Stanno ancora le rocche sacre sovra i colli, o, forse, Superi, tanta grandezza
è ridotta in cenere? Mandateci, o Dei, lievi venti e favorevoli se non
ancora il fuoco tirio insulta le cime dei templi e se le latine navi possono
ancora salvarli ". Trascorrono la notte e il giorno così piangendo
e giungono alle rive di Laurento dove il padre Tevere accresciuto dell'acque
dell'Aniene con le sue acque bionde si versa nel mare. Di lì entrano
nelle mura di Roma che alberga il loro stesso sangue. Il console raduna
l'angusto Senato composto di quei vecchi che beati della loro casta
povertà e gloriosi per i trionfi sono pari ai numi in virtù. Le
gloriose imprese ed il sacro amore del giusto rendono grandi quei vecchi dalle
chiome irsute che hanno desco disadorno, e la mano pronta alla spada ed alla
stiva dell'aratro, usi a tornare alle loro umili dimore sul carro trionfale.
Sulle prime porte del tempio erano appesi ornamenti di guerra, carri
conquistati. armi tolte ai condottieri, sbarre di porte, scudi perforati,
accette tremende in guerra e giavellotti ancora macchiati di sangue. Pendono a
testimonianza della battaglia delle Egadi e della Libia che corse il mare
sconfitta, i rostri presi; e là si vedono gli elmi dei Senoni e la spada
empia che fu un giorno contrappeso dell'oro: le armi dei Galli vinti per cui
Camillo tornò glorioso all'Arce, e le spoglie dell'Eacide, e le insegne
dell'Epiro, i cimieri orridi delle genti liguri, gli scudi rozzi che furono
tolti agl'Ispani e le frecce alpine. Quando si vide lo squallore degli oranti,
segno dell'orrida guerra e dell'estrema miseria ognuno ebbe chiaramente la
visione di Sagunto che mandava l'ultima preghiera. Allora il vecchio
Sícori con mesto accento disse: "Gente inclita per consacrata
fedeltà che i popoli debellati giustamente chiamano illustre prole di
Marte, non credere che ci mettemmo in mare per un lieve pericolo. Noi vedemmo
la nostra patria assediata ed i muri cadere, vedemmo lui: Annibale, quegli che
gli insani flutti respinsero od una belva partorì. O Numi, vi prego,
tenetelo lontano da queste mura, e la sua mano fatale rimanga solo nel nostro
territorio, poi che egli scaglia travi risuonanti, e giganteggia nelle armi.
Varcò gli alti gioghi dei Pirenei ed indignato dell'Ibero che è
di mezzo, sommosse Gibilterra ed armò i popoli che sono sepolti nelle sirti
sabbiose, correndo avidamente in cerca di mura splendenti. Il flutto che s'alza
nel mare e spumeggia, inonderà, se non sarà tenuto a freno, anche
la vostra città. Forse credete che basterà al giovane fiero che
si accinge a così grande impresa, e infrange i patti e contro i
giuramenti scende in guerra, il dettar legge a Sagunto domata? Andate subito e
spegnete la fiamma che sta nascendo affinché il consiglio non sia troppo
tardivo per l'estrema sciagura. Fosse pure vano il nostro terrore e non ardesse
più nascosto il fuoco di così grande guerra, vi sembrerebbe
indegno distender la mano alla sorella Sagunto? Ci sta sopra tutta l'Iberia e
tutta la Gallia dalle orde veloci, con l'intera Africa sitibonda per il sole
ardente. Per i padri della razza rutula che vi furono a lungo sacri e venerati,
per gli Dei di Laurento e le reliquie della madre Troia, salvate il popolo
fedele che fu costretto a mutare le mura erculee per le torri acrisie. Voi
correste un giorno contro le armi del tiranno siciliano in soccorso di Zancle,
e voi, respinta la potenza sannita stimaste ben degno dei padri sigei
proteggere le mura di Capua. Io, vecchio colono di Daunia, chiamo a testimoni
voi, stagni misteriosi e sorgenti del Numicio, dite, se quando Ardea felice
mandava altrove i troppi figli non portai oltre i Pirenei i sacri riti, i
Penati, i simulacri dell'avo Turno ed il nome di Laurento! Ed ora sarò
forse disprezzato come un membro staccato dal corpo? E il mio sangue che pure
è il vostro pagherà il fio di essere rimasto fedele?”. Dopo
che egli parlò tutti i messaggeri, squallidi, con le palme alzate e le
vesti lacere (miseranda vista) si gettarono a terra. Intanto i Senatori,
affaticati nelle aspre cure, tennero consiglio. Lentulo, quasi vedesse
già ardere i tetti di Sagunto, voleva che il giovane Annibale fosse
richiesto della meritata pena e se si ricusasse ardessero subito per la guerra
i campi di Cartagine. Fabio invece, che era sempre solito con la sua grande
anima guardare il futuro e non favorevole alle incertezze andava cauto, e con
l'acciaio nel fodero indugiava alla guerra, consigliò: "Anzitutto
fra tante cose bisogna vedere se il condottiero furibondo abbia preso le armi
di sua iniziativa o per decreto del Senato. Si mandi qualcuno che scopra bene
la verità e la faccia conoscere". Così provvidamente parlava
Fabio che profeta vedeva le guerre future, come il marinaio esperto che se vede
dall'alto della poppa appressarsi la bufera di Cori, raccoglie in tempo le vele
alla cima dell'albero. Ma tutti furono spinti da quei pianti, dal dolore e
dall'ira ad affrettare il destino ignorato. Si scelsero i Senatori che si
recassero dal condottiero e qualora egli, disprezzando gli accordi continuasse
a combattere, andassero a Cartagine e dichiarassero guerra alla dimentica degli
Dèi.
LIBRO II -Già la nave dardania
spinta in alto mare recava i Padri prescelti e gli ordini del Senato. Fabio,
tirintia prole, ricordava trecento avi che in un sol giorno gli tolse il
turbine di Marte quando la fortuna male corrispose al valore e macchiò
di sangue generoso le rive del Cremera. Publicola, inclito figlio del laconio
Volevo, divideva con lui in patria la difficile soma. Il console suo proavo dal
bel nome che suona amore per la plebe, iniziava i fasti italici. Non appena
Annibale seppe che le navi stavano con le vele calate, prendendo terra, e che
si chiedeva per i decreti del Senato di Roma, tarda pace ed il supplizio -
com'era prescritto nei patti - del condottiero, comandò che subito
l'esercito si schierasse lungo la spiaggia ed in segno di minaccia
s'innalzassero le bandiere, le spade e gli scudi ancora rossi di
sangue."Ora -esclama - non è tempo di chiacchiere, la tromba
tirrena risuona dovunque e così l'alto gemito dei moribondi. Varcate il
mare di nuovo, finché vi è permesso, e non vi lasciate prendere
dal desiderio di unirvi agli assediati: tutti sanno a che cosa spinge l'ira
perciò fate che le spade nude e tepide ancora per la strage non si
muovano contro di voi". Così respinti dalla riva inospitale alle
parole del condottiero, volsero la prora verso Cartagine ed accelerarono il
corso. Il Sidonio additando con la mano alzata la nave che al largo apriva le
vele gridò: "Giove, quella nave pretende avere ora la mia testa!
Lieta fortuna, o anime cieche, vi gonfia. La terra empia vuole morto Annibale,
Annibale in armi? Non chiamarmi, o Roma, verrò prima di quel che tu
pensi e sarai sazia di vedermi, e presto temerai per le tue mura e per i tuoi
lari, tu che ora difendi i Penati altrui! Salite pure ancora una volta i sassi
e le rupi del Tarpeo, vi sia pure di rifugio l'alta rocca: tanto non vi
sarà oro pesato che vi riscatti la vita!". Annibale con tali parole
accese gli animi e crebbe il furore dei soldati. Improvvise le frecce oscurano
come nuvolo il cielo e le torri scrosciano sotto il fitto grandinare dei sassi.
Tutti desiderano di combattere dinanzi alla nave che fugge, fin che da essa si
possano scorgere le mura di Sagunto. Lo stesso Annibale spinge le torme ardenti
alla scelleratezza promessa e audacemente denuda il suo fianco ferito e
infuriato va ripetendo il lamento: "Amici, sfidiamo Fabio che dalla poppa
ostenta le catene ed invoca su di noi l'ira del patrio Senato. Se vi duole ora
di avere intrapreso la guerra e movemmo colpevoli le insegne richiamate subito
la nave latina. Non indugiato: consegnatemi legato per il supplizio.
Perché mai io disceso dalla stirpe di Belo, circondato da tante falangi
libiche e iberiche, mi rifiuterò al supplizio? Anzi il Reteo comandi in
eterno e propaghi sui popoli per i secoli il suo regno feroce: noi tremiamo agli
ordini ed ai cenni dei Senatori ". Tutto il campo risuona di un gemito,
gli auguri tristi si rivolgono contro la stirpe di Enea e s'infiamma tra i
clamori l'ira. L'intrepida Asbite, figlia del garamanzio Iarba era venuta alla
guerra itala non insegne marmariche fra i libi discinti e i popoli dalle due
lingue. Iarba era nato da Ammone che regna sui Battiadi, bruciati dal sole
infuocato, sui Forciniti degli antri di Medusa e sui Maci che stanno alle
sponde del Cinifo. Il patrio Nasamone con la sempre arida Barca era a lui
soggetto e il suo imperio si stendeva sui boschi degli Autololi, sulle Sirti
ingannatrici e sui Getuli veloci che hanno corsieri senza briglia. La ninfa
Tritonide s'era unita in matrimonio con Iarba e perciò Asbite vantava
come suo proavo Ammone ed aveva nome dai boschi fatidici. Non conosceva uomo ed
abituata a dormire sola aveva difeso la sua verginità cacciando nei
boschi. La sua mano non era educata al molle lavoro del fuso e del ricamo e le
piacevano Ditinna e i boschi e spronare corridori anelanti ed atterrare con
ferocia le fiere. Allo stesso modo spesso le vergini Tracie correvano per i
boschi del Rodope e per le cime erte del Pangeo passando a corsa lungo le rive
dell'Ebro disdegnavano Geli e Ciconi, e la casa di Reso, e i Bistoni che
portano lo scudo a forma di luna. Armata secondo il patrio costume con il
crine- fulgente legato con un nodo esperio, il fianco destro ignudo per la
feroce guerra ed il sinistro difeso in battaglia da una lucente corazza
amazonia, con corse veloci squassava il carro fumante. Parte delle compagne sui
carri, parte a cavallo, alcune maritate, le più vergini circondavano la
regina. Asbite innanzi alla coorte agita superbamente i suoi cavalli, fiore
delle mandre montane e mentre s'aggira per il campo lancia frecce che colgono a
volo la cima della rocca. Talvolta esse varcano le mura ed il vecchio Mopso non
le sopportò: lanciò con l'arco sonante frecce gortinie, che con
le punte che solcano l'aria arrecano ferite mortali. Egli era Cretese, nato
nelle spelonche rimbombanti dei Cureti e fanciullo di pochi anni era solito
correre per i boschi armato di frecce pennate e spesso abbatteva gli uccelli
che volano alti, e spesso colpiva da lontano il cervo che usciva dalle reti e
quello cadeva fulminato prima che cessasse il sibilo dell'arco. Ed anche in
gara con strali eoi, non vi fu allora arco più temuto del gortinio. Ma
egli non volle stentare la vita cacciando e costretto dalla miseria si mise in
mare con sua moglie Meroe e con i figli e spinto dal destino, venne, ospite
senza gloria, a Sagunto infelice. Secondo il costume paterno i due fratelli
avevano appeso all'omero turcasso e frecce, armi cretesi, ed egli in mezzo ai
figli con l'arco cidonio tempestava le orde serrate dei massili. Uccisi ormai
Garamo e l'audace Tiro e Gisgone e Lisso ancora giovinetto (immatura vittima di
una freccia) che s'erano scagliati innanzi insieme alla veloce Baga,
infallibile con la faretra ancora colma egli continuava la strage. Quindi
volgendo l'occhio e l'arco alla vergine guerriera invocò Giove
abbandonato con voti non graditi. Ma la nasamonia Arpe veduta l'insidia lontana
e la mira dell'arco fatale si gettò incontro alla punta mortale e mentre
gridava la freccia volante le entrò nella bocca aperta. Le sorelle videro
l'arma uscire dalla parte opposta. Asbite appena vide cadere la sua compagna
fremette di sdegno e la serrò fra le sue braccia, bagnò del suo
pianto gli occhi di lei che vagavano fra l'ombra e la luce. Poi spinta dal
dolore scagliò oltre le trincee con tutta forza la lancia mortale che
colpì ad una spalla Dorile che torti i capi dell'arco e messane
già nel mezzo la freccia levava la mano a scoccarla. La lancia lo fece
balzare all'improvviso a capofitto dall'alto del muro e dal turcasso rovesciato
gli piovvero intorno alle membra i dardi. Icaro, suo fratello, con un grande
grido si apprestò a vendicare il suo lacrimevole destino, ma Annibale
con un sasso lanciato come un turbine lo prevenne. Si sciolsero le membra
intorpidite per il gran freddo ed il dardo ricadde dalla mano che tremò
sulla faretra. Mopso allora che vide morti entrambi i figli afferrò tre
volte iroso l'arco, ma quello altrettanto gli fallì perché il
dolore lo rese inabile. Allora, ma troppo tardi, il misero si dolse di avere
abbandonato i suoi dolci Penati ed aggrappandosi al sasso dal quale Icaro era
stato colpito si percosse, ma invano, più volte il petto e poi sentendo
che il braccio fiaccato dai molti anni non poteva dargli morte e riposo, si
lanciò dall'alto della torre e precipitando di schianto cadde disteso
sopra le membra esangui del figlio. Mentre nella guerra estrania perisce
l'arciere di Creta, Tirone infiamma a nuove imprese i Saguntini. Egli era
custode del tempio d'Ercole e sacerdote all'altare. Tratte fuor dalle mura le
genti fa strage dei Libi sulle porte dischiuse. Senza lancia in mano ed elmo in
capo, fidando solamente nell'età poderosa e nelle sue ampie spalle
abbatte le schiere con la clava e non ha bisogno di acciaio. Sul capo ha la
spoglia di un leone ritto con su in cima la bocca spalancata. Sullo scudo ha
scolpiti cento mostri di Lerna e cento serpi e l'idra che si centuplica non i
mozzi serpenti. Aveva spinto in fuga precipitosa dalle mura alla spiaggia Sace
il mauro e Iuba, il padre Tapso e Micipsa illustre per il nome degli avi
valorosi e con il suo solo braccio insanguinava il campo. Non sazio ancora
della morte di Ido e di Cotone né della strage di Roto il marmarico e di
Giugurta, vuole impossessarsi del carro di Asbite e la vergine guerriera dallo
scudo di gemme occupa tutta l'anima sua. Ma essa appena scorge le armi
insanguinate di Terone rivolge i cavalli e girando a sinistra in vario senso il
campo, sfugge al suo sguardo ed i cavalli volando più veloci di Euro
levano battendo gli zoccoli nuvoli di polvere, e la ruota stridendo a destra e
a sinistra schiaccia il nemico che incontra, ed essa colpisce con i giavellotti
i petti trepidanti. E cadde Lico e l'illustre Tamiri sceso dalla stirpe di quel
famoso Euridamante che un giorno osò stoltamente sperare il superbo
talamo e la moglie di Ulisse. Quella con il suo pudico artifizio tessendo i
fili dell'ordito fallace più volte l'ingannò mentre egli le
narrava che Ulisse giaceva in fondo al mare ma Ulisse diede al ciarliero vera
morte per quella narrata e la face nuziale servì ad accendere il rogo.
Euridamante che era il suo ultimo figlio periva così nelle campagne
iberiche per mano d'una donna e le ruote del carro passarono stridendo
orridamente e sfracellarono le sue ossa. Ma la vergine già tornava, e
vedendo Terone alle prese con la folla, alzandogli contro la fronte l'ascia
terribile ne votava a te, o Ditinna, le spoglie erculee ed il superbo trofeo.
Ma Terone acceso da così nobile vittoria subito corre contro i cavalli e
li sgomenta ponendo sotto il loro muso il capo fulvo del leone villoso. Quelli
presi da nuovo terrore al ringhio minaccioso rovesciano a terra il carro ed il
suo carico; Asbite si leva con un salto e pensa di fuggire lo scontro, ma
Terone le è sopra e le mena tale un colpo di clava fra le tempie, che
dalle ossa infrante schizzano fuori le cervella che si disperdono sulle lucide
ruote e sulle briglie aggrovigliate nella caduta. Quindi afferra l'ascia e
desiderosa di mostrare la vittoria riportata tronca il capo alla vergine
abbattuta. Né ha fine la sua ira: innalza la testa in cima ad una lancia
perché sia veduta, e comanda ai suoi che la portino dinanzi gli steccati
dei Fenici e traggano in fretta il carro dentro le mura. Questo faceva Terone
ignaro del suo destino, mentre senza il favore dei Numi la morte gli sovrastava.
Annibale s'avanza iroso e minaccioso dolendosi in cuor suo dell'uccisione di
Asbite e perché il capo di lei reciso è portato in alto come un
trofeo ed il dolore lo rende furente. Le schiere non appena videro luccicare
l'ampio scudo di bronzo ed il risuonare orrendo da lontano delle armi sulle
agili membra fuggirono verso le mura. Spinte da cieco terrore senza por mente a
nulla fuggivano come uno stormo di uccelli quando il cielo sul far della notte
imbruna e torna ai consueti nidi o come lo sciame delle api in cima al cecropio
Imetto, all'apparire di una nuvola gravida di pioggia si alza in fretta dai
fiori dove s'era disperso ed in fitta schiera recando il miele e aliando si
ripara nelle care arnie odorose al lavoro della cera, e fa pressa ronzando
rauco sulle soglie. O blando lume del cielo, perché gli umani fuggono la
morte con tanta ansia? Destino inevitabile sin dalla culla essa giunge. Tutti
maledicono il momento in cui uscirono fuori dalle trincee e dalle porte. Terone
ora col braccio, ora con grida e con minacce trattiene a stento i fuggitivi ed
esclama "Fermatevi, o genti, quel nemico è mio. Fermati, la gloria
di così nobile battaglia è mia, tutta mia ed io solo
metterò i Libi in fuga da Sagunto, non il mio solo braccio. Ma voi
rimanete spettatori perché se il terrore vi spinge tutti entro i valli,
oh vituperio!, chiuderete dinanzi a me solo le porte". Mentre tremanti e
disperati si salvano con la fuga, Annibale si avvicina a gran corsa alle mura
pensando di entrare subito per le porte aperte, riservandosi a più tardi
la battaglia e la vendetta. Ma si avvede del suo proposito l'accorto sacerdote
di Ercole e sospettoso gli si lancia contro per primo. Ardente per ancor
più violenta ira il Fenicio esclama "Tu frattanto, o fido portinaio
della città, mi pagherai il fio, e mi aprirai morendo le porte di
Sagunto ". Né la grande ira gli permette più di parlare e
rotea il corrusco acciaio, ma il Daunio per primo gli scaglia contro con grande
impeto la clava che brandisce. Al colpo le armi risuonano rocamente ed il legno
noccheruto infranto dal bronzo cavo rimbalza in aria. Tradito ormai dal colpo
inutile e disarmato, Terone fugge velocemente rasente al muro, ed il vincitore
lo insegue da presso. Dalle alte mura ci levano confusamente acute grida di
donne e chi lo chiama a nome chi - ahi troppo tardi! - vorrebbe aprire al
fuggiasco le porte, ma prevale il terrore che insieme con lui non entri in
città il terribile nemico. Il Fenicio alfine lo raggiunge con l'ampio
scudo lo atterra e d'un salto gli è sopra e guardando con superbia i
cittadini intenti dall'alto delle mura prorompe: "Ora va dalla misera
Asbite e consolala per la sua improvvisa morte". Dicendo questo immerge il
ferro nella gola di lui che era già stanco della vita. Quindi festante
trae le regali spoglie ed i cavalli di là dalle mura dove la turba
fuggiasca aveva loro impedito il passo. monta sul carro e ritorna vincitore ai
suoi soldati che lo applaudono. La coorte nomade infuriata rende gli estremi e
mesti onori ad Asbite. Porta il cadavere di Terone tre volte intorno al cenere
di lei e dato fuoco all'orrido volto di lui ed alla sua clava apportatrice di
morte, ne brucia il capo ed abbandona il cadavere deformato agli uccelli iberi.
Frattanto il Senato Fenicio teneva consiglio sulla guerra e sui messaggi che
erano giunti da Roma poiché l'arrivo dei minacciosi ambasciatori italici
l'aveva impaurito Lo muove l'amicizia la fede ed i patti che i Padri avevano
giurato chiamando a testimoni gli Dei, ma d'altra parte lo trattiene l'amore
del popolo per il giovane e spera quindi nella sorte delle armi. Allora Annone
che era avverso per odio famigliare ad Annibale assale il cieco ardore di
quelli che parteggiavano per lui: "Tutto vuole, o Padri, poiché non
vi è freno a queste ire minacciose, tutto vuole ora che taccia, per
terrore, ogni voce. Ma io, anche se dovessi qui stesso morire di ferro, non
tacerò. Invoco a testimone i numi e chiedo loro che manifestino quel che
è necessario in questo momento per la nostra patria. E, tardo indovino,
Annone non vi profeta ciò ora che Sagunto arde d'assedio: io affaticando
il petto ansioso vi avvertii spesso affinché l'ingegno pericoloso di lui
non fosse educato fra il sangue e le armi e finché mi basterà la
vita vi dirò che riconosco in lui l'indole violenta e tracotante del
padre; io, simile al pilota che spiando, gli astri nel cielo, non invano
predice ai miseri naviganti l'impeto minaccioso di Coro e l'ira crescente del
mare Egli si assise in trono ed usurpò il comando quindi con le armi
infranse l'amicizia ed ogni legge e lontano da noi distrugge le città ed
i popoli che dal Lazio hanno lo sguardo fisso da lontano sulle nostre mura. E
chi parla di pace? Le ombre irate e le furie del padre, il giuramento
maledetto, gli auguri dei Massili e l'ira degli Dei per la rottura infida degli
accordi agitano l'animo del giovanotto. Forse che egli, cieco come è per
la brama di regnare abbatte baluardi stranieri? Non è la città di
Ercole (ed egli solo ne abbia la colpa e non unisca il suo destino a quello
della patria) quella, o Cartagine, che combatte oggi. Egli è contro le
mura e li cinge di assedio, te lo ripeto. Un giorno lavammo con nobile sangue
le terre di Sicilia ed assoldammo un capitano spartano e mandammo innanzi a
stento la guerra. Gli antri di Scilla furono ingombri delle nostre navi
sfondate e vedemmo i nostri legni che travolti dalle onde rifluenti gremivano i
banchi di Cariddi. Anima dissennata e senza Dio, mira le Egadi, e vedi
galleggiare sulle onde i cadaveri libici. E dove irrompi? E speri gloria dalla
rovina della patria? Sì, innanzi al giovane guerriero si appianeranno le
immense Alpi e le cime dell'Appennino che bianche di neve si innalzano come le
Alpi stesse! E sia pure che tu riesca a scendere alla pianura credi che quei
popoli abbiano anima umana e che ferro e fuoco li domino? Non sai allora cosa
sia combattere con la gente Nerizia! Là il soldato si abitua alle armi
da fanciullo, e le guance prima che abbiano la bionda peluria hanno le grinze
per il peso dell'elmo; nessuno di qualsiasi età si riposa; e i vecchi
bianchi per lunghi stenti combattono da prodi in prima fila e sfidano la morte.
Io stesso vidi gli italiani togliersi dalle ferite i dardi e rincoccarli, vidi
il loro indomito ardire, e gli eroi ebri di gloria morire fieramente. Ah, se tu
abbandonassi le armi e non esponessi il fianco incautamente quanto sangue, o
Cartagine, ti risparmierebbe Annone". Gèstare che bolliva d'ira
feroce e torvo ed impaziente aveva tentato più volte di interrompere il
discorso dell'oratore proruppe alfine: "O Dei del cielo, è forse
assiso nel Senato di Tiro un soldato di Roma? E non impugna ancora la spada?
Per il resto è già nemico. Ora ci vuole impaurire con le
sconfitte sicule, ora con i gorghi di Scilla, ora con le cime dell'Appennino e
con quelle sorelle delle Alpi, e quasi si spaventa dei Mani e delle ombre di
Troia, e chiama gloriose le ferite e la morte di coloro e le leva al cielo. E'
mortale credimi, sebbene le anime fredde ne tremino di viltà, il nostro
nemico, è mortale! Me ne avvidi quando si trasse all'oscuro carcere, tra
la plebe festante, Regolo che era la speranza e l'ultimo aiuto di Roma, lo
conobbi quando appeso all'alta croce spingeva lo sguardo lontano all'Italia. A
noi non fan paura volti di fanciulli coperti da celate né le guance
incavate anzitempo dall'elmo: non avemmo in sorte natura così vile.
Guarda, quante libiche torme combattono a prevenire gli anni e avventano le
armi ai veloci cavalli, ammira il condottiero, egli parlava appena e già
giurava guerre e fiamme che distruggessero le genti di Romolo e sin da allora
agitava con l'anima le armi paterne. Le Alpi crescano al cielo e l'Appennino innalzi pure fino alle
stelle le sue rocce splendenti, vi è chi osa (e lo dico, anima nera, ti
dispiaccia la vana immagine) aprirsi la via anche al cielo. E' vile chi trema
sulla strada di Ercole e dispera della fortuna e della gloria. Ma ora Annone
c'ingrandisce le stragi libiche ed i danni della prima guerra e non vuole
più che si combatta per la nostra libertà. Smettila con l'affanno
e lo spavento e nasconditi, vile femminuccia tra le pareti domestiche e
colà vivi e piangi! Noi andremo contro il nemico noi che abbiamo in
cuore di sperdere i tiranni lontano dalla Tiria Birsa, e fosse pure contro il
volere di Giove! Che se il cielo fosse contrario a Cartagine e il Dio delle armi
fallisse, morrei prima di vederti schiava, o patria, e andrei libero allo
Stige. E, o Numi, che cosa c'impone Fabio? Di deporre le armi e di sgombrare
Sagunto già vinta. Che una schiera eletta dia fuoco agli scudi, che
siano bruciate le navi e stiano lontane da tutti i mari. Se Cartagine
meritò mai così grande pena, Numi, togliete tale vituperio e
serbate libere le braccia al nostro condottiero". Così detto siede
ed i Padri hanno il consueto diritto di decretare. Annone insiste fermamente
perché si renda ogni bottino e si dia ai Romani colui che violò
gli accordi. Allora i Senatori esterrefatti balzano dai seggi come se il nemico
piombasse nel tempio, e pregano gli Dei perché il presagio sia rivolto
contro Roma. Fabio, quando sa che gli animi sono discordi e che spergiuri
inclinano piuttosto alla guerra, crucciato ed impaziente non si trattiene
più e chiesta pronta udienza prorompe rivolto ai Senatori raccolti
"Io porto, nel grembo della mia toga, la pace e la guerra, scegliete
prontamente e senza ambagi aprite l'animo vostro ". Rifiutando il Senato
sdegnoso sia l'uno che l'altro partito ripiglia: "Ebbene, abbiate la
guerra e guerra infausta ai Libii, uguale alla prima! " Quindi, come se
versasse armi ed armati spiega il lembo della toga e messaggero di guerra
ritorna ai suoi. Mentre l'impero della profuga Elissa era così agitato,
Annibale aveva in tutta fretta, rivolto alle mura di Sagunto le armi delle
genti dome e dubitose degli eventi. Ed ecco che giungono. i popoli dell'Oceano
e gli portano in dono, lavoro callaico, uno scudo che aveva fulminei bagliori
di luce, un elmo sovrastato da un cimiero d'oro che sventolava corrusco
bianchissime penne ondeggianti sulla cima, una spada ed una lancia fatale per
molte migliaia, ed una corazza fatta di maglie d'oro rinterzate e bene difesa
da una piastra impenetrabile. Le armi erano tutte di duro acciaio e di bronzo
con ornamenti d'oro. Il guerriero le esaminava ad una ad una con occhi contenti
e godeva per l'inizio del regno. Didone fondava le mura della prima Cartagine e
portate a terra le navi la gioventù si affaticava in quella costruzione.
Altri chiudevano il porto con grandi massi mentre il giusto e venerabile
vecchio Bizia assegnava le abitazioni. Altri mostravano il teschio di un
bellicoso cavallo che avevano dissotterrato, e mandavano grida di gioia per
salutarne il buon augurio. In mezzo a queste immagini era scolpito Enea, che
sospinto dal mare aveva perduto i compagni e la nave, in alto supplichevole e
con le mani tese verso l'infelice Didone, che lo accoglie serena e lo guarda
fiso. Callaica mano vi aveva scolpito la grotta e l'accordo degli amori
furtivi. Risuona alto clamore, i cani latrano ed i cacciatori atterriti per
l'improvvisa tempesta si rifugiano nei boschi. Poco lontano navigano le navi
degli Eneadi che Elissa invano richiama e Didone trafitta giace su di un alto
rogo, ed invoca dai nipoti guerre vendicatrici. Il Dardano vedeva dal mare
ardere il rogo, ed alzava le vele verso il suo portentoso destino. E d'altra
parte lo stesso Annibale che supplice dinanzi agli altari infernali liba
l'arcano sangue con il vate stigio, e fanciullo ancora giura guerra agli
Eneadi. Ed il vecchio Amilcare che scorre le pianure sicule tanto dagli occhi
esprime minaccia che sembra vivo e pugnante. Dalla parte opposta dello scudo
sono scolpiti i soldati Spartani dall'aspetto festante guidati da Xantippo
giunto vincitore da Amicla. Triste ornamento, presso di quello pende Regolo
suppliziato ed offre a Sagunto alto esempio di fedeltà. Ma le fiere
agitate dalla caccia erano visioni più gioconde e le capanne che
rifulgevano sul bronzo. Là presso la bruna sorella del negro Mauro
ammansisce le leonesse abituate al linguaggio paterno. Il pastore erra libero
per i campi ed il gregge innumerevole scorre per le foreste libere. Secondo
l'usanza il vigilante custode fenicio ha con sé tutto quello che
possiede: il latrante Cidone, la capanna, i dardi, il fuoco nascosto nelle
selci e la zampogna che l'armento conosce. Sagunto sorgendo alta sull'eccelso
colle giganteggia ed intorno a lei sono infinite genti e la cinge una fitta
folla che la va tempestando con le lance che tremano per l'aria. Il fiume Ibero
stagna sull'ultimo orlo dello scudo e racchiude con i suoi giri sinuosi tutto
l'ampio cerchio, ed Annibale, varcate, violando i patti, le sue rive, che
eccita i Fenici alla guerra contro l'Italia. Fiero di tale dono se lo adatta
agli omeri ed esclama: "Quanto sangue italico gronderanno un giorno queste
armi! O Curia che siedi arbitra di guerra, mi pagherai ben crudele fio!".
L'esercito racchiuso fra mura e valli già languiva e la città che
era in attesa degli aiuti di Roma, si stremava ogni giorno di più.
Già ognuno abbandona deluso le rive e rivolge lo sguardo dal mare
deserto e vede ormai vicino l'ultimo giorno. Mali segreti che già da lungo
tempo covavano nei cuori scoppiano, e la fame nascosta da più giorni va
rodendo le viscere disfatte da lento malore, e sugge dalle vene assetate
l'ultimo sangue. Le pupille scompaiono entro le occhiaie infossate tra le
guance e come spaventosamente scheletrite le membra non sono che vene tremanti
e pelle color del piombo sulle ossa che sporgono. La rugiada con cui la notte
irrora la terra era scarso ristoro per quegli infelici. Talora tentavano
inutilmente di spremere dagli alberi secchi la linfa, ed il ventre digiuno li
spingeva a trangugiare i più strani alimenti: divoravano dopo averli
macinati i cuoi delle armi e non restò loro neppure una cinghia per
imbracciare gli scudi. Ercole vede tutto dal cielo e piange sulle angustie
della città che sta per cadere, ma piange invano perché costretto
dal comando di Giove non può far nulla contro i voleri della crudele
matrigna Quindi si appressa nascostamente alle soglie della sacra Fede per
spiarne gli arcani. In un cielo solitario si trovava la Dea gelosa dei misteri
volgendo nel suo conscio pensiero le alte cure degli Dei. Il domatore della
Nemea così le parla con riverenza: "Dea, gloria del cielo e degli.
uomini, nata prima di Giove, sola fonte di pace nelle terre e sul mare, fedele
compagna della giustizia, segreto nume delle anime, puoi tu dunque vedere con
serenità la rovina della tua Sagunto, e gli orridi mali che essa
sopporta per te? O Dea, muoiono per te i cittadini. Tu dal cielo soccorri le
madri oppresse dalla fame, sei la prima parola sul labbro degli eroi e dei
bambini. Tu dal cielo soccorri i miseri e ristorali". Così dice il
figlio di Alcmena e la Dea gli risponde: "Io vedo tutto e non mi cruccio
lievemente per i patti infranti, ma è già scritto in cielo il
giorno in cui così triste impresa sarà vendicata. La razza umana
ricca di frodi mi costrinse a fuggire le terre impure ed a ricoverarmi
quassù, in queste nuovi sedi; lasciai gli empi regni tanto più la
temersi quanto più atterrisce la cupidigia dell'oro premio non vile alla
frode; abbandonai le genti che vivendo di rapine come le fiere con rito
esecrando hanno mutato ogni decenza in lussuria e sepolto il pudore in una
grave notte. La forza è un Dio, e la ragione una spada, la virtù
è vinta dal vituperio. Tu guarda le genti, è vano fra di esse
cercare un solo giusto. Sono in pace soltanto per commettere colpe. Ma pure,
perché la città da te fondata nella memorabile rovina si conservi
degna di te, ed il popolo sfinito non si arrenda vivo al Fenicio vincitore, io
stessa dando nuova gloria alla:
morte sublime ne guiderò le ombre famose a Plutone". La severa
vergine tutta ardente, vola per l'aere lieve a Sagunto che lotta contro il
destino. Invade le menti ed accende gli animi a lei noti ed agita in tutti il
suo nome. Le genti ispirate ardono tutte d'amore per la Dea e vogliono le armi
e si sforzano sebbene malate di combattere. Riprendono subito lena insperata e
tacito nelle anime si afferma il proposito, ricordando dolcemente l'onore fatto
alla vergine e che è sacro il morire per lei, e sono lieti di soffrire
un tormento anche più crudele della morte. Ma talora pensano anche ad
imbandire pasti crudeli e ferini e macchiare delittuosamente le mense. Ma la
casta Fede li trattiene non permettendo che sazino la fame con membra umane e
che continuino a vivere colpevoli. Frattanto Giunone che veniva dal campo
libico vide in mezzo alle odiate genti la Dea. Rimprovera il furore della
vergine istigatrice di guerre e quindi interrompendo per l'ira il suo viaggio,
chiama subito a sé l'altra Tisifone, quella che flagella le più
profonde ombre, e stese ambedue le mani verso Sagunto esclama " Figlia
possente della notte, distruggi queste mura e fa che il popolo fiero muoia per
la sua stessa mano. Lo vuole Giunone. Io vedrò da presso entro una nube
gli effetti dei tuoi sforzi. Adopera quelle armi per cui tremano i Numi ed il
Sommo Giove, quelle tremende fiamme e lo stridore dei Chelidri immani per cui
agiti l'Acheronte e strozzi in gola a Cerbero atterrito i latrati e mescoli i
veleni spumeggianti al fiele, e pene e colpe, e tutto quanto ribolle nella tua
feconda anima, tutto a rovina dei Rutuli e precipita nell'Averno Sagunto. E sia
questo il giovamento della discesa della Fede". Così sprona
l'Eumenide e la spinge con il braccio verso le mura. Subito i monti intorno
tremano e l'onda muggisce più rauca lungo la spiaggia. Mille serpenti si
rizzano sibilando irti sul capo e risplendono con il dorso attorcigliato al suo
collo gonfio. Ecco la Morte che spalancata la sua profonda gola minaccia il
popolo che sia per perire: ai lati le stanno il Dolore e la Tristezza, gli
altri Pianti e Lamenti, e tutta la turba delle Pene e la guardia insonne
dell'abisso lacrimoso ringhia con tre gole. Il mostro mutevole prende subito il
volto di Tiburna, ed il portamento ed il suono della voce di lei. Tiburna era
la sposa di Murro e vedovata dal turbine di Marte andava piangendo il suo
deserto talamo. Essa vantava alla discendenza ed il nome glorioso della stirpe
di Danno; ed ora l'Eumenide vestita con le sue sembianze si scaglia irruente,
con il crine arruffalo tra la folla e tutta lacrima e sangue sulle guance
grida: " Quando finirà? Già facemmo assai per la fede e per
gli avi. Io lo vidi il mio Murro, io stessa: insanguinato e con le piaghe
aperte egli spaventa le mie notti e con strazio infinito lui grida: Fuggi o
sposa, il destino della misera patria! E, qualora il vincitore ti impedisca
ogni rifugio, scendi, Tiburna, ai miei Mani. I Penati già caddero e
tutto è in preda della spada fenicia, e noi Rutuli cademmo. La mia mente
inorridisce e ne ho l'immagine qui negli occhi. O mia Sagunto! dunque non
vedrò più, mai più, le tue mura? Murro! O tu felice che
moristi lasciando ancor viva la patria. E noi, Cartagine vittoriosa noi,
vedrà condotte in servitù delle madri sidonie dopo gli stenti
della guerra e tanti pericoli in mare Ed io. Finché non emetterò
l'ultimo respiro giacerò schiava disonorata là sulla spiaggia
libica Ma voi, giovani gagliardi, cui il, con-scio Valore fa liberi, voi, cui
resta la morte, arma invitta nella sciagura, liberate con le vostre mani le
madri dalla schiavitù H valore vi addita un arduo cammino e voi per
primi cercate una gloria difficile e mai udita al mondo ". Subito dopo
aver assalito gli animi turbati così spronandoli, sale a sommo del colle
ove sorgeva alto in vista dei naviganti il sepolcro eretto dal figlio di
Anfitrione al suo caro compagno. Ed ecco una serpe sbuca dagli anditi profondi,
orribile a vedersi, tutta chiazzata d'oro e d'azzurro e splendente: dagli occhi
accesi lancia fiamme e con strida e sibili dardeggia la lingua fuori dalla
bocca. Archeggiando, balza verso Sagunto, tra il folto della folla trepidante.
Piomba in un attimo dalle alte mura e via come uno che fugga, si precipita
verso la spiaggia vicina e si tuffa nelle onde spumeggianti. Tutte le menti sono
scosse e sembra che i Penati, cacciati dalle case ormai conquistate fuggano ed
anche i morti disdegnino il riposo nella terra schiava. Stanchi di sperar
salvezza odiano i cibi e sempre più l'incalza l'Erinni. L'indugio della
morte è ormai per gli infelici l'ira più spietata del cielo ed
ognuno già cieco non desidera che morire ed aborrisce il sole. Quindi
alzano a gara un rogo nel mezzo della città e portano i trofei
conquistati con le ricchezze accumulate durante la pace, le vesti delle donne
ricamate con oro callaico, e le armi che avevano portato una volta gli avi
dulichi da Zacinto, ed i Penati della Vetusta città dei Rutuli. Vi
gettano sopra gli scudi e le infauste spade e quanto resta loro e tolti dal
profondo i tesori nascosti durante la guerra godono che l'ultima fiamma
distrugga la preda dell'insolente vincitore. La ferale Erinni quando vede
raccolta ogni cosa agita la face che tuffata nelle accese onde del Flegetonte
avvolge d'infernale caligine i Superi. E si compie l'opera di quegli invitti, opera
illustre la cui fama lacrimevole risuona in eterno per il mondo. Tisifone per
prima, indignata per l'irresolutezza dei padri, stringe con gioia loro nel
pugno la spada e ripugnanti li sospinge a ferire, e più volte intorno
risuona l'infernale flagello. Già si lordano, non volendolo, le mani di
sangue fraterno e rimangono stupiti e inorriditi dell'opera loro e piangono la
colpa. Uno d'essi, gonfio d'ira, inferocito per la strage, soffrendo il
più grande dolore della vita, volge e rivolge lo sguardo al seno
materno; un altro tiene sospesa la scure in alto sul collo della diletta sposa
e nel suo furore riconosce rabbrividendo la vittima e rimproverandosi getta il
ferro. Ma l'infelice non ha scampo. L'altra Erinni raddoppia i colpi, e soffia
loro nell'anima novella furia. E così il marito fugge il talamo e
dimentica le faci nuziali, il dolce amore e gli amplessi coniugali. Con uno
sforzo supremo trascina il corpo inalato al rogo ed un fumo di pece si leva
vorticoso in densi nugoli. E tu pure, misero Timbreno, sospinto da sinistra
pietà infuriavi tra la calca. Risparmi alla lancia dei Fenici tuo padre
ed intanto non riconosci il tuo stesso volto ed immergi il ferro nelle carni
somiglianti alle tue. E voi, Eurimedonte e Licorma, gemelli così uguali
da farsi scambiare, ambedue cadeste nel fiore dei primi anni. Spesso era per la
madre dolce pena chiamarvi a nome e riconoscervi guardandovi in volto.
Eurimedonte tu cadi trapassandoti la gola tra i lamenti della misera vecchia e
così con il ferro sconti il delitto, e l'infelice pazza di dolore, e
tradita dall'aspetto grida: "O mio Licorma, dove ti rivolgi? Affonda in me
quel ferro! " Intanto ecco che Licorma s'apre la gola ed essa urla:
"Eurimedonte quale furore è il tuo? " Così sempre in
inganno era la madre e scambiandone i nomi cercava di distogliere i figli dalla
morte finché anch'essa, immersa la spada nel trepido seno, cadeva ancora
incerta sulla prole indistinta. Chi non piangerà ricordando la morte di
Sagunto, i mostruosi memorabili avvenimenti, i mille strazi patiti per la Fede,
e la fine empia di tanti eroi? Solo il soldato fenicio, nemico insensibile
potrebbe trattenere il pianto. Ora Sagunto, l'antica città ospite della
Fede, la città decantata opera di un Nume, precipita al suolo per le
spergiure armi dei Fenici e gli eccidi fraterni, abbandonata iniquamente dagli
Dei. Il ferro ed il fuoco la distruggono, e quello cui non giungono le fiamme
lo contamina la colpa. Il fumo altissimo s'innalza nero in dense nuvole dal
rogo: la rocca illesa durante la guerra, alta in cinta al monte, arde. Di
lassù si potevano vedere le tende sidonie e le spiagge e tutta Sagunto.
Ardono i templi e le fiamme si riflettono tremolando nelle onde e tutto il mare
ne splende. L'infelice Tiburna ecco si avanza. tra l'orrenda strage. Stringe
nel a destra la lucente spada dello sposo, ed agita non la sinistra un tizzone
acceso; le irte chiome scompigliate, il braccio nudo, cavalca i cadaveri e
corre alla tomba di Murro. Come quando l'orrida reggia del Sire tartaro
rintrona ed il furore tirannico affatica le anime conturbate, Aletto dinanzi al
tremendo soglio asseconda Sol lecito il Nume ed amministra sollecito le pene,
così ossa pone sulla tomba piangendo le armi del prode poco prima difese
con tanto sangue, e, supplicati i Mani perché l'accolgano benigni
accende il rogo gettandovi la face ed esclama :"Ecco, o mio sposo, ti
porto tutta me stessa". Quindi si trafigge con la spada e cadendo sulle
armi bacia con l'avida bocca le fiamme. Il popolo infelice sparso qua e
là in un solo aspetto giace orridamente confuso e quasi bruciato. Quale
leone furioso per fame che assalga alfine dominatore con le avide fauci la
mandra, e fremendo maciulli il gregge mansueto e dalla bocca ampia gli cola
lungo il sangue e si posi ora sui mucchi nerastri degli agnelli spolpati, ed
ora si aggiri con un mugolio anelante digrignando i denti, intorno agli avanzi
lacerati. Giacciono intanto le greggi disperse qua e là ed i pastori, il
guardiano e il vigile molosso dell'ovile mentre, guasto il tetto, la capanna è
tutta sossopra. Così alfine le schiere libiche entrarono nella rocca dei
morti. Gradita a Giunone, l'Erinni, compiuta l'opera crudele, ritorna ai Mani e
con giubilo trascina superbamente, l'immensa turba a Plutone. Voi- per sempre,
unica gloria del mondo, o magnanima schiera- andate, anime celestiali, al casto
Eliso ed onorate il seggio dei giusti; ma quegli famoso per l'iniqua vittoria
(udite genti od abbiate orrore di turbare i sacri accordi della pace, e rompere
per cupidigia di regno la fede data!) andrà reietto dalla patria,
errando esule di terra in terra, e l'atterrita Cartagine lo vedrà volto
in fuga. Spesso atterrito durante il sonno dalle ombre di Sagunto, sarà
dolente perché non lo spense arma nemica, cercherà invano un
ferro, e con il corpo livido e sformato dal veleno l'invitto condottiero
precipiterà nello Stige.
III - Dopo che i Tirii infransero i
patti e l'incorrotta Sagunto (non fu giusto Giove) rovinò, il vincitore
si diresse verso le ultime spiagge del mondo abitato ed ai confini dei Gadi a
lui consanguinei. Consulta sacerdoti e richiede profeti per sapere la sorte
dell'Impero e comanda ai Bostari di salpare subito per conoscere gli
avvenimenti che accadranno. L'oracolo è venerato sin dagli antichi
tempi. Il cornuto Annone emulatore delle caverne Cirree siede alto in mezzo
alla selva e svela ai Garanii anelanti i secoli venturi. A quello manda il libico capitano per
avere l'auspicio dell'impresa e conoscere prima i vari casi della guerra. Egli
prega frattanto innanzi all'altare del Dio armato di. clava e lo ricolma di
doni tolti poco prima all'incendio di Sagunto. In questo tempio - e la fama che
corre si crede vera - le travi del tetto che furono messe durante la
costruzione esistono ancora e non vi operò altra mano di artefice se non
quella di colui che l'eresse. Alle genti piace credere che qui si trovi il nume
che preserva il tempio dalla rovina. Da coloro a cui è lecito si nega,
alle donne l'onore di entrare nel sacro penetrale ed i porci setolosi sono
allontanati dalle -soglie. Innanzi all'altare i sacerdoti vestono tutti ad una
foggia: velano la persona col bianco lino ed un'infula pelusiaca splende loro
sul cupo. Secondo le abitudini degli avi sono soliti ardere, l'incenso stando
discinti, e fregiano il sacro manto di un grande chiodo. Vanno a piedi nudi, le
chiome recise hanno casto giaciglio, conservano sugli altari fuochi mai
estinti. Qui non si vede alcuna immagine dei numi e lo stesso luogo ispira
sacro terrore e riverenza. Sulle porte sono scolpite una ad una le fatiche
erculee: l'idra di Lerna con le serpi mozzate il leone cleoneo strangolato dal
braccio, di Ercole spalanca le fauci. Altrove il guardiano dello Stige appare,
mentre divelto dagli eterni baratri si divincola nei ceppi ed atterrisce le
ombre con i suoi latrati, e si vede Megera che è presa da improvviso
terrore per le catene. E poi il terrore di Erimanto, i corridori di Diomede e,
alto il capo sopra gli alberi, la cerva dai piedi di bronzo. Sta sulla madre
l'alunno della libica terra, ostinato lottatore, e poi vinti ed oppressi i
biformi mostruosi centauri ed Acheloo privato di uno dei corni e Loeta arde nel
mezzo rifulgendo per le celesti fiamme da cui è rapita in cielo la
grande anima. Quando il condottiero fu stanco di ammirare le sculture volse
intorno lo sguardo per contemplare nuove meraviglie Una mole d'acqua sorge,
altissima improvvisamente e si rovescia sulla terra; scompaiono le spiagge ed
il mare stagna per i campi inondati. Poiché quando Nereo sbocca dalle
azzurre grotte e sconvolge le profondità marine le acque si rigonfiano
impetuose e l'oceano si sfoga con sterminati cavalloni. Allora sempre
più lo agita la possanza del tridente di Nettuno ed il mare si getta in
piena sulla terra. Poco dopo ricorrendo con impeto contrario le onde si
ritirano ed abbandonati dal mare i legni rimangono sull'arenile ed i marinai
qua e là sui banchi attendono che tornino. Questo lavorio del mare
accade per causa della luna nei regni della vaga Cimodoce. Per la luna che,
scorrendo le azzurre volte sospira, e ritira i flutti e Teti mutevole che ne
segue l'impulso. Annibale preoccupato da gravi pensieri guarda tutto di
sfuggita. Gli preme più che altro di sottrarre ai pericoli della guerra
la moglie ed il figlioletto poppante. Di lei ancora vergine giovinetta si era
innamorato il Fenicio e l'aveva resa madre e sempre continuamente l'amava. Il
figlio, nato dinanzi le trincee di Sagunto assediata, non aveva ancora compiuto
dodici lune. Deciso a sottrarli entrambi ai pericoli della guerra il guerriero
esclama: "Figlio, speranza dell'alta Cartagine, sii più tremendo
del padre contro gli italiani e superalo in valore ed oscura la fama dell'avo
tuo con le tue imprese insigni. Roma già accecata dal timore conta i
tuoi giorni cagione di pianto alle sue madri. Se il desiderio presago ora non
m'illude più tu crescerai e più sarà travagliato il mondo.
In te riconosco il volto del genitore, la fronte torva e lo sguardo, il vagire
grave e la furia della mia razza. Se un Dio troncherà colla morte
così grande impresa qual é questa cui mi accingo, abbi costui, o consorte,
come pegno di guerra e poni nel guardarlo ogni cura. Appena parlerà fa
che percorra le stesse vie dei miei primi anni e con la tenera mano tocchi gli
altari di Elissa e giuri sulla cenere del padre guerra al Lazio. E poi quando
sarà giovinetto brilli tra le armi, onori le mie ceneri in onta ai
patti, con un monumento sulla rocca del Campidoglio. Tu, o sposa, esempio
venerando di fedeltà che sarai un giorno felice e gloriosa di tanto
frutto, lascia le dure fatiche ed allontanati dai rischi della guerra. Ci
attendono ora immense rupi ricoperte di nevi e monti che s’innalzano al
cielo: sudata impresa dell'invitto Ercole compiuta dinanzi allo stupore della
stessa matrigna. Le Alpi, ben più duro travaglio di ogni guerra ci
aspettano! Se la fortuna mi sarà contraria e non manterrà quello
che mi promise tu possa almeno vivere i tuoi giorni per ben lungo ordine
d'anni. E' giusto che le Parche tronchino il filo della tua vita assai
più tardi del mio”. Questo disse Annibale ad Imilce. Essa era
figlia del cirreo Castalio il cui paese che egli chiamò, per sua madre,
Casulone serba il nome del profeta Apollineo. Essa vantava sacra origine:
Milico figlio di un lascivo satiro e della ninfa Mirice, pari al padre,
emergeva la cornuta fronte il tempo che Bacco domava gli Iberi e scoteva colle
sue Menadi armate e col tirso il paese di Calpe ed era signore di gran parte
del territorio natio. Da lui discendeva Imilce il cui nome fu poi in parte
storpiato con barbaro linguaggio. Essa lievemente piangendo così gli rispose:
"Dunque mi rifiuti per compagna all'alta impresa? Dunque dimentichi che la
mia vita dipende dalla tua e le prove dell'amore e le primizie del talamo.
Credi che io tema, io tua moglie di salire con te i gelidi monti? Abbi maggior
fiducia nel vigore della donna: il casto amore è invitto ad ogni prova.
Se tu guardi in me solamente il sesso e sei deciso a lasciarmi mi arrendo al
tuo volere né mi oppongo al destino: prego Iddio che me lo consenta. Vai
felice e gli Dei siano propizi ai tuoi voti e là sul campo abbi nel
cuore tra il lampeggiare delle spade il tuo figliuolo e la sposa abbandonata.
Pensa che io temo il tuo valore assai più delle lance e dei fuochi
italici perché tu ti scagli impetuoso nella battaglia e sempre
insaziabile di vittorie e di onori rischi la vita. Per te la gloria non ha
confine, per te il guerriero che muore in pace muore ignobilmente. Io tremo
tutta e pure non temo alcuno che regga con te al paragone delle armi. Ma ti
preservi pietoso dalla sventura il Dio delle armi e rimandi questo capo
inviolato dalle offese nemiche". Usciti ambedue erano giunti all'orlo
estremo della riva e i marinai messa la nave nelle acque a poco a poco andavano
sciogliendo le vele dall'albero e le tendevano al vento che le gonfiava. Allora
Annibale cui ardeva nel cuore il desiderio di consolare la dolente Imilce e di
rassicurarla comincia a dire: "Risparmia, consorte fedelissima, le lacrime
ed i presentimenti. A tutti in pace ed in guerra è segnata una fine e
l'ultimo giorno è fissato sin dal primo. Solo a pochi è concesso
il valore generoso che rende l'uomo glorioso in terra e lo sospinge al cielo.
Soffrirò io dunque che Roma regni superbamente su Cartagine schiava?
M'istigano i Mani, e di notte mi rimprovera l'ombra del genitore ed ho dinanzi
agli occhi gli orridi sacrifici e gli altari; il tempo è breve ed
incalza e mi vieta ogni indugio. Starò immoto perché solo
Cartagine mi conosca e rimanga ignoto agli altri il mio nome? Dovrò
rimanere lontano dalle alte imprese per timore della morte? E, quanto corre tra
la vita e la morte se la vita non è gloriosa? Non temere poi in me
incauto ardire; anch'io amo la vita e so quanto è bella la gloria nella
vecchiaia e come risuoni dolce la fama degli onori. Anche tu avrai il premio di
questa guerra che intraprendo; mi sia amico il cielo e ti servano i Tebri, le
iliache nuore ed i ricchi Dardani". Mentre così tra loro piangendo
parlavano, il timoniere dall'alta poppa della nave richiama lei che indugiava.
Imilce è divisa dallo sposo e lo guarda fissa e volge lo sguardo lontano
finché il mare, correndo velocissima la nave, glielo toglie dinanzi e
scompare la terra. Il fenicio cerca di sopire l'amore con pensieri di guerra e
fa ben presto ritorno alle mura, E, mentre le riguarda tutte, l'ostinato vigore
oppresso dal faticoso incarico dà tregua e sonno all'anima guerriera. Ma
il padre onnipotente meditando di esercitare ai rischi la dardania gente ed
innalzare alle stelle il grido dei feroci combattenti e rinnovare le antiche
sciagure, precipita i consigli dell'eroe ed atterrisce lui pigro e dormente e
con la paura gli interrompe il sonno. Già Ermete apportatore dei comandi
del Padre discende sull'ali nell'ombra umida della notte. Non v'è
indugio. Si fa sopra al giovine sognante che si riposa sicuro e lo rimprovera
con amari accenti: "Vergognati, o condottiero libico, di trascorrere tutta
la notte nel sonno. Stanno desti coloro che pensano alla guerra. Mentre tu
lento indugi in Iberia guarda il mare turbato per le sparse navi e l'itala
gioventù che vola tutta sull'onde. Forse ti basta la gloria ed il
memorando valore di avere abbattuto la gran mole della Graia Sagunto? Suvvia se
ti basta l'animo per forti imprese, vieni svelto con me non ti rivolgere se
vuoi vedere vincitore (questo ti dice il Padre degli Dei) le mura dell'alta
Roma". Già sembrava che presolo per mano traesse rapidamente lui
gioioso nei regni di Saturno quando per un improvviso fragore, per un sibilare
di orride lingue che veniva dietro, per l'aria, dimentico del comando del Dio
timoroso si rivolge. Ed ecco vede una serpe che sibilando schianta gli alberi
dai gioghi, attorciglia con orride spire le querce immense e striscia su greppi
fra burroni e sterpaie. Per quanto il celeste serpente striscia ed avvinghia le
due stelle ineguali dell'Orsa, tanto apre le fauci, alza il capo e raggiunge i
monti nuvolosi. Rintrona per la violenza il cielo irato e rovescia un turbine
di pioggia misto a grandine. A tale miracolo quegli trema (poiché non
era quello sonno, né la none era alta e la verga del Dio che fa fuggire
le tenebre aveva mescolato al sonno la luce) e chiede quale ardua peste sia
quella e dove lo portino le membra devastatrici e quali popoli lo attendano. A
lui disse il figlio dell'alma Cillene nato nei gelidi antri: "Vedi le
guerre dèsiderate. Immense guerre, stragi di boschi, torbide tempeste di
cielo, stragi di eroi, rovine per la razza frigia e luttuosi destini. Come il
dragone dal dorso squamoso trascina per i campi gli alberi divelti dai monti
desolati ed ammorba la terra di atro veleno, così tu discendendo le Alpi
superate avvolgerai l'Italia di guerre e con altrettanto fragore atterrerai le
tremanti mura delle città". Il Dio così stimolato
l'abbandona ed il sonno anche. Gli gronda dalle membra un sudore freddo e tra
lo spavento e la gioia rivolge nello mente la visione notturna e le promesse.
Per il fausto augurio rinnova i sacrifici a Giove ed a Marte e innanzi tutto
placa con un bianco toro sovra degli altari il messaggero Cillenio. Comanda ai
suoi che muovano rapidi le insegne ed il campo risuona dei confusi accenti di
varie lingue. Dimmi, o Calliopea, quali genti mossero alla fatale impresa e
piombarono sul Lazio; e quanta parte dell'Iberia indomita sorse in armi. Di
quali torme la Libia raccolse sulla Spiaggia Paretonia, essa che presunse di
impadronirsi del supremo potere e mutare governo al mondo. Mai fu veduta
tempesta infuriare più fortemente con torbide nuvole né guerra di
migliaia di navi strepitò più fortemente e fece tremare il mondo
con uguale terrore. I guerrieri della Tiria Cartagine innalzarono per primi le
insegne. Agili, veloci e non vanitosi per grandi corporature, inclini
all'inganno, mai tardi a tramare occulte frodi. Avevano rozzi scudi e
combattevano con corte spade; assuefatti a poche vesti, con i piedi scalzi,
erano soliti celare nelle battaglie con la veste rossa il sangue delle ferite.
Il loro capo era Magone fratello di Annibale, alto sugli altri di tutto l'elmo
rifulgente. Squassa il carro ed armato somiglia al fratello. Vengono dopo i
Sidonii le genti di Utica, quella che fu anticamente fondata ancora prima di
Birsa. Di poi Aspi che cinse le sue spiagge con mura sicanie come uno scudo con
intorno castelli. Ma tutti gli sguardi erano rivolti al comandante Sicheo,
figlio di Asdrubale, che aveva succhiato insieme col sangue l'orgoglio avito ed
aveva sempre sul labbro con parole di superbia il nome di suo zio Annibale.
Quindi i soldati di Berenice e quelli di Barca sempre arida correvano, armati
le destre di spuntoni. Anche Cirene, fondata dal nipote di Pelope, spingeva gli
infidi Battiadi alla battaglia guidati da Ilerte, che Asdrubale il vecchio,
giovine di mente, ma guerriero già fiacco aveva conosciuto un giorno.
Inoltre Sabrata e la sarrana Leptis avevano mandato i loro figli ed Ea (1)
aveva spedito siculi coloni insieme agli Afri, e Lisso dalle rapide onde aveva
spinto gli abitanti di Tingi (2). E Tisso e Vaga (3) amore degli antichi re, e
quelli di Rùspina, (4) posta più lontano dai flutti avversi,
quelli di Zama e di Tapso (5), ora più fecondo poiché lo bagnò
sangue italico. Anteo è il loro condottiero: grande di corpo e d'armi
che ha fra i suoi fama di Ercole per il nome e le opere e tutti sovrasta del
capo. Calarono gli Etiopi che conoscono il Nilo, abili nel tagliare le pietre
magnetiche, ai quali soltanto va l'onore dei metalli per cui traggono il ferro
non tocco dalle rocce. Insieme con loro vennero i bruciati Nubiani la cui pelle
testimonia l'ardente sole. Essi non hanno elmi di bronzo, non scudi di ferro,
non archi: ma cingono le tempie con molteplici fasce di lino e così i
fianchi e lanciano frecce avvelenate con empi succhi. Secondo l'uso dei Fenici
i Macei si accamparono allora la prima volta. Essi hanno il volto squallido per
la gran barba, sulle spalle una setolosa pelle di capro, in mano una ricurva
clava. Al braccio sinistro uno scudo di vario colore ed una spada falcata
dall'arte degli Adirmachidi (6) ed uno schiniere alla gamba sinistra. Il loro
vitto è aspro e parco poiché usano nutrirsi di cibi abbrustoliti
nella sabbia. Anche i Massili (7) abitatori degli ultimi boschi dell'Esperia,
movevano le fulgide insegne. Innanzi a loro il fiero Bocco dalle lunghe chiome
inanellate che aveva visto sulle spiagge le sacre selve fiorenti di frutta
d'oro fra le foglie sacre. Anche voi, o popoli Getuli (8), lasciate le antiche
capanne correste alle armi, voi usi a vivere tra le fiere, esperti nel trattare
con i leoni indomiti e nel placarne le ire feroci. Costoro non hanno case,
abitano nei palustri, vanno raminghi per i campi e per loro costume traggono i
padri Numi nei loro vagabondaggi. Le torme alipedi volarono alle battaglie a
mille a mille sopra cavalli più rapidi dei venti, docili ai morsi come
il bracco laconio corre veloce di qua e di là tra le siepi folte
cacciando ed assorda intorno con i latrati; come vedi fuggire precipitosi a
frotte i cervi spaventati quando l'umbro sagace li svia e li persegue. Li
conduce Acherra, fratello di Asbite quella poco anzi uccisa, torvo e mesto
nell'aspetto. Le schiere Marmaride, esperte nella medicina, strepitarono. Alle
loro voci il serpente dimenticava il veleno e le vipere toccate da loro
giacevano miti. Le seguiva la feroce gioventù di Baniura, (9) povera di
ferro e contenta di picche indurite su poca fiamma. Ardeva dal desiderio della
guerra e sussurrava ferocemente, nel suo linguaggio barbarico. E si muovono i
focosi Autololi, agili tanto la vincere nella corsa i cavalli e torrenti
infuriati: volano e sul terreno trasvolato non si vede orma di piede. Si
schierano a battaglia quelli che si nutrono del succo degli alberi e delle
bacche ospitali del loto. I Garamanti che temono i rabbiosi serpenti gonfi di
bollente veleno negli ampi deserti di sabbia. E' fama che quando Perseo
rapì il capo dell'accecata Gorgone da questo caddero sulla Libia sangue
e veleno per cui la terra formicolò di chelidri medusei. Il condottiero
di tante genti era Coaste, nato nella nerizia Meninge (10) che andava sempre
con armata la destra fulminea di un giavellotto famoso. Si raccolgono quindi
quelli che sono sul Nasamone audaci nel trarre dai flutti i resti dei naufragi
e togliere al mare le prede; quindi quelli che abitano i profondi stagni della
palude tritonide dalle cui onde un giorno (così si racconta) nacque la
vergine guerriera che per prima diffuse lo scoperto ulivo nella Libia. Ed i
popoli dell'Estremo Occidente: innanzi tutti il Cantabro, uso a patire la fame,
il freddo e il caldo, ed a superare ogni rischio. Egli ha uno strano costume,
quando la pigra età l'imbianca ecco tronca gli imbelli anni
precipitandosi da una rupe e non sopporta la vita senza guerra; nato tra le armi
stima vergognoso vivere in pace. E l'Asture sfortunato avversario del Memnone
Eoo (11) che fuggendo lontano dai patri fidi era venuto nella parte opposta del
mondo, quella bagnata dal pianto dell'aurora. Egli usa piccoli destrieri non
avvezzi alla guerra che stringono i passi senza muovere dorso e con agile collo
trascinano a corsa i pacifici carri. Il loro capitano è Cidno,
cacciatore famoso sulle alte cinte dei Pirenei e lanciatore in guerra di maure
frecce. Vengono i Celti che unirono i loro nomi agli Iberi. E’ loro vanto
morire in battaglia e delitto cremare gli estinti. Credono che le anime tornino
ai Superi se le salme sono ghermite dagli avvoltoi affamati. Mandò la
Gallecia (12) ricca la sua gioventù, che indovina per le viscere i
fulmini ed i voli, che urla barbari carmi nella lingua paterna ed ora batte col
piede alternativamente la terra ed accorda la cetra al giocondo metro dei
percossi scudi. Questo è il suo divertimento, questa la sola gioia delle
sue feste Ogni altro lavoro lo compie la donna perché è vile per
gli uomini arare la terra e seminare. Qualsiasi cosa, all'infuori della dura
guerra spetta alla, irrequieta moglie del callaico marito. Viriato è il
loro capo e dei Lusitani condotti dalle lontane loro tane. Egli è
giovine di nome oscuro cui cresceranno poi fama le sventure italiche. Ed ecco
poi pronti in armi i Cerretani,(13) soldati un giorno di Ercole ed i Masconi
(14)non usi a portare elmi, e quelli di Ilerda (15) che fu testimone dei furori
dardanii ed i Concani che dimostrano per la ferocia di essere figli di
Massagete, usi a dissetarsi con il sangue dei loro cavalli. E già muove
i Fenissi Ebuso ed Arbaco (16) i suoi guerrieri abili nel combattere con frecce
e giavellotti ed i frombolieri delle Baleari cui fu padre Tlepolemo e patria
l'Indo; ed i Gravi, chiamati un giorno Grai, che piombarono dalla Etolica Tilde
e dall'antico regno di Eneo. Cartagine, fondata dall'antico teucro, manda i
suoi uomini, i suoi Emporia (17) la focaica e Tarragona fertile di viti tanto
da ceder il vanto dei vini solo al Lazio. Fra costoro splendeva per le lucenti
corazze la coorte dei Sedetani che erano venuti dalle fredde onde del Sugro e
dalle rocce alte della ubertosa Setabi che disprezza superbamente le tele
dell'Arabia e paragona i suoi lini a quelli pelusiaci. Li comanda Mandonio e
Cesone, celebre per domare cavalli, e dividono fra loro le fatiche della
guerra. Per i campi aperti Balaro sperimenta le ali dei Vettoni (18). Presso
costoro quando placida primavera scalda l'aria, il gregge delle cavalle giace
conservando taciti giacigli e misteriosamente concepisce dall'aria
fecondatrice. Ma la sua vita è breve: e presto invecchia, e non passa
nelle stalle oltre la settima estate. Ma non corrono così veloci i
cavalli che nutrisce Ussama (19) dalle sarmatiche mura. Questi vennero alla
guerra a lungo vigorosi ma impazienti del morso e recalcitranti ai comandi dei
cavalieri. I guerrieri armati di palo hanno per condottiero Rindaco, si fanno
gli elmi con crani di belve e vivono cacciando o, secondo il costume dei padri,
si pascono a forza di rapine. Splendono fra le più chiare insegne quelle
di Castulone (20) parnasia e di Ispale nota per il flusso e riflusso
dell'Oceano e Nebrissa (21) dai tirsi dionisei che fu abitata dai satiri
leggeri e dalla sacra Nebride usa alle segrete orge notturne di Liceo. Arma
Carteia (22) il nipote di Argantone che fu re, di tale età che
combattendo vide trecento anni. Arma i Tartessi Munda (23) nota ai corsieri di
Febo che avrebbero portato all'Italia tessale sventure. Né venne meno alla
fama Cordova ricca d'oro i cui guerrieri conducono dalle campagne liete di
spiagge il tremendo Araurico ed il biondo Forci che erano della stessa
età ed entrambi cresciuti sulle ombrose rive del Beti ricco di ulivi. Il
condottiero tirio conduceva queste genti per i campi polverosi e fiero nelle
armi andava superbamente squadrando con l'occhio tutte le fulgenti insegne e
segnava sul suolo una lunga ombra. Non altrimenti Nettuno quante volte corre
per il mare con i frenati cavalli dirigendosi alle stanze di Febo nella parte
estrema del mare ecco che sorge dagli antri il coro delle Nereidi a gareggiare
nuotando ed agitando le candide braccia nelle chiare onde. Rotta ormai la pace
del mondo il condottiero si affretta alle boscose montagne dei Pirenei. Dall'alto
delle loro cime nuvolose i Pirenei guardano verso gli Iberi e dall'altro lato i
Celti. Ebbero nome dalla vergine Bebricia per colpa dell'ospite Alcide che,
portato dal destino delle sue imprese nelle contrade lontane dal tricorporeo
Gerione ebbro di vino nella casa del Bebricio lasciò la misera Pirene
non più vergine. Così, se lo si deve credere, un Dio di sventura
fu la causa della morte della misera. Essa si sgravò di un serpe e
temendo le ire paterne fuggì spaventata dalla casa e sola per gli antri deserti
piangeva l'infausta notte e confidava ai boschi le promesse di Alcide e mentre
si lamentava piangendo dell'ingrato amante e con le braccia tese invocava
invano le armi dell'ospite, le fiere la sbranarono. Quando il Tirintio
ritornò vincitore bagnò di pianto le lacere membra e come pazzo
impallidì scorgendo il volto della diletta vergine. Percossi
dall'erculea voce tremarono i gioghi dei monti. Egli con mesto grido chiamava
-Pirene!- Le rocce tutte e gli antri delle belve risposero: -Pirene!- Quindi compose
nella tomba le membra e piangendo le disse l'ultimo addio. Né mai col
volger degli anni essa fu dimenticata ed i monti conservano per i secoli il
compianto nome. Annibale per colli ed abetaie folte aveva passato i confini
della reggia Bebricia. Quindi apertasi la via non le armi andava devastando le
campagne inospitali dei Volcari e si affrettava alle sponde minacciose del
rigonfio Rodano. Il fiume discende dai greppi nevosi delle Alpi; bagna i Celti
ed ingrossatosi s'inoltra per le campagne con i gorghi spumeggianti e, rapido,
furente, si precipita nel mare dall'ampio letto L'Arare che scorre tacito e
tardo così che sembra stagnare, quando si mesce al Rodano travolto dalle
onde infuriate è ingoiato, e sospinto e perde il nome lungo i campi che
inonda Subito si gettano nel fiume insofferente di ponti e portano alte sopra
la testa, per salvarle dalle acque, le armi gareggiando do tra loro nel
tagliare i gorghi con le forti braccia. I cavalli, che erano legati all'altra
riva, passano sopra barche né il timore fa indugiare gli elefanti: per
traghettarli si calano nei guadi le zattere e si coprono di terra ed a poco a
poco sciolti i legami che le tengono legato alla sponda vengono fatte passare.
Il Rodano feroce si impaurì al frastuono delle moli giganti che
scendevano ed agitò muggendo terribilmente le onde sin nel profondo. Di
qui l'esercito si svolge ai confini dei Tricastini e si avvia per le campagne
pianeggianti dei Voconzii. Colà la Druenza, torbida di tronchi e di
sassi gli rese difficile il cammino poiché scendendo precipite dalle
Alpi trae con le onde rumoreggianti alberi divelti e rocce franate e porta le
sue onde ingannatrici di qua e di là muggendo malsicura per i pedoni e
per grosse navi. Allora gonfia per le recenti piogge travolse tra i vortici
turbinosi molti guerrieri e li sospinse miseramente a fondo laceri e deformi Ma
il terrore con il ricordo delle sofferenze patite cede alla vista delle vicine
Alpi. Ghiaccio eterno avvolge tutto, tutto copre bianca grandine. S'innalza il
volto aspro di gelo dell'etereo monte. E sebbene posto di fronte al sole
nascente non sa sciogliere ai caldi raggi le dure nevi. Quanto dalla superficie
della terra ai più profondi lividi stagni ed alle più profonde
ombre s’inabissa la voragine dello smorto regno di Tartaro, tanto si
innalza la terra nell'aria e tocca il cielo. Qui non si vede mai fiore di
primavera o frutto estivo l’inverno solo domina perennemente quegli
orridi gioghi e vi raduna da ogni parte nubi, grandine e bufere. Qui posero la
loro sede i venti impetuosi e gli uragani; la vista confusa non scorge le
altissime rocce che si perdono tra le nuvole. Il Tauro aggiunto all'Alto ed il
Rodope sovrapposto al Mimanto ed il Pelio all'Ossa né il Lotri all'Emo
giungerebbero lassù. Ercole giunse per primo ai vertici non tocchi ed i
Numi lo videro fendere le nubi, superare le alture e vincere le grandi rupi che
sin dalla lontana origine dei secoli nessun passo aveva, battuto. A tale vista
le schiere si fermarono dubitose quasi non volendo portare -guerra a quei sacri
limiti posti dalla natura e dagli Dei. Ma né le Alpi né l'orrore
del luogo aspro impauriscono H condottiero che rinfranca gli animi turbati
dall'orrendo spettacolo e li incoraggia con tali parole: " Non vi
vergognate dopo che l’onore della guerra e la fortuita favorevole vi ha
stancato, di volgere le spalle a montagne nevose e darvi per vinti innanzi alle
rupi? Ora o compagni, credetelo, ora noi saliamo le mura di Roma signora e il
colle sacro a Giove. Questa è La fatica che ci darà in catene il
Tevere e l'Italia " Senza alcun indugio si trae dietro per il monte
l'esercito commosso per le larghe promesse e gli comanda di aprire una nuova
vizi dove il luogo è più aspro. S'inerpica per varchi
inaccessibili, valica per il primo la sommità delle rocce e dall'alto
delle rupi chiama le coorti. E dove il ghiaccio rende sdrucciolevole il cammino
egli si puntella con la spada. La neve ancor molle in. ghiotte molti uomini e
cadendo dalle altissime cinte ne travolge altri nelle fredde rovine. Coro
talora infuriando di fronte getta loro in faccia folto nevischio oppure con
improvviso schianto stridendo toglie le armi ai soldati, le avvolge nel turbine
e le rotea fra le nubi. Quanto più salgono i gioghi inerpicandosi e
anelando per raggiungere la vetta, tanto più cresce la fatica. Raggiunta
una cima se ne innalza di fronte alle stanche genti un'altra, né
è per loro conforto il guardare indietro i passi valicati con tanto
stento gli sguardi si smarriscono in quella sterminata e sempre uguale visione,
che dovunque giunge la vista non discerne altro che nevi. Come il navigante che
ha abbandonato la dolce terra, quando in mezzo al mare le vele senza vento
pendono morte dall'albero sicuro, guarda l'immensa distesa delle acque e
distoglie lo sguardo stanco per il lampeggiar delle onde mirando il cielo. E
già oltre le sciagure e le difficoltà dei luoghi ecco sbucano
dalle caverne, col crine irto, squallidi nell'aspetto, selvaggi volti: una
torma alpestre che uscita dagli antri scavati nelle corrose rupi rapida oltrepassa
varchi inaccessi e lievi e ghiacci e cespugli e scorrendo ovunque molesta colle
sue corse il nemico rinchiuso tra. i monti. Ecco che cambia l'aspetto del
luogo. Le lievi sparse di molto sangue rosseggiano e per il tepore, del sangue
a. poco a poco si liquefà il ghiaccio Mentre il corsiero calca le orme
con il corneo zoccolo le unghie gli si sprofondano nei ghiacci rotti e cade,
né è solo la caduta che lascia sui ghiacci le membra rotte e gli
ani morti per l'aspro freddo. Dopo dodici giorni ed altrettante noni, crudeli
per le ferite raggiungono la cima desiderata e piantano le tende fra le rupi
scoscese. Frattanto Venere presa da timore si rivolge al Padre, e mesta
così gli parla: " Quando avranno fine, ohimè, le sventure
degli Eneadi? Quando dopo tanto vagare per terre e per mari darai loro stabili
sedi? E perché permetti che il fenicio si appresti a scacciare i mie
nipoti dalla città che gli concedesti? Egli portò la Libia sopra
le Alpi ed ora minaccia l'impero di rovina e Roma già teme la fine di
Sagunto. O Padre, dai sicuro asilo a quelli che portarono le estreme ceneri di
Troia e le reliquie di Assaraco ed i segreti fuochi di Vesta. E' forse poco
aver cercato un ricovero errando per il mondo? O che in Roma schiava si
ripeterà l'eccidio di Pergamo? ". Così Venere ed a lei il
Padre rispose: " Non temere o Citerea, non turbarti dei vani tentativi
della gente tiria: tengono ed a lungo terranno le rocche tarpee le genti del
tuo sangue. Preparo così grande guerra per ammirare gli eroi e per
misurare il loro valore; poiché la gente usa a sopportare e lieta nel
superare le fatiche a poco a poco si disavvezzò dall'antica virtù
dei padri e quel popolo latino, disceso da noi, sempre prodigo di sangue e
desideroso di fama, ozia oscuramente in pace, trascorrendo gli anni muti ed ingloriosi,
e con dolce veleno invecchia progressivamente nell'accidia. Impresa faticosa
che richiede enormi fatiche è l'acquistarsi da solo il regno fra tanti
popoli. E verrà il giorno in cui Roma sarà arbitra del mondo,
divenuta ancor più nobile per le sue sventure. Ed ecco che nomi non
indegni riferiranno le imprese al nostro seggio: Paolo, Fabio, Marcello, che
grato mi offrirà opime spoglie. Costoro renderanno così grande il
regno dei Latini con le loro ferite che le vili anime e la lussuria dei tardi nipoti
non riusciranno a rovinarlo. E' già nato quegli che scaccerà
dalla patria il fenicio e respintolo dal Lazio gli toglierà le armi
dinanzi le mura della sua Cartagine. Da quel giorno, o Citerea, per lunghi anni
regneranno i tuoi ed il valore innalzerà alle stelle i celesti Curi
nota26 ed aggiungerà il suo nome a quello dei sacri Giulii una gente
guerriera nutrita dell'ulivo sabino. Ed uno di questi vincerà i
Caledoni, costringerà nelle sue rive il Reno, reggerà
l"ignota Tule e condurrà per primo, le schiere noi boschi degli
Afri che non hanno posa e vecchio domerà colla guerra la palmifera
Idumea. Quegli non andrà al lago Stigio, nei regni privi di luce, ma
avrà i nostri stessi onori ed un seggio tra i Superi. Ed un giovine
grande per forza di mente continuerà l'opera del padre ed alta la fronte
sarà pari all'impero. Questi nella sua gioventù
distruggerà con guerre crudeli le genti di Palestina. Ma tu supererai le
imprese dei tuoi, o Germanico, e sin da fanciullo impaurirai i Batavi dai
biondi capelli, né il fuoco dell'alto Tarpeo ti spaventerà: tra
le sacrileghe fiamme sarai conservato al mondo in cui rimarrai per lunghi anni.
A lui un giorno la gioventù del Gange cederà gli archi non tesi
ed il Battro la faretra vuota. Egli porterà il suo carro nell'Urbe dal
nord ed avrà trionfi Eoi che oscureranno quelli di Bacco. E corso
l'Istro debellerà nei loro covili quei Sarmati che disprezzano i
vessilli italici. E le Muse gli saranno care e più potente. del poeta
per cui si mosse il Rodope e si arrestarono i flutti dell'Ebro, canterà
così da far stupire Apollo. Là sulla rupe Tarpea dove vedi la
nostra antica reggia egli innalzerà l'aureo Campidoglio e le cime dei
templi toccheranno il nostro cielo. Allora, o figlio di Dei, padre di Dei,
reggerai le terre beate con paterno governo ed a tarda vecchiaia ritornerai al
cielo e ti concederà Quirino un seggio e sarai tra il padre e il
fratello presso il figlio tuo dalla stellata fronte ". Mentre Giove svela
gli eventi che saranno, il duce agenoreo va balzando sopra ripide rupi e
cespugli nevosi premendo il passo incerto e faticoso giù per la china.
Non schiere nemiche ritardano i Libi, ma spaventose rupi e rocce scoscese ed
aspre vie che hanno dinnanzi. Né possono con il sonno riposare le
stanche membra e la notte si aggiunge alla fatica. Si caricano le spalle di
rovi strappati e di orni e, quando hanno spogliato il monte dai folti alberi,
raccolgono un mucchio di travi, che acceso intorno da rapide fiamme brucia le
rocce. La fradicia mole rotta dal ferro geme e si spacca e schiude agli stanchi
i regni dell'antico Latino. Varcate dopo tanti eventi le Alpi infine il
condottiero si attenda nelle campagne di Torino. Frattanto Bostari tutto
gioioso portava i vaticini di Giove dall'arenosa Garamanto ed accendeva il loro
animo come se avesse visto il Tonante: " O gran Belide che liberi dalla
servitù, con la invitta destra, le mura della patria, penetrammo nei
templi di Libia. Le Sirti che spruzzano perfino le stelle, ci spinsero fino al
cielo e più violenta del mare profondo la terra per poco non ci
inghiottì. Aridi si stendono dal mezzogiorno al tramonto e da essi il
cielo non largì alcuna altura tranne quelle che il turbine, che porta
rapina fra le nubi onde ammassa con la sabbia. Come se Africo evaso dal
carcere, ed Austro sollevando, e turbando le terre e le onde si scagliassero
furibondi in lotta per i campi immensi innalzando a gara monti e monti
ondeggianti di sabbia. Uscimmo alfine da quei valloni con lo sguardo fisso alle
stelle perché il giorno impedisce ogni viaggio e il passeggero che erra
per quei profondissimi deserti in mezzo alle continue arene è guidato
dalla Cinasura, scorta fedelissima ai naviganti libici. E quando stanchi
giungemmo ai boschi, regno del cornigero Giove, ed al fulgente tempio, Arisba
ci accolse ospitale nel sacro luogo. Presso il tempio si trova, e bisogna
ricordarlo, un'acqua strana, che cade sempre tiepida allo spuntar del giorno,
fredda quando il sole a metà del suo corso arroventa il cielo bollente
nel mezzo della notte. Quindi il vegliardo ci mostrò i campi fertili che
non conoscono aratro e le grotte piene del Nume e con volto sereno ci disse:
“Bostar, ti siano propizie le ombre di queste selve, questi alti alberi,
questi boschi dimora di Giove. Chi è che non conosce la storia delle due
colombe che erano in Tebe donate da Giove? Una delle due volò verso le
spiagge Caonie ed empì di profetico mormorio i boschi di Dodona. L'altra
mosse le nere piume di uguale colore sopra il mare Carpazio e giunse nella
Libia e si fermò in questo tempio, sacro a Citerea. E qui dove mirabile
a dirsi vedi tra le ombre del bosco l'altare la colomba si posò tra le
corna di un montone eletto e diede ai popoli marmarici i responsi. Subito la
terra si rivestì di antichissimi alberi e le querce sorsero giganti
quali oggi sono. Da quel giorno l'albero accoglie il nume con l'antico sacro
orrore, e sugli altari sono gli onori dei sacrifici ". " Eravamo
intenti a queste parole quando, scosse improvvisamente, le porte stridettero,
si aprirono ed una luce più viva ci colpì. Innanzi agli altri
splendeva il sacerdote nella candida veste, intorno aveva raccolto il popolo.
Non appena profferii le domande ecco d'un subito che il Dio entrò nel
vate: tutto il bosco rimbomba di alti suoni, le querce si urtano una con
l'altra e una voce formidabile risuona nell'aria: " Al Lazio, o Libi,
correte al Lazio, distruggete con la guerra i figli di Assaraco. Vedo le lotte
aspre e già sul carro sale trucemente il Gradivo, e gli ardenti
corridori volti all'Italia spirano sangue e le redini sono rosse di sangue. Tu
che desideri sapere gli eventi delle battaglie e l'ultimo destino e ti appresti
fieramente alla difficile opera, invadi i campi Iapigi del condottiero Etolio e
la gloria dei tuoi risplenderà più chiara. Nessuno potrà
ferire con più crudele ferita l'itala gente: ché vinta da te e
piena di spavento sarà tutta l'Ausonia e non avrà mai pace
finché tu sarai vivo ". Bostari portava questi responsi ai soldati
lieti ed accendeva in loro il desiderio di subita battaglia.
IV - La notizia che le alte e nuvolose
cime dei monti minaccianti il cielo erano state superate e che le vie
inaccessibili erano state percorse dai Libi e che Annibale era disceso al piano
vantandosi di aver superato le imprese di Ercole, corre per le turbate
città dell'Ausonia e correndo si accresce e più veloce del volo
di Euro terrificante assorda le rocche attonite. Il timore della plebe pronta
ad accrescere il vero, aggiunge sempre più cose alle notizie che ode. Il
pensiero della guerra domina tutte le menti e l'improvviso clamore di Marte
strepita per tutta l'Ausonia destando armi e guerrieri. Si rinnovano le lance
ed il ferro splende deterso dalla ruggine e le piume nivee riposte tornano a
decorare gli elmi e si rinnovano le cinghie alle aste. Si innalzano fornaci per
ritemprare le scuri e rinterzare di più colpi con salde maglie le
corazze, impenetrabile difesa ai petti. Ovunque ferve il lavorìo degli
archi e si domano a sferzate i puledri e si fan correre e si affilano spade.
Pronte braccia restaurano le mura ormai cadenti per l'ingiuria dei secoli,
ammucchiano sassi ed innalzano nuove torri in luogo di quelle dirute da lunghi
anni. Si armano le rocche di lance e nelle boscaglie si preparano steccati e
forti sbarre per le porte mentre intorno si scavano a gara le fosse. Il timore urge,
maestro infaticabile, tutte le cose e si diffonde per le vaste campagne.
Abbandonano le case e come forsennati portano in collo le madri, trascinando in
ultimo i vecchi decrepiti e le spose con le chiome sciolte corrono innanzi
traendosi a destra ed a sinistra disordinatamente i figli. Così la plebe
è trascinata dal timore che si crea da se stessa. Anche il Senato
dinanzi all'impresa immane per cui furono varcate le Alpi che mai non fallirono
è preso da sgomento, ma tuttavia innalza contro le avversità la
sua grande anima. E' bene andare incontro ai pericoli e unire il proprio nome
ai fatti memorandi come non fu mai concesso dalla fortuna. Frattanto il libico
condottiero ricrea le sue schiere stanche e intorpidite da così lungo
cammino entro gli accampamenti. Per consolarle mostra loro che la via all'Urbe
si stende tra i campi e Roma è ad un tiro di lancia. Ma non tralascia di
pensare alle cose di guerra ed egli solo non si concede riposo. Nei tempi
antichi un popolo bellicoso superò i confini dell'Ausonia e
penetrò nelle placide dimore e la sua spada fu di spavento per tutti ed
anche i Quiriti vinti ed il Padre Tarpeio ne sentirono le empie ferite. Mentre
il libico condottiero sollecita con doni queste genti mutevoli ed infide e le
unisce alle sue schiere ecco che il console Scipione ritornando dai Focei lidi
approda con il veliero. Il prossimo pericolo chiama ai valli l'uno contro
l'altro i due gran condottieri che hanno superato così gravi stenti in
guerra ed in mare a preludio di sanguinose battaglie. All'apparire di Scipione
il fato rompe gli indugi e le coorti infiammate chiedono il segnale della
strage: ed Annibale grida a gran voce in mezzo alle folte schiere che gli Iberi
furono sterminati, che Pirene ed il feroce Rodano sono ligi ai suoi comandi e che
la rutula Sagunto fu incendiata e le torme dei Fenici passarono rapide
attraverso i Celti ed armate superarono i valichi dove il figlio di Anfitrione
era giunto a stento: che i cavalieri caracollarono sopra le rocce scoscese e
risuonarono le Alpi dei nitriti. Dall'altra parte il console incoraggia alla
bella impresa: "Soldati, avete di fronte un nemico rotto dalle rocce
nevose, arso dai geli, intorpidito così che si trascina a stento. Sappia
colui che attraversò le sacre Alpi e le profonde vallate, che le nostre
trincee si innalzano ben più alte della rocca erculea e che è
meno faticoso salire le montagne che rompere le nostre file serrate. Si
compiaccia pure di vane follie se sconfitto in battaglia tornerà
là donde venne, le Alpi si ergeranno contro la sua fuga precipitosa. I
Numi lo trassero qua attraverso le alte cime dei monti perché bagni con
il suo sangue i campi Istini e la sua cenere giaccia in paese nemico. Ora
vedremo se è una seconda e nuova Cartagine che combatte o se è quella
stessa che, sommersa nel mare tra le Egadi, giace inabissata sotto le
onde". Così parla e volge l'esercito alle sponde del Ticino. Ha
questo fiume cerule acque che stagnano chiare nei guadi e non si turbano mai e
volge la sua corrente verde e splendida così lentamente da sembrare
immoto. L'ombra delle sue rive ed il mormorare dell'acqua nei gorghi tra il
canto arguto degli uccelli invita al sonno. Fugate le ombre della notte la luce
era sorta ed il sonno aveva compiuto il suo tempo. Il console si prepara ad
esplorare il luogo e dall'alto gli un colle studia la natura dei campi. Uguale
desiderio ed ugual pensiero agita il Fenicio ed entrambi con una squadriglia
gli cavalieri si avanzano. Non appena il nuvolo della polvere svela l'avanzarsi
del nemico gli squilli delle trombe coprono lo scalpitio e il nitrito dei
cavalli sbuffanti. "All'armi, soldati, all'armi!" gridano ambedue i
condottieri, entrambi ardenti di valore, portati soltanto dal desiderio di
battaglie, di stragi e di trionfi. Non v'è indugio: già un
esercito è distante dall'altro un tiro di lancia quando ecco,
improvvisamente nell'aria limpida e sgombra da ogni nuvola un augurio cui si
rivolgono tutti con l'occhio e con la mente. Uno sparviero volando da
mezzogiorno calava furioso sugli uccelli cari a Venere e sacri a Dione con il
becco e gli artigli, ed a colpi d'ala ne aveva abbattuti quindici e non ancora
sazio ed avido di nuovo sangue si avventava su di un'altra colomba tutta
tremante per lo scempio recente ed incerta nella fuga poiché le ali le
fallivano, quando improvvisamente l'uccello di Giove scendendo dal nido solare
lo costrinse a fuggire. L'aquila volse quindi il volo vittorioso verso le
insegne latine e come fu sopra al figlio del condottiero, al giovane Scipione
che squassa con il braccio le sue armi leggiadre, gridò rauca tre volte
e scalfito col rostro l'elmo rutilante fece ritorno in cielo. Ligeri esperto
nell'interpretare gli ammonimenti dei Superi e nel leggere nel volo degli
uccelli esclama: "O Fenicio, simile all'audace sparviero inseguirai per
sedici anni le genti nelle terre della nostra Italia ed andrai superbo di
stragi e di infinite prede, ma trattieni le minacce: ecco l'uccello di Giove
che ti vieta il regno sui Daunii. Ti riconosco, o sommo Dio, soccorri e
conferma il presagio della tua aquila; che, qualora essa non menta con un volo
inutile il pensiero divino, io vedo, o Padre, il giovane cui tu serbi la strage
della vinta Africa ed il cui nome è più grande di tutta
Cartagine". Bogo al contrario canta lieti presagi al Fenicio e vede nello
sparviero la vittoria e nella strage delle colombe la rovina dei figli di
Venere e di Enea. E così dicendo, come se lo spingesse un Dio o fosse
conscio del destino, getta la prima lancia contro i nemici. Essa volò a
lungo per l'aperto campo e per la troppa distanza sarebbe stata vana se Cato
desiderando l'onore del primo scontro non le fosse corso incontro galoppando.
Così la lancia che stava quasi per cadere tremando, ebbe modo di ferire
l'avversario per causa di lui stesso e gli si conficcò tra le tempie. Si
scontrarono le schiere e con grande frastuono tutti trattengono con le briglie
i cavalli che retrocedono. E vanno con grande impeto saltando, ma leggeri
così che segnano appena le impronte nella polvere. La schiera agile dei
Boi con la sua grande corporatura urta per prima le file italiche, comandata da
Crisso. Costui, che si diceva discendente di Brenno, era superbo dei suoi avi e
vantava perfino a sua gloria l'aver preso il Campidoglio. Quell'insensato
portava scolpita sullo scudo la rupe Tarpea e sulla sacra cima si vedevano i
Celti che pesavano l'oro. Intorno al bianco collo gli splendeva un aureo monile
e le vesti e le maniche aveva ricamate d'oro e di uguale metallo scintillavano
le creste dell'elmo. La prima falange dei Camerti percossa dall'urto è abbattuta
e le onde dei Boi irrompono tra folte schiere. Ingrossano la falange i perversi
Semoni. I cavalli urtano col petto le genti che rotolano sfracellate per la
vasta campagna. I campi s'inondano di largo sangue d'uomini e di cavalli e
scompaiono le sudice orme dei combattenti. Il pesante zoccolo dei corridori
scalpita sui moribondi e li finisce e correndo intorno solleva spuma orrida di
sangue e le armi degli infelici rosseggiano del loro stesso sangue. Primo tu, o
giovine Tirreno, muori ed arrossi morendo le armi vincitrici del superbo
Peloro. Il tuo corno era di stimolo ai combattenti e con la possa del suo suono
accendevi il desiderio della battaglia quando la freccia lanciata dalla mano di
un barbaro ti colpì nella gola anelante ed il rauco suono fu soffocato
dalla ferita mortale. Il labbro era muto e l'ultimo respiro del moribondo
gorgogliava ancora nella ricurva tromba. Uno dopo l’altro Crisso feriva
Lauro e Picente: trapassò Lauro con la spada e diede morte a Picente con
la ben levigata lancia raccolta sulle rive del Po. Mentre Picente girando a
sinistra voleva coglierlo alla sprovvista, l'asta di Crisso lo colpì al
fianco trapassando insieme la pancia anelante del cavallo, e fuggì
arrecando doppia e crudele morte Quindi strappa dalla nuca di Venulo una
freccia sanguinosa e con quella ancora tiepida uccide Farfaro ed anche te, o
Tullo, che eri cresciuto lungo il freddo Velino e se il destino non ti avesse
colpito così presto, o se Cartagine avesse serbato fede ai patti,
avresti avuto nome memorabile e saresti stato splendida gloria dell'Ausonia.
Caddero Remolo ed i Magi tiburtini, nomi che un giorno furono celebri in guerra
e Metauro di Spello e Clanio colpiti da frecce lanciate a caso. I Fenici non
hanno modo di avanzare a combattere, perché i Celti furibondi occupano
tutto il campo e non lanciano freccia che non raggiunga la meta; ognuna si
conficca nei corpi. Fra i trepidanti vi è Quirinio, immane, che non
conosce la fuga ed imperturbato desidera che la morte lo colga in fronte.
Sprona il cavallo e lancia col braccio a destra ed a sinistra dardi tentando di
aprirsi un varco tra la folla fino al condottiero. Certo di morire cerca con
ardore disperato una gloria che non gli è dato godere. Coglie
all'inguine Teutalo alla cui caduta la terra è scossa per il gran peso,
ed uccide Sarmente che aveva consacrato in voto a te, o Marte - se fosse uscito
vincitore- le bionde trecce che sembravano d'oro ed il nastro rutilante che le
stringeva. Ma le Parche non udirono il suo voto e lo trascinarono all'Averno con
le chiome intonse. Il sangue scorre fumando per le sue bianche membra ed
arrossa il terreno. Ma Ligauno non si intimorisce per il dardo che gli vola
incontro e balzando affronta Quirinio, e roteando la spada lo ferisce dove il
braccio è unito con lenti nervi alla spalla. Il braccio sinistro
è reciso dal colpo, la mano sinistra a poco a poco pende dalle briglie
abbandonate e mentre tenta tremante di stringerle sembra che le regga come
prima. Quindi Vogeso tronca il collo al romano ed appeso alla criniera l'elmo
con la testa mozzata saluta gli Dei con le patrie grida. Mentre le falangi
galliche fanno strage per il campo il console chiama dalle trincee i suoi
soldati e li conduce in fretta a battaglia. Alto in groppa al bianco corsiero
si lancia per primo contro i nemici e dietro di lui il fiore della
gioventù d'Italia. I migliori di Cora e di Laurento, i Marzi e gli
arcieri sabelli e di Todi che adorano sull'alta vetta Marte ed i Falisci che
usano vestirsi del patrio lino ed i Catilli nati sui fruttiferi campi che
l'Aniene lambisce mormorando presso le mura di Ercole e quelli che le campagne
nuvolose di Cassino e le rupi Erniche bagnate dalle fredde acque mandavano alla
guerra. Andavano i figli della superba terra alla battaglia condannati dai
Superi a non ritornare mai più: Scipione lancia il cavallo là
dove la battaglia sembra un vortice che ingoia le schiere ed irritato dalla
strage dei suoi immola alle ombre dei caduti Labaro, Pado, Cauno e Breuco
trafitto da cento colpi e Laro che strabuzzando gli occhi aveva l'aspetto di
Medusa. Colpisce anche te, o pugnace Lepontice, il triste fato; mentre afferri
le redini e ti spingi innanzi ferocemente, alto in piedi quanto Scipione a
cavallo, il grave acciaio ti scende in mezzo alla fronte e declini sugli omeri
il capo diviso in due parti. Bato che voleva scioccamente difendersi con lo
scudo dai balzi del cavallo del condottiero è abbattuto da un calcio
sulla fulva arena e muore fracassato e deformato dallo scalpitare accorrente.
L'italico condottiero infuria per le turbate campagne come un turbine dacio che
innalza, sin dal profondo, vincitore tutto il mare Icaro, mentre i marinai ed i
rottami dei navigli fracassati galleggiano sballottati dalle vaste onde e le
Cicladi biancheggiano di spuma; Crisso vedendosi alle strette dispera ormai di
fuggire ed arma il suo cuore di disprezzo per la morte. L'orrida barba gli
rosseggia di macchie di sangue ed ha la bocca spalancata per la rabbia ed i
capelli bruttati di polvere. Assale Tario che combatte vicino a Scipione e lo
incalza con le armi. Lo coglie al fianco con la lancia e lo rovescia; una gamba
gli si impiglia nelle staffe ed il cavallo spaventato lo trascina penzoloni. Il
sangue che cola segna una lunga striscia per la campagna e la punta della
lancia tremante solca la polvere. Scipione lodando la morte dell'eroe si
prepara a vendicarne l'ombra generosa. Ecco, mille voci urlano, poiché
si appressa Crisso che egli non conosce. L'ira divampa violenta ed egli fissa
con avidi sguardi il nemico desiderato e carezza il collo del suo cavallo
animandolo e gli dice: "Fino ad ora non avemmo che battaglie volgari,
adesso, o Gargano, gli Dei ti chiamano a maggiori imprese. Guarda come quel
Crisso va superbo, va ed avrai in premio quella gualdrappa fiammeggiante di cui
il barbaro si fregia e ti prometto in dono anche il morso d'oro di lui!".
Quindi gridando sfida Crisso a singolare tenzone e quello acceso di uguale ira
non rifiuta. Le schiere ad un cenno indietreggiano a destra ed a sinistra,
lasciando in mezzo libero il campo. Crisso sembra Mimante, il figlio della
terra, quale apparve sui campi Flegrei e si armò alla rivolta e fu
terrore del cielo; gli escono dal petto rantoli di belva e più si adira
più leva tremendi ululi: "Non rimane dunque nella città che
fu arsa e depredata anima viva che ti dicesse qual è la forza di cui si
armano i figli di Brenno? Ebbene ora apprenderai!". Così disse e
gli lanciò contro una trave temperata al fuoco e nocchieruta che avrebbe
potuto sfondare le porte di una città. Fischia terribilmente ma lanciata
con troppo impeto va oltre il campo, di là dal vicino nemico. Ed allora
Scipione gli dice: "Ricordati di narrare alle ombre ed al tuo bisavolo che
sei caduto ben lontano dalla rupe Tarpea e che non ti fu concesso neppure di
mirare la cima del sacro Campidoglio”. Quindi galoppando avventa la
lancia spingendola a forza contro la gran mole dell'eroe. Essa entra nelle pieghe delle molte vesti e passa
la corazza di cuoio che è sotto e si conficca con tutta la punta nel
profondo petto. Le pesanti armi scrosciano cadendo sul terreno come il masso
che sulle rive del Tirreno lotta colle onde e le occulte procelle e precipita
dall'alto con grande frastuono in fondo al mare mentre mugghia Nereo e le onde
si aprono per il tonfo e gli si rinchiudono sopra con ira. Ucciso il
condottiero che era sola speranza ed unico loro ardimento i Celti fuggono. Come
il cacciatore, quando in vetta al Picano esplora i boschi ed affumica le
nascoste tane e le fiamme a poco a poco alimentano il fuoco che arde e fuma con
nera caligine, in alto roteando in dense nubi e poi si innalza ed in un attimo
il monte sfolgora da ogni parte, intorno tutto crepita e le fiere e gli uccelli
fuggono, e le lontane giovenche nella vallata tremano di paura. Magone quando
vede in fuga i Celti, fallito il loro primo assalto, il solo di cui stima
capace questa gente, chiama a battaglia le coorti ed i cavalieri della sua
patria. Da ogni parte avanzano, cavalli frenati e senza freno, ed ora sono gli
Italiani che rivolgono le briglie ed indietreggiano, ora sono i Libi che
retrocedono per paura: quelli girando a destra, gli altri a sinistra ora si
stringono con alternati galoppi in sol gruppo, ora si sciolgono con abile fuga.
In uguale modo quando i venti si urtano, Africo respinge il mare e Borea lo
risospinge e quindi con raffiche alternate fan correre a gara le ondate. Il
condottiero sidonio si avanza splendente di oro e di porpora e la Paura, il
Furore e lo Spavento lo accompagnano. Non appena agita la superficie lucente
dello scudo callaico e colpisce il campo con lo scintillio abbagliante, tutte
le schiere trepidano e fugge da loro la speranza, l'ardire e la vergogna di
volgere le spalle; non si curano più di morire gloriosamente, sognano
solo fughe e desiderano che un baratro le inghiotta. Come quando una tigre sbuca
veloce dalle giogaie del Caucaso, il gregge corre dagli aperti campi, impaurito
dall'aspetto furibondo, nei più vicini ricoveri. La belva dominatrice
erra per le valli deserte e contorcendo il muso mostra a poco a poco le zanne
che sembra maciullino la preda e si esercita alla strage non le fauci
spalancate. Né Metabo, né l'alto Ufente sfuggirono al condottiero
sebbene uno avesse ali ai piedi e l'altro spingesse il cavallo a tutta corsa.
Una lancia di frassino lucente spinse il primo all'Orco e l'altro con le gambe
rotte cadde e morì di spada e con la vita perdette la gloria degli agili
piedi. E morirono Stenio e Lauro e Collino cresciuto sui freddi argini e nelle
verdi grotte del Fucino ed abile nel traversare a nuoto il lago. Gli fu
compagno nella morte per un colpo di lancia Massico che era nato dalla sacra
vetta fertile di vigneti, e s'era nutrito alle tranquille fonti del Liri che
celando il suo corso s'ingrossa per le piogge e rasenta le silenti rive con le
splendenti acque. La strage infierisce e le armi non bastano all’ira, gli
scudi cozzano contro di scudi, i piedi calpestano i piedi e sopra le fronti gli
elmi ostili ondeggiando urtano gli elmi. Tre fratelli gemelli combattono
aspramente nelle prime file. La sidonia Barca sposa feconda dell'edeo Xantippo,
li aveva partoriti in mezzo alle armi. Inorgoglivano i cuori dei giovinetti al
ricordo delle Graie imprese condotte dal loro padre, dal glorioso nome di
Amicla, e le catene di cui un giorno fu da Sparta avvinto il collo di Regolo e
le altre antiche lodi. Figli di Sparta e di Xantippo ardevano tutti di provarsi
in guerra e desideravano di vedere i gelati vertici del Taigeto e pensavano di
tuffarsi, a guerra finita, nel paterno Eurota ed apprendere gli usi di Licurgo.
Ma un Nume impedì loro di entrare a Sparta, un Nume e tre fratelli
italiani, usciti dalle mura della spietata Ariccia e dalle altissime selve di
Egeria. Erano pari nelle armi e nel coraggio, ma l'implacabile Cloto non
permise loro nemmeno di vedere il lago e l'altare di Diana. Avvolti nel turbine
della mischia affrontarono Crizia, Eumaco e Xantippo che portava lieto il nome
del padre. Come i leoni si avventano contro i leoni a furibonda pugna e le
campagne arenose e gli abituri rimbombano di lontano dei ruggiti affamati ed i
Mori fuggendo precipitosamente nei più segreti antri si celano tra le
rupi e la sposa africana appende i figliuoli alle tumide poppe per quietarne i
vagiti, mentre le fiere sbuffano orribilmente e le ossa stritolate crocchiano
nelle bocche sanguinose e le carni palpitando lottano con i fieri denti,
così i tre figli dell'Egeria si lanciarono alla battaglia: l'animoso
Virbio e Capi ed Albano pari in armi. Crizia chinandosi atterra Albano
trapassandogli il ventre e l'infelice cadendo versa i visceri nel concavo scudo.
Quindi Eumaco assalta Capi che teneva con tutta forza lo scudo come incatenato
alle membra ma il tremendo acciaio con un solo colpo taglia con la cinghia la
mano sinistra che sebbene mozzata non cede, e cade a terra stretta miseramente
allo scudo. Morti quei due non restava che Virbio per l'ultima vittoria. Questi
fingendosi pauroso fugge e così uccide con la spada Xantippo e con la
lancia Eumaco. La doppia morte rese pari la battaglia ed i superstiti
trapassandosi a vicenda il petto con la spada posero fine con la vita alla
lotta sanguinosa. Felici voi che moriste uniti dall'amore della patria!
Fratelli simili a voi saranno sempre desiderati nei secoli e la vostra gloria
non si oscurerà mai se questi miei versi vincendo l'oblio giungeranno ai
più tardi posteri ed Apollo non mi negherà le sue grazie.
Scipione, per quanto può, trattiene con la voce i soldati sgominati per
la campagna gridando: "Dove andate con quelle insegne? Quale timore vi
toglie a voi stessi? Se tanto vi spaventa il pericolo e non avete coraggio di
combattere tra i primi rimanete dietro di me spettatori, ma senza paura. Questi
nemici, o soldati, sono figli dei nostri schiavi e voi fuggite? E dove? E una
volta vinti in che sperate? nelle Alpi? Roma coronata dalle sue mura turrite,
Roma stessa tende qui a voi le supplici palme. Già vedo i nostri figli
rapiti per le vie e scannati i nostri vecchi, ed estinti col sangue i fuochi di
Vesta. Stia lontano da noi tanta vergogna!". Così gridava e
divenutagli rauca la voce per tanto urlare e per la polvere densa, afferra
insieme le briglie con la sinistra e con la destra le armi ed oppone il largo
petto ai fuggiaschi e li minaccia, qualora non si rivolgano, con la spada
alzata. Il sommo Padre guardava la battaglia dall'alto dell'Olimpo e fu
commosso al pericolo del console generoso. Chiama il Gradivo e così gli
parla paternamente: "Se tu, o figlio, non corri a sostenere la battaglia
temo che questa sia l'ultima prova dell'eroe magnanimo. Togli dal campo il
guerriero che ardendo nell'ebbrezza del sangue dimentica se stesso. Arresta il
libico duce che insaziabile desidera più la morte del solo Scipione che
la strage dell'intero esercito. Inoltre guarda il giovinetto che affida alla
guerra il braccio gentile e vuole con l'opera sua sorpassare gli anni, ché
gli sembra di essere già adulto alle armi, guidalo ed ammaestralo. Siano
gloriose le prime prove del giovane e sia suo primo trionfo l'aver salvato il
padre". Così disse l'autore dell'universo. E Marte chiama il suo
carro di battaglia dalla terra Odrisia, afferra lo scudo che lancia orribili
splendori di fulmine e l'elmo che nessun Nume potrebbe reggere e la corazza,
grave fatica dei Ciclopi. Agita in aria la lancia abbeverata dal sangue dei
Titani e vola sul carro per la distesa campagna. Le Ire, le Eumenidi ed infiniti
volti sanguinanti per la morte, gli fanno atro corteo e la feroce Bellona
intenta a guidare la quadriga sferza i cavalli. Un'orrida tempesta si riversa
improvvisamente dall'alto cielo ed avvolge nereggiando la terra di nubi e di
vorticosi turbini. All'entrata del Dio si scuote e trema il regno di Saturno ed
i fiumi al cigolìo del carro fuggono dalle sponde e tornano alle fonti.
L'italico condottiero era stretto intorno dai Garamanti che volevano
consegnare, spoglie novelle, al duce tirio l'armatura del console e la testa di
lui sanguinosa. L'eroe fermo a non cedere al fato e incrudelito dalla strage
saettava intorno, con grande impeto, lance. Già le sue membra erano
bagnate e del proprio e del sangue nemico e squillando le trombe i Garamanti lo
incalzavano più da vicino con le frecce ed una ne lanciano che lo
colpisce con la ferrea punta. Il giovinetto, visto confitto lo strale nelle
membra paterne, impallidisce, e colto da un tremore improvviso bagna le guance
di pianto e manda alti lamenti. Tentò due volte, rivolgendo la destra
contro se stesso, di precedere il padre nella morte ed altrettanto Marte
rivolse le sue furie a danno dei Fenici. Ed ecco che il giovinetto si lancia
intrepido in mezzo ai dardi, tra le schiere e sembra Marte che si avanzi. La
folla subito indietreggia e in mezzo al campo si apre un largo passaggio.
Coperto dallo scudo divino abbatte da ogni parte soldati e sopra i corpi e le
armi dei caduti atterra quegli che scagliò la freccia ed immola dinnanzi
agli occhi del padre molte vittime gradite. Estrae ad un tratto il ferro
conficcato nel duro osso e solleva il padre, se lo carica sulle spalle e corre
via. A così nuovo spettacolo le genti rimangono stordite con la mano
sull'arco. Gli Africani feroci e gli Iberi fanno largo ritraendosi da ogni
parte. Amore così grande in così giovine età fa tacere
ammirato il campo. E Marte dall'alto del carro gli grida: "Tu, giovine
diletto, che atterrerai le torri di Cartagine e darai leggi all’Africa
non vedrai nella tua vita giorno più splendido di questo. Sorgi, o sacra
indole, o vera prole di Giove, avrai un giorno onori per grandissime gesta e
non mai per opera più bella". Così disse Marte e fece
ritorno alle eteree nubi ché il sole aveva compiuto il suo corso e le
ombre trattenevano nei ripari le schiere affaticate. Cinzia sospinta dai
cavalli di Febo discese con il carro e traendo nuovamente con sé le
ombre tra l'azzurro del cielo apparve, sulle spiaggie Eoe il roseo bagliore. Il
console stava pensoso e temendo i campi aperti perché propizi ai Fenici
si rivolse verso la Trebbia ed i colli. I giorni trascorsero velocemente in
marce affrettate ed in lavori faticosi e la passerella che ora servita a
traghettare le schiere italiche sciolta dai legami galleggiava nel mezzo del
fiume quando ecco che il Fenicio giunse alle rive dell'Eridano. Subito
tentò i guadi più facili e girando qua e là spiò
nei luoghi nascosti dove le acque stagnano più quiete, e tagliò
nei vicini boschi alberi per costruire zattere che servissero a traghettare i
soldati. Nel medesimo tempo giunge, chiamato, l'altro console che veleggiava
lontano lungo il trinacrio Peloro; figlio dell'inclita gente dei Gracchi, razza
generosa nobile in guerra ed in pace. I Fenici, imbaldanziti dalla lieta
fortuna, valicato anche essi il fiume, si accamparono sulla sponda ed il loro
condottiero andava gridando: "Forse che Roma aspetta il terzo console?
Oppure ha un'altra Sicania in armi? Or bene, le genti latine, i nipoti di Dauno
sono tutti qui! Ed ora vengano a patti con me i condottieri latini, ma tu o
misero vivi pure la vita che i tuoi nemici ti donarono sul campo e concedi
anche un'altra volta a tuo figlio la gloria di salvarti. L'ultimo giorno
fissato dal destino non lo vedrai in armi, è riservata a me la sorte di
morire combattendo".E così, gridando ardentemente, lancia una
leggera freccia e spinge i Massili sotto le trincee dei Romani e molestandoli
li provoca a battaglia. I soldati Romani disdegnano di essere difesi dalle
trincee e lasciano che le lance battano alle porte. Improvvisamente escono
fuori dal camminamento e dinnanzi a tutti corre il console, nipote non indegno
dei Gracchi. Il vento agita le piume dell'elmetto auruncio e sulle spalle gli
risplende rosso come sangue il mantello avito. Rivolge indietro lo sguardo alle
schiere e le chiama a gran voce e si apre un varco là dove la folla
nemica circonda i suoi guerrieri, come il torrente piomba fragoroso dall'alto
vertice di Tindo e precipita sui campi e trascina con gran fragore le rocce
divelte dal monte e schianta gli alberi e rapisce tutto quello che incontra,
fiere immani ed armenti, e la sonante onda spumeggia sopra le balze pietrose.
Non io certo, anche se mi si desse la gloria della lingua meonia ed il padre
Apollo mi largisse cento e cento voci, non io potrei narrare le stragi compiute
dal braccio del console gagliardo e quelle al contrario dal cieco furore del
Tirio. Questi uccide Murrano e l'ausonio condottiero Falanto, ambedue esperti
di guerra e rotti alle fatiche. Caddero l'uno di fronte all'altro. Murano era
del monte Ansuro nota1 procelloso e Falanto veniva dalle bianche onde sacre a
Tritone. nota2 Non appena apparve il console, fulgente nel manto maestoso,
Cupenco, benché mezzo cieco ed abile alla guerra per un occhio solo, gli
scaglia contro una lancia che si conficca tremolando nell'orlo esterno dello
scudo. Il console bollente di rabbia gli grida: "Audace, deponi quel tuo
aspetto feroce che ti splende sul volto orbo". E gli scaraventa con impeto
una freccia così ben diretta che gli trapassa con l'aguzza punta
l'occhio cieco. Ma non più leggero infierisce il figlio di Amilcare.
Atterra Vareno dalla bianca armatura; a lui infelice, Fulginia ara le ubertose
campagne ed il Clitunno asperge con la sua fresca corrente i prati popolati di
bianchi tori. Ma i Numi furono avversi e le vittime più belle furono
offerte invano al Tonante Tarpeio. Gli Iberi avventano agilmente ed i Mauri
corrono più veloci intorno mentre le frecce italiche e quelle libiche
oscurano a gara il cielo come una densa nuvola, ed il campo fino al fiume
è irto dei dardi lanciati e nella mischia non v'è luogo dove i
morenti possano cadere. Il cacciatore Allio venuto dai paesi di Dauno e dai
campi di Argiripa, nota3 caracollava sul dorso di un cavallo pugliese lanciando
con mano infallibile rozzi dardi nel folto della mischia. La pelle di un'orsa
sannitica gli faceva da irta corazza e l’elmo era difeso intorno da
vecchie zanne di cinghiale. Strepitava come se battesse antri e foreste e
perseguitasse belve sul Gargano. Ma il crudele Maarbale e Magone lo scorsero
nello stesso tempo e come orsi che si slanciano affannosamente dall'opposta
rupe contro un toro e strepitando nella contesa ognuno vuole nel suo furore la
preda tutta per sé, lanciarono entrambi uno strale contro il gagliardo
Allio. Il dardo mauro penetra fischiando in ambedue i fianchi e le punte si
incontrano scricchiolando nel mezzo del cuore così che non si sa quale
dei due l'uccise. Già le aquile romane vanno disperse qua e là
per il campo ed il Fenicio incalza le schiere trepidanti verso le rive
(miserabile cosa a vedersi) per sospingerle nel fiume. Ora le genti stanche
combattono una nuova lotta colle onde della Trebbia che alle preghiere di
Giunone si gonfia con funesti vortici. La terra cede ai fuggenti, si sprofonda
ed ingannevole li inghiotte. Invano puntano i piedi e tentano di tirarsi fuori
dalla melma vischiosa in cui tutto si sommerge. I guerrieri vengono tenacemente
trattenuti e la riva precipita trascinandoli e la infida palude li ingoia. Uno
si alza sullo sdrucciolevole pendio sopra l'altro per trovare una via, lottando
colle alghe minacciose ed inestricabili, dove poggiare il piede, ma entrambi
sdrucciolano, e cadendo si sprofondano. Quegli che crede, da esperto nuotatore,
di giungere in salvo e solleva l'alta persona ed abbranca sia pure a stento le
erbe vicine uscendo dal fiume, ecco che rapida una freccia sibila e lo inchioda
sulla riva. Altri disarmati avvinghiano il nemico colle braccia e dibattendosi
nel fango lo costringono a morire con loro. Mille aspetti di morte, in un
momento. Un ligure cadeva sulla riva e nella sua bocca lambita dal fiume
scesero con lunghi singhiozzi acque e sangue. Il bell'Irpino già si
stava salvando a nuoto ed era giunto nel mezzo del fiume e chiamava a gran voce
i compagni quando improvvisamente un cavallo furioso per più ferite e
trascinato dalle rapide onde travolge lui stanco e lo sommerge. Per maggiore
disastro apparvero ad un tratto, spinti nel fiume, gli elefanti che portavano
sulle schiene le torri. Essi si gettano nelle onde, come rocce staccantesi dal
monte urtano con i loro petti i gorghi e pesano sul fondo spumeggiante del
fiume. Impauriti al loro strano sembiante, gli eroi tentano l'avversa fortuna
ed il loro intrepido valore splende sul colle dopo un'aspra salita. Quindi
Fibreno, che non vuole morire senza gloria, dice: "Ora si vedrà chi
siamo. Il destino non vorrà che io muoia oscuramente travolto dai
vortici. Si proverà ora se vi è cosa alcuna al mondo che l'itala
spada non possa domare o la tirrena lancia trapassare". Così disse
ed ergendosi lanciò un fiero dardo nell'occhio destro di un elefante e
lo lasciò conficcato nella piaga. Al sentirsi trafiggere la belva emise
un barrito terribile, scrollò la fronte lacerata e sanguinosa,
sbalzò la guida e fuggì. Allora un nuvolo di lance e di frecce
gli piombò addosso da tutte le parti ed aumentò la speranza di
ucciderlo e nelle larghe spalle e nei rigonfi fianchi si moltiplicano le punte
e le piaghe. Lancia sopra lancia si configge nelle anche e nella nera schiena:
la selva che lo ricopre tentenna ad ogni scossa del gran corpo finché
scrollati nella lunga lotta tutti gli strali si abbatte ed ostruisce il guado
con la sua mole. Ecco che Scipione dalla riva opposta, nonostante abbia i
movimenti tardi per la ferita, scende nel fiume e fa strage inesorabilmente dei
nemici. Il fiume è coperto talmente di elmi e di corazze dei soldati
caduti e dei cadenti da sembrare senza acqua. Mazeo e Gestare caddero l'uno di
freccia e l'altro di spada e dopo di loro il cireneo Telone, disceso dai
Pelopidi. Scipione gli lanciò contro un giavellotto ghermito dal mezzo
della corrente e lo cacciò tutto dentro la bocca aperta quanto era lungo
il ferro sottile ed i denti stridettero al fiero colpo. Né dopo morti
hanno pace, la Trebbia travolge i cadaveri gonfi nel Po e il Po nel mare. Ed
anche tu, o Tapso, muori e senza onore di tomba! A che ti giovarono la dimora
delle Esperidi ed i boschi delle Dee dai biondi alberi che hanno tra i rami
frutti d'oro? La Trebbia si gonfiò sollevandosi dai profondi abissi,
spingendo i gorghi straripanti verso le sorgenti, si rimescolò tutta e
le onde vorticose mugghiando e strepitando sgorgarono in un nuovo torrente. A
tale: vista il condottiero italico acceso di maggiore ira esclamò "
O Trebbia, pagherai il crudele fio che ti meriti o, perfida! Voglio disperderti
in tanti rigagnoli per le pianure galliche; voglio toglierti anche il nome di
fiume ed otturare le tue fonti. Non potrai più versarti nel Po,
né raggiungerne le sponde. E che cos'è questa improvvisa rabbia
che ti ha d'un tratto tramutato in fiume sidonio?". Così minacciava
e l'acqua innalzandosi come un monte urta e si frange vorticosamente contro il
suo dorso. Il condottiero sta alto ed immoto contro l'infuriar delle onde e ne
sostiene lo scroscio con lo scudo. Il turbine gli stringe la schiena e spruzza
d'acqua e di schiuma la cima dell'elmo. Non è più lecito tenere i
piedi sul solido ed il fiume fa disparire terra e guadi; i sassi trascinati
mandano da lontano un suono rauco mentre destate dall'ira del loro Dio le onde
combattono furenti ed il fiume non ha più rive. Allora sollevando la
testa coronata dall'umido crine delle verdi canne, il Dio così disse:
"Minacci forse nuove pene? E' vuoi superbamente, nemico dei miei regni,
distruggere ancora il nome della Trebbia? E quanti corpi non trascino, trafitti
dalla tua mano? Impedito dagli elmi e dagli scudi delle tue vittime, uscendo
dall'alveo ha perduto l'antico corso. Guarda come le profonde acque ritornano
alla fonte rosse di sangue! E tu cessa o porta con te le stragi sui vicini
prati”. Vulcano nascosto in una densa nube accanto a Venere guardava
dall'alto ogni cosa. Scipione levando al cielo le palme si lamenta: " O
patrii Numi che tutelate la dardania Roma, mi voleste dunque salvo or ora in
così grande battaglia per serbarmi tale morte? Apparvi forse indegno, ai
vostri occhi, di morire per mano di un forte? Restituiscimi, o figlio, ai
pericoli ed al nemico. Possa morire da soldato ed onorare morendo la patria e
il fratello!". Venere fu commossa da tali parole, e sospirando armò
contro il fiume l'indomita potenza del marito. Il fuoco arde intorno sulle rive
e distrugge violentemente le ombre per tanti anni nutrite dalle acque. Tutti i
cespugli ardono ed il Dio si applica vincitore alle foreste ed infuriando
crepita. Già pini, abeti ed ontani hanno le chiome bruciate e dei pioppi
non rimangono che i tronchi, e gli uccelletti ospiti dei rami vagano per
l'aria. La fiamma distruggitrice secca le più profonde acque e mentre
brucia, coagula ed asciuga il sangue sulle sponde. Oltre, per i campi, la terra
arida si spacca e tutto si divalla ed alte si levano le faville dai profondi
stagni. Il padre Po si stupì che l'eterna corrente si fosse fermata
all'improvviso e le Ninfe empirono di grida di dolore e di spavento, i profondi
antri. Tre volte tentò di sollevare dalle onde il capo bruciacchiato e
tre volte Vulcano gli scagliò un tizzone e lo fece sommergere nei gorghi
fumanti e tre volte furono arse le canne che egli aveva per chiome. Solamente
dopo lungo supplicare furono accolti i suoi voti e ottenne di rimanere fra le
antiche rive. Scipione infine richiamò dalla Trebbia le stanche coorti
ed insieme a Gracco poté ritirarsi su di un colle fortificato. Il
Fenicio rese massimi onori al venerato fiume e gli innalzò molti altari
di gramigne e non sapeva quali maggiori imprese preparava il cielo e quali
lutti il Trasimeno. Flaminio aveva poco prima sconfitto i Boi, ma non era stata
certo gloria difficile lo, sconfiggere una gente dall'animo fiacco e povera.
Ben altra fatica è il combattere con il tiranno tirio. E proprio lui,
che era stato generato sotto sfavorevoli auspici, era ben degno dei danni
futuri. La saturnia figlia per affrettare la rovina d'Italia usciva a capo del
già scosso impero. Ed il primo giorno che egli ebbe il supremo potere
della patria e l'esercito fu sono il suo comando apparve simile ad un marinaio
novizio posto al comando di un legno disgraziato ed ignorando l'arte del
navigare compie quanto non possono i venti contrari e la nave divenuta zimbello
delle tempeste erra travolta dai gorghi e la mano dello stesso pilota la spinge
sugli scogli. Arma dunque l'esercito e lo conduce al paese dei Lidii, dimora di
Coríto consacrata sin dall'antico, verso i coloni che hanno sangue
Meonio misto all'italico sin dall'antico. Il Fenicio ebbe prontamente notizia
dal cielo di queste mosse che dovevano dargli tanta gloria. Ogni cosa era
immersa nel sonno ed erano sopite nell'oblio le affannose cure quando Giunone
tramutatasi nel Dio del vicino lago e coronata l'umida fronte e la chioma con
pioppo agita per improvvisi pensieri il capitano che dorme e lo desta con
solenne richiamo: "Tu felice nella tua gloria, Annibale, cagione di pianto
ai Latini, tu che se l'Ausonia fortuna volesse avresti un giorno un seggio tra
gli Dei, perché indugi? E' breve il tempo in cui la fortuna sorride e
non indugiare. Il sangue di cui facesti voto a tuo padre giurando guerra al
Lazio ora lo verseranno tutto le itale genti e l'ombra di tuo padre sarà
placata. Vincitore, mi renderai i dovuti onori poiché io sono quel lago
che è cinto intorno da alti monti ed da ombrosi guadi, dove dimorano le
genti discese da Tmolo: sono il Trasimeno". A tali voci subito conduce
velocemente le schiere rincuorate dal presagio per gli alti monti. L'Appennino
aveva allora le ripide balze orride di gelo, l'Appennino che innalza
superbamente al cielo la fronte coronata di pini. Gli alberi sono ricoperti di
alta neve e le cime delle giogaie si ergono bianche per le nevi ammucchiate.
Ciò nonostante Annibale, cui sembra vana la gloria di poc'anzi se un
monte qualsiasi ritarda chi ha varcato le Alpi, avanza ugualmente. Le schiere
salgono di rupe in rupe i nuvolosi vertici. La pianura è tutta sommersa
ché le nevi disciolte e straripanti stagnano in paludi melmose e
malagevoli. Il condottiero che fra tante asprezze va innanzi a capo scoperto
è colpito dal gelido vento ed uno degli occhi gli cola in umore
giù per le gote. Né si cura di rimedi, ogni pericolo gli sembra
da nulla pur di giungere al momento desiderato della battaglia ed intento
soltanto ad affrettare la marcia non risparmia l'onore della fronte. Darebbe
anche qualsiasi altro membro se ve ne fosse il bisogno a prezzo del trionfo e
si contenta di quanta luce gli è sufficiente per vedere vittorioso la
rupe Tarpea e ferire da presso i petti italici. Per così aspri luoghi
giunsero alfine al lago desiderato dove egli avrebbe fatto con le armi aspra
vendetta dell'occhio perduto. Ecco che i Senatori mandati da Cartagine giungono
al campo apportatori di non liete novelle. Una grave ragione li aveva spinti al
viaggio. Si costumava nella città fondata dalla straniera Didone di
placare i Numi col sangue ed offrire (o nefandezza!) sopra gli altari ardenti i
pargoletti. Le vittime miserande venivano ogni anno estratte a sorte ed il
sacrificio si compiva secondo i riti di Diana Toantea. Ora Annone, antico
nemico, voleva immolare al Dio il figlio di Annibale. Ma potevano maggiormente
nei cuori le ire paurose del condottiero in armi: appariva loro gigantesco il
fiero aspetto del padre. Con l'aspetto stravolto e scapigliata Imilce accresce
le paure ed assorda la città con le sue grida. Come nell'orgia triennale
l'edonide corre sulle cime del Pangeo e spira dal petto il racchiuso Bacco,
così essa ardendo grida fra le tirie madri: "Ohimè marito,
in qualunque parte del mondo tu stia guerreggiando, trai qui le insegne; il
nemico più crudele e più vicino è qui. Tu ora forse stai
sotto le mura della città dardanica e ribatti intrepido con lo scudo le
aste lanciate e sfolgorando getti una tremenda fiaccola entro le case del
Campidoglio, ed intanto il primo e l'unico tuo figlio nel seno della tua patria
viene trascinato agli altari infernali. Distruggi pure col ferro e col fuoco i
Penati italici, valica inaccessibili vie, rompi gli accordi che furono giurati
su tutti gli Dei, ecco come ti ricompensa Cartagine, ecco come ti rende i primi
onori. E' forse pietà insanguinare i templi? Ah! ragione prima delle
colpe degli sventurati mortali è l'ignorare la natura degli Dei. Andate,
implorate giustizia con preghiere ed incensi. E cessino gli orridi riti
sanguinosi, che gli Dei sono elementi e di natura simile a quella dell'uomo. Vi
basti vedere immolati sugli altari gli armenti, poiché se credete
fermamente che gli Dei desiderino una colpa offrite vittima dei vostri voti me,
non il figlio, me che lo getterai! E perché toglieremo alla Libia tanto
figlio? Che forse non sarebbero degne di maggiori lacrime le Egadi ed il potere
dei Fenici sepolto nel mare qualora questi annunci di morte spegnessero il
sublime valore di mio marito?". I Senatori incerti fra il timore degli Dei
e quello degli uomini furono resi prudenti da tali lamenti ed al condottiero
stesso concessero la scelta di onorare i Numi o di interrompere la guerra. Ed
Imilce è là tutta presa di paura e di orrore e quasi impazzita teme
il rigido cuore del magnanimo marito. Il condottiero udì attentamente
ogni cosa poi disse: "Che cosa ti deve di così grande Annibale che
lo pareggi ai Numi, e quale premio troverò degno di te, o madre
Cartagine? Combatterò giorno e notte ed i tuoi templi avranno dall'italo
Quirino molte ed opime vittime. Ma sia salvo mio figlio e divenga erede della
guerra e delle armi. O figlio, mia speranza, sola salvezza un giorno delle cose
dei Tiri contro l'Esperia minacciosa, ricordati di perseguitare con le armi, in
terra e in mare per tutta la vita, i nipoti di Enea. Orsù affrettati, la
via delle Alpi è aperta, compi la mia opera. E voi, Dei della mia
patria, dagli altari bagnati dal sangue delle offerte e venerati con terrore
dalle madri dirigete lieti costà con tutta l'anima gli sguardi;
costà vi preparo vittime ed eccelsi altari. Tu, Magone, occupa ora la
sommità del monte di fronte, tu Coaspe rimani qui a sinistra dei colli,
mentre Sicheo vada nei valichi più stretti, nelle forre. Ed io,
aggirandomi veloce, o Trasimeno, ti scorrerò con i cavalli agili ed
andrò cercando intorno libagioni di guerra per i Numi. .Il Dio mi
promette chiaramente grandi cose e quanto a voi, messaggeri, è dato di
vedere, tutto riferite in patria".
V - Le alture etrusche erano accerchiate da soldati nascosti ed
Annibale si era posto insidiosamente nel folto delle boscaglie. A destra si
stendevano i flutti stagnanti del grande lago immoto come un mare ed i luoghi
interni erano ricoperti di fango. Questo lago che fu anticamente regno di Fauno
d'Arno col volgere degli anni prese il nome di Trasimeno. Il meonio Tirreno
onore del Tmolo che approdò all'Italia dai lontani mari con la gente
lidia diede questo nome al territorio e fu padre di costui. Per primo egli
insegnò ai popoli che l'ignoravano a suonare la tromba e per primo ruppe i freddi silenzi delle
battaglie. Tirreno ambiva grandi cose ed educava il figlio ad imprese gloriose,
ma Agille si innamorò di Trasimeno che era così bello da poter
gareggiare con i Numi e superarli e senza alcun pudore lo trasse dalla riva
conducendolo seco nel profondo. La ninfa s'accendeva alle idalie saette e
facilmente si innamorava dei bei giovani. Le Naiadi nei verdi e profondi antri
consolarono il giovine che tremava agli amplessi nei regni dell'onda. E quindi
in pegno e testimonianza di queste nozze lascive, il lago è chiamato,
per quanto è grande, Trasimeno. La notte rugiadosa stava già per
toccare con il carro la sua oscura meta e non era ancora uscita dal talamo la
sposa di Titone, ma stava scintillante sulla soglia; ed era l'ora in cui il
viandante affermerebbe che la notte è trascorsa prima che, rinasca il
giorno, quando Flaminio andando innanzi alle insegne si avventura per vie
pericolose e dopo di lui si accalcano i cavalli disordinatamente e la fanteria
si avanza alla rinfusa, misti i pedoni ai cavalli e la folla dei vivandieri
inutili nella battaglia. Correvano alla pugna facendo un tumulto malaugurato
come di chi fugge. Inoltre una folta nebbia levandosi dal lago aveva avvolti i
miseri impedendo loro con il cieco fumo la vista, ed il cielo fra le nubi era
coperto da nera notte. Ben riuscì l'inganno dei Fenici. Annibale stette
fermo con le armi tranquille né impedì al nemico la marcia. La
via è aperta e la lunga ripa, tra poco fatale, si schiude incustodita
come in pace. Ma varcate le forre erano tratti in agguato nella stretta, via
ove una doppia morte li attendeva tra le rocce ed il lago che li circondava. Il
nemico imboscato sulla vetta del monte spiava il loro arrivo, pronto ad
ucciderli durante l'inutile fuga, come il pescatore sagace che tesse sulle onde
cristalline una leggera rete di giunchi dalle ampie aperture e ne annoda con
arte il rovescio stringendo man mano nel mezzo i vimini aguzzi impedendo
così ai pesci, che erano entrati facilmente nelle onde, l'uscita dalla
cesta. In questo tempo il console, che aveva perduto il senno a tanto
precipitare del destino, fa levare improvvisamente le insegue. I cavalli del
sole uscendo fiammeggianti dalle onde avevano diffuso il giorno e la luce aveva
messo in fuga con il rinnovarsi del giorno le tenebre e le nebbie abbassandosi
svanivano, ed il cielo si rasserenava. Quindi l'uccello che, sin dai tempi
antichi, i popoli latini sono soliti, prima di muovere in campo, guardare per
conoscere l'esito delle armi, disdegnando il cibo fuggì via gridando.
Più a lungo il toro mugolò lamentosamente dinnanzi gli altari e
barcollando fuggì con nel capo confitta la scure. E mentre i soldati si
affaticano a svellere le insegne dalla terra smossa sprizza loro contro nero
sangue. L'insanguinato grembo della madre terra fu atro presagio del futuro
strazio degli infelici. Inoltre il Padre dei Numi scosse con tuoni terre e mari
ed avventò sulle tirrene onde del Trasimeno le folgori tolte alle
officine dei Ciclopi e brillarono le acque e fumarono intorno gli stagni
aperti. Vani ammonimenti. Le Parche non si trattengono con prodigi, ed i Numi
lottano invano contro il Destino! Ecco che Corvino, oratore egregio e di
illustre nome che a ricordare le imprese gloriose degli avi aveva scolpito
sull'elmo l'uccello d'oro di Febo, pieno del Nume che lo ispira ed agitato dal
terrore dei compagni, così dice unendo i consigli alle preghiere:
«Per le fiamme di Troia, per la rupe Tarpea, per le mura patrie, o
console, ti prego e per i nostri diletti figli il cui incerto destino dipende
da questa battaglia, cedi ai Numi ed attendi momento più propizio. per
combattere. Gli Dei stessi ti indicheranno il tempo ed il luogo opportuno alla
battaglia. Non ti dispiaccia attenderli. Quando verrà il momento di
portare stragi alla Libia allora le insegne non resisteranno allo sforzo delle
braccia, l'uccello godrà tranquillo dei cibi e la terra pietosa per noi
non stillerà più sangue. Ignori forse, tu, che sei esperto nelle
armi quanto può in questo luogo l'avverso destino? Il nemico, è
vero, ci si accampa di fronte, ma i colli ci minacciano ai fianchi insidiose
imboscate. Il lago è a destra, ed a sinistra non vi è scampo
perché la via che scende dal monte è angusta. E se tu vorrai
giocare d'astuzia e differire la battaglia, Servilio che ha potere uguale al
tuo ed uguale numero di soldati verrà qui a marce forzate. Bisogna
combattere anche con l'astuzia, poiché l'essere soltanto valorosi non
basta ».Così disse Corvino e ciascuno dei capi parlò a
vicenda supplichevole, ed ognuno commosso da diverso timore o prega i Numi che
siano favorevoli a Flaminio o Flaminio perché non si ostini a mostrarsi
superbo di fronte ai Numi. Il comandante a tali preghiere si adirò
sempre più ed udendo che sarebbero giunti gli aiuti esclama: « Vi
sembrai forse così pusillanime quando discesi a disperdere i Boi, la
razza maledetta delle tremende orde, piombate sopra l'Italia per cui la rupe
Tarpea tremò nuovamente? Quanti dei mostri nati dall'ira della terra e
tali che un solo colpo non era sufficiente a toglierli di vita, non uccise il
mio braccio? Lunghi sui campi giacquero i corpi smisurati e le ossa immani
premono ancora la terra. Ed ora unisca Servilio le sue tardive armi a questa
gloria e che io non possa conquistarmi che metà della vittoria e debba
rimanere contento di stare a parte dell'onore. Gli Dei ammoniscono? Non
immaginate gli Dei simili a voi che vi spaventate, per il suono delle trombe!
Nelle battaglie è la spada l'augurio necessario ed è bello e
degno di un soldato di Roma il presagio che egli porta nel braccio armato. Vuoi
tu, Corvino, che un console rimanga pigro, chiuso nelle trincee? Ed intanto il
Fenicio si impadronisca delle alte mura di Arezzo, distrugga la rocca di Corito
nota1 e senza colpo ferire passati i valichi di Chiusi si diriga verso Roma? Il
timore dei prodigi è vergogna sul campo; i combattenti non hanno
nell’anima altro Dio che il valore. Nella oscura notte io mi vedo vagare
intorno le ombre dei generosi insepolti che la Trebbia travolge e che sono
trascinati nella corrente del Po». Flaminio così dicendo in mezzo
a loro si cingeva delle inesorabili insegne e delle ultime armi. L'elmo era
guernito di bronzo e della fulva pelle di foca, e ognuno dei tre cimieri
ondeggiava di crini Svevi, sulla sommità si innalzava Scilla che,
rapinando i resti delle navi infrante, caninamente rabbiosa spalancava le gole.
Era esso nobile spoglia di Gargeno, il re dei Boi, ucciso. Flaminio s'era posto
in capo l'elmo inviolabile che superbamente portava in ogni battaglia.
Indossava la corazza rilucente d'oro e delle maglie di acciaio ribattuto.
Imbracciava lo scudo che fu rosso un giorno di sangue celtico. Vi era su
scolpita la lupa in un fresco antro che lambiva come se fosse sua prole un
fanciullo e nutriva lui illustre figlio di Assaraco. Si cinge al fianco la
spada e con la destra impugna la lancia. Il cavallo è pronto e morde
scalpitante il morso bianco di bava ed ha sul dorso la pelle variopinta di una
tigre del Caucaso. Flaminio lo monta e per quanto lo concede la via
strettissima si rivolge a questi e a quelli infiammandoli tutti del suo ardore:
“Vostra è la fatica, vostra, o soldati, la gloria di portare per
le vie di Roma conficcata sopra una lancia la testa del condottiero fenicio. La
sua per tutti. E ciascuno si esorti da sé stesso. Mio fratello giace
là sulle sponde del Ticino, mio figlio senza onore misura l'alto letto
del Po. Così risvegli ciascuno il proprio dolore e chi per questo non
diviene furibondo, il dolore comune della patria gli susciti in petto ire
supreme. Si aprirono le Alpi, Sagunto cadde orribilmente e colui che
passò delittuosamente l'Ibero ora lo vedete sul Tevere; e mentre invano
l'augure vi trattiene e il bugiardo aruspice che interroga tessuti e visceri,
non manca altro che egli si accampi sul Tarpeo». Così dice furente
e così grida ad un guerriero che in mezzo alla folla dell’esercito
si stava rassettando l'orrido elmo. «Orfito, ebbene la battaglia è
tua gloria. Chi porterebbe a Giove sorridente le spoglie opime appese al
cadavere sanguinoso? Quale braccio vi è più degno di tale
vanto?». Sprona il cavallo e frattanto ode una voce a lui già nota
nelle battaglie che esclama: « Mi ti annunzia da lunge il tuo grido di
guerra, o Murrano. Già ti vedo infuriare tra i Tiri. Quanta. gloria ne
avrai! Ma frattanto apriti colla spada un varco fra queste angustie».
Quindi riconosce Equano nato sul Soratte, prestante di corpo e d'armi. Quando
il pio arciere raccolti i pini li bruciava, egli, tre volte nei campi paterni,
aveva portato tra le fiamme innocenti i devoti visceri per cui Flaminio gli
disse: «Così tu possa sempre calpestare incolume i fuochi di
Apollo e vincitore delle fiamme porgere a Febo rasserenato i solenni doni.
Orsù, divampi, o Equano, simile alle imprese ed alle tue ferite la
febbre di battaglia. Seguimi nelle stragi e con te irromperò tra le
falangi dei Marmaridi e sconfiggerò le torme dei Cinifii ».
Sprezza ormai ogni voce ed ogni consiglio ed indugio per la battaglia che
sarebbe stata di eterno affanno per gli Eneadi. Le trombe danno il seguo ferale
e l'aria risuona di orrendi clangori. Oh! dolore! Oh lacrime non ancora tardive
dopo secoli! Non reggo a raccontare lo strazio quale fu e pure vedo il Fenicio
condurre in campo i suoi. Dai colli ove sono nascosti, gli Asturi, i Lidii, ed
i temuti frombolieri delle Baleari escono in furia e le torme dei Garamanti,
dei Nomadi, dei Macei si slanciano ed i Calabri che per primi offrono nelle
guerre il loro braccio mercenario ed i Vasconi che sdegnano di coprirsi il capo
con l'elmo. Di qua le rupi scoscese di là il lago; da ogni parte frecce
e gridano da ogni parte le infinite coorti Afre di colle in colle. Gli
Déi rivolgono lo sguardo e cedono al destino che è più
possente. Lo stesso Marte è meravigliato per la fortuna del tiranno
libico e Venere, le chiome disciolte, piange. Apollo ritorna in Delo e quieta
l'affanno faticoso con il lamento della sua cetra. Giunone soltanto seduta in
cima all'Appennino guarda, con cuore che non trema, le orride stragi. Appena
vede Annibale e le sue genti precipitarsi, come turbine da una nube squarciata,
la coorte picena si avanza per prima e scompigliando furiosamente i vincitori
pregusta la vendetta della fine imminente. E poiché non spera nulla e di
nulla ha timore quieta le proprie ombre con anticipate vittime Con ardire
concorde scaglia impetuosa un nuvolo di frecce sopra i Libi che respinti
calano, sotto il peso dei curvi giavellotti, gli scudi forati. Ma subito
insorgono più violenti in cospetto del duce furibondo ed incoraggiandosi
l'un l'altro premono con i petti i petti dei nemici. Bellona con le bionde
chiome stillanti sangue al vento corre agitando la fiaccola qua e là fra
le file. Dal feroce seno della tartarea Dea sgorga un mormorio di morte e la
tromba orrida con un suono mortale squilla intorno ed incita le anime ebbre alla
strage. La sventura è esca al furore, poiché nella sfortuna il
disperare della salvezza è stimolo acuto. Il Dio è favorevole a
quelli che usufruiscono del favore di Marte e loro sorride già lieta la
vittoria. Laterano, accecato dal desiderio del sangue, mentre avanza facendosi
largo tra i nemici è veduto da Lentulo combattere disuguale battaglia in
mezzo ai Libi, e troppo avido di guerra sfidare il destino. Lentulo che era
come lui nel fiore dell'età gli si precipita in aiuto e trapassa con la
lancia il fiero Baga che già lo minacciava da presso alle spalle, ed
accompagna l'amico nell'aspra prova. Ecco entrambi alzano le armi nello stesso
tempo ed ondeggiando gli elmi brillano di una sola luce. Contro di loro si
spinse per caso Sirtico (e chi avrebbe osato affrontarli di proposito che non
fosse già consacrato dal Dio degli abissi alla notte stígia?)
mentre carico di roveri schiantati scendeva a corsa dal monte. Squassa
ferocemente uno dei rami nodosi pensando di ucciderli ambedue: «Non vi
sono qui le Egadi, o giovani, né avete qui la spiagge insidiose per i
naviganti ed il mare sconvolto da strane burrasche non vi dà vittoria
senza guerra. Voi che vinceste un giorno sul mare saprete ora quello che vale
il guerriero libico a terra. L'impero sia dei più forti». E gridando
muove all'assalto ed è sopra Laterano con il pesante albero schiantato.
Lentulo sbuffa d'ira ed esclama: « Salirà prima il Trasimeno alle
cinte dei monti che tu sparga con questo ramo nobile sangue ». Si china
contro di lui ed a forza gli trapassa il fianco. I combattenti dall'altra parte
non sono meno accesi ed inferociscono in mutue stragi. Nereo cadde ucciso dal
grande Ierte e tu cadi, o generoso Volunce, per mano di Rullo. Tu così
ricco di campi! E non ti valse il pesante oro riposto negli scrigni, né
la casa che splendeva tutta per i patri avori, né le castella che
possedevi. A che giova quello che si è rubato? E perché ardono i
mortali per inestinta sete d'oro? Quegli che la fortuna serena ricolmò
di ammassate ricchezze e di opimi doni il nocchiero tartareo lo trascina muto
sulla sua zattera. Il bellicoso Appio pieno di ardore giovanile si apre la via
nella mischia e dove si richiede sublime valore, dove nessuno ardisce spingersi
quivi egli cerca gloria. Ora gli viene incontro Atlante, l'ispano Atlante
venuto dalle ultime spiagge dell'Iberia. Gli getta contro uno strale, ma questi
sfiora la fronte che si tinge appena del nobile sangue. Appio minaccia urlando
e saettando con lo sguardo torvo e stermina furibondo la turba che lo circonda.
Il sangue bagna nobilmente le membra guerresche uscendo dalla ferita nascosta
sotto l'elmo. Come la colomba se ne vola tutta spaventata se vede fra le nubi
uno sparviero e come trepida una cerva se una tigre Ircana l'insegue,
così si spaventa l'ispano e pensa di nascondersi dietro i suoi, simile
ad una lepre che si rifugia tra i cespugli allorché scorge l'aquila che
librandosi nell'aria piomba volteggiando. Appio con un solo colpo gli recide di
netto il capo ed il braccio levato in aria ed imbaldanzito dal successo insegue
altri nemici. Isalce cinifio stava là nel mezzo armato di scure
splendente. Avrebbe dovuto essere genero di Magone e per desiderio di gloria
ardeva (misero!) di ingaggiare battaglia sotto gli occhi di lui,
inorgogliendosi invano della
fenicia sposa e delle nozze inutilmente fissate per la fine della guerra. La
violenta ira di Appio si rivolge tutta contro di lui. Mentre gli leva con forza
sul capo la pesante scure, quello alzandosi gli cala mi fendente sull'elmetto;
ma troppo debole per così grande impeto la spada s’infrange
rimbalzando sul bronzo cinifio. Parimenti Isalce sfiora appena con il colpo
inutile lo scudo di Appio. Appio allora anelando gli scaraventa addosso un
sasso che mai avrebbe sollevato da terra se il furore non gli avesse raddoppiato
le forze. Il gran masso coglie Isalce alle spalle ed atterrandolo lo schiaccia
con il suo peso. Il suocero che combatteva vicino lo vede a terra e gemendo
bagna di lagrime la visiera. Rapido si slancia. Le nozze pattuite e gli attesi
nipoti lo accendono d’ira. Si appressa e con lo sguardo misura il corpo
immane del guerriero, l'ampio scudo ed il vivissimo balenare dell'elmo
trattiene per un poco l'ira di lui. Proprio come il leone che, disceso
precipitosamente dalle oscure spelonche alla campagna, se scorge vicine le
orride corna del toro sebbene lunga fame lo tormenti si accoscia ed ora ammira
feroce i muscoli gonfi sul collo ora lo splendore degli occhi sotto l'irta
fronte e lo vede appressarsi sollevando con i piedi alta la sabbia e preludendo
alla battaglia. Appio lanciando per primo un dardo esclama: « Se ti muove
pietà non rendere vani gli accordi e suocero fedele segui tuo
genero». Il dardo trapassa il cuoio ed il bronzo durissimo conficcandosi
nel braccio sinistro. Magone furibondo non risponde parola, ma soppesa la
lancia dono memorabile del grande fratello. Quegli l'aveva tolta sotto le mura
di Sagunto a Durio e l'aveva donata al fratello perché la portasse in
battaglia nobile pegno di grande prova. L'asta poderosa lanciata con tanto
impeto di dolore colpisce a morte trapassando la visiera ed il volto. Egli
tenta di strapparsi il ferro ma le mani gli cadono esangui sulla ferita. Giace
Appio glorioso, gran parte della rovina d'Italia, sui campi meonii ed al suo
cadere il Trasimeno tremò e ritrasse le acque dalle rive. Morendo morde
con i denti insanguinati la lancia e manda l'ultimo respiro. Né destino
migliore ebbe Mamerco che con il corpo trapassato da mille punte paga il fio
dell'ardire. Egli si era spinto in mezzo alla coorte dei Lusitani ferocemente
ardenti nella pugna e di là, ucciso un alfiere, correva traendo
l'insegna pesante che gli aveva tolta e chiamava i suoi compagni trepidanti. Ma
la schiera nemica indignata per così bello ardire quante frecce ha per
le mani e quante ne sono sparse al suolo tutte le scaglia contro di lui
così che nessun corpo fu mai trovalo con tante frecce conficcate nelle
ossa rotte. Frattanto il condottiero libico adiratosi per la ferita del
fratello, accorre, e scorgendo il sangue che gocciola chiede angosciato a Magone
e ai vicini come la freccia lo avesse colpito o di fianco o di punta e se si
fosse tutta conficcata. Non appena sa che il colpo, che egli temeva mortale
è lieve, difendendolo con il suo scudo lo conduce fuori del campo e lo
ricovera al sicuro lontano dalla battaglia negli alloggiamenti. Di poi richiede
prontamente al vecchio Sinalo la sua opera medica. Costui era esperto
più di ogni altro nell'ungere le ferite con succhi di erbe e trarre il
ferro dai corpi con incantesimi ed addormentava i serpenti col solo tocco ed
era famoso per le città della Sirte Paretonia nota2. Il vecchio Sinalo
aveva appreso anticamente questa arte da Ammone garamantico e risanava i morsi
delle belve e leniva le gravi ferite delle frecce. Di poi morendo
insegnò al figlio i celesti doni ed il figlio trasmise all’erede
l’arte onorata del padre; finché successe loro Sinalo di non minor
fama che accrebbe con solerte amore le dottrine garamantiche ed annovera tra i
molti antenati l'antico compagno di Ammone. Egli arreca prestamente con la mano
leggerissima i rimedi e, con la veste com'è d'uso ripiegata ai lombi e
succinta, lava la piaga del sangue e la medica. Ma Magone ripensando alle
spoglie del nemico ucciso consolava con i detti il cuore del fratello e lodava
l'avvenimento: « Non temere, o fratello, Appio giace spinto fra le ombre
dalla mia lancia e tu non potrai recarmi medicina migliore. E se morrò
mi basta l'aver compiuto questo e seguirò lieto fra le ombre il
nemico”. Mentre così turbati i condottieri stavano
all'accampamento lontano dal campo il console da un'altura aveva veduto il
Fenicio che si allontanava entrando in fretta negli accampamenti. Si slancia
furioso e sgominati i vicini trepidanti si apre affannosamente le fila
già scomposte per improvvisa paura e chiesto con grida feroci il cavallo
si precipita all'assalto in mezzo alla vallata. Come quando Giove rovescia
sulla terra un torrente impetuoso e crepitante di grandine e saetta di folgori
i monti Ceraunii e le Alpi tremano insieme alla terra ed il mare ed il cielo e
lo stesso Tartaro per tanto clamore si scuotono, così con impeto
improvviso piomba quella rovina sui Fenici storditi che vedendo il console
sentono un freddo brivido per le ossa. Egli irrompe nel folto delle schiere e
con la spada si apre largo cammino. L’ira di Marte scoppia con mille voci
ed il suono ne colpisce persino la dimora dei Numi. Come quando con la rabbiosa
Teti il padre Oceano flagella l'erculea Calpe nota3 e il mare sconvolto batte
colle risonanti onde sui corrosi fianchi del monte; allora gemono gli scogli e
le onde che si infrangono contro le rupi rimbombando fino nella terra
sterminata e Tartesso l'ode e da lontano l'ode anche l'Iseo, diviso da infinita
distesa d'acqua. Bogo cade innanzi a tutti colpito la uno strale silenzioso,
Bogo che sulla rive malaugurate del Ticino aveva lanciato per primo la rapida
lancia contro i Rutuli. Egli ingannato dal vano augurio del volo degli uccelli
sperava lunga vita e numerosi nipoti, ma a nessuno è concesso
allontanare la meta prefissata dalle Parche con auguri. Cade rivolgendo al
ciclo gli occhi insanguinati e chiede ai Superi i promessi anni della
vecchiaia. Né è concesso a Pagaso il gloriarsi di avere ucciso
senza alcuna offesa Libone sotto gli occhi di Flaminio. Libone era nella prima
gioventù orgoglioso per l'alloro degli avi, ma la spada del Massilo
aveva troncato con la morte i fiorenti anni ed il bel capo. Ma non invano egli
con l'ultimo sospiro supplicò vendetta da Flaminio, ché il
console mozza rapido il capo al nemico e Pagaso muore della stessa morte di cui
superbo vincitore aveva dato crudele esempio. Qual Dio, o Musa, potrebbe dire
degnamente di tante morti e lamentare con degno carme così grandi ombre?
I giovani fiorenti gareggiano nel morire con maggior gloria ed il furore
ardente nei petti trafitti e gli eroi compiono negli estremi momenti inclite
prove. I nemici si atterrano tra di loro con poderosi urti e non uno pensa alla
preda ed alle spoglie. Solo la rabbia di sterminare li incalza finché il
condottiero libico si attarda negli accampamenti per la ferita del fratello. Il
console ora con dardi, ora con la spada fa strage e si vede tra mille alto sul
cavallo oppure a piedi dinnanzi alle aquile combattere ferocemente. Per la
valle maledetta scorrono rivoli di sangue ed ogni monte ed ogni fossa echeggia
al suono delle armi ed al nitrito dei cavalli. Con vigore sovrumano il
gigantesco Otri marmaride scompiglia il campo cosicché le turbe
fuggivano atterrite solo al vedere la sua grande corporatura. Con le larghe
spalle sovrasta di tutto il capo l'uno e l'altro esercito; con le chiome
arruffate sulla torva fronte e la barba irta che gli ombreggiava la faccia
orribilmente squallida, dal petto ispido e villoso, faceva inorridire. Nessuno
di quelli che è vicino osa affrontarlo, ma la folla dei guerrieri gli
lancia una grandine di frecce come ad una belva uscita per la campagna. Alfine,
mentre ululando rivolge sguardi di fuoco ai romani che fuggono, una freccia
gortinia volando per l'aria quieta lo colpisce in un occhio e lo mette in fuga
e il console gli lancia mentre corre un quadrello nelle spalle che gli trapassa
le ignude costole e gli esce dal petto villoso. Egli tenta di trarre fuori per
la punta lucente la freccia, ma versando copiosamente sangue cade quanto
è lungo a terra morendo e riconficca la freccia nella piaga. Con
l'estremo sospiro innalza intorno la polvere che si disperde come una nuvola
nel cielo. Né frattanto nei boschi e sui monti arde meno aspra la
battaglia ed i sassi ed i cespugli e rosseggiano irrorati di sangue. Il
tremendo Sicheo faceva strage dei miseri: colpiva con la lancia la lontano quel
Murrano che in tempo di pace sapeva come nessun altro suonare la lira eagria.
Cadde nella grande foresta e ricercò nella morte i patrii monti e i
fianchi ricchi di vigneti e la sua Sorrento ventilata dal salubre Zefiro. Ed
ecco Sicheo vincitore dà un compagno al misero gioendo fieramente della
triste novità della battaglia. Taurano, mentre inseguiva i fuggenti,
giunto al culmine della selva ed appoggiatosi ad un antico olmo che lo
difendeva dalle frecce, chiamava a gran voce - per l'ultima volta - i compagni
che l'avevano abbandonato, ma la lancia sidonia gli entrò nel petto e
trapassatolo lo inchiodò al legno su cui si appoggiava. Qual Dio irato o
quale terrore o infausto pensiero vi acceca, o soldati? Forse che abbandonata
la battaglia, cercate salvezza tra i ramosi alberi? Il timore negli estremi
pericoli è sempre pessimo consigliere ed il cattivo consiglio della
paura condanna a tristi avvenimenti. Un annoso rovere spiegava nel cielo i suoi
alti rami sovrastando a tutta la selva e nascondendo tra le nuvole l'ombrosa
chioma (se fosse stato in un campo aperto avrebbe formato da solo un bosco) e
con i frondosi rami faceva grande e nera ombra sul terreno. Simile a lui e
vicina era una quercia che la secoli innalzava il vertice biancheggiante alle
stelle, stendendo i rami intorno all'ampio tronco ed ombreggiava la
sommità del monte. Ora la coorte Ennea che il tuo re, o Aretusa, aveva
mandato dalle spiagge siciliane, presa da spavento così da non saper
difendere l'onore con la morte, si inerpica a gara lassù. I rami
sovraccarichi balenano all'aspra ed incerta ressa dei piedi e l'uno sull'altro
gareggiano per rimanere sicuri. Ma i rami infidi corrosi per i lunghi anni
spezzandosi ne fanno cadere alcuni ed altri rimangono penzoloni sulla cima
colpiti da un nugolo di dardi. Ed ecco che Sicheo per uccidere con un solo
colpo quegli infelici, depone rapidamente lo scudo e mutando armi afferra la
scure guerresca. I suoi compagni lo assecondano ed ai fitti colpi l'albero cede
e piega scricchiolando fortemente e la misera turba dondola ad ogni scrollo.
Così, quando zefiro spira nelle foreste annose, l'uccelletto è
scosso ed agitato insieme al suo nido penzolante all'estremità della
fronda cui si regge appena. La quercia inospitale, malaugurato rifugio agli
infelici, vinta alfine da tante scuri si schianta e rovinando schiaccia i corpi
a lei appesi. Quindi un altro aspetto della strage. Il rovere là vicino
alla strage in un attimo è avvolto dalle fiamme e sfaviIla. Già
Vulcano infuriando avidamente e turbinando vortici di fiamme di fronda in
fronda per il tronco si avviluppa alla cima e la divora. Né si
interrompe il lancio delle frecce. I soldati cadono a terra gemendo
semibruciati e pure ancora abbracciati ai rami ardenti. Ecco che fra queste
miserande lotte irrompe irato il console meditando l'uccisione di Sicheo.
Questi dubitoso di così fiero conflitto prende audacemente tempo e gli
lancia per primo un giavellotto. La punta entra lieve nel mezzo dello scudo ed
impedita dalle opposte maglie si ferma alla superficie del bronzo. Il console
non si affida per ucciderlo all'arma lanciata poco sicuramente e con la spada
gli trapassa il fianco senza che la corazza riesca ad impedirlo. Quegli cade e
morendo morde con la bocca insanguinata la terra. Il gelo dello Stige gli si
diffonde per le membra finché la morte gli giunge al cuore ed egli
chiude le pupille al sonno eterno. Mentre la battaglia seguita con così
funesti avvenimenti da una parte e dall'altra, Magone ed Annibale lasciato
l'accampamento già correvano per il campo traendo le insegne ed anelando
di rifarsi entrambi, con sangue e stragi, del tempo perduto. Al calpestio delle
schiere accorrenti si innalza un nuvolo fitto di polvere e sembra che tutto il
campo sia avvolto da un turbine di sabbia, ed intorno ovunque s'avanza a gran
passi il condottiero, sopravviene la procella che si innalza fino alle cime dei
monti. Fontano muore con il fianco trafitto e Buta con il collo,
cosicché squarciata la sua gola canora la freccia poderosa esce
dall'altra parte. E l'uno, illustre per celebri avi, pianse Fregene, l'altro la
madre Anagni. Non fu così grande il tuo ardire, o Levino, ma pure ti
toccò ugual sorte. Non osi affrontare il tirio re, ma scegli a
combattimento più adeguato alle tue forze Itemone, condottiero degli
Autololi. Gli rompi un ginocchio e mentre ti chini a spogliarlo una crudele
lancia di frassino ti spezza con impeto turbinoso le costole. Al colpo tu cadi
e nello stesso istante ti cade sopra il nemico. Né la coorte Sidicina
nota4 venne meno. Viridasio, condottiero di mille uomini da nessuno superato
nel costruire gli accampamenti, nel congiungere zattere e nel battere con il
duro ariete le mura e gittare rapidamente i ponti sulle torri, è veduto
dal fenicio condottiero ferire Araurico ed esultare poiché confidando
nella armatura leggiera fuggiva precipitoso. Arde di ira per così bella
pugna e stimando degno di sé combattere con il fiero eroe strappa al
ferito la freccia, è sopra a Virisio e trapassandogli il petto esclama:
« Chiunque tu sia, eroico per le tue imprese non devi morire per mano di
altri che per la mia. Scendi glorioso alle ombre con onorata morte: se non
fossi stato italiano ti avrei fatto dono della vita ». Quindi si slancia
contro Fado e Labico, vecchio guerriero, che sulle spiagge sicule fece fronte
un giorno in sanguinosa battaglia ad Amilcare, per cui il suo nome era divenuto
famoso. Ora dimentico dei suoi tardi anni, perché giovane ed ardente di
cuore ritornava in battaglia, ma il suo braccio era ormai debole nei colpi come
fuoco di stoppie leggere che crepita invano e divampa con fiamme che non hanno
vigore. Non appena un soldato del padre lo addita al condottiero dei Fenici
questi esclama « Orbene, Amilcare che tu conosci ti paga il fio dell'antica
battaglia e ti trae con la sua destra alle ombre ». Così dicendo
avventò il giavellotto che stava soppesando. Il vegliardo si rivolse al
colpo e divelto il ferro insanguinò la bianca canizie terminando i
faticosi giorni. Quegli trafisse quindi Erminio che era alle prime armi. Egli
era solito, o Trasimeno, con i suoi ami predanti spopolarti e per nutrire il
vecchio padre traeva le reti per le tue acque stagnanti. I Sidoni frattanto
portavano, distesa sullo scudo, la salma di Sicheo entro gli alloggiamenti. Non
appena il condottiero vede la schiera che muove frettolosa gridando e gemendo,
colpito da luttuoso presagio esclama: «Quale dolore o compagni! Quale
eroe ci tolse la furia degli Dei? Forse, o Sicheo, questo oscuro giorno ti
rapì acerbamente per troppo desiderio di dolce gloria e per troppo
ardire nelle prime file? ». I portatori assentirono con gemiti e pianti
ed il nome dell'uccisore corse di bocca in bocca, per cui il guerriero
così proruppe: « Ecco, la ferita del dardo iliaco, qui contro il
cuore. Entri nell'Averno degno di Cartagine e di Asdrubale, e la tua grande
madre non ti piange dissimile dai padri e lo sguardo di Amilcare non
sfuggirà da te come da un nipote tralignato. Ma quel Flaminio aspra
causa di così mesto dolore renderà colla sua morte meno grave
questo lutto e con le sue esequie aggiungerà onore a queste. Empia Roma,
quanto daresti un giorno purché dalla sua spada non fosse stato trafitto
il corpo del mio Sicheo!». Così dicendo sbuffa e l'ira gli
schianta nel petto i singhiozzi proprio come l'acqua bollendo scroscia su le
fiamme crepitanti e trabocca con impeto dall'ardente lebete dove è
racchiusa. Quindi si avventa precipitoso nel mezzo della mischia sfidando lui
solo. Il condottiero si avanza pronto nelle armi, e nel mezzo del campo i due
guerrieri stanno l'uno di fronte all'altro movendo alla battaglia, quando per
un improvviso fracasso le rupi rintronano orrendamente ed i monti scossi fin
dalla cima alle radici e le chiome dei boschi e le rocce precipitano sulle
genti. La terra mugge sin nel profondo degli scossi antri e si spacca ed
un'immensa voragine scopre con l'ampia bocca le ombre dello Stige e le profonde
ombre si impauriscono dell'antica luce. Respinto dall'antico alvo il lago nero
si innalza fino ai monti e bagna con insoliti spruzzi i boschi tirreni. La
crudele tempesta atterrò nella sua rovina popoli e forti regni e li
rapì. I fiumi impetuosi rifluendo combatterono con i monti ed il mare
ritrasse le onde sconvolte ed i Fauni abitatori dell’Appennino discesero
alle spiagge. Ciò non ostante si continua a combattere ed i soldati
trabalzando sul terreno che trema o rovinando sul suolo che s'apre (o furore
della guerra!) scagliano giavellotti contro il nemico con deboli braccia.
Infine la gioventù daunia sconfitta e dispersa si dà alla fuga e
sconvolta si getta dalle rive del lago entro le acque stagnanti. Flaminio
travolto a basso dalla voragine della terra grida loro dietro: « Che vi
giova fuggire? Ora voi stessi guidate Annibale alle mura di Roma e lanciate da
voi stessi ferro e fuoco contro le cime del Tonante Tarpeo. Fermi soldati, ed
imparate come si combatte dal vostro comandante e se vi è impedito
combattere imparate a morire. Flaminio darà nobile esempio ai suoi
nipoti e nessun Libio o Cantabro che sia, vedrà mai il console fuggire.
Io solo, se tanto furore e tanta libidine di fuga vi consola, riceverò
nel mio petto gli strali nemici ed infiammerò morendo i vostri cuori a
prove magnanime con questa anima mia che fugge per l'aure ». Mentre
così li rimproverava e si slancia nel più folto dei nemici, un
guerriero fiero nel cuore e nell'aspetto gli muove incontro. Dal nome della sua
razza il feroce era chiamato Ducario e si crucciava sempre, nella selvaggia
anima, della sconfitta delle falangi dei Boi. Egli riconosce il superbo vincitore
ed esclama: “Sei tu, lo spavento mortale dei Boi? Voglio provare con
questo giavellotto se sprizza il sangue da così grande corpo.
Orsù fratelli non temete di immolare costui alle ombre dei forti. Egli,
alto sul carro del trionfo, trascinò i nostri padri vinti sulla cima del
Campidoglio e questa è l'ora della vendetta”. Frecce e frecce
volano da ogni parte e così coperto dalla nuvola degli acciai volanti
per l'aria il console non concede a nessuno il vanto di averlo ucciso. Morto il
condottiero, terminò la battaglia. Intorno a lui i guerrieri più
gagliardi si stringono ed adirati con i Numi e con sé stessi per tanti
orridi eventi si svenano e ricoprono il corpo giacente del condottiero con i
corpi, le armi e le destre invano insanguinate nella battaglia sfavorevole.
L'eroe ha così un monumento
di sovrapposti cadaveri. Per le foreste, per le onde e per la valle inondata di
sangue tutto è strage. Il tirio condottiero passa con il fratello fra le
schiere dei morti e dice: « Guarda che ferite e che morti! Ogni soldato
stringe nel pugno la spada e sembra che combatta ancora. O coorti, guardateli i
nostri morti. I loro volti irati sono ancora minacciosi e vive in loro la furia
della battaglia. Ed io temo che il destino abbia già decretato l'impero
alla terra creatrice di tante e così gagliarde anime e che essa infine
domini il mondo con queste stragi”. Così detto si ritirò
sul far della notte e, calando il sole, le tenebre discendenti posero fine alle
stragi.
VI - Già dileguandosi la
notte, Titano attaccava sui lidi Eoi i cavalli che aveva sciolto sul mare
Tartessiaco ed i Seri nota1 illuminati per primi dal nuovo splendore
ritornavano a pettinare i velli nei laniferi boschi. Quali orride stragi in
vista! Da ogni parte appare l'opera furibonda di Marte: guerrieri armi, cavalli
alla rinfusa, là elmi e scudi qua destre ancora strette alle spade
conficcate nei nemici e busti e teste e spade scheggiate sulle dure ossa e
moribondi che cercano invano con gli occhi la luce. Il lago spumeggia di sangue
ed i corpi uccisi galleggiano, per sempre insepolti sulle onde. Ma il valore
italico non s'infranse nell'avversa fortuna. Bruzio sopra un mucchio di morti,
esempio anche egli con le sue ferite della bellicosa ira nemica, levava
penosamente il triste capo e trascinava gli arti dai nervi recisi per la
strage. Egli era povero, di oscura famiglia rude e prode guerriero ma nessuno
dei Volsci riscattò meglio di lui gli avi. Giovinetto generoso (non
aveva ancora barba) corse bramoso al campo e diede all'acre Flaminio illustri prove
di valore quando quegli sterminò, con maggior fortuna, i Celti. Ebbe
quindi l’onore di essere in ogni battaglia eletto custode della sacra
aquila e la sua vita fu devota al glorioso ufficio, poiché quando, certo
di morire vide che il destino volgeva male e che, fuggendo l'esercito da ogni
parte, non avrebbe potuto salvare l'insegna dai Fenici, pensò di
sotterrarla, ma colpito da improvvise saette, cadendo la ricoprì con il
suo corpo per morirvi sopra. Dopo la notte infernale ridestandosi un poco ai
primi raggi dal sonno di morte, appoggiandosi alla lancia di un vicino morto,
si levò e forte solamente del suo cuore magnanimo scavò una buca
nel suolo molle di sangue e cedevole al ferro e là seppellita l'aquila
sventurata ne adorò ancora una volta l’immagine e, con le mani
morenti, la ricoprì di terra. Emise l'ultimo sospiro nell'aria lieve
l'eroe affranto e mandò al Tartaro la sua grande anima. Il sacro furore
delle battaglie era intorno spettacolo fiero e degno di canto. Quivi giaceva
morto, sul morto Nasamone Tire, Levino, dell'alta Priverno, insigne per la vile
laziale. Non aveva né lancia né spada, ma seppe trovare, nel suo
disperato dolore, altra arma. La bocca sanguinosa gli servì all'ira ed i
denti sostituirono il ferro. E già sbranate a morsi le narici e guasti
gli occhi,aveva divelli dalla testa mutilata ambedue gli orecchi del nemico e
ne maciullava orribilmente la fronte. Le labbra gli grondavano sangue, ma non
fu sazio finché ebbe respiro e la morte gli fermò la bocca
maciullante e piena. Mentre si davano queste prove inaudite di disperato
valore, i feriti fuggivano di nascosto per le oscure foreste e di notte tutti piagati escono
all'aperto per le campagne desolate. Ogni rumore li impaurisce, ogni più
lieve battere d'ala d 'uccello, e non hanno pace, né ristoro, né
sonno. Ora attoniti sembra loro che li assalga la tremenda lancia di Magone,
ora che Annibale alto li investa. Al campo era anche Serrano, figlio
dell'inclito Regolo, che per aver conservato fede agli infidi Fenici, ha eternato
nei secoli, sempre più grande, la sua fama. Egli era venuto giovinetto
ancora con gli infausti auspici del genitore alla guerra Punica ed ora tornava
oppresso dalla sventura e ferito ai suoi dolci Penati ed alla misera madre. Non
gli rimane uno solo dei compagni che lo aiuti e curi le sue ferite mortali e
per strade fuori mano fugge, nel buio della notte, appoggiato alla rotta lancia
dirigendosi in silenzio verso le campagne di Perugia. Alfine stremato e pronto
a qualsiasi cosa batte all'uscio di una povera capanna. Maro, antico e non
oscuro compagno di Regolo nelle battaglie, si leva subito dal letto e portando
in mano un lume, che aveva acceso al suo modesto focolare, apre la porta.
Riconosce le note sembianze dell'eroe che stanco e disfatto per le crudeli ferite,
miserabile a vedersi, non regge in piedi e barcolla attaccato al troncone della
lancia. Quando apprende con dolore della sconfitta esclama: « Quale
infamia vedo! Sono troppi i miei giorni e troppe le mie sventure! O Regolo,
duce dei duci, io li vidi quando, non ostante le catene, atterrivi con lo
sguardo la rocca di Cartagine, e ti vidi, eterna colpa e vergogna del Tonante,
morire e ne ebbi tale dolore che non basterebbe a cancellarlo l'eccidio di
tutta Cartagine. Ed ora, o Superi, dove siete? Regolo si consacrava a morte
un’altra volta ed ogni speranza di così nobile progenie oggi
Cartagine spergiura uccide un'altra volta ». Frattanto adagia le malate
membra sul letto ed essendo esperto di medicina, che aveva appreso in guerra,
lava le ferite con fresca acqua e ne lenisce con unguenti il dolore. Poi le
fascia e con mano leggerissima involge te membra intorpidite con morbide lane e
le riscalda e ricrea le forze del guerriero con parco cibo e ne bagna le labbra
arse da sete crudele. Anche il sonno lo ristora con i suoi doni ed infonde
nelle membra malate una dolce quiete. Prima di giorno il vecchio, ritornato
giovane, tempera colle note arti l'arsura delle ferite e, tutto pietà
sollecita, le intiepidisce. Serrano leva al cielo gli occhi e piangendo e
sospirando esclama « O Giove, se non hai ancora in odio la rupe Tarpea e
non hai condannato lo scettro di Quirino, guarda l'estrema rovina
d’Italia messa a sacco e la bufera che travolge gli Eneadi, e disperdila
giustamente. Perdemmo le Alpi e la nostra sfortuna non ha tregua. Il Ticino ed
il Po, atri di stragi, e segnati dai trofei sidonii, la Trebbia e la terra
dolorosa dell'Arno. Ma che dico? Quanti maggiori mali ci sovrastano! Io ho
veduto le onde del Trasimeno gonfie per il nostro sangue e per il peso dei nostri
eroi, ho veduto Flaminio cadere sotto nugoli di frecce! Chiamo voi a testimoni,
o mio Nume, o ombre, se cercai fra le stragi nemiche morte degna del supplizio
paterno. Ma il destino invidioso mi ha negato di morire come te, o padre mio,
fra le armi »! E continua a lamentarsi, ma, il vecchio affaticandosi per
lenirgli il dolore lo interrompe « Anche noi, come ci troviamo, soffriamo
così come tuo padre. o anima grande, il declinare aspro del destino.
Questo è il volere degli Dei: per lo scosceso cammino della vita
sopportare il volgere dei vari casi del tempo. Godi, o Serrano, che il nome dei
tuoi risuona in tutto il mondo, per prove insigni di gloria! Tuo padre non
inferiore ad alcun Dio raggiunse fama immortale resistendo invitto alle
sventure e conservando tutte le sue illustri virtù finché il
corpo stanco resse all'ultimo sospiro. Io ero appena uscito dalla fanciullezza,
quando la gioventù ombreggiava il volto di Regolo, fui suo compagno e
vissi insieme a lui finché gli Dei vollero che il grande lume d'Italia
fosse spento e l'integro cuore, che l'alma Fede empiva col suo Nume ed aveva
prescelto a suo tempio. Questa spada, testimone di grande onore, egli me la
donò in premio del mio coraggio insieme a quei morsi d'argento che tu
vedi là anneriti dal fumo. Maro ricco di tali doni fu tenuto in pregio
sopra ogni altro cavaliere, ma più di ogni altra cosa mi diede vanto la
mia lancia ed a questa, come in vedi, offro i succhi di Bacco. Tu sei degno di
conoscerne la ragione: Bagrada solca torbido e lento le aride sabbie, né
v'è fiume di Libia che stenda acque così limacciose per le
immense pianure o vi stagni con ampie paludi. Allettati dalle acque di cui
è così scarso quel suolo inospitale eravamo assisi allegramente
lungo le rive. Dietro di noi era un bosco privo di sole e squallidamente
ombroso, che emanava per l'aria appestata un tetro puzzo. Là dentro
v'era un'orrida tana, profonda ed immensa che girava tortuosamente, buia come
l'inferno. Inorridisco solo a ricordarla. Un mostro letale, nato dall'ira della
terra, un serpente che mai occhio d'uomo ne vide l’uguale, lungo cento
cubiti occupava la infausta riva ed il bosco infernale. Le fauci ingordissime
di lui e l'immane pancia gravida di veleni si empivano di leoni sorpresi alla
fonte, oppure dei greggi che fuggendo il grave sole meriggiavano al fiume o di
uccelli che avvelenati dal fetore dell’aria piombavano dall'alto.
L'orrido suolo era coperto di ossa mal rosicchiate ed il mostro satollo delle
mandre ingoiate ruttava fieramente nel sudicio antro e se spegneva la sete che
il fermentare dei pasti gli accendeva nell'impetuosa corrente spumante, non
ancora aveva tuffato nelle onde tutto il corpo che già con la testa
toccava la riva opposta. Io con Aquino, nato sull'Appennino, e con l'umbro
Avente vagavo ignaro di tale flagello per la foresta desideroso di godermi la
pace del bosco. All'avvicinarci, fummo tutti presi d'orrore e un freddo
silenzioso ci corse per le ossa. Ciò nonostante entrammo, invocati le
Ninfe e gli Dei delle acque sconosciute nel mistico bosco, trepidanti di paura
e avanzando con passi incerti. Ed ecco che all'ingresso dell'antro, più
feroce di Euro infuriato si scatena un infernale turbine impetuoso che si
sprigiona contro di noi dalla profonda gola dove si adunava un uragano e
disferra le sue raffiche con stridori di Cerbero. Volgiamo gli occhi
esterrefatti intorno: la terra trema e rimbomba e sembra che l'antro rovini e
le ombre sorgano dal profondo per vagare alla luce. Il mostro si leva alto col
capo sfolgorante dal terreno sconquassato sprizzando contro le nuvole spuma e
veleno e sbuffando oscura il cielo, come i serpenti di cui si armarono i
Giganti quando assalirono il cielo, o pari all'idra che nelle paludi di Lerna
stancò il figlio di Anfitrione ed enorme come il drago posto da Giunone
a guardia degli alberi delle chiome d’oro. Fuggiamo precipitosamente
chiamando invano aiuto ed ansanti, ma la paura ci strozza i gridi ed il mostro
assorda tutta la foresta con i suoi sibili. Avente, cieco per improvviso
terrore, (fu degno di biasimo ma lo spingeva il destino) si nasconde nell'ampio
tronco di un'annosa quercia sperando di sfuggire agli sguardi dell'orribile
nemico. Ma questi - lo credo anche io a stento - si avvolge strettamente al
vasto albero con le sue spire e lo sradica fin dal profondo rovesciandolo al
suolo. Avente trepidando chiama i compagni con l'ultimo grido. Mi rivolgo e lo
vedo già afferrato, assorbito dalle fauci e sepolto nella sozza epa.
Aquino, anch'egli sfortunato, si slancia nelle sonanti acque del fiume e tenta
di fuggire velocemente a nuoto, ma la belva lo raggiunge in mezzo alle acque e
fa sulla riva (orribile morte!) miserabile pasto delle sue carni. Così a
me soltanto fu concesso di scampare al maledetto mostro e, per quanto l'affanno
me lo consente, corro dal comandante e gli racconto ogni cosa. Regolo si
commosse e pianse il miserando destino dei miei compagni; e come era sempre
tutto fuoco di Marte nel combattere e nell'assalire i nemici e sempre ardente
di grandi e pericolosi ardimenti, chiama subito alle armi i migliori cavalieri.
Egli precede tutti sul rapido cavallo; il drappello scudato lo segue traendo le
macchine murali e la pesante falarica che con la sua immensa punta abbatte le
alte torri. Non appena l'antro mortale suonò intorno agli zoccoli dei
corridori scorazzanti per il campo, la belva irritata dagli improvvisi nitriti
uscì ruotando dalla spelonca ed emise dalla gola, con sibili, un fumo
d'inferno. Gli occhi folgorando terribilmente saettano da ogni parte fuoco, la
cresta si leva turgida oltre i tronchi e gli alti rami del bosco e la triplice
lingua luccicante guizza dardeggiando nell'aria. Squillano le trombe ed il
serpente spaventato innalza la sua mole gigantesca e rimanendo sul dorso si
ravvolge intorno al petto, Quindi si slancia all'orribile battaglia sviluppando
in un attimo le sue avvolte spire; si stende per quanto è lungo,
piantandosi improvvisamente dinanzi ai soldati lontani. I cavalli impauriti a
quella vista recalcitrano sbuffando. La belva agita il capo sul gonfio collo da
ogni parte e getta in aria i guerrieri trepidanti o li schiaccia con il suo
peso immane. E stritola ossa e s’abbevera di sangue e mandando orribile
fetore dalla bocca lascia le membra rose per addentarne altre avidamente.
Già la schiera indietreggia e, sebbene si allontani, il vincitore la
insegue con l'alito pestifero. Ma ben presto Regolo la richiama e gridando
l'incita a nuova battaglia «E che una serpe volge dunque in fuga degli
italiani? E l'Italia non affronterà un serpente libico? Se un sibilo vi
rende codardi ed un ringhio vi sgomina e vi atterra, ecco voglio cimentarmi da
solo con la belva». Così grida e con la fulminea destra getta una
lancia, che non stride invano e si pianta in mezzo alla fronte del mostro e
poiché questi adirato si slancia innanzi gli si conficca ancor meglio
nel capo. Erompe un grido improvviso e si innalza al cielo un suono confuso di
voci giubilanti. Ma sdegnando di fuggire ed infuriato per il dolore della
ferita che sente per la prima volta in vita sua, il parto bestiale della terra
si avventa contro il condottiero. E non sarebbe stato vano l'attacco se il
sagace eroe non lo avesse deluso volteggiando con il cavallo. Ma il mostro non
la cede e roteando il dorso raggiunge il cavallo che caracollava finché
Regolo girando a sinistra non riesce a salvarsi. Né frattanto Maro
rimaneva inerte spettatore. La seconda lancia che entrò nel corpo del
mostro fu la sua. Quello già lambiva con la triplice lingua il cavallo
affaticato quando avventai la lancia in un impeto di furia crudele. Allora la
coorte segue il mio esempio gareggiando ed il mostro sotto il nugolo delle
frecce si rivolge da tutte le parli e solo il colpo della balista murale riesce
a fermarlo. Fiaccato infine con il dorso ritto negli impeti, tutto fracassato,
non si regge più e reclina il capo che saliva fulminando alle nubi. La
falarica discende giù profonda nella pancia; le frecce gli accecano
ambedue gli occhi; le fauci trapassate emettono bava e sangue e veleno. La coda
rotta dalle aste, ultima speranza, giace al suolo ed anche la gola è morbida.
Le macchine lanciano all'improvviso un trave che rombando gli fracassa il capo.
Il mostro disteso quanto è lungo sulla riva esala dalla bocca in oscura
nube l'ultimo veleno. Un muggito di dolore scoppia dal fiume ed un mormorio
corre subitamente per i profondi aditi. L'antro, il bosco e le rive rimbombano
intorno. Ma la malaugurata vittoria la scontammo con amari supplizi. Quanto
amaro fummo costretti ad ingoiare! Non ci mancarono gli avvisi dei pietosi
auguri. Il serpente ucciso era nelle acque del Bagrada sacro alle ninfe ed
attendeva la vendetta. Quindi in premio della seconda ferita, o Serrano, ebbi
in dono da tuo padre questa lancia che si bagnò per prima nel sacro
sangue della belva». Serrano piange e Maro interrompendolo esclama:
«O vivesse ancora egli e la Trebbia insanguinata non sarebbe uscita dalle
rive né il Trasimeno avrebbe travolto nei suoi gorghi tanti eroi! Ma si
vendicò anticipatamente della sua morte nel libico sangue. Cartagine
esausta e senza più soldati ci chiedeva con le mani tese la pace e
l'animoso Terapne le mandò in soccorso per triste destino un
condottiero. Era brutto nell'aspetto, nel volto e nella persona non aveva nulla
di autoritario, ma quel piccolo corpo, strana cosa, era così forte da
vincere uomini anche di grande mole. Espertissimo nel guerreggiare univa
l'astuzia al valore e con la sua tempra di acciaio viveva bene anche in luoghi
aspri e selvaggi ed in nulla cedeva a questo Annibale che tutti ora considerano
come il signore della guerra. Oh! il fatale Taigeta non avesse cresciuto costui
sulle ombrose rive dell’Eurota. Avrei veduto le mora fenicie travolte
dalle fiamme e non avrei pianto l'orrido scempio del mio capo, che nemmeno il
fuoco mi può lenire e porterò fitto nel cuore all'Averno. Gli eserciti
si incontrarono e le campagne intorno arsero di guerra. Ogni cuore divampava
d'ira e si vedeva Regolo precipitarsi nella mischia valorosamente, aprirsi da
ogni parte un varco con la spada, porre la vita ad ogni rischio, cercar colpi e
vibrarne da ogni parte con il fulmineo braccio, ed ogni colpo portava morte.
Ugualmente turbinando, tra il fischiare dei venti, la tempesta accavalla le
nubi e con l'imminente ombra minaccia orrido schianto alle terre ed alle acque:
trema ogni contadino ed ogni pastore sulle ombrose vette, ed il marinaio
pauroso ammaina sul mare le vele. Ma il comandante greco, maestro d'inganni ad
un tratto ripiegava, rivolgendosi in subitanea fuga con falso terrore verso
certe forre dove erano nascosti gli alleati. Così a notte il pastore
intento alla quiete del gregge copre con leggere fronde una fossa e vi attrae
il lupo con i belati dell'agnello appostato vicino. Regolo spinto dal nobile
cuore e da cieca fiducia nei vari eventi delle battaglie non guarda dove siano
gli amici ed i compagni e se il grosso dell'esercito lo segue. Una insana
bramosia di combattere lo divora e si avanza solo ed ecco, uscendo
improvvisamente dai pietrosi nascondigli, una folla di Laconi lo circonda e su
di lui che combatte ferocemente piomba la feroce turba dei Fenici. O giorno
eternamente infame nei fasti del Lazio! Vergogna, o Gradivo! Il braccio sacro
alla tua gloria ed a Roma è iniquamente gravato di catene. Non
cesserò mai di lamentarmi. Regolo chiuso nella prigione fenicia! F, tu,
Cartagine, apparisti degna agli Dei di così grande trionfo? E, quale
pena, o Sparta, sarà pari all’obbrobrio del tuo iniquo
guerreggiare? Il Senato Elisseo si consulta sui nuovi patti e domanda di
scambiare il nostro capo con tutti i prigionieri Fenici. Elegge lo stesso Regolo
arbitro di pace e dopo averlo fatto giurare lo manda a Roma. Non v'è
indugio. Sulla spiaggia si prepara la nave e nei boschi i marinai tagliano in
fretta i remi e rinnovano gli alberi con segati abeti e chi appresta ritorte
gomene, e chi distende le vele innalzandole sull'alto albero. Altri attendono a
collocare a prua le pesanti ancore ed il pilota Cotone, più di ogni
tutti esperto, ordina a poppa il timone ed ogni altra cosa. E via per il
profondo mare lo splendente bronzo dei triplici rostri scintilla. Caricano sulla
nave armi alimenti e tutti gli attrezzi necessari alla traversata. Nel mezzo
dell'alta poppa il comito dirige i colpi alternati dei rematori che al suo
cenno calano o levano tutti nello stesso tempo i remi e ritmicamente ne risuona
l'onda percossa. Allorché tutto fu pronto e giunse l'ora di affidare ai
venti la nave preparata, vecchi, fanciulli e donne corrono a calca alla riva e
tra loro il destino conduce l'Eroe, spettacolo a tanti sguardi nemici.
Prigioniero si volge alla folla imperturbato, come quando approdò la
prima volta alle spiagge di Cartagine, sommo arbitro delle navi d'Italia Mi
unisco a lui, compagno bene accetto, e salgo con lui la nave partecipe dei
tristi casi. Quivi sudiciume, cibo miserabile e per letto il duro assito.
Questa lotta con gli estremi bisogni Regolo la considerava maggiore vanto che
una vittoria sul campo, poiché era più bello per lui affrontare i
mali e superarli anziché sfuggirli accortamente. Mi rimaneva ancora,
sebbene conoscessi la sua fedeltà immutabile, un briciolo di speranza,
poiché se ci era concesso di toccare le mura e le case di Roma forse la
possente anima si sarebbe scossa ed intenerita ai pianti dei suoi cari. E
così chiuso il timore nel petto pensavo che avesse anch'egli al pari di
noi lacrime e cuore nella sventura. Giungemmo infine al paterno Tevere ed io
spiai, fiso ed attento, il volto e gli occhi dell'Eroe testimoni del suo cuore
e non ritrassi mai il mio sguardo dal suo. Credilo, o giovinetto, in mille
rischi il suo volto non mutò, uguale in patria e dentro le mura della
nemica Cartagine tra gli spasimi del supplizio. Da tutte le città
d'Italia si affrettano incontro al prigioniero e la campagna e le alture
formicolano di gente, ed un mormorio corre per le alte rive dell'Albula. Gli
stessi capi libici, duri cuori, desiderano che l'Eroe indossi le vesti della
patria, ma gli offrono invano la toga fregiata. Rimase immobile al pianto del
Senato e della turba delle matrone dinanzi al dolore dei giovani. Per primo il
console gli stese il braccio dalla riva e lo accoglie festoso mentre riponeva
il piede sul suolo della patria. Regolo si ritrae e fa cenno al console di
ritrarsi anche lui per non contaminare l'onore della sua somma maestà.
Circondato dalla turba superba dei Fenici e dalla schiera degli altri prigionieri
si avanza. Ognuno malediva gli Dei. Ecco traendo i due figliuoli appare Marzia,
le vesti ed i capelli strappati per il dolore. Misera, misera troppo per
così grande marito. Lo ricordi quel giorno? O non ti si impresse bene
nella mente fanciulla? Allorché vede il suo Regolo smunto e coperto di
cenci libici getta un urlo e sviene pallida come morta. Oh! Se in cielo vi
è giustizia, tu o Cartagine dovrai vedere nello stesso stato le tue
madri! Con voce tranquilla egli impone alla moglie ed ai figliuoli di non abbracciarlo;
a così grande dolore che lo tormenta oppone impassibile la sua anima
». E qui Serrano fortemente sospirando prorompe in pianto: «O padre
di cui più grande non siede Dio sulla rocca Tarpeia, se mi è
concesso un lamento. perché alla madre dei tuoi figli ed ai tuoi figli
volesti togliere l'onore e la dolcezza di avvicinarsi al tuo volto e di
baciarti sulla sacra bocca? E perché padre, non volesti almeno che io
stringessi con la mia la tua destra? Quanto più leggere sarebbero queste
ferite se io potessi portare con me scolpita nel cuore fin nell'Averno la
visione del tuo paterno abbraccio. Ricordo confusamente, o Maro, poiché
allora ero bambino, che egli aveva nell'aspetto un qualche cosa di sovrumano.
Le chiome sconvolte sul capo gli coprivano biancheggiando l'ampia nuca e la sua
fronte ombreggiata da folti ricci mostrava la bella e tremenda maestà
della sua anima. Non vidi mai un uomo simile a lui». E Maro
interrompendolo, perché colla foga dei pianti non inasprisca le ferite «E
passò innanzi ai suoi Penati ed entrò nel doloroso ospizio degli
abborriti Fenici. Gli scudi appesi e le note frecce, il carro e le memorie
eccelse dei trionfi dinanzi l'umile casa gli ferirono lo sguardo e la sposa dal
limitare gli gridava «Dove fuggi, o mio Regolo? Non è questo, che
tu lo fuggi, il carcere Fenicio. I casti segni del nostro talamo, la casa ed il
paterno lare, inviolato ed intemerato. Pure due volte io qui ti resi padre e ne
esultarono il Senato e la Patria. E' questo il posto, guardalo, da cui console
glorioso, con sulle spalle la fiammante porpora vedesti sfilarti innanzi i
fasci del Lazio. Di qui eri solito muovere alle guerre e qui trarne le spoglie
e, lieto della vittoria appenderle agli stipiti. Io non chiedo già che
tu mi conceda i santi amplessi maritali ma perché disprezzi i tuoi
Penati? Concedi almeno ai tuoi figli questa notte». Essa piangeva e
Regolo togliendosi ai lamenti giunge frattanto alla nave libica. Il nuovo
giorno rischiarava appena in cima all'Oeta il monumento del rogo di Ercole
quando il console comandò che i Libi si presentassero. Vidi Regolo
entrare nella Curia e quello che dicesse tra il dolore di tutti me lo
narrò poi egli stesso tranquillamente. Non appena lo videro tutti i
Senatori a gara lo invitarono colla voce e col gesto al suo posto, ma egli
ricusò sdegnando l'alto onore del suo antico seggio. Ciò
nonostante i Senatori gli si strinsero tutti intorno pregandolo di rendere alla
patria così illustre condottiero. Vi sono per il suo riscatto frotte di
prigionieri, ed a maggior ragione il braccio che fu già avvinto dalle
catene potrà meglio distruggere le tirie rocche. Ed egli levando al
cielo gli occhi ed alzando le braccia: «O divina Fede che reggi
l'universo, largendo valore e giustizia, o Tiria Giunone a me ugualmente sacra,
io vi volli, Dei eterni, testimoni giurando il mio ritorno. Ed ora le mie
parole siano degne di me e mi si conceda di salvare con la voce i focolari
latini. Io ritorno, come fui pronto a venire, a Cartagine e col mio supplizio
serberò intatta la fede. E voi cessate dal largirmi onori dannosi alla
patria. In tante guerre, in così lunghi anni, si è fiaccata la
forza della mia vita ed in carcere poi le forze del vecchio prigioniero furono
stremate dal peso delle catene. Finché visse, Regolo non ebbe mai tregua
nelle fatiche di guerra. Ed ora che cosa resta di lui? Un corpo esangue ed un
nome. Quel che resti di me lo sa bene Cartagine, patria d’ogni frode, che
crede di poter scambiare i suoi prigionieri con questo debole vecchio.
Insorgete contro la frode e la gente fenicia che vive di inganni sappia quanto
ti rimane ancora, o Roma, se pure io sono prigioniero. No, non si conceda pace
se non secondo l'uso dei nostri avi, sebbene Cartagine domandi, e per mio
mezzo, che a parità siano divisi i danni della guerra e siano pari le
leggi e i diritti d'ambedue le genti. Ma possa discendere nella notte stigia
prima che i Latini si pieghino ad accettare questi patti». Così
disse e si abbandonò alla vendetta dei Tirii. I Senatori consentirono ai
gravi e fedeli ammonimenti di lui e licenziarono i Libi che minacciando il
prigioniero, addolorati per la ripulsa affrettarono il ritorno alle contrade
native. Il popolo si affolla dietro i Senatori piangendo ed ululando e nel
giusto dolore vuole per forza salvo l'eroe che i Fenici traggono con loro.
Marzia lo vide salire sulla nave e come se gli si aprisse improvvisamente
dinanzi il sepolcro corse tutta tremante a riva gridando orrendamente:
«Prendete anche me, o Fenici, a compagna del suo strazio e della sua
morte. O mio sposo, ti chiedo quest'unico dono, concedimi per i dolci pegni del
nostro amore di seguirti e soffrire con te tutti i mali che ti preparano e il
cielo e il mare e la terra. Non io mandai in battaglia Amicla, non io avvinsi
colle nostre catene il tuo collo. Perché fuggi me misera fino ai Fenici?
Prendimi con te insieme ai tuoi figli, forse vinceremo con le nostre lacrime le
crudeli ire di Cartagine, e, se essa sarà sorda alle preghiere, la
stessa sorte ci attenderà. Se sei deciso a morire, moriamo in patria, ché
la tua compagna è pronta alla morte». Mentre ella così
piangeva, sciolta la fune, la nave si allontanava pian piano. E la misera
infuriando protendeva le palme verso le acque ed esclamava: «Ecco chi si
gloria di conservare fede ad un popolo infido! Ed il giuramento che mi facesti?
Dove l'accordo nuziale, o perfido?». Le ultime parole raggiunsero
l'orecchio dell'eroe, il battito dei remi disperse le altre. Via per il fiume
sboccammo ben presto nel mare aperto e la nave, allora più libera, si
spinse prestamente in alto per le immense onde. Spesso preso d'orrore nel
pensare all’obbrobrioso, imminente scempio desiderai che le onde adirate
ci inghiottissero tutti o che Euro con furente impeto infrangesse la nave agli
scogli. Così una sola morte sarebbe toccata a tutti. Invece un lieve
soffio di Zefiro ci spinse al supplizio. Ed io, misero, vidi il suo martirio. E
mi fu concesso di tornare a Roma al triste patto di narrarlo. Ora non oserei
dirti l'ira feroce di quelle belve pigmalionee, se miracolo più grande
dell'esempio di virtù venerata offerto da tuo padre si fosse mai veduto
da uomo a questo mondo. Ormai è vergogna piangere per lo strazio che
l'eroe sopportò serenamente e tu, giovane, degno di tanto sangue
raffrena le lacrime appena urgano ai cigli. Costruirono una botte di legno
armata dentro da punte d'acciaio tutte uguali e tali che, disposte con arte
crudele da tutte le parti, impedivano al martire racchiuso il sonno. Da
qualunque parte il lungo vegliare lo costringeva ad appoggiarsi, il corpo
cadente era ferito a morte. Non piangere, giovane diletto. Quale trionfo
è pari a questo valore? Finché la Fede sarà nome sacro ed
avrà in cielo ed in terra un seggio, la gloria di Regolo
splenderà sempre più bella nei secoli lontani. Verrà il
tempo che gli attoniti nipoti apprenderanno, inclito duce, come si compì
il tuo destino». Così dicendo leniva con mesta cura le ferite.
Intanto la Fama agitando velocemente le ali arrossate nelle onde del Trasimeno
spargeva per le vie di Roma il falso ed il vero. Le menti atterrite già
vedono la rotta di Allia, i nefandi Senoni ed il Tarpeo predato. Il terrore che
li acceca non ha più freno. La sciagura nello spavento non ha confini.
Gli uomini corrono precipitosi alle mura al grido tremendo: «Ecco il
nemico » e scagliano pazzamente frecce e giavellotti. D'altra parte le
matrone pallide, con le chiome arruffate, invadono gli alti templi dei Numi, e
fanno tarde preghiere per i loro cari che non sono più. Non v'è
riposo, né di notte né di giorno e il popolo giace qua e là
presso le porte ed urla di dolore, o segue passo passo le file dei reduci dal
campo e pende dal loro labbro. Rimase dubitoso alle buone notizie e domanda di
nuovo e prega e muto interroga talora con gli occhi, timoroso di udire l'attesa
funesta notizia. E se ode un funesto annunzio si lamenta e si affanna, e se non
ha notizie teme, od anche se il messaggero rimane in forse. Se si riconosce al
volto un parente fra i sopravvenienti subito una folla ansiosa e festante gli
si serra intorno e lo bacia sulle ferite e stanca il cielo con i voti. In quel
trambusto era anche Serrano con a fianco il suo venerando sostegno. Marzia che
sfuggiva ogni compagnia dal giorno della morte del marito e viveva nella casa
silenziosa per amore dei suoi figli ora accorre anch'essa, angosciosa come un
tempo. Turbata all'improvviso riconoscendo il vecchio Maro esclama
«Inclito compagno di rara fede, questo almeno me lo rendi. E' lieve la
ferita o l'orrida punta penetrò sino in fondo alle mie viscere? Grazie,
o Celesti, comunque si sia, purché Cartagine non lo trascini avvinto in
catene e non si rinnovi l'efferato scempio del padre. Quanto ti pregai, o
figlio, perché non corressi a battaglia con la stessa ira di Regolo e
non ti accendesse alle fatiche di guerra la stessa funesta gloria di tuo padre!
Oh! la mia lunga vita è troppo straziata. O Dei, se mi foste avversi un
giorno siatemi almeno ora benigni!». Ma cessata la prima confusione per
la crudele disfatta i Senatori si studiano di sostenere il Governo vacillante.
Non si bada che alle armi ed il
pensiero di un pericolo più grande vince la paura. Prima fra tutte le
cure è di nominare un condottiero cui affidare con sicurezza il turbato
impero d’Italia prossimo alla rovina. Giove stesso si prese cura di
conservare a lungo l'italica possanza. Dalle alture albane volse lo sguardo ai
campi etruschi e visto il Fenicio che ebbro per la fortuna già muoveva
le insegne vincitrici verso Roma proruppe crollando il capo: «Oh no,
giovinetto, non ti sarà mai concesso da Giove di avvicinarti alle porta
di Roma! Sono ricoperte di stragi le valli tirrene ed i fiumi gonfi di sangue
latino straripano. Ti basti questo, non salirai la rupe Tarpea né le
mura di Romolo! Giove te lo vieta!». Disse e quattro volte folgorò
con la destra e si illuminò intorno tutta la terra dei Meonii e, turbinando
nera dal cielo squarciato, una nube scrosciò sulle libiche schiere. E
non contento di allontanare il Fenicio, ispira nel cuore degli Eneadi il nome
di quegli cui si potrà porre Roma sotto ben sicura guida. Fa confidare
in Fabio il potere di reggere e di salvare la città. E quando lo vede
eletto a supremo arbitro dice fra sé: «Costui non sarà mai
preso d'invidia né si accenderà al plauso del popolo. Non
ingannatore, non predone, non avido, vecchio soldato accoglie con animo
tranquillo vittorie e sconfitte ed è di indole eccelsa sia in pace che
in guerra». Così parlò il Padre degli Dei e fece ritorno in
cielo. Fabio ritornava vigile ed accorto, sempre illeso tra le astuzie del
nemico, caro a Giove, lieto di enumerare al suo ritorno in patria tutti i guerrieri
che lo avevano seguito al campo. Nessuno mai più sollecito di lui come
verso tanti figli, né mai alcuno si addolorò tanto vedendo cadere
i compagni. Pure quest'uomo, bagnato di sangue, ritornava a Roma vincitore con
tutti i suoi soldati. La sua stirpe era divina, poiché quando Ercole
ritornò un tempo da remote contrade fece fermare il portentoso armento
per cui ebbe fama il mostro dai tre capi: là dove si innalzano le mura
di Roma, Evandro innalzava, come si racconta, fra boscaglie e selve, con la sua
povera gente, il Palatino. La regale sua figlia vinta d’amore per il
sacro ospite generò con la sua dolce colpa il primo Fabio. Così
la fanciulla arcade univa il suo sangue a quello divino, futura madre dei
nipoti di Ercole. Questa famiglia armò in un solo giorno trecento figli
che si slanciarono dalla stessa soglia contro il nemico. Pure un Fabio
superò le illustri gesta di tutti i suoi emulando con la sua gloria, per
avere accortamente temporeggiato, il capitano libico. Così grande tu fosti
allora, o Annibale! Mentre i latini atterriti si preparano di nuovo alla
guerra, il comandante libico, turbato da Giove e senza più speranza di
marciare contro Roma, si avvia per le alture ed i campi dell'Umbria verso
l'alta cima del monte da cui discende la costa di Todi e dove giace al piano,
scalando inerti nebbie, Mevania 2nota che offriva a Giove grandi vittime di
tori. Poscia invade gli oliveti dei Piceni ricchissimi di preda con le sparse
coorti. E dovunque vi è bottino che lo attiri avanza colle armi devastatrici
ed arresta la rovinosa scorreria al mite suolo della Campania che senza alcuna
difesa accoglie nel suo grembo la guerra. Il condottiero guardava le case ed il
tempio della palude Literno e vide le pitture splendide che ne abbellivano i
portici. Quivi erano dipinte in onore degli avi le imprese della prima guerra
istoriate in lungo e bello ordine. Appariva per primo Regolo che truce nel
volto chiedeva guerra, guerra che forse se l'uomo potesse leggere nel futuro,
non avrebbe desiderato. Vicino secondo l'uso dei padri, Appio che indice guerra
a Cartagine ed incoronato di lauro riporta per primo il trionfo sui Serrani.
Quindi sorgeva alta, trofeo di vittoria navale, una colonna adorna di rostri
nel suo vivo candore; e Duilio che aveva calato a fondo per primo la flotta
fenicia ne offriva le spoglie a Marte. Egli si levava a notte con solenne onore
tra fiaccole risplendenti e le armonie dei sacri flauti dalla mensa e
così festeggiato con canti e luci ritornava ai casti lari. Annibale vide
anche gli onori funebri che Scipione vittorioso sulle spiagge sarde rendeva ad
un condottiero libico. E le coorti puniche disperse giù per le prode e
Regolo dall'elmo scintillante che le incalza. Gli Autololi, i Numidi, i Mori, i
Garamanti e gli Ammoni gettano le armi e consegnano le città. Il Bagrada
sparge sui campi vasti di sabbia le lente acque spumeggianti di bava viperina
ed il serpente immane combatte con le schiere che lo minacciano e si lancia
infuriato contro il duce. E lì vicino il condottiero Xantippo che
è gettato in mare da poppa dalla perfida ciurma e tende supplice, ma
invano, le palme al cielo e con la morte meritata vendica, se pure tardi, te o
Regolo. Inoltre vi erano dipinte anche le Egadi sporgenti ambedue dal mare e
per le onde i rottami dei navigli ed i soldati fenici che galleggiavano.
Lutazio sospinto dalla fortuna, signore del mare trae a terra la nave
conquistata. Quindi in mezzo ai messaggeri di pace anche il padre del
condottiero: Amilcare, e la sua immagine tra così diverse opere
istoriate attirava lo sguardo dei circostanti. Si vedevano vari simboli di pace
e gli altari giurati e vilipesi, e Giove irriso e Roma nell'atto di dettar
legge ai vinti. Uno dopo l'altro i Libi, pieni d'orrore, con la nuda scure
sopra il collo trepidante, chiedevano pietà con le mani tese e giuravano
gli accordi che presto violarono. Venere dall'alto dell’Erice si
compiaceva di tale vista. Poiché Annibale ebbe guardato con volto fiero
ad una ad una quelle immagini proruppe sogghignando: «O Cartagine, non
dipingerai nei portici sidonii opere di minore importanza compiute dal mio
braccio! Prima si deve vedere Sagunto rovinare sotto il ferro e il fuoco e i
padri che con le loro mani scannano i figli. Enormi le domate Alpi, con su le
aeree cime i Garamanti ed i Numidi a cavallo, vincitori. Poi il Ticino con le
sue rive spumeggianti di sangue e la Trebbia amica, e, stretti intorno da
cadaveri, i toschi lidi del Trasimeno. E quel Flaminio così forte in
armi che s'abbatte col suo gran corpo, e si veda Scipione, il console, che
fugge sanguinando e il figlio che lo salva portandolo sulle spalle. Queste
imprese puoi mostrare, o Cartagine,
a tutti i popoli ed altre ancora più grandi ne mostrerai: Roma che
divampa tutta per l'incendio dei Tirii e Giove stesso precipitato dalla rupe
Tarpea. Orsù guerrieri, al cui grande valore io debbo parte dei miei
trionfi, che queste odiate memorie siano messe come è giusto a fuoco, ed
incenerite ».
VII - Fabio era frattanto nel
pericolo l’unica speranza di Roma. Raccoglieva senza posa gli alleati ed
armava l'Italia dolorante per le ferite ed ormai vecchio ma gagliardo ed
infaticabile nell'aspra guerra muoveva già il campo. La sua mente
assennata non guardava soltanto alle lance, alle spade ed ai cavalli; contro
tante migliaia di Fenici ed un così gran condottiero egli scendeva solo
in campo e recava lui solo le armi ed i guerrieri. E se non fosse stato fermo
nel far fronte all'avversa fortuna temporeggiando sarebbe stato quello l'ultimo
giorno per i Dardani. Egli temperò il favore degli Dei verso i Fenici ed
arrestò nella corsa fortunata l'Africa vincitrice e nel colmo della
baldanza per le sconfitte degli Italiani la illuse con avvenimenti ben
misurati. Tu che salvasti l'impero di Troia dalla seconda rovina e le sfortune
d'Italia e conservasti le opere degli avi ed il tesoro di Carmente ed i regni
di Evandro, innalza il sacro capo al cielo sublime. Eletto il dittatore, il suo
nome corse di bocca in bocca ed il condottiero libico comprendendo che non
senza ragione in Roma si cambiava capo così in fretta volte conoscere
quale fosse la fortuna ed il valore di Fabio. Pensando che Roma forse
nell'estrema rovina eleggeva Fabio capitano credendolo pari a lui, temeva che
egli fosse vecchio e quindi freddo e pesato, non cedevole ad inganni e
perciò fece chiamare un prigioniero perché subito gli dicesse
tutto sul conto di quello: età, famiglia, indole ed imprese. Il
prigioniero era Cilnio d'illustre famiglia aretina. Guerriero giovinetto si era
trovato sulle rive del Ticino, dove essendogli caduto il cavallo ed essendo
egli stesso ferito aveva dovuto arrendersi. Egli desiderando porre fine con la
morte alla sua vergogna esclama: «Ora non hai più dinanzi Flamini,
non Gracchi impetuosi. Questi è discendente di Ercole e se fosse nato
nel tuo paese vedresti che ora Cartagine detterebbe leggi al mondo. Non ti
enumero le imprese, ti dirò solamente di una e da questa saprai chi sono
i Fabi. Il popolo di Veio, insofferente del giogo, rotti i patti si spingeva
sotto le mura di Roma. Il console chiamò alle armi. Si presentarono alla
leva, e formarono le schiere i figli della famiglia di Ercole. Cosa inaudita!
Da una sola casa un esercito di patrizi si slanciò contro il nemico.
Erano trecento e tutti condottieri, così che ad uno qualsiasi di essi
avresti affidato il peso della guerra. Quei gagliardi partirono con funesto
annunzio, chè la porta scellerata cigolò minacciosa sopra i
cardini tremanti e l'ara massima di Tirintio risuonò. Ciò
nonostante si lanciarono imperterriti all'assalto sdegnando di contare i nemici
e ben presto vi furono più morti che assalitori. Stretti in falange od
uscendo in ordine sparso combattevano tutti con uguale vicenda di pericoli e di
ardimento; ciascuno a gara era degno di condurre il primo dei trecento trionfi
sul Tarpeo. Vane speranze! Come dimenticano gli uomini che ogni loro bene
vanisce in un soffio! Quel manipolo di eroi, cui parve indegno che, vivi i
Fabi, tutta Roma sostenesse il peso della guerra, accerchiato all'improvviso da
ogni parte dai nemici cadde insieme per invidia degli Dèi. Caddero, ma
non hai ragione di esultarne, Annibale, ne vivono ancora per sterminio tuo e
della Libia. Uno solo, tanto è vigoroso nel braccio, tanto saggio
nell’operare, accorto nel vestire, il vigile pensiero di finta calma,
combatterà con le trecento destre. Tu cui pure ferve nelle vene il fuoco
della gioventù non saprai spingere nelle battaglie più
rapidamente il tuo cavallo né stringere più forte le
redini». Così egli parlava desideroso di morte ed Annibale gli
rispose: «Folle, cerchi invano di cecitare la mia ira e speri invano di
toglierti alle catene morendo. Devi vivere per sentirle più
pesanti». Così disse fiero del lieto ardire e del favore dei Numi.
Il Senato latino e le matrone pietose si recavano frattanto al sacro tempio. Le
madri da una parte avanzavano in lunga fila con il volto lacrimoso e piangente
per offrire a Giunone un peplo consacrato. «O regina degli Déi,
odi benignamente le caste preghiere! Itale madri, degne di tanto nome, ti
rechiamo umilmente un velo ricamato dalle nostre mani e tessuto con biondi
fili. Sia questo il tuo ornamento finché non cessi l'ansia delle madri,
finché tu non consenta a disperdere lontano dalle nostre terre la nube
marmarica, ed allora una corona d’oro tempestata di gemme
splenderà, o Dea. sulla tua fronte». Recano quindi acconci doni a
Minerva, ad Apollo, a Marte e sopratutto a Venere. Tanto dunque la sventura
muove a pietà verso gli Dèi come altrettanto rari fumano, nei
tempi lieti, gli altari. Roma secondo l'uso degli avi recava questi onori nei
templi. Frattanto Fabio avanzava chetamente avendo l'aria di temere ed in tal
modo chiudeva ogni strada alla fortuna del nemico; proibisce ai soldati di
allontanarsi dalle insegne e li educa -somma gloria, per cui il dittatore
romano è, levato eternamente alle stelle- ad obbedire. Appena apparirono
da lontano in cima ai monti le prime insegne e le nuove armi brillarono, il
condottiero libico gioì di speranza. Gli arde in cuore il desiderio
della vittoria e si cruccia che l'esercito nemico unico indugio al suo trionfo
ancora non s’avanzi schierato a
battaglia e grida: «Alle armi, o soldati! Alle porte! Atterrate
con i petti la trincea poiché il nemico è tanto lontano da noi
quanto dalle Ombre. Abbiamo dinnanzi dei vecchi snervati così che ci fa
vergogna l'affrontarli. Quello che voi vedete è il resto inutile, il
rifiuto delle prime battaglie. Dove sono i Gracchi ed i due Scipioni folgori
delle genti? Messi in fuga dall'Italia non si fermarono se non quando il
terrore li ebbe condotti ai confini della terra, all’Oceano; e là
profughi entrambi con il terrore del mio nome nell'animo guardano le rive
dell'Ibero. Anche Flaminio mi accrebbe onore e la morte di lui guerriero
feroce, considererò sempre fra le mie gesta; ma quanti anni di vita
toglierà la mia spada a questo Fabio? Ed osa egli starmi di fronte? Osi
pure, porrò ben io fine alle sue guerresche prodezze». Grida
così e fa avanzare di corsa le sue schiere. Innanzi a tutti a cavallo
ora minaccia con il braccio il nemico ora gridando lo accusa di viltà, ora
scaraventa una lancia da lontano,ora si leva superbamente sulle staffe e si
agita come se combattesse. E sembrava il figlio di Tetide sui frigi campi
quando vestite le armi vulcanie traeva seco sullo scudo imbracciato le immagini
del cielo, della terra, delle materne onde e dell’intero universo. Fabio
seduto sull'alto giogo del monte spettatore delle folli ire, indugiatore
esperto, lasciava che quelle tracotanti e minacciose anime si affaticassero e
si domassero con il desiderare inutilmente la battaglia. Tale il pastore
rinchiuso il gregge nel difeso ovile, si riposa sicuro a notte profonda ed
intanto i lupi famelici e furibondi lanciano orrendi ululati e mordono
inutilmente i ben saldi ripari. Il condottiero libico irritato si muove
lentamente verso i campi dell'Apulia e si appiatta in una nascosta valle pronto
ad accerchiare l'esercito latino se lo insegue e prenderlo nell'imboscata.
Ordina spesso insidie per i remoti sentieri con il favore delle ombre notturne
e simulando spavento finge di fuggire. Talora lascia in fretta il campo
invitando il nemico a larga e ricca preda come il Meandro che scorre di qua e
di là nelle terre meonie e nel flessuoso serpeggiare incontra se stesso.
Ogni suo pensiero è una frode e con l'anima inquieta va architettando
mille piani ed agitato tutti li prova. Così le acque irradiate dallo
splendore del sole ondeggiano guizzando mille riflessi sulle case e proiettano
le immagini vibrando nell'ombra con tremolanti riflessi. Ormai il Fenicio freme
di sdegno e mormora fra sé: “Se costui mi fosse venuto incontro
prima, la Trebbia ed il Trasimeno sarebbero un nome vano e l'Italia non
piangerebbe ed il fiume di Fetonte nota1 non avrebbe gettato in mare le acque
colorate in rosso. Egli si raffretta e con le tranquillità ci stanca:
questa è l'arte delle sue vittorie. Quante volte sembrava che ci venisse
innanzi altrettante volle si faceva, con scaltrezza, gioco di sventare le
nostre frodi”. Era la mezzanotte e la vigile tromba dava il segnale alle
scolte ed i guerrieri desti dal sonno in sù la terza aspra vigilia
già correvano alle armi. Egli muta strada e lasciandosi alle spalle il
paese di Dauno, predatore ben noto, ritorna alle spiagge campane. E quando
giunge agli ubertosi campi di Falerno (terra ubertosa che non fallì mai
al vignaiuolo) pone crudele fuoco ai tralci carichi. Non è lecito o
Bacco tacere le tue lodi sebbene alto soggetto mi chiami a sé.
Dispensiere del sacro liquore abbi onore di canto e ricorda che le viti colme
di grappoli a nessuno altro cedono il nome dei pressitoi falerni. In un tempo
migliore, quando non si conoscevano le guerre, il vecchio Falerno arava le
massiche montagne. I pampini non facevano ancora verde ombra festante alle rive
nelle zolle ignude, e l’uomo non mesceva ancora, nelle tazze, il dolce
succo lieo e spegneva la sete nella pura acqua del fonte. Quivi giunse ospite
per caso il padre Lieo quando muoveva alle spiaggie di Calpe ed
all’ultimo Occidente. Egli, abitatore del cielo, non disdegnò la
capanna ed i miseri Lari, e salutò con gioia le pareti affumicate e
l'umile desco posto come s'usava in quegli antichi e semplici tempi dinanzi al
focolare. Non si accorse il vecchio di avere in casa un Dio, e con il buon
cuore degli antichi andava e veniva sollecito e contento nonostante i tardi
anni. Compone in canestri puliti la frutta conservata per i giorni di festa e
porta dall'orto gli erbaggi imperlati di rugiada e divide dolci vivande, fior
di latte e miele. Porta sopra le mense monde di sangue i doni di Cerere, ma
preso prima un po’ di ogni cibo, consacrandolo a Vesta lo gitta nel fuoco.
Il padre Lieo commosso dalle ansiose cure del vecchio non volle che la mensa
fosse priva del suo dolce liquore. Ad un tratto, mirabile cosa, le ciotole di
faggio spumeggiarono dei pampinei succhi, mercede all'ospite poveretto. Dalla
vile secchia traboccò il nettare vermiglio e per i crateri di quercia
odorò il dolce umore delle uve. Bacco allora disse: “Accetta
questi doni sebbene ti siano sconosciuti. Renderanno celebre un giorno il nome
del vignaiuolo Falerno”. Il Nume più non si nascose e si cinse di
corimbi la fronte sfolgorante di purpurea luce e le chiome sparse per il collo:
dalla sua destra penzola il cantaro dal verde tirso e la vite cade e cerchia
con festoni Nisei la mensa ospitale. Non ti fu facile, o Falerno, sopportare il
lieto umore. Bevuto appena il secondo bicchiere cominci a ridere e balbetti e
vai trabalzoni, la testa ti ciondola e nel ringraziare il Dio benefico ti
sforzi di celebrarne grandi lodi e biascichi cincischiando oscure parole.
Infine il sonno, fedele compagno di Bacco, ti chiude i riluttanti occhi. I
destrieri del sole fugarono appena con i timidi raggi la rugiada ed ecco
Massico apparve tutto intorno lussureggiante di viti, meraviglioso per i suoi
nuovi boschi ed i grappoli splendenti e festanti ai raggi del sole. Fin da allora
il ricco Tmolo, Ariusia dalle tazze colme d'ambrosia e la scarna Metimna di qua
dal monte cedettero il vanto alle botti di Falerno. Ed ora Annibale mette
orribilmente a sacco questi raccolti irato che Fabio tenga a bada lui e tante
armi sitibonde di sangue. Anche nel campo latino sorse il perverso desiderio
della battaglia e le schiere volevano pazzamente calare dal monte. Gloria, o
Musa, gloria immortale all'eroe che vinse due eserciti e seppe domare la furia
libica e quella romana. Ed egli disse: “Se i Senatori avessero creduto in
me cuore ardente, indole avventata e tale da turbarsi alle grida, non mi
avrebbero affidato nell'agonia di Roma il peso di questa guerra disperata. Il
mio consiglio è ponderato a lungo e deciso. Vincerò, salvando
anche chi non lo vuole ed affretta la sua rovina. Se avete in odio la vita e vi
strugge il desiderio di portare voi per ultimi il sacro nome romano, se vi
duole che in tempo così misero non suoni ancora famosa la terra che
calpestiamo per una nuova e clamorosa sconfitta, richiamate Flaminio dalle
ombre. Egli da gran tempo dato il segnale, vi avrebbe condotto precipitosamente
all'assalto. Ma non vedete che la rovina è ancora imminente? Basta una
sola vittoria del Fenicio e la guerra è finita. State tranquilli, o
soldati, ubbidite al comandante e quando l'ora propizia della battaglia
sarà giunta le vostre imprese siano pari alle forti parole. Non è
arduo correre alle armi. Tutti voi quanti siete potete in un momento uscire a
battaglia dalle porte aperte. Merito insigne concesso solo a coloro cui Giove
sorrise amichevolmente nel partire, è il ritornare dal nemico. Il
Fenicio segue alla cieca la sua fortuna e spinge la sua nave fidando nei venti
favorevoli. Finché non cessino le aure e le vele cadano morte senza
vento è conveniente indugiare. La fortuna non è mai costante nel
suo amore. Quanto è già arduo per i Tirii rimanere senza
combattere e quanto la loro fama ne scema! Oh! Tra le altre non sarà
lode ultima per me che quegli.... Ma è meglio tacere. E voi gridate alle
armi, alle battaglie, al subito cimento? Vi conservino sempre gli Dei questa
fiducia ma frattanto non correte in cerca di pericolo maggiore e lasciate a me
solo, vi prego, tutto il peso di questa guerra ». Cessarono a queste
parole le ire e si calmarono le rabbiose armi, come quando Nettuno leva il capo
rasserenato dalle onde commosse e gira intorno lo sguardo per l'infinito mare
che lo riconosce per suo signore e cessano ad un tratto l'orrida lotta, i
clamori, i venti cui non si muove più ala sulla fronte ed una calma
soave si diffonde sulle acque e placidi i flutti lambiscono splendendo le mute
spiaggie. Seppe ogni cosa lo scaltro Fenicio e pensò di assalire gli
animi con il veleno della frode. Fabio possedeva in eredità pochi campi
e benché lavorati da pochi aratri pure i suoi terreni viniferi avevano
un certo nome nel Massico. Ecco quindi che il Fenicio comincia a seminare
sospetti fra le genti latine tendendo il laccio e ne coglie il destro:
«Fabio stando malignamente lontano dalle fiamme, dal ferro e da ogni
oltraggio conserva illesi quei campi come se ritardasse la guerra per un
segreto accordo». Il dittatore ben intuisce l'astuzia, ma non si turba;
fra le trombe e le armi non teme sozza invidia né per sfuggire al morso
della calunnia s'induce ad attaccare pericolosa battaglia. Mentre il Fenicio
gira e rigira e si accampa qua e là in cerca di battaglia, egli,
occupati gli sbocchi fra giogaie altissime e boscose e nude rocce, lo chiude.
Alle spalle lo stringevano i monti Lestrigonii nota2 e si stendevano squallidi
e funerei i campi delle paludi di Literno. Il luogo non faceva né per
armi né per armati; la fame premeva l'esercito imprigionato fra le gole
infide, a vendetta dell'infelice Sagunto, e già la guerra libica
sembrava volgere a termine. Sulla terra e nei gorghi profondi del mare tutto
giaceva immerso nel sonno e terminate le fatiche del giorno tutto il mondo
sentiva che nella notte gli uomini hanno pace. Solo al condottiero tirio i
mille affanni ed i vigili timori che gli tempestano il cuore vietano il grato
ristoro della notte. Ad un tratto balza dal letto e gettatasi indosso la pelle
di leone, su cui riposava disteso, si reca celermente nella vicina tenda del
fratello. Quegli uso alle abitudini della guerra giaceva su di una pelle di
toro e placava col sonno gli affanni. Vicino a lui conficcata nel suolo stava
la lancia ed appeso a quella l'elmo, in terra alla rinfusa, la corazza, lo
scudo, la spada, le frecce baleari e l'arco. Vicino a lui riposano scelti
guerrieri lieti provati nelle armi ed il suo cavallo disteso addenta frattanto
le erbe. Destatosi al rumore dei passi grida: «Olà - e gridando
impugna la lancia. - Qual pensiero o fratello vieta a te stanco il sonno ed il
riposo? » Si alza ed urtando col piede i suoi fidi che giacciono
sull'erba li richiama alle opere di guerra. Il condottiero gli dice:
«Fabio mi fa vegliare in angoscia queste misere notti. Solo quel vecchio
arresta il corso del mio destino. Magone, tu vedi che i latini ci accerchiano
da ogni parte, ma poiché il bisogno ci incalza senti quello che ho
pensato questa notte. Per i campi sciolti dalla guerra ci seguono gli armenti
depredati. Ora, voglio legare alle corna dei buoi aridi rami e cerchiare le
loro fronti con fascine. Quando il fuoco si sarà appiccato ai sarmenti e
propagato, i buoi incitati dal dolore andranno saltando da tutte la parti e
crollando le teste ardenti incendieranno le colline. Presi a nuovo terrore e
paurosi di peggio gli assediati romperanno nella notte l'iniqua cerchia. Se
approvi il mio pensiero, poiché il pericolo ci vieta ogni indugio,
mettiamoci subito all'opera ». Così disse ed entrarono ambedue con
passo uguale nella tenda. Marasse giaceva con il gran corpo fra cavalli,
soldati e spoglie sanguinose, la testa appoggiata allo scudo; e proprio in quel
momento combattendo in sonno lanciava un urlo tremendo cercando con mano
tremante e smaniosa l'armatura e la fedele spada. Magone toccandolo con la
lancia lo desta dal sonno battagliero e così gli parla: «O
fortissimo capitano, frena nella notte il tuo furore e serba le battaglie per
la luce del giorno. E' tempo di stratagemmi e di fughe nascoste per ritirarsi
al sicuro. Mio fratello comanda che legate aride fascine alle corna dei buoi si
spinga il gregge con il capo in fiamme entro il bosco ove i romani ci impediscono
il passaggio. Egli pensa di liberarci in tal modo dall’assedio. Usciamo,
o Marasse, e questa frode insegni a Fabio che con noi non si gareggia d'astuzia
». Senza indugiarsi e godendo dell'audace impresa il guerriero si affretta alla tenda di Acherra. Costui
incurante di riposo e di sonno vegliava curando il suo cavallo feroce e lo
carezzava e gli bagnava i labbri tormentati dal morso. I suoi compagni
aggiustavano le armi e pulivano le spade dal sangue e ne aguzzavano le punte.
Magone e Marasse li informarono del loro pensiero e affidato a ciascuno il suo
compito li incitarono a porsi subito all'opera. Il comando va per il campo ed i
capitani ordinano sollecitamente ai loro soldati il da farsi. L'ansia di
partire in fretta agita e stimola i paurosi ed in un baleno nei silenzi
profondi e nelle dense tenebre della notte il fuoco si apprende ai virgulti e
lambisce le strette corna. L'armento sferzato dal dolore agita le corna e
così nutrisce le fiamme che tra il fumo divampano trionfanti. Sospinti
dal flagello per la selva, in mezzo ai cespugli, i buoi balzano anelando e
sbuffando di balza in balza e di cima in cima. Il fuoco occupa loro le narici e
tentano in vano di sbuffare con rabbiosi sforzi. La vulcania peste si propaga
senza freno intorno per i monti e per le valli e illumina la vicina spiaggia
con il suo bagliore. Così nelle notti serene il navigante fisso lo
sguardo in cielo mira dal mare che solca infiniti astri; e tale in cima al
Gargano il pastore seduto vede fra nuvoli di fumo fuochi e fuochi che bruciano
intorno le boscaglie per impinguare le pasture calabre. I Romani
all’improvviso apparire delle fiamme uscirono inorriditi dai posti di
guardia. Pensarono da prima che fossero fuochi non nutriti da alcuno che errino
sfrenati per i monti; poi che piovessero dal cielo scagliati dalla destra
sterminatrice di Giove e che fossero fiamme sulfuree uscenti dalle profonde e
squarciate viscere della terra, e fantasticando incerti pieni di spavento si
danno alla fuga. Occupate subito le uscite il condottiero tirio esulta libero
negli aperti campi. Intanto però s'era giunti a questo, che Annibale
famoso per i trionfi alla Trebbia ed al Trasimeno fosse lieto di sfuggire a
Fabio ed alle armi romane. E Fabio l'avrebbe inseguito senza posa nella fuga se
i patri Numi non l'avessero chiamato a Roma ad un sacro ufficio. Per cui
rivolto al giovine, cui secondo le usanze rimetteva le insegne ed il massimo
peso della guerra, lo ammaestrò con tali parole: «Se non hai
ancora appreso alla scuola delle mie imprese cauto consiglio, le parole non
potranno certo condurti alla gloria né trarti dall'errore, o Minucio. Tu
hai già veduto Annibale rinchiuso; e vedesti che né cavalli
né fanti né coorti lo accerchiarono -ne sei testimone- ma io
solamente. Ed ora voglio ancora ridurlo a quel punto. Lascia che faccia secondo
il rito solenni sagrifizi agli Dei, e te lo consegnerò prigioniero tra
alti monti e profondi fiumi purché tu non venga ora a battaglia. Ma
credimi, poiché so il vero per prova e non mento, unico scampo nelle
presenti angoscie è l’attendere tranquilli. Altri si compiaccia
pure di orride stragi e si abbia gloria dal ferro sterminatore, il trionfo di
Fabio sarà di salvare voi tutti. Ora ti affido il campo integro ed i
guerrieri non feriti: tale, a tua gloria, rendimelo. Presto vedrai questo leone
libico scorazzar vicino alle trincee, adescandoli con finto bottino e fuggire
pur guardandosi dietro e covando sempre nuove ire e nuove frodi. Chiudi il
campo, te ne prego e non dargli alcuna speranza di battaglia. Ti bastino questi
consigli e se a frenare i tuoi spiriti non bastano le mie parole, io, per la
mia sacra potesta di dittatore, ti proibisco di muovere le armi ».
Così Fabio raccomandandosi partì per Roma. Frattanto la flotta
fenicia sospinta da venti favorevoli costeggiava le spiagge di Gaeta e le
Lestrigonie impossessandosi man mano dei porti. Il mare flagellato da tanti
remi spumeggiava ed al clamore uscirono turbate dai cristallini antri le
sorelle marine. La turba delle Nereidi allorchè vide la spiaggia in balìa
di prore straniere fuggì attonita e frettolosa dove sorgono gli antichi
regni dei Teleboi nota3 e le lontane dimore scogliose. Quivi abita nel cavo
orrido masso Proteo il vate e con le opposte rocce respinge la onde
spumeggianti. Come apparvero le ninfe, non sapendo la ragione del loro terrore
si tramutò per giuoco in varie forme. Ora atro e squamoso serpente le
assorda con orrendi sibili, ora si cambia in leone e rugge ferocemente. Quindi
domanda loro: “Quale ragione vi spinge? Perché così
pallide? Qual desiderio di conoscere l’avvenire?”. E Cimodoce, la
più grande tra le ninfe italiche, gli disse: “Ben ti avvedesti del
nostro affanno, o profeta. Spiegaci quel che fanno costà le tirie navi e
perché ci tolsero le nostre marine? Pensano gli Dei che il Lazio debba
passare in Africa? E questi porti rimarranno in potere dei marinai fenici? E
noi scacciate dalla patria ci rifugieremo nei remoti antri di Atlante o di
Calpe?”. Allora rifacendosi al principio il vate multiforme svelò
con tali parole il futuro: “Sedendo il pastore laomedonteo in cima al
frigio Ida e richiamando con il flauto gli armenti dispersi fra i cespugli alle
roride pasture udì che Dee si contendevano il vanto della bellezza.
Quivi Cupido intento agitava i cigni materni del cocchio, sollecito di giungere
all'ora stabilita per il giudizio. Gli splende sulle spalle il turcasso e
l’arco d'oro e rassicurando la Dea le addita la sua faretra carica di
frecce. Un amorino le ravvia le chiome sulla bianca fronte mentre un altro le
cinge la purpurea e ondeggiante veste. La Dea apre con un sospiro le rosee
labbra e dice alle sue belle creature: “Or ecco il giorno che mi deve
testimoniare il vostro amore. E chi l'avrebbe sognato avendo voi vicini? Eppure
(non so che altro mi attende ormai) Venere entra ora in gara di bellezza e di
grazia. O miei vezzi, se vi diedi tutte le frecce infuse del dolce veleno per
cui il vostro avo che dà legge al cielo e alla terra s'inchina a voi
supplichevole, fate che la mia Cipro per il trionfo su Pallade si adorni di
palme d'Idumea, e che io, per la vittoria su Giunone, veda ardere in Pafo cento
altari”. Così accendeva la sua alata schiera e la selva suonava
intorno per i passi divini. Si avanza senza egida la vergine guerriera: i suoi
capelli di solito racchiusi nell'elmo erano ben pettinati ed essa atteggiando
dolcemente gli occhi a pace, passa velocemente con il sacro piede per il bosco.
Da un'altra parte Giunone entra nella selva stabilita per avere sull'Ida il
giudizio di Paride e sopportare, essa che lasciò ora il talamo di Giove,
l'orgoglio di un pastore. Venere si avanza tutto sorriso, tutta splendore ed i
boschi intorno e le rupi ombreggiate e perfino gli antri olezzarono
dell’odorose aure che spirava il capo divino. Ora il giudice non siede
più tranquillo e abbacinato chiude di occhi dinanzi a così vivo
sfolgorare di bellezza, temendo di apparire anche un istante incerto sul
giudizio. Ma le Dee vinte conducevano per mare un esercito formidabile e Troia
cadde insieme al giudice. Enea allora, esule per mari e per terre, condusse pietoso
i penati dardani sull'italico suolo. Finché in mare nuoteranno i pesci e
splenderanno in cielo le stelle e dalle indiche sponde sorgerà il sole
durerà l'impero e non avrà mai fine nei secoli. Ma voi, figlie
mie, mentre si svolge lo stame immutabile, fuggite le infauste arene
dell'Adriatico Sasone. L’Ofanto gonfio di cadaveri si getterà nel
mare con onde e voi ombre di Etolia combatterete ancora una volta con i Teucri
sui campi maledetti un giorno dai sacri oracoli. Le puniche lance scuoteranno
le mura di Romolo ma il Metauro rimarrà famoso. Il figlio dei furtivi
amori vendicherà poi la morte del padre e dello zio spargendo fuoco e
fiamme sulle spiaggie elissee, strapperà dall'Italia il Fenicio e lo
vincerà là nel natio covo. Cartagine doma gli cederà le
armi e l'Africa il nome. E da lui nascerà quegli che colla terza guerra
distruggerà la Libia e ne porterà, trionfatore, le ceneri sul
Campidoglio”. Mentre il vate scopriva nell'antro gli arcani degli Dei,
Minucio, capo della cavalleria e comandante del campo, si rivolgeva
all'impazzata contro i nemici. Il Fenicio eccitava il suo perverso furore e
spesso per trarlo con lieve suo danno a più grande battaglia rivolgeva
le spalIe simulando di fuggire: nello stesso modo spesso il pescatore con
l'esca gettata nelle profonde acque attrae i pesci dai nascondigli delle acque
ed appena li vede avvicinarsi e nuotare lieti a fior d'acqua stringe la rete e
li tira imprigionati alla spiaggia. E già per Roma corre la voce che i
Fenici sconfitti cercano salvezza nella fuga e che Minucio, ove ne avesse il
permesso, porrebbe fine alla guerra. Ma si toglie il comando all'animoso e si
minacciano di pene i vincitori. E Giunone agita le menti del volgo e
così le lusinga l'aura popolare: “Ora Fabio chiuderà un'altra
volta il campo e rimesse le spade nel fodero i valorosi saranno chiamati a
discolparsi e dovranno rendere ragione di aver vinto”. E così il
popolo (cosa incredibile) fece un decreto quale Annibale desiderava e che Roma
avrebbe dovuto in breve scontare con gran pericolo. Si divide in due l'esercito
ed il capo dei cavalieri si uguaglia in potere al dittatore. Tutto vide, Fabio,
ma non si sdegnò, temette soltanto che la patria sconsigliata dovesse
pagare grave fio per l'errore. Giunge pensieroso al campo e, divise le coorti,
pianta le insegne sui vicini colli, e di là osserva nello stesso tempo
la schiera romana e la fenicia. Già Minucio balza invano dalle trincee
desideroso di perdere i nemici e se stesso. Fabio vede quindi il libio uscire
con furia anch'egli ugualmente ardente. Comanda allora ai suoi di afferrare le
armi e di stare pronti sui ripari. Il Fenicio intanto avventa tutte le sue
schiere alla battaglia e le sprona gridando “O guerrieri il dittatore
è assente, e bisogna cogliere il momento opportuno. Da molto tempo ormai
disperammo battaglia in campo aperto ed ecco che un Dio ce ne porge
l'occasione. Ripulite dalla lunga ruggine le armi e, poiché è
concesso, saziate alfine di italico sangue le spade”. Il Temporeggiatore
tutto vedeva dall’alto e guardando intorno la pianura si doleva che
così tardi e con sì grande pericolo Roma dovesse sapere chi era
Fabio. Ed il figlio che gli stava armato vicino proruppe: “Oh sì!
l'empio, che estorse i ciechi voti per ridurre i nostri fasci ne pagherá
la pena. Guardatelo, o tribù pazze! Anime vane e gridanti sui rostri e
nel Foro! Dividete pure il comando e gli incarichi della guerra e per decreti
di donne il sole ceda alla notte. Quale fio ne pagherai, popolo folle!”.
Il vegliardo scuote la lancia e con le lacrime agli occhi così risponde:
“Figlio, devi espiare i tristi eventi con libico sangue. Potrò
forse sopportare che dinanzi a me dove può giungere la mia spada i
cittadini di Roma siano sconfitti? O rimanere inerte spettatore delle vittorie
del Fenicio? Se così fosse non sarebbe colpevole chi mi eguagliò
ad un minore. E tu, fanciullo, ascolta le parole del vecchio padre e serbale
eternamente scolpite nel cuore. Adirarsi con la patria è un sacrilegio
ed in fondo allo Stige non vi è ombra contaminata da colpa maggiore di
questa. Questo fu sempre, o figlio, il senno dei nostri avi. Quale fosti, o
Camillo, quando dopo essere stato cacciato in bando salisti vincitore il
Campidoglio! Quanti nemici non trucidò la tua destra di proscritto! Se
quel cuore fosse stato di minor consiglio i regni di Enea avrebbero dovuto
cercare nuove sedi e Roma non sarebbe oggi regina del mondo. Non crucciarti,
figlio, per tuo padre; si afferrino le armi e si corra in aiuto”.
Già le trombe squillano da ogni parte ed i guerrieri si slanciano con foga
alla battaglia. Primo fra tutti il dittatore abbatte i ritegni e le alte sbarre
delle porte e si slancia di corsa alla battaglia. Borea ed Africo che solleva
la Sirti non si scatenano furibondi con maggiore impeto quando si abbattono
disperati sull'Oceano e travolgono le ondate con alterna vicenda e le onde
ululano seguendo or questo ed or quel turbine stridente. Per nessun trionfo, e
neppure per aver vinto l'intera Africa o rovinato Cartagine, Fabio avrebbe
potuto meritare gloria maggiore come per non essersi offeso per la sozza
invidia. In un solo momento domò tutti i nemici e vinse insieme la fama,
la fortuna, Annibale, l'ira, i timori, l'invidia. Non appena il Fenicio vide
calare dall'alto l'esercito trepidò d'ira e perdette ad un tratto, con
dolore, la certezza della strage. Aveva con folte schiere circondato da ogni
parte Minucio pronto a sterminarlo con una nube di frecce e nel malaugurato
conflitto Minucio vedeva da presso nel pensiero la notte tartarea,
poiché si vergognava di riporre la sua speranza nell'aiuto di Fabio. Ed
ecco che il Vecchio sorprende alle spalle con un ampio giro i nemici e li
racchiude nel campo e quelli che pocanzi circondavano Minucio rimangono
circondati. L'eroe sorge in armi più poderoso (e fu volere di Ercole) e
lampeggiando l'alto cimiero sembra ancora più grande ed un vigore nuovo
si infonde nelle sue agili membra. Simile nell'aspetto al re di Pilo quando,
trascorsi gli anni giovanili e giunto senza invecchiare alla seconda
età, fu tremendo nelle battaglie, avventa lance alle spalle dei nemici e
li ravvolge tra nuvoli di saette. Avanza ed uccide Turi, Bute, Nari ed il prode
Maalce che osava opporglisi fiducioso nella fama della sua lancia. Abbatte
quindi Garado ed Aderbe dalla folta chioma e Tuli che superava del capo i libi
ed i romani e con la mano raggiungeva la sommità dei valli. Questi da
lontano e poi atterra con la spada Moneso, Safaro e Morino che incitava alla
battaglia con il ritorto bronzo. Il colpo lo raggiunse nella guancia destra ed
il sangue scorrendo dalla ferita mortale entra nella tromba che risuona
all'ultimo sospiro. Vicino a lui moriva di lancia il nasamonio Idmone.
Sdrucciolando sul terreno tiepido di sangue, mentre tenta invano di sollevarsi
dal terreno lubrico, con il piede vacillante, il cavallo di Fabio lo investe e
lo fa tramazzare. Malconcio vuole sollevarsi, ma il dittatore spingendo a forza
la lancia, che lascia nella ferita, lo inchioda al suolo. L'asta infissa a
terra, scrollandosi il caduto negli ultimi palpiti, dondola, ma la punta rimane
immota, custode della sua preda, sul campo. La gioventù s'infiamma a
così grande esempio di valore. Stretti insieme i Silla, i Crassi, Furnio
con Metello ed il fortissimo Torquato si scagliano sui nemici. Ciascuno a gara
vuole meritarsi, sia pure a prezzo della vita, il plauso di Fabio. Bibulo
(infelice!) mentre si ritrae per scansare una gran pietra lanciata, cade supino
sui compagni morti e la freccia che sporge da un cadavere gli entra nel fianco
attraverso la corazza le cui fibbie erano allentate per i continui colpi, e gli
trafigge il cuore. Strano destino di morte, rimanere illeso alle frecce dei
Garamanti e dei Marmaridi e dover morire per uno strale inerte non lanciatogli
contro! Il meschino si rotola esangue al suolo, pallido il bel volto giovanile
e dal braccio stanco gli cadono le armi e gli occhi gli si chiudono al sonno
eterno. Cleade della gente cadmia mosso dalle preghiere dei Tirii era venuto da
Sidone al campo e guidava il drappello degli alleati andando superbo innanzi
alle ali Eoe degli arcieri. Aveva l’elmo luccicante e monili d'oro
cosparsi di gemme come Espero quando sorge rinnovato dai lavacri del mare e,
pupilla di Venere, non cede ai più grandi astri. E Cleade ed il suo
cavallo, e le vesti intorno dei guerrieri fiammeggiano di porpora e splendono
per tutto il campo. Bruto, desideroso di lotta, lo insegue ardendo di ucciderlo
ma il fenicio accortamente lo sfugge girando a destra ed a sinistra sul
cavallo, e mentre si allontana come fanno i Parti dalla battaglia scocca una
freccia. E non invano, che essa penetra e si pianta in mezzo al mento
dell'armigero Casca: la punta ritta sfiorata la bocca con una ferita
trasversale sale tiepida di sangue fino al palato. Bruto, turbatosi al caso
atroce del suo compagno, non stringe più a corsa il nemico che, temerario
fingendo di fuggire spargeva frecce mortali, e confida la sua grande ira ad un
giavellotto. Esso vola e trafigge Cleade a sommo dli petto, proprio nel punto
nudo tra i monili pendenti. Quegli cade esangue e nello stesso tempo abbandona
l'arco e la freccia. Carmelo, splendido cuore del febeo Soratte, otteneva nella
battaglia ben maggiori fortune: che bagnata la spada del sangue di Bagrada,
signore e condottiero dei Nubii, aveva già trafitto Zeusi della stirpe
spietata dell'amicleo Falante, figlio dell'illustre Lacone e di una fenicia. Ed
ora Ampsaco teme di affrontarlo e non potendo fuggire come il timore lo porta
in mezzo ai cespugli si arrampica su di un'alta quercia e si nasconde tra le
oscure ombre dei tremuli rami. Ma scorto da Carmelo prega invano ed invano
cerca di sfuggire salendo più in alto, ché la lunga asta lo
trapassa. Ugualmente l'uccellatore quando spopola con le panie la selva
sospinge tra le alte ombre del bosco la ben congegnata rete così che
raggiunga gli uccelletti. Ampsaco muore ed il suo corpo rimane sanguinoso
penzoloni al ramo. Già l'esercito latino incalza le schiere tirie,
quando il mauro Tungro spaventevole in armi si gitta in mezzo con la sua mole
gigantesca. Egli era di pelle nerissima e neri cavalli tiravano il suo alto cocchio,
aveva sul cimiero un pennacchio nero e vestiva di nero; simile al signore della
perpetua notte quando fuggì al talamo infernale con la rapita Vergine di
Enna sul carro tutto coperto di stigie ombre. Catone nobile prole di Tusculo,
che posta sui poggi circei fu governata un tempo da un nipote di Laerte,
benché ancora giovinetto e veda i Latini impaurirsi, e fuggire, sprona
forte il cavallo ed intrepido gli si avventa contro. Ma il cavallo impaurito
dal nero guerriero si ferma. Egli allora si ferma e sceso a terra insegue a
piedi il carro che vola e vi balza dietro. Allibisce il moro vedendosi il ferro
alto sul collo, gli cadono le briglie di mano ed il sangue gli si gela nelle
vene. Catone gli mozza il capo e lo porta infitto sulla lancia. Ecco che ora il
condottiero più fiero nella battaglia accanita si apre il varco facendo
strage di nemici e vede il capitano italico sanguinoso anelare alla morte. Con
le lacrime agli occhi fa schermo del suo scudo al misero e rivolto al figlio
gli dice: “Laviamo quest'onta, o valoroso, ed il libio che volle i nostri
campi illesi dal fuoco si abbia da noi degna mercede”. Figlio di
così gran padre quegli esulta agli incitamenti e spazza intorno il campo
colla spada finché non vede cedere Annibale. Come il marzio lupo, non
veduto dal pastore, quando è spinto da fame azzanna un'agnelletta e
stringendo i denti la fa tacere, e se il pastore desto ai belati gli corre
incontro, egli apre le profondo fauci ed abbandonata la preda spirante se ne
fugge crucciato a bocca aperta. Si dileguarono alfine le ombre infernali che
con tanto impeto avvolgevano le schiere di Minucio. I soldati alzando le mani
si dicono indegni della salvezza e dubitano ancora del bene insperato. Quelli
che giacciono sepolti sotto l'improvvisa rovina, uscendo fuori dal mucchio dei
cadaveri, per l'atra notte che li abbandona, chiudono gli occhi paurosi della
luce. Dopo la battaglia il vecchio passa con gioia in rassegna i suoi guerrieri
e fatto ritorno alle colline si accampa entro le mura. Ed ecco che i soldati
festanti, risorti dalla morte alla vita, avanzano gridando in lunga fila e
chiamando Fabio loro gloria e loro salvezza e salutandolo ad una voce Padre. E
quegli che prima s'era diviso la lui con le sue schiere esclama: “O
Padre, se pure richiamato da te alla vita posso avere ragioni di dolermi,
perché mi fu concesso di dividere e schiere e campo? E perché
affidarmi queste armi che solo tu sai reggere? Sotto così grave peso
versammo molto sangue, e vedemmo già le tenebre dello Stige. Orsù
guerrieri portate qui le aquile e le insegne salvate, qui è la patria,
solo in questa grande anima è la grandezza di Roma. Abbandona, o
Annibale, le note arti e gli inganni, ché solo Fabio ti sta incontro in
guerra ». Così parlò, e, venerabile a vedersi, sorsero
improvvisi mille altari di verdi cespugli. Ma né i doni di Lieo
né i cibi alcuno toccò prima che Minucio con molte preghiere non
ne avesse asperso le mense di libagioni in sacro onore di Fabio.
VIII - Fabio per primo mostrava ai
nipoti di Enea le schiere dei Sidoni in fuga. Il campo italico chiama lui solo
padre, ed il Fenicio ,rodendosi degli indugi, suo solo nemico. Per combattere
deve attendere la morte di Fabio e sperare, lui armato, l'aiuto delle Parche. E
come potrebbe saziarsi di sangue latino finché è vivo il vecchio?
Ancor più lo tormenta il pensiero che i soldati abbiano tutti lo stesso
volere e che le insegne ed il comando siano in mano di uno solo per cui deve
lottare un'altra volta con Fabio e poi sempre con Fabio. Quello rattiene gli
impeti bellicosi e temporeggiando riduce il nemico all'estremo di ogni cosa, ed
è vincitore in campo pur senza dar battaglia. I Galli allora, popolo
ardente dapprima, ma che subito si stanca, cominciarono a sospirare i patrii
tetti. Mutevoli sempre, tutto chiacchiere e fumo, si rattristano che contro le
usanze si facesse guerra incruenta nel chiuso e le braccia poltrissero fra
tante armi rugginose. Maggior dolore dava ad Annibale l'astio di parte che
affliggeva la sua patria, l'odio di Annone che nemico alla grande impresa
impediva ai Senatori di decretare il denaro necessario ai soccorsi. Giunone
ormai presaga di Canne e baldanzosa per i futuri avvenimenti rinfranca lui che
temeva peggio con nuova speranza. Chiama a sè Anna dalle acque di
Laurento e così blandamente le parla e la esorta “Un giovine
condottiero, del tuo sangue, Annibale, illustre nome, disceso dal vostro Belo
è in affanni. Affrettati e modera, o Dea, la tempesta dei suoi pensieri
togligli dal cuore quel Fabio che l'angoscia ed è unico ostacolo alla
conquista d'Italia. Costui sarà privato del comando ed avrà per
successore Varrone e con questi soltanto si ingaggierà battaglia.
Annibale non venga meno al suo destino e muova il campo affrettandosi verso i
piani di Iapige. Io sarò là, e la fortuna gli arriderà
come un giorno alla Trebbia ed al Trasimeno ». Allora la Dea vicina ai
casti boschi indigeti rispose: “Non mi è lecito indugiare
nell'ubbidirti. Anna conserva sempre il suo grande amore per l'antica patria e
per gli ordini della sorella pur di avere divini onori nel Lazio”.
L'oblio disperde molte antiche memorie travolte nella notte dei secoli, e
infatti non è chiara la ragione per cui gli Enotrii siano adoratori di
una Dea serrana e nelle terre di Enea abbiano consacrato un tempio alla sorella
di Elissa. Ora io raccogliendo quello, che ne ha tramandato la tradizione ne
dirò in breve l'antica origine. Dopo che Didone fu abbandonata
dall'ospite troiano, senza speranza, furiosa, innalzò nelle segrete
stanze del palazzo il rogo e decisa a morire impugnò la spada, infausto
dono dell'amante che era fuggito. Iarba da lei disprezzato le usurpò il
trono e mentre il rogo era ancor caldo Anna fuggì. Misera, non sapeva in
chi affidarsi contro il temuto nomade, signore di così gran regno. In
quel tempo governava con mitezza Cirene un ottimo principe, Batto, che aveva
sempre pronta una lagrima per le sventure umane. Veduta la supplice egli,
fortemente commosso per la sorte dei re, le diede sicuro asilo per tanto tempo
quanto ne abbisogna al mietitore per falciare due volte le bionde spighe, ma
poi non potette ella godere dei pietosi soccorsi. Batto le disse che Pigmalione
correva il mare a sua rovina ed Anna per l'ira degli Dei fuggì di nuovo
dolente di non essersi unita alla sorella, compagna a lei nella morte. Dopo
grandi traversie fu travolta da un fatale turbine con la nave squarciata alle
spiagge di Laurento. Ignara del cielo, dei paesi, degli abitanti, ignota, la
naufraga sidonia errava trepidando sulle spiaggie del Lazio quando le si fece
innanzi, già signore del regno, Enea con il sacro Julo. Lo riconobbe
ella e chinato lo sguardo e paurosa si gettò supplichevole e piangente
ai ginocchi del fanciullo. Enea mite la sollevò e la condusse al
palazzo. E quando l'ebbe ristorata non cure ospitali dei lunghi affanni patiti
e del timore dei nuovi, pietosamente sollecito l'invitò a narrare la
fine della misera Elissa. Alle sue parole Anna piangendo raccontò
mestamente a lungo: “Per te solo, o figlio della Dea, mia sorella ebbe
cara la vita ed il regno. La sua morte ed il suo rogo che, ahimè, non fu
anche il mio, lo provano. Quando la sventurata non potè più
vederti, ora seduta sulla spiaggia, ora ritta collo sguardo lontano, seguiva il
corso dei venti, e chiamava con grandi urla Enea pregandoti di accoglierla
compagna sulla nave. Quindi ritornata affannosa nelle sue stanze, tremante si
arrestò, presa da raccapriccio nell'avvicinarsi al talamo consacrato.
Fuori di mente baciò e ribaciò l'immagine di Julo, astro
raggiante, o rivolse rapida lo sguardo e pendeva al tuo volto. Ti parlava, si
lamentava con te sperando sempre in un tuo messaggio. La speranza non abbandona
mai l'amore. Uscì nuovamente dal palazzo e ritornò nuovamente
alla spiaggia e guardò intorno nel caso che il vento contrario ti
costringesse a tornare. I Massili improbi colla loro vanità fallace la
spingono anche a magici incantesimi. Maledette arti degli indovini! Essi
evocano gli spiriti notturni, promettono ristoro agli affanni. Empi! Anch'io
fui tradita dalle loro frodi. Ecco che Didone gettò sul rogo tutti i
dolci pegni del tuo amore ed infausto dono la spada”. E qui Enea ripreso
dall'antico amore interruppe: “Per questo suolo il cui nome spesso
risuonava all'orecchio tra i miei voti, per il dolce capo di Julo, diletto a te
ed a tua soreIla un giorno, Anna ti giuro che con dolore e con gli occhi
rivolti indietro, partii dal vostro regno. E non avrei abbandonato il talamo se
il Cillenio non mi avesse portato con grandi minaccie sulla nave e non avesse
sospinta ai venti rapidissimi la flotta. Ma dimmi, perché (tardo ammonimento)
abbandonare in quel tempo la misera incustodita alle furie dell'Amore?”
Quindi anelando tra un singhiozzo e l'altro e con mozze parole Anna riprese con
trepide labbra: “Apprestai al Dio tenebroso, signore del terzo regno ed
alla consorte del talamo infernale un nuovo sacrificio per placare gli affanni
nell'anima sconvolta della sorella abbandonata. Io stessa conducevo
all’altare le pecore nere desiderosa di placare la visione che turbandomi
il sonno, mi empiva a notte d’alto terrore. Sicheo col volto lieto mi apparve
tre volte e tre volte chiamò a gran voce la sua Didone.
Quell'apparizione mi scuoteva dal pensiero e alla prima alba, pregati gli Dei
che la volgessero a bene mi bagnavo nelle vive acque del fiume. Ma essa giunta
prestissimo alla spiaggia baciava con piú baci la rena ove tu poggiasti
il piede. Distesa al suolo abbracciava le tue sparse impronte e le scaldava
premendovi sopra il petto come la madre desolata si stringe al cuore le ceneri
del figlio. E quindi accorsa precipitosa, con le chiome al vento, salì
l'alto rogo costruito, dalla cui cima si vedeva l'ampio mare e tutta Cartagine.
Quivi, adorna del mantello frigio e del monile di perle, si beava sognando il
giorno in cui contemplò la prima volta quei doni. Ricordi i giorni in
cui le mense furono festive per il tuo arrivo e riudiva ancora una volta dal
tuo labbro le sventure di Troia vegliando. Infine smarrita rivolto lo sguardo
al porto esclamò: “O Dei della lunga notte, che sento più
divini ora che la morte mi incalza, vi prego, soccorretemi benigni e
raccogliete in pace quest'anima mia vinta dall'amore. Sposa d'Enea, nuora di
Venere, vendicatrice del marito vidi sorgere le alte mura della mia Cartagine
ed ora discendo tra voi ombra famosa. Forse l'eroe che arse un giorno per me
d'amoroso fuoco, mi attende desideroso ancora delle conosciute dolcezze”.
Così dicendo la misera s'immerse nel cuore la spada che era pegno
adorato dell'amore del dardano. Le ancelle la videro, e corsero dolorose per
gli atri battendosi il petto; e tutta la reggia risuonò per le lunghe
grida. All'orrida novella esterrefatta mi lacerai il volto, corsi
affannosamente alla reggia salendo come pazza le alte scalee. Tre volte mi
slanciai sulla crudele spada e tre volte ricaddi sul volto riverso della
sorella esanime. La fama volò rapida per le città vicine ed io
travolta dal destino trovai rifugio in Cirene donde il mare in burrasca mi
gettò alle vostre spiaggie”. L'iliaco condottiero mosso da
pietà fu così benigno con l'infelice Anna, che essa non
più triste ed addolorata non sembrava forestiera tra i Frigi. Era
profonda la notte e in terra ed in mare ogni cosa taceva nel sonno quando le
apparve in sogno Didone con l'aspetto desolato e le parlò:
“Sorella, puoi abbandonarti con sicuro riposo tra queste mura? Non vedi quali
pericoli e quali nascoste insidie ti minacciano? Non conosci i nipoti di
Laomedonte, infausti alle nostre contrade, ed al nostro sangue? Finché
gli astri roteeranno in cielo e finché la luna rischiarerà il
mondo con le fraterne luci, non vi sarà pace fra gli Eneadi ed i Tirii.
Levati. La sospettosa Lavinia ordisce occulte frodi e cova in segreto un'atroce
delitto. Odi Sorella e, perché tu non creda che le mie parole siano una
fallace immagine del sonno, vai non lontano di qui dove il Numicio scarso
d'acque scorre lentamente e quieto serpeggia per le valli. Corri ed affrettati
in un sicuro rifugio. Le ninfe ti accoglieranno con giubilo nel sacro fiume ed
avrai sempre nelle terre d'Italia divini onori”. Didone così disse
e sparve nell'aria. Anna si destò esterrefatta alla nuova apparizione e
le corse per le membra un freddo sudore. Balzò dal letto e, così
com'era, avvolta in un velo leggerissimo, uscendo dalla piccola finestra corse
disperatamente per i campi finché il Numicio (questa è la leggenda)
non l'accolse nell'arenoso grembo nascondendola negli antri cristallini.
Già il giorno spandeva da ogni parte i nuovi raggi quando gli Eneadi non
trovarono più la sidonia nelle sue stanze e la cercarono gridando per i
campi seguendo le chiare impronte verso il fiume vicino. Meravigliati si
guardarono l'un l'altro perché il fiume frenando le sue acque alla fonte
ne aveva arrestato il corso. Si vide allora la Vergine sidonia stare nel
profondo in mezzo alle cerule sorelle e parlare dolcemente ai Troiani. Da
allora la sua memoria è sacra ed ai primi di ogni anno in ogni terra
d'Italia, Anna è adorata. Giunone allorché l'ebbe infiammata alle
battaglie funeste ai romani vola lieve col suo carro per l'aria, lieta ormai,
pregustando le desiderate stragi degli italiani. Anna si appresta ad ubbidire
alla Dea e non veduta da occhio mortale si avvicina al grande condottiero
libico. Egli in disparte considerava da solo nell'insonne pensiero la fortuna
delle armi e gli incerti avvenimenti ed affannoso sospirava. Ed Anna con
amichevoli parole così ne lenisce gli affanni: «Perché
sempre con pungenti affanni inasprisci il tuo dolore, tu invitto condottiero
dei Sidonii? I Celesti non han già deposto le ire a tuo riguardo e
concedono ormai ogni favore ai figli di Agenore. Rompi gli indugi e fa scendere
in campo le schiere marmariche. Sono mutati i fasci consolari e un secondo
Flaminio ti è ora di fronte. A te mi manda, non dubitare, la sposa del
Tonante. Io sono la ninfa adorata in eterno sulle Ausonie spiaggie e sono come
te sangue di Belo. Muoviti e scaglia rapido le folgori di guerra là dove
il Gargano s'innalza sopra i campi iapigei. E' breve la via, volgi colà
le insegne». Disse e disparve in un'umida nube. Il sidonio allora
nuovamente sperando nella certezza della vittoria esclamò: «O
ninfa, vanto di nostra gente, Dea a noi consacrata sopra ogni altra, adempi
benignamente la promessa! Io, vincitore della battaglia, ti ergerò nel
marmoreo tempio, sulla rocca della nostra Cartagine, un simulacro, ed accanto a
Didone avrai con lei uguali incensi e doni». Quindi infonde nelle coorti
il suo ardore e la sua gioia: «O soldati, flagello dei Latini, siano
lungi gli affanni ed il tormento del lungo attendere. Le ire celesti si
placarono ed i Numi sono con noi. Vi annunzio che il maligno Fabio non comanda più
e sono cambiati i fasci. Ora si compiano altre prove, quelle di cui vi vantaste
quando fu permesso combattere. Ecco che ora il Dio ci promette ancor maggiori
imprese. Muoviamo le insegne. Ci conduce la patria Dea, andiamo alle campagne
di Diomede che saranno tomba ai Frigi ». Mentre i Fenici eccitati si
avviano ad Arpi, Varrone spinto dal favore del popolo ottiene la desiderata
porpora. Grida dai rostri e col suo troppo fare affretta alte sventure e
l'ultimo crollo di Roma. Egli era di oscura nascita ed i suoi antenati furono
plebe senza nome, ma vaniloquente vociferava di continuo. Crebbe quindi in
fortuna e, ricco del mal tolto, blandendo sempre il popolaccio ed abbaiando
contro i Senatori salì così in alto che in Roma stremata dalle guerre
era arbitro ed anima del governo e dei destini, mentre sarebbe stato vergognoso
ai Latini ottenere salvezza dai suoi trionfi. Il volgo con ciechi voti lo pose
tra i Fabii e gli Scipioni sacri a Marte e con Marcello offrì al Tonante
le opime spoglie. Empio favore che maturò nel campo di guerra la
sciagura mortale di Canne assai più funesta dei campi Grai. Seminatore
di scandali guazzava tra le ire e le calunnie, uomo bieco in toga, inesperto e
fiacco nelle battaglie spera di arrivare con le chiacchiere a quell'onore che
non s'era mai conquistato con la spada e perciò grida.
“Guerra” dai rostri, e rimprovera a viso aperto Fabio dei lunghi
indugi e dinanzi alla plebe grida contro il Senato ingiuriose parole:
“Popolo sovrano, insegnami tu il modo di guerreggiare: io console te lo
chiedo. Dovrò starmene da parte od andare errando tra i monti mentre il
negro Mauro ed il Garamante dividono con me l'Italia? Tu mi cingesti la spada;
la debbo adoperare? Orsù ottimo dittatore, odi il comando del popolo di
Marte: egli vuole alfine libera Roma ed i Fenici fuori d'Italia. Ha troppo
fretta chi si strema in pianti gravato da mille rovine per tre lunghi anni? Or
dunque, valorosi, alle armi! E' la via più breve e l'unico indugio per
il trionfo. Il primo giorno che ci scontreremo non i Libi terminerà la
guerra punica e la tirannia del Senato. Animo, o prodi, voglio trascinare per
Roma Annibale, avvinto il collo di catene innanzi agli occhi di Fabio”.
Così strombazzando esce fuori dalle porte con le schiere impetuose, come
l'auriga inesperto erompe dai cancelli aperti a briglia sciolta e tutto chino a
sferzare punta a stento il piede tremante e corre in balia dei cavalli: l'asse
mal sospinto fuma e sul carro vacillante le briglie ondeggiano discordi. Paolo
che gli era pari in armi ed in comando vedeva che il malaccorto console traeva
la patria a rovina, ma l'ira volubile della plebe incitata e la ferita che
portava sempre impressa nell'anima tratteneva la tempesta aspra d'affanni che
gli fremeva dentro. Poiché quando alle prime armi domò le spiaggie
Illiriche negra invidia l'assalse caninamente e ne fece indegno strazio e sin
da allora temette riverente la plebe minacciosa. E pure, congiunto agli Dei per
degni avi, la sua razza discendeva dal cielo, ché Amulio il capostipite
era pronipote di Assaraco, ed Assaraco figlio di Giove e ben nelle armi
ciascuno di loro sembrava figlio di Dei. Fabio a lui che già muoveva per
il campo disse: “Se tu pensi di scendere ad aspra battaglia con Annibale
(e mio malgrado mi escono dal cuore queste parole), o Paolo, tu tradisci la
patria. Un nemico ben più fiero ti attende, altre aspre fatiche nel
campo o che io non appresi nulla incanutendo in guerra. Egli promise e mi
vergogno e mi odio se fui serbato a patire lo scempio che già presento,
io l'udii promettere che non appena l'incontrerà attaccherà
battaglia con un nemico così fortunato e, se giungono le parole del
console al Fenicio, quanto siamo lontano dall'ultima rovina? Forse l'esercito
sidonio è già schierato all'aperto ed attende colle spade alzate
il secondo Flaminio. Quanti eroi, insensato Varrone, vuoi condurre a morte? Tu
corri a battaglia, ma conosci il terreno? E non esplori a lungo il piano del
nemico? Tu, eterni Dei, non saprai di che cosa abbondi e di che sia manchevole?
E non cercherai di conoscere le condizioni del luogo, le armi ed il modo di
guerreggiare del nemico? E non ricordi quanto la fortuna dei Fenici sia
superiore alle armi? Paolo, tu opponi il tuo saggio animo al temerario; come un
solo uomo basta a rovinare la patria, uno solo la salvi. Il libio ostinato
è afflitto da penuria di vettovaglie, il furore guerresco languisce
negli alleati e la fedeltà si spegne in loro. Lontano dalla patria, egli
non ha casa ospitale che lo accolga, non ha città che gli dia fedele
asilo fra le mura. Le sue fila non s'ingrosseranno per nuove leve e conta
appena un terzo dei soldati che condusse dalla selvaggia Iberia. Tu sta saldo,
nota ogni cosa ed accorto indugia come ti conviene la guerra ed appena il
momento ti sarà propizio con l'assenso del Dio corri veloce ai
trionfi”. E brevemente con lo sguardo mesto Paolo gli rispose:
“Sempre sarà tale in me l'amore per la patria: porterò
contro i Fenici la tua invitta anima. So bene che soltanto per tua opera, per
il tuo saggio temporeggiare Annibale si stancò e si disperò della
inutile guerra. Ma vedi, maledetta ira degli Dei, dei due consoli io credo che
l'uno fu scelto per fortuna di Roma, l'altro per quella dei Sidonii: e questi
trae ogni cosa a rovina, follemente sollecito che Roma non perisca che per la
sua mano. Il Senato libico nomini un mio collega: non sarà più
dannoso di Varrone. Non vi è cavallo che sia abbastanza veloce per
condurre la battaglia ed egli si sdegna perché le ombre della notte
ritardano la sua corsa precipitosa e va superbamente con la spada nuda per non
perder tempo a sguainarla in battaglia. Rupe Tarpea e tu dimora di Giove, padre
dei miei, e voi salde mura della mia patria che lascio alte sopra i colli, vi
giuro che sarò sempre disprezzatore di ogni rischio quando mi chiamerà
a vostra salvezza. Ma se l'esercito, sordo alle mie parole, verrà a
battaglia, non penserò più a voi, miei figli, né alla
dolce famiglia mia, discesa da Assaraco. Paolo non torna in Roma oppressa come
un Varrone». Così mossi da diversi pensieri muovono i condottieri
e già il Fenicio occupa le terre indicategli dalla Dea e si prepara a
battaglia nei piani dell'Etolia. Mai l'itala terra fu scossa da maggiore
tempesta di armi e di cavalli, ché si temeva l'ultimo destino di Roma e
del popolo, né si aveva più speranza di tentare dopo di questa
un'altra battaglia. Andavano a battaglia uniti ai Sicanii i Rutuli, prole di
Fauno, popolo sacro che custodiva gli antichi regni di Dauno e fece sua gloria
della dimora di Laurento e delle fonti del suo Numicio. Li mandava in guerra Castro
e Ardea, funesta un giorno per i Troiani, Lanuvio nota1 alta sul monte, dimora
di Giove e Collazia nota2 già patria del casto Bruto. Quindi con gli
abitatori dei boschi di Trivia nota3 e con quelli che abitano alle foci del
fiume Tosco, erano le genti che bagnano nel tepido Almone nota4 Cibele. Quivi
anche il tuo Tivoli, o Catillo, e Preneste nota5 dai colli sacri alla Fortuna,
e dell'antica Crustumio nota6 la più antica Antemna. nota7 Andavano
insieme ai provati aratori di Labico coloro che sono sulle rive del Tevere
scettrato e quelli dell'Aniene, coloro nati nella terra che il gelido Simbruvio
nota8 irriga e quelli che usano domare le equicole campagne con i rostri. Loro
condottiero è Scauro che giovane d'anni e di illustre avvenire
già dimostrava grande valore. Non sogliono costoro in battaglia gettare
lance e non empiono la faretra di alate frecce, ma hanno giavellotti e corte e
maneggevoli daghe, portano elmi di bronzo le cui penne alte sul capo sormontano
le schiere. Poi quelli di Sezia nota9 che offre i suoi vini allo stesso Bacco,
gli abitanti delle famose valli veliterne, quei di Cori e di Segni che
spumeggia di aspro mosto e quelli delle pestifere paludi Pontine dove il
nebbioso Satura dilaga intorno stagnando e per le squallide terre l'Ufente travolge
brutto di fango le acque per insozzare le onde del mare. Essi sono guidati la
Scevola, disceso dall'illustre razza e ben degno, per il suo valore, dei grandi
avi. Sullo scudo di bronzo aveva scolpita la gran gloria del terribile eroe. I
fuochi ardono sopra gli altari ed in mezzo al campo etrusco, Muzio, crudele con
sé stesso, brilla per il suo feroce valore mentre Porsenna, stupito a
tale vista tronca la guerra con così grande eroe e fugge prima che la
destra bruci nel fuoco. Silla insieme alle eccitate schiere ferentine conduce i
Privernati e quelli che solcano le zolle della ricca ed umida Anagni. La
gioventù di Sora e le genti di Scazia e le turbe di Fabrateria. nota10.
I soldati che calarono dai nevosi pendii di Atina e quelli che mandavano Suessa
nota11 stremata dalle guerre e Frosinone, esperti nell'usare la vanga e la
spada. Il fiero arpinate che dalle sponde del Liri che mesce le solfuree acque
al Fibreno e si versa lene nel mare aveva chiamato alle armi e raccolto il
più bel fiore di Venafro e Larino ed aveva lasciato Aquino, città
poderosa, senza uomini. Un solo capitano: Tullio, discendente del grande re
Tullo, guidava alla battaglia le coorti armate. Quale indole nel giovane
guerriero e quale cittadino avrebbe dato la sua razza nei secoli venturi agli
italiani! Nominato oltre il Gange ed oltre gli Indi la sua voce empirà
l'universo e colla sua parola fulminatrice, domerà la guerra dei
furibondi, ed ai posteri non farà operare di raggiungere la sua
eloquenza. Ecco Nerone, nato dal terapneo sangue di Clauso che inimitabile
nell'ardire, si slancia rapido tra i primi. Con lui era la schiera di Amiterno
nota12 e di Casperia nota13 che ebbe nome da Battra, di Foruli nota14 e Rieti
sacra alla gran madre degli Dei, e lo seguono le schiere di Nurzia nota15
sempre sparsa di brina e quelle delle rupi tetriche. Tutti erano armati di
lancia e di un rotondo scudo. Avevano elmi senza piume ed uno schiniere alla
gamba sinistra. Andavano insieme e cantavano insieme ora le lodi di Janco,
padre della loro stirpe, ora di Saba che primo chiamava con il proprio nome i
popoli della possente Sabina. Chi è quel forte, orrido di squame
coll'elmo irto di equina chioma? E' Curione che eccita i figli della terra
picena. Quanta parte di esercito in costoro! Nel mare in tempesta le onde
infrangendosi non gettano biancheggiando spruzzi più veloci e più
spessi, né la vergine guerriera quando corre ed esercita a finta
battaglia le mille turbe dai lunati scudi, per cui ne risuona il Termodonte e
tutte le amazzonie spiaggie, leva tumulto maggiore. Qui vedevansi coloro che
Numana nota16 nutre nei sassosi campi e duci di Cupra che ha gli altari sulla
spiaggia insieme a coloro che difendono le torri truentine sulla foce del
fiume. I loro scudi saettati dal sole mandano lampi di sanguigna luce fino alle
nuvole. Quivi è in armi Ancona le cui lane colorate non cedono alla
porpora libica e sidonia. Adria, bagnata dalle acque del Vomano, ed i rozzi
alfieri della frondosa Ascoli. Essa fu fondata dall'antico Pico, nome
memorabile per il proavo Saturno. Circe improvvisamente dispogliò per
virtù di canti Pico della sua apparenza e lo fece volare per l'aria con
crocee penne. E' fama che prima di lui questa terra fu dei Pelasgi ed Esi, loro
signore, diede nome al fiume e quei popoli furono fin da allora detti da lui
Asili. Ma i coloni umbri, venuti da monti vallicosi, rafforzarono per le loro
terre ed il Metauro che precipita violento dalle cime per sonanti rupi, ed il
Clitunno che asperge con la sacra onda i poderosi Tauri; il Nari che precipita biancheggiando
nel Tevere, la Tinia dalle ignote acque, il Clani, il Rubicone e la Senna
così chiamata dai Senoni. Ma in mezzo a loro scorre il gran padre dei
fiumi, l'Albula e lambisce fra le più strette rive le alte mura di Roma.
Qui vi sono le città d’Arna nota17 e di Mevania, lieta per ridenti
prati, e qui Spello, Narni che siede sul pendio roccioso della montagna una
volta umido per moleste nebbie e Foligno senza mura negli aperti campi. E poi
genti vigorose; gli Amerii ed i Camerti, lodati per la vanga e per la spada, i
pastori di Sassina, ricchissima di latte ed i Tuderti, adoratori solleciti di
Marte. Di questi eroi, disprezzatori della vita è capo Pisone, giovane
di gentile aspetto, ma piú scaltro di un adulto, pari in sagacia ad un
uomo maturo. Primo nelle file splendeva nelle armi come il fiammante monile
degli Asarcidi splende di gemme. Un'altra legione composta di Etruschi marciava
per la guerra con lo sguardo fisso nel suo capitano: Galba, nome illustre che
traeva la sua origine da Minosse e da Pasife che si unì al toro. E
mandarono al campo scelta gioventù Cerveteri, Cortona, la città
fondata dal superbo Tarcone e l'antica Gradisca e Palo cara all'argolico Aleso
e Fregene, cinta da orride lande. Seguivano poi intrepidi dei voli e della
sacra folgore i Fiesolani ed il popolo di Chiusi, spavento un giorno delle mura
di Roma quando invano il grande Porsenna volle risollevare il regno dei
cacciati Superbi. Vennero quindi i guerrieri che Luni nota18 aveva mandato
dalle nivee cave di marmo insigne per il suo vasto porto di cui nessuno
è più capace di navi ed è più sicuro ed i Vetuloni,
antico onore delle terre meonie, prima di ogni altro popolo questi mandarono
innanzi al console dodici fasci ed altrettanti scudi aggiunsero muto terrore;
fregiarono di avorio le alte insegne curuli, listarono per primi di porpora la
toga ed accesero le battaglie con il suono delle trombe. Andavano insieme le
schiere di Nepi con gli Equi Falisci ed i figli di Flavinia e quanti sono
intorno al lago di Bracciano ed a quello di Vico e quelli che non lontani da
Sutri abitano sul Soratte sacro ad Apollo. Hanno per armi due lance e difendono
il capo con un'irta pelle di fiera e disdegnano, usi a gettare l'asta, l'arco
licio. Erano maestri di guerra, ma la gioventù marsicana era parimenti
esperta. Eppure espertissima nell'addormentare con incanti i serpenti e
togliere con ignoti succhi e canti il dente avvelenato alle vipere. Figlia di
Eeto come è tradizione, Angizia insegnò per prima a conoscere le
cattive erbe e con il tocco rese innocui i veleni, attrasse la luna,
arrestò con le sue grida le acque dei fiumi ed i monti ubbidienti alla
sua voce si spogliarono delle selve. Ma quei popoli ebbero nome da Marsia,
allorchè questi fuggiva per mare dalla frigia Cirene e giunse ospite
spaventato tra di loro, e poi il suo flauto migdonio fu vinto dalla cetra di
Apollo. Marruvio, celebrata per il nome illustre dell'antico Marro è
capoluogo delle città marse ed è posta, bianca, ricca di frutta,
ma scarsa di biade in mezzo a umidi campi. E poi altre città di lieve
conto ed ingloriose, ma numerose. Insieme ai Marsi andavano i Peligni intrepidi
che portavano le coorti dal gelido Sulmone. I soldati sidicinii e quelli di
Calvi gareggiavano in impeto tra loro. Di quest'ultima città fu fondatore
non ignorato Calai che nutrì negli antri dei Geti a Borea la madre
Oritia, tratta a volo per il Cielo dalle sue raffiche. I Vestinii guerrieri
avvezzi alle aspre cacce delle fiere, a nessuno secondi in battaglia,
ingrossarono l'esercito. Erano con loro quelli che pascolano nella verdeggiante
Penne e per le cime del Fiscello e le campagne di Avella che ben presto
rinverdiscono. Emuli dei Frentani i Marrucini, quei di Corfinio e della grande
Chieti armati tutti di una roncola e di una frombola con cui colgono in cielo
gli uccelli, e per corazza le pelli degli orsi uccisi nelle cacce. Da tutte le
parti si erano raccolte al passaggio dei capi nelle città osche i
guerrieri mandati dalla Campania, ricca di tesori e di illustri avi. Si videro
le genti di Sinuessa dalle tiepide acque e del Volturno dai flutti sonori e
quelle di Amilca cui fu morte il tacere, di Fondi, di Gaeta ove regnava Lamo e
quelle di Antifate chiusa dal mare e delle spiaggie della palustre Literno
insieme a quelle di Cuma che erano anche indovine. E poi ancora i figli del
Gauro e di Nocera e la prole Dicearchea, portata dalle sue navi, il numeroso
popolo della greca Partenope nota19, di Nola chiusa al sidonio, i soldati di
Alife, di Acerra sempre tormentata dal Clanio. E si mostrarono i popoli sarrasti,
le armi del mite Sarno e dei seni flegrei, ricchi di zolfo, di Miseno e
dell'isola dell'itaco Baio, dove le fauci del gigante fiammeggiano. Quelli di
Procida e di Ischia che Giove scelse a tomba dell'ardente Tifeo. E di Capri,
montuosa isola dell'antico Telone e non mancava Caiazzo dalle piccole mura,
né Sorrento, né Avello, povera di messi. Innanzi a tutte Capua,
sconsigliata nella sfortuna e condannata a rovina per il suo folle orgoglio.
Scipione conduceva alla guerra queste genti liete di averlo per capo. Aveva
dato loro giavellotti e corazze, poiché prima usavano secondo il costume
dei padri lievi dardi induriti al fuoco e senza punta, lunghe aste ed accette
campagnuole. Dava tra loro illustri esempi della sua gloria futura e lanciava
pali ed infaticato saltava le fosse delle mura, passava a nuoto le onde
spumeggianti tutto armato. E dava tale spettacolo di ardimento alle coorti che
lo videro spesso superare nella corsa il cavallo lanciato a galoppo per la
pianura, e gettare di là da tutto il campo, levandosi alto, ora sassi ed
ora lance. La sua marziale fronte era ombreggiata da ondeggianti ricci che
ricadevano indietro, lunghi, ed i suoi occhi dolci e tremendi nello stesso
tempo ardevano di soave fulgore. Seguivano i Sanniti, non favorevoli ai Fenici,
ma non ancora dimentichi delle antiche ire. Quei che mietono le campagne di
Nucra e di Batulo nota20 con quelli che scorrono le selve di Boiano. Quei di
Bufra e quelli che nutre Isernia e la oscura Ordona nei squallidi campi. Con
uguale animo i Bruzzi, le coorti delle montagne lucane e dell'Irpinia, orridi
di frecce, con sul dorso pelli di fiere, poiché vivono di caccia ed
abitano nelle caverne, si dissetano nel fiume e dormono più dolcemente
dopo essersi affaticati. Con loro i Calabri, i Salentini ed il popolo di
Brindisi dove termina l'Italia. Ubbidivano tutti al comando dell'ardito Cetego
che aveva intorno a sé molte e indistinte armi e coorti di alleati. Ed
apparvero le schiere della rocciosa Licosa e le schiere di Picenzia e di Pesto
e di Cerilla che fu poi distrutta dalle armi libiche con coloro che bevono al
Selo che, come si narra, fa divenire di pietra i rami gettati nelle sue acque.
E fra i valorosi di Cetego le falcate spade della pugnace Salerno e quei di
Policastro che stringevano nella destra una pesante e ruvida clava. Egli, nudo
il braccio, come i suoi avi gode del cavallo indomito e prova il suo giovanile
vigore nel raffrenarlo. Anche voi, popoli del Po, sebbene prostrati e poveri
d'uomini, correte senza far voti alla battaglia. E Piacenza, affranta dalla
guerra, gareggiò nel mandar soldati con Mutina e Cremona e con la stessa
Mantova; Mantova dimora delle Muse e dall'Aonio canto innalzata al cielo ed
emula di Smirne per il plettro. Seguivano i prodi di Verona bagnata dall'Adige
e quei di Faenza che coltiva i pini di cui tutta si incorona; e mandarono i
loro figli Vercelli e Pollenzia, ricca di nere pecore e l'antica città
di Ocno un tempo alleata dei Teucri nelle guerre Laurentine e Bologna, vicina
al piccolo Reno, e coloro che fendono a stento con il pesante remo le pigre
onde fangose degli stagni di Ravenna. E la schiera troiana profuga dalle sacre
spiaggie antenoree che si era rifugiata in antico sui colli Euganei. E Aquileia
con gli eroi del Veneto. Ed il ligure snello corse e quei di Saluzzo spinsero
al campo i duri nipoti per far più grande il trionfo dì Annibale.
Duce di tante genti è Bruto che avanza solerte eccitando i cuori ed
infiammandoli contro il ben noto nemico. D'aspetto grave e sereno, schivo da
cipigli e da odioso rigore e di ogni gloria cercata per vie non giuste,
mostrava sulla fronte apertamente il verace valore e la soave maestà
dell'anima. E infine tremila frombolieri dell'Etna mandati dal fido re siculo.
Non numerosi, gagliardi, i figli dell'Elba, armati del patrio metallo di cui si
nutrisce la guerra. Chi avesse veduto tanti armati radunati forse avrebbe
perdonato a Varrone l'ansia di combattere. Esercito così numeroso non fu
veduto che quando Micene portò non mille navi guerra a Troia, le mille
navi che vide il leandrio Ellesponto. Appena giunsero a Canne, ai resti
dell'antica città, piantarono sugli sciagurati valli le infauste
insegue. E mentre così grande rovina sovrasta i miseri, i pronti annunzi
del cielo non tacquero delle prossime stragi. Ad un tratto arsero in mano alle
attonite falangi le lance, ed i merli alti delle mura precipitarono, ed il
Gargano gettò giù dallo scrollato vertice gli alberi divelti.
L'Ofanto sbuffando mandò dal profondo un boato, ed i naviganti
sull'ampio mare allibirono vedendo da lontano i monti Cerauni in fiamme.
Privato da ogni luce improvvisamente, il calabro cercò invano
nell'oscurità le spiaggie della nota Sipunte nota21 e schiere di gufi
assediarono l'entrata della trincea e le api si posarono a nubi sulle insegne e
le comete distruggitrici di regni apparvero con sanguigne code. Di notte
rabbiose belve, mentre tutto taceva, irruppero entro la cinta delle mura ed i
soldati tremando videro i corpi delle sentinelle sbranati. E nel sonno paurose
immagini turbarono gli animi, ché si videro dalle tombe uscire le ombre
dei Galli. Tre e quattro volte la Rupe Tarpea tremò scossa sin dalle
radici e nei templi di Giove corsero fiumi di sangue ed il volto dell'antico
Padre Quirino si bagnò di lacrime. L'Allia gonfia straripò spaventosamente,
si agitarono le Alpi e di giorno e di notte nell'Appennino si aprirono immense
voragini. Là dalla Libia piovvero sul Lazio corruschi fuochi, il polo si
squarciò con orrendo fragore e scoprì il volto del Tonante. Il
Vesuvio vomitò dalle sue rupi fuochi etnei e tuonò lanciando
massi sino alle nubi e raggiunse col fiammeggiante vertice le stelle
trepidanti. Ecco che presago della futura sconfitta in mezzo all'esercito un
soldato estatico ed affannoso collo sguardo fisso assorda tutto il campo con
grida orrende: “Pietà crudeli Dei! Non bastano i campi per tante
stragi. Vedo il condottiero dei Libi correre ove sono più folte le
schiere col carro che schiaccia armi, uomini, insegne ed avanza. Infuria il
turbine ed accieca. Vedo Servilio, dimentico di se stesso morire dopo essere
stato invano salvato dal Trasimeno. Dove fuggi, Varrone? Per Giove, Paolo,
ultima speranza di noi travolti cade colpito da un sasso. Ah! Non fu
così grande lo sterminio della Trebbia! Ecco si innalza un ponte di
corpi caduti e l'Ofanto spumeggiando rigetta i cadaveri e le belve scorrono
vincitrici per i campi. Schernendoci ecco che un agenoreo porta innanzi i
littori ed i fasci sanguinosi e gli Ausonii trionfi si portano con pompa nella
Libia. Oh, dolore! Che vedo, per vostro volere, o Dei! L'oro degli anelli tolti
alle sinistre è per Cartagine vincitrice misura delle latine
rovine!”
IX - Invano gli Dèi
annunziarono con palesi e portentosi segni la strage latina ed invano l'Italia
ne tremò. Varrone, come se alla prossima battaglia arridessero propizi i
presagi, ora lancia nella notte frecce, ora rimprovera Paolo di lentezza e fa
squillare le trombe e dar l'allarme con suoni notturni. E nel Fenicio arde un
desiderio di battaglia non meno vivo. Ed ecco che sospinti dal destino le genti
escono da ogni parte dai valli e si azzuffano. I Macii dai campi vicini ove
depredavano i pascoli lanciano nugoli di frecce e già cade Mancino,
spirito battagliero e sempre desideroso di bagnare per primo la sua spada nel
sangue nemico, e con lui cadono molti altri. E per quanto avesse gridato che il
responso dei visceri non era favorevole, Paolo non potè trattenere gli
impeti di Varrone, potè solo, poiché il comando toccava un giorno
per ciascuno, impedire che si desse battaglia nel suo giorno. Ma più di
un giorno non poteva ritardare la morte di tante migliaia. Si ritrassero quindi
le schiere entro i ripari e Paolo gemeva di angoscia al pensiero che l'indomani
il comando toccava al suo folle compagno per cui aveva invano salvata la vita
dei suoi cari. Varrone freme per l'indugio e sbuffa d'ira. Ah, così
ringrazi, o Paolo, chi ti ha salvato? Così ricambi chi ti sottrasse alle
rigide leggi ed allo spavento dell'urna minacciosa? Ebbene, consegna le armi
dei soldati rinchiusi al nemico ed anzi strappale loro di mano tu stesso. Ma voi
prodi, che io vidi piangere quando al comando del console ritornaste ai valli,
non attendete più, secondo le usanze, il segnale della battaglia. Ai
primi raggi che indoreranno le cime del Gargano ciascuno si muova duce di
sé stesso. Io vi aprirò le porte. Riguadagnate sollecitamente la
giornata perduta". Con queste parole Varrone accendeva furioso nelle
stanche menti il desiderio di combattere. Paolo aveva ben altro in cuore, ad
altro volto, e si vedeva con il pensiero immerso nei dolori che presagiva, e
che avrebbe più tardi veduto. Simile alla madre che disperata per il
figlio morente, accecata dal dolore e piangente cerca invano di ridestare con
gli ultimi abbracci le membra ancor tiepide, egli grida: "Per le mura di
Roma tante volte scrollate, Varrone, ti supplico per queste anime senza colpa
cui già sovrasta l'ombra dello Stige, non correre incontro allo
sterminio. Mentre cessa l'odio del cielo e si placa l'ira della Fortuna, ci
giova molto che la nuova gioventù si abitui al nome di Annibale e guardi
in faccia senza paura il nemico. Non vedi che al solo sentirlo avvicinarsi per
i campi trema per improvvisa paura? Non vedi che le armi tremano nelle mani
ancor prima che squillino le trombe? I combattenti che Fabio, indugiatore
pusillanime come tu lo chiami, conduceva alla battaglia con mosse che tu
deridi, ora sono tutti in armi, ma quelli di Flaminio... Disperdano gli
Dèi il triste augurio. Se tu rimani sordo ai miei consigli ed alle mie
preghiere odi almeno i Celesti. La Sibilla Cumana sin dai tempi antichi
vaticinò questo nefasto giorno e presaga di te predisse all'universo il
tuo furore, ed io secondo profeta ti svelo chiaramente il destino: se domani tu
non trattieni le insegne confermerai col nostro sangue le parole dell'augure di
Apollo e d'ora innanzi questi campi non avranno più nome da Diomede, ma
saranno, o console, se ti ostini tristemente famosi per te". Così
disse Paolo, e intanto dai suoi occhi ardenti cadevano le lacrime. La notte fu
contaminata da un orribile fatto. Nelle terre di Libia viveva in servitù
Satrico, prigioniero di Xantippo, che fu poi dato con altri doni al re degli
Autololi in premio del suo grande valore. Egli aveva lasciato nella sua casa di
Sulmona due gemelli ancora lattanti, l'uno di nome Mancino e l'altro detto per
la sua origine retea Solimo. Egli, di schiatta dardania, vantava a proavo quel
frigio che seguendo le armi di Enea aveva fondato la città famosa che fu
detta dal suo nome Solimo e che a poco a poco i coloni italici tramutarono in
Sulmona. Ora Satrico era stato condotto dal re tra le schiere dei barbari
poiché all'occorrenza serviva ai Getuli. Allorchè rivide le mura
peligne e la speranza del ritorno gli sorrise, affidò il suo proposito
alle ombre mute della notte uscendo furtivamente dall'odiato campo. Ma
fuggì senza armi perché il luccicare dello scudo e della spada
non lo tradissero e quindi guardò i cadaveri sul campo e spogliato
Mancino si cinse delle sue armi. In lui il timore a poco a poco era vinto; ma
quell'esangue che egli spogliava dalle armi era suo figlio trafitto poco prima
dalle frecce dei Macii. Ecco che nella notte, nelle prime ore del sonno, Solimo
l'altro figlio usciva dal vallo ausonio e muoveva con le sentinelle che si
davano il cambio tra i caduti cercando l'amata salma del fratello Mancino per
darle sepoltura. Poco dopo vede avvicinarsi dalle tende sidonie un nemico in
armi, e, come il caso lo consiglia, si nasconde nella tomba di Toante d'Etolia.
Scorgendo che nessun altro seguiva il guerriero che si aggirava tra le ombre
solitarie, balza fuori dal sepolcro e scaglia un giavellotto che va a
conficcarsi nel nudo dorso del padre. L'infelice Satrico si crede inseguito dai
Sidonii e colpito dal loro ferro e pauroso gira intorno lo sguardo cercando
l'invisibile feritore. Il vincitore corre avanti con ardore giovanile e come
gli balenano dinanzi con tetra luce le note armi ed allo splendore della luna
riconosce lo scudo del fratello, acceso d'improvvisa ira, grida: "Che io
non sia figlio di Satrico, cittadino di Sulmona e tuo fratello, o Mancino,
né possa dirmi degno nipote del reteo Solimo se costui mi sfugge
impunemente. E tu, vile, predi sotto i miei occhi le onorate spoglie di mio
fratello? E tu porterai, o perfido me vivo, le gloriose armi peligne ai Libi?
Le porterò ristoro al tuo pianto a te, Acca, madre diletta! e tu le
appenderai per eterno onore all'urna di tuo figlio". Così fremendo
gli si slancia contro con la spada alzata, e già lo scudo e le armi
cadevano di mano al vecchio che aveva udito il nome della sua patria, di sua
moglie e dei suoi figli. Un freddo orrore gli agghiaccia le membra e dalle
smorte labbra gli escono appena queste misere voci: "Fermati, non ti
chiedo la vita, che sarebbe delitto desiderarla. Io sono quel Satrico progenie
di Solimo, prigioniero a Cartagine, ricondotto alfine in patria. Fermati che la
tua mano non si contamini del mio sangue, o figlio. Tu non hai colpa
poiché quando gettavi contro di me la lancia io ero un sidonio e fuggivo
infatti dal campo odiato correndo verso i miei figli e la mia dolce moglie.
Tolsi ad un caduto questo scudo ed ora, o unico figlio, reca queste armi, monde
di ogni sospetto, al tumulo fraterno. Ma sia questo il tuo primo pensiero:
avvisa Paolo, il condottiero latino che tragga in lungo la guerra, che neghi al
Fenicio la richiesta battaglia. Annibale è pieno di gioia per gli auguri
del cielo e spera immense stragi. Trattenete, per gli Déi, il furibondo
Varrone che vuol precipitare a morte le schiere. Mi sia almeno dolce conforto
nel terminare questa vita di affanni vigilare per il bene della mia patria.
Bacia, o figlio, il padre che ritrovi e perdi nello stesso momento".
Così dicendo, si slaccia l'elmo e getta le braccia tremanti al collo del
figlio attonito e con le sue parole cerca di quietare il rimorso che lo punge e
di scolparlo per aver scagliato la lancia: "Chi fu testimone del fatto?
Chi lo seppe? Non nascose forse la notte con le sue profonde ombre la colpa? E
tu tremi? Stringi il tuo cuore al mio. Io, tuo padre, ti assolvo e tu con
questa mano ora che hanno fine i miei dolori, chiudimi gli occhi".
L'infelice giovane sospirava profondamente e la voce rotta dai singhiozzi non
gli permetteva di rispondere al padre. Affannandosi a fermare il sangue che
sgorgava nero, piangendo fascia la profonda ferita con un lembo della sua veste.
E tra un singhiozzo e l'altro rompe in questi lamenti: "Così
l'empia fortuna ti conduce in patria? Restituisce essa in tal modo il padre al
figlio e il figlio al padre? Cento volte fortunato mio fratello cui il destino
non concesse di rivederti. Ed io, salvo dalle frecce dei Libi, debbo
riconoscerti ferito dalla mia mano. Almeno la fortuna mi avesse dato modo di
non riconoscerti. Ma ora, Dèi crudeli, non vorrete che rimanga nascosto
anche il mio dolore". Così fuori di mente piangeva e già il
padre dissanguato esalava l'ultimo respiro. Il giovane allora alzando gli occhi
dolenti alle stelle proruppe: "Luna, che sei testimone del fatto di cui si
è macchiata la mia destra,, alla cui luce notturna io gettai l'asta
mortale contro mio padre, non sarai più offesa dell'empio sguardo del
parricida ". Così disse e si immerse la spada nel cuore. Poi
comprimendosi l'ampia ferita e con il sangue che ne usciva scrisse sullo scudo
l'annuncio del padre: "Rifuggi, o Varrone, dalla battaglia ". Quindi
sospeso alto lo scudo sulla punta della spada distese il suo corpo su quello
del padre compianto. Con tali presagi gli Dèi annunciavano agli Italiani
il vicino eccidio e frattanto la notte conscia del misfatto diradava le ombre
cedendo al rosato mattino. Secondo l'uso il condottiero libico eccita alle armi
le sue coorti ed il latino le sue. Risplende già per i Sidonii il giorno
che non avrà l'uguale nei secoli. Esclama il Fenicio: "Voi non
avete bisogno che io vi stimoli con parole, poiché sempre vincendo percorreste
la via dalla meta di Ercole alle terre di Iapige. L'animosa Sagunto cadde,
furono superate le Alpi ed il Po, superbo re dei fiumi d'Italia, fa scorrere le
sue acque soggetto a voi. La Trebbia fu coperta di cadaveri e il suolo lidio fu
sepolcro a Flaminio e la campagna ricoperta per lungo tratto di ossa umane
biancheggia senza che il vomere la solchi. Ma il giorno più bello e
più famoso per lo sterminio dei nemici è questo. A me la gloria,
unico e massimo premio della guerra, ogni altro dono della vittoria è
vostro. Quanti tesori Roma trasse superba dall'Iberia, quanti pomposamente
dalle vittorie etnee, ogni rapina, se pur ne ha delle libiche spiaggie, tutto
senza trarre le sorti cadrà in vostro potere. Quello che la vostra mano
potrà prendere portatelo alle vostre case. Io condottiero non chiedo
ricchezze. I predoni Dardani hanno spogliato in tanti secoli il mondo soltanto
per voi. Tu che discendi dalla tiria stirpe, sia che ti piacciano le terre di
Laurento arate un giorno dai coloni sigei, o ti siano più care quelle
bizacene che fruttano il centuplo della sementa, avrai in premio del tuo valore
libera scelta. E ti sarà anche concesso di condurre al pascolo, vagando
lungo le rive che il biondo Tevere irriga, le greggi depredate. Tu, o alleato,
che muovi con me le insegne, basta che levi la destra bagnata di sangue italico
e diverrai cittadino di Cartagine. Non vi addolori il Gargano o la Daunia;
siamo già alle mura di Roma. Sia pur lontana dal campo di battaglia e
fuor di strada, oggi qui cade Roma. Non vi chiamerò ad altre battaglie.
Soldati, orsù rapidi da Canne al Campidoglio". Dice e le coorti non
ritardate dai fossi escono a corsa dai valli e ,come la natura del luogo lo
richiede, Annibale le schiera lungo la riva del fiume. Dal lato sinistro stanno
i Nasamoni, gente barbara e bellicosa, ed insieme a loro i membruti Marmaridi,
i Macii, gli atroci Mauri, i Garamanti, e poi le turbe dei Massili abitatori
delle sponde del Nilo e presso di loro il popolo degli Adimarchidi lieto di
vivere tra il ferro, le membra abbronzate dal sole ardente. Condottiero di
queste genti è Nealce. Dell'ala destra, dove erra con le sue curve
sinuose l'Ofanto, è condottiero Magone. Con lui sono i guerrieri giunti
dalla fronzuta Pirene e gridano con voci diverse affollati sulle rive e fanno
splendere le lievi armature. Fra tutti si notano i Cantabri, i Guasconi dal
capo nudo, i Baleari usi a tirar di frombola, ed il popolo dei Beti. Alto
Annibale nel centro comanda da sé le sue coorti rafforzate con genti
della sua terra e di quei Celti che vivono sulle sponde del Po. Ma là
dove le acque ritraendosi non difendono più con le loro rive i soldati,
sorgono sulle nere schiere degli elefanti turrite moli e baluardi e come una
mobile trincea si innalzano mura dondolanti fino al cielo. I Numidi corrono
fuori ordinanza attaccando battaglia per tutto il campo. Mentre il condottiero
ordina e divide le sue schiere e le consiglia e le istiga incessantemente
ricordando le sue gesta e si gloria di riconoscere al sibilo chi lanciò
una freccia e promette ai suoi di essere testimone delle loro imprese, Varrone
muove alla rotta sanguinosa ed il navigante della livida palude prepara lieto
il posto per le ombre che debbono venire. Ed ecco che i guerrieri delle prime
file si fermano dinanzi allo scudo dalla scritta sanguinosa, muti e trementi
per il funesto presagio. Miserando ed orrido spettacolo! I due Peligni
giacevano abbracciati ed il figlio copriva in seno al padre, con la sua mano la
ferita mortale. A tale vista non hanno freno le legrime; il dolore provato per
la morte di Mancino si rinnova dinanzi alla salma del fratello e si angustia
ogni cuore, per l'augurio che rende più triste l'aspetto di quei morti.
Danno subito notizia al condottiero del funesto evento e della scritta che
vieta la battaglia. Egli furente grida: "Si rechino a Paolo tali presagi,
ed egli che pasce il suo cuore di timori come una femminetta, sarà
commosso per colui che insozzato da nefando delitto, vittima desiderata dalle
Furie, morendo scrisse, forse con il sangue di suo padre, l'infame verso".
E quindi si affretta e divide gli incarichi della guerra. Contro il terribile
Nealce che guida le schiere dei barbari si mette egli stesso con le schiere dei
Marsii, dei Sanniti e dei Pugliesi. Al centro dove vede che si trova Annibale
pone Servilio con i Picenti e gli Umbri. Capo dell'ala destra è Paolo.
Inoltre Scipione ha l'incarico di star di fronte ai Numidi e seguirli ovunque
essi si sbandino e dar loro battaglia. Già gli eserciti si avvicinano e
per lo scalpitare di tanti piedi, per il nitrire di tanti cavalli, per l'urto
delle armi erra lungo i campi devastati un sordo rumore, come quando i venti
escono a lotta sul mare, e versano la loro rabbia sulle onde che agitate
innalzano gli spruzzi fino al cielo, e si slanciano contro gli scogli e,
respinte da essi anelando e gemendo e turbinando, sollevano alte le spume.
Né soltanto i mortali si affaticarono in tanto infuriare del destino ma
anche l'Olimpo fu vinto dalla discordia che spinse gli Déi a guerra tra
loro. Marte combatte da una parte e con lui Apollo e il domatore dei gonfi mari
e Venere e Vesta ed il figlio di Anfitrione addolorato per la rovina di
Sagunto, e Cibele veneranda e gli Dèi tutelari della patria: il grande
Quirino e Fauno; vi è infine Polluce che unisce vita e morte con Castore.
Contro di loro la saturnia Giunone armata di ferro, e Pallade generata nelle
libiche acque tritonie e quindi il padre Ammone con le corna ritorte sulle
tempie ed una folta schiera di Dèi minori. Al passo di tanti Numi
accorrenti tremò la terra. Gli immortali si posero chi sulla cima dei
vicini monti chi sulle alte nubi attendendo la battaglia. Il cielo rimase
solitario. Si levò verso di lui spopolato un grido come quando sui campi
di Flegra l'esercito dei giganti assordò il cielo. E parve di udire Giove
quando tuonando chiedeva ai Ciclopi i fulmini poiché gli abitatori della
terra si slanciavano temerariamente all'assalto dei suoi regni. In sì
grande scontro nessuna lancia fu preludio al cozzo dei combattenti; pareggiando
in furia da ambedue le parti sibilarono ad un tratto e caddero nugoli di
frecce, e gli animosi anelanti alla strage travolse nello stesso tempo la
duplice tempesta. E dove le spade scintillano chiuse nei pugni i morti sono
più numerosi. I compagni salgono sui cadaveri dei compagni e correndo calpestano
i moribondi. L'itala gioventù non si piega e non si smuove all'impeto
dei Fenici, né questi da parte loro cedono; rimangono immobili come
Calpe invano flagellata dal mare che vorrebbe svellerla dal fondo. Non vi
è posto per combattere ed i morti serrati nella calca non possono
cadere. Gli elmi cozzando contro gli elmi dei nemici scintillano, gli scudi
s'infrangono all'urto degli scudi e le spade si spezzano contro le spade. I
piedi si calpestano l'un l'altro ed il terreno scompare nel sangue, ed i raggi
del giorno vengono nascosti da nugoli di frecce. Quei che sono nelle seconde
file combattono scagliando dardi come se fossero nelle prime, e quelli che
senza gloria stanno dietro a tutti a gara si affaticano di pareggiare i primi
in ardore lanciando di fionda. Inoltre accendono alla battaglia con le loro
grida e lontani dalla pugna incalzano il nemico con urla feroci. Armi di ogni
genere cozzano in un sol punto: e mazze e gravi lance, pietre enormi, frecce
alate ed ora fischiano per l'aria i dardi ed ora la pesante falarica terrore
delle più salde mura. Vergini Muse che io adoro devotamente, mi è
permesso sperare che la mia mortale parola possa narrare nei secoli venturi
questa giornata memoranda? Mi è dato per cantar Canne confidare nella
mia sola voce? Se arridete propizie alla mia gloria e se non rivolgete lo
sguardo dall'opera mia, voi e il vostro padre Apollo ispiratemi il canto. Ma tu
Romano, possa nella fortuna conservare il grande animo con cui reggesti alla
sventura. Terminino qui le prove, ve ne prego Déi del cielo e che non vi
piaccia mai più cimentare ad uguali lotte l'Itala gente. O Roma,
affannosa del tuo destino, asciuga le lacrime ed adora le tue ferite per cui
avrai gloria imperitura. In nessun tempo tu sarai più grande e
prosperando cadrai così nella lieta sorte che il tuo nome vivrà
famoso solo per le sconfitte. Ma già la fortuna con alterna vicenda
aveva deluso l'impeto dei guerrieri. Da ambedue le parti splende incerta la
speranza, da ambedue le parti si combatte gareggiando in valore. Come quando i
verdi steli prima di essere gravi per le spighe mature sotto agitati mollemente
dal venticello e tremolando, qua e là piegano il capo a vicenda e per
continui ondeggiamenti tutto il campo ne splende intorno. Nealce alfine si
avventa con i suoi Numidi gridando e con grande impeto sfonda le file dei
nemici. Mette tutto a scompiglio e gettandosi nei varchi aperti incalza il
nemico trepidante. Scorre un torrente di sangue e nessuno cade trafitto da un
solo dardo e timorosi di essere colti alle spalle i Latini affrontano con i
petti la tempesta mortale e con la morte si allontanano dalla vergogna. Scevola
desideroso sempre di pericolo e sempre pronto ad ogni cimento era tra i primi
nel più folto della mischia. Sdegnando la vita dopo così grande
strage cerca di farsi nome immortale con una fine degna di Muzio e
poiché vede sempre volgere a peggio gli avvenimenti ed aumentare lo
sterminio dei suoi esclama: "Allunghiamo quello che ci rimane di questa
breve vita. Il valore guerriero è un nome inutile se l'ultima ora del
forte non rifulge feconda di onore". Così disse e nel folto della
calca dove la destra fenicia aveva aperto una via sanguinosa si slancia con
impeto, investe Carali che appendeva con giubilo ad un alto tronco le spoglie
di un romano ucciso e nella sua grande ira gli immerge la spada fino all'elsa.
Quegli si rivolge e cade, morde rabbiosamente il suolo nemico e preme la terra
con la bocca per soffocare l'acuto dolore della morte. Né a frenare
l'eroe valsero le spade fulminee di Gabari e di Sicca insieme. Nell'aspra lotta
Gabari ha mozzata la mano destra e punto di dolore Sicca, ansioso di aiutare il
compagno, tocca incautamente con il piede una spada e caduto a terra alla
destra dell'amico morente l'infelice si duole, ma troppo tardi, di andare a piedi
nudi. Ora alfine Nealce rivolge contro il giovane che infuria simile ad una
folgore le sue fatali armi. Così bel nome lo sprona all'onorata
uccisione, ed inalzandosi ad un tratto scaglia ferocemente sul volto dell'italo
guerriero un sasso che il torrente aveva travolto dagli alti gioghi.
All'orribile percossa stridettero le mascelle ed il viso si deformò.
Dalle narici colò sangue misto a cervello e sfracellata la fronte gli
occhi uscirono sanguinosi dalle orbite. E mentre Mario si adopera di soccorrere
il suo diletto Capro e teme di sopravvivergli muore anch'egli. Nello stesso
giorno erano nati ambedue in Preneste ed ambedue ebbero in eredità
soltanto la povertà paterna. Di uguale indole, erano soliti seminare
insieme le campagne ed avevano entrambi un solo volere o non volevano tutti e
due la stessa cosa: un'anima in due corpi. Vivevano nella miseria ricchi per la
loro concordia. Caddero ambedue ed il destino appagò i loro voti: morire
insieme in battaglia. Ed ora il Simeto vincitore si gloria delle spoglie
d'entrambi. Ma non a lungo si rallegrarono i Fenici per la fortuna che arrideva
loro. Ecco che s'avanza minaccioso e triste per le coorti messe in fuga
Scipione ed insieme Varrone il padre dei guai; li segue il biondo Curio e Bruto
discendente del primo console. E già le schiere con sì gagliardo
aiuto di eroi avrebbero riguadagnato terreno se lo stesso condottiero tirio con
improvviso impeto non avesse fermato la loro avanzata. Egli vede da lontano fra
la mischia Varrone circondato da correnti littori in rossa veste ed esclama:
«Ecco la pompa e le insegne, rivedo Flaminio». E l'ira gli ribolle
in seno e messaggero delle sue furie l'ampio scudo risuona. Misero Varrone!
Avresti potuto nella morte essere simile a Paolo se gli Dèi sdegnati non
ti avessero vietato di morire per mano d'Annibale! Quante volte ti dorrai con
il cielo di aver sfuggito l'africa spada! Scipione lancia in soccorso il
cavallo e rivolge contro di sé l'assalto pericoloso ed Annibale sebbene
si vegga tolto il vanto di opime spoglie pure non disdegna di cimentarsi con
nemico maggiore e spera di vendicarsi di lui che aveva salvato il padre al
Ticino. Ed ecco l'uno di fronte all'altro si incontrano in battaglia i due
guerrieri quali il mondo non ne vide ancora di simili. Diversi per patria erano
uguali in valore, ma per fede e pietà filiale il latino superava il
libico. Commossi per la battaglia Marte e Minerva discendevano dall'alta nube,
l'uno in difesa di Scipione, l'altra del Fenicio. Gli eserciti tremarono
all'appressarsi degli Immortali. Dove la Dea si rivolge sembra che la bocca di
Medusa lanci fiamme e le serpi attorcigliate all'egida sibilino orrendamente.
Splendono gli occhi di sanguigna luce simili a due comete e le ampie creste
mandano fuoco fino alle stelle. Marte agita nell'aria turbata la lancia e getta
ombra sul terreno collo scudo; veste una corazza, dono dei Ciclopi, che folgora
intorno scintille etnee ed il suo fulvo cimiero si innalza al cielo. Intenti
alla pugna i due guerrieri misurano da vicino l'ardua prova, ciò nonostante
sentono ambedue a vicenda la presenza armata degli Dei e lieti di averli a
testimoni divampano ancor più d'ira. Già Pallade allontana con la
sua mano una lancia gettata con gran forza contro il petto del Fenicio e
già Marte istruito dall'esempio dell'aspra Dèa soccorre Scipione
e gli porge la sua ciclopica spada infondendogli nuovo ardire. Arde Minerva
d'improvvisa ira e divampando in volto gli lancia uno sguardo così bieco
che meno tremende parvero le furie di Medusa. Enormi si rizzano i serpenti
intorno all'egida scrollata. Al primo scatto di furore della Vergine, Marte
stesso ritrae pian piatto il piede dal campo e la Dea divelta dal vicino monte
un'enorme pietra l'avventa spietatamente contro il Dio onde al fracasso che
rimbomba lontano tremano le spiaggie dell'isola di Sasone. Il re degli
Dèi vide dal cielo questa battaglia e per quietarne gli sfrenati impeti
invia rapidamente Iride ravvolta in una nube: «Orsù, Dea, scendi
velocemente alle contrade ausonie e dì a Minerva che freni le sue feroci
ire contro il fratello, e non speri di mutare l'immobile legge delle Parche. E
dille, poiché so quale fucina di veleni le ribolla nel petto, che se non
cesserà e non placherà il suo furore proverà di quanto
ceda l'egida alle feroci folgori ». Al messaggio del Tonante stette a
lungo incerta se cedere alle armi del padre e poi proruppe: «E sia, si
sgombri il campo, ma che egli forse allontanerà il destino per avermi
cacciata? Mi impedirà forse di vedere dal cielo le immense campagne
garganie ricoperte di stragi?» Così dicendo trasse dal campo
Annibale nascondendolo in una fitta nube e disparve. Ma non appena ella riprese
la via del cielo, Marte rinfrancato cinto da un'ampia nube riunisce con la
poderosa destra i soldati dispersi per il campo e li sospinge all'aspra
battaglia. E già le italiche schiere rivolgono le insegne e piombano sui
Fenici spaventati con nuova orrida strage. Ed ecco che il guardiano dei venti,
Eolo che trattiene le bufere imprigionate e comanda su Borea ed Austro ed Euro
e Coro che sconvolgono i cieli, commosso dalle preghiere di Giunone e dalle sue
grandi promesse sprigiona subito a guerra Volturno, arbitro dell'Etolia ed
accetto vendicatore della pericolosa ira. Questi sprofondatosi nei fiammanti
baratri dell'Etna ne esce fuori tutto fuoco ed ardore e sbuffa e stride
orribilmente per i dauni regni ammassando accecanti nubi di polvere e le
avventa, piango nel dirlo, contro i latini. Toglie loro rabbiosamente la luce,
il respiro, l'opera delle braccia e gavazza ebbro nello strazio con il furore impostogli.
Trombe, armi, guerrieri giacciono rovesciati da ogni parte per l'immensa rovina
e risospinte dalle raffiche contrarie ricadono le lance dei latini. Al
contrario quest'impeto giova ai libii e come lanciate da frombole le loro lance
raddoppiano l'impeto per l'aria stridente. La polvere ottura le fauci dei
combattenti che colle labbra chiuse piangono la fine ingloriosa. Involto il
fulvo capo d'oscura caligine e tutto polvere il crine lo stesso Volturno ora
incalza con stridule ali i Romani alle spalle, ed ora con turbine fremente li
assale di fronte e strappa loro sibilando elmi e scudi. Frattanto conficca il
ferro nemico in coloro che rimangono intenti alla battaglia ed arresta la foga
del ferire ed il braccio. Né pago di molestare le italiche genti lancia
rabbiosamente le sue raffiche contro Marte stesso e ben due volle scrolla con i
suoi turbini l'elmo del Dio. Mentre Eolo affatica le schiere dei latini ed
eccita l'ira di Marte, Minerva insieme a Giunone così parla al Padre:
«Guarda, o padre, quale impeto di guerra agita Marte contro i sidonii e
quali stragi faccia il feroce! E dimmi di grazia: non vuoi ora che scenda Iside
sulla terra? Io non scesi in battaglia a sterminio dei Teucri poiché
Roma che io scelsi quale sede del Palladio nota1 regna per il nostro volere; ma
impedii che Annibale, splendore della mia Libia, fosse ucciso nel fiore degli
anni e fossero nello stesso tempo troncate tante prove di valore». Ed
ecco che Giunone da gran tempo adirata riprende: «Anzi per render noto al
mondo quanto sia possente sopra gli Dèi l'impero del sommo Giove
distruggi, o marito, le rocche di Cartagine, io non mi oppongo. Squarcia la
terra ed inabissa nel Tartaro l'esercito sidonio o seppelliscilo nel
mare». E Giove con volto sereno rispose: «Voi, o Dee, date di cozzo
nel destino e nutrite sempre vane speranze. Quel giovine, o figlia, contro il
quale rivolgesti or ora le tue furie, vincerà le genti africane ed
aggiungerà al suo nome quello dei vinti e porterà trionfante
l'alloro della Libia sul Tarpeo. E l'uomo che tu, consorte, inciti ed onori (ti
svelo ora il destino), sgombrerà con il suo esercito dalle spiaggie di
Laurento, e già si appressino il giorno e l'ora, o Dea, e non è
lontana la sua sconfitta finale e desidererà ardentemente di non aver
mai varcato le Alpi ». Così disse e mandò subito dal cielo
Iride per ingiungere a Marte di ritirarsi. Marte non contrastò il volere
del Padre, ma salì fremendo al cielo sebbene esultasse, ebbro per lo
squillare delle trombe, per le grida, le armi e la strage. Quando, cessata la
lotta degli Dèi, il campo restò libero ed il Dio disparve, il
Fenicio uscì fuori irruente dall'antro ove si era sottratto all'ira
divina conducendo seco con alte grida fanti, cavalieri, belve mostruose armate
di torri e macchine di guerra. Non appena riconosce un giovane che sgominava
con la spada un'intera schiera lanciando fiamme dagli occhi sanguigni esclama:
«Quale furia, qual Dio ti spinge o Minucio, che osi cimentarti un'altra
volta con me? Dov'è ora quel Fabio che paternamente ti scampò dalle
mie armi? Ti basti, empio, d'aver sfuggito una volta la mia destra?»
Così dicendo il superbo con un colpo che avrebbe spaccate le pietre lo
trapassa fermandogli in gola la parola. Né basta il ferro allo
sterminio: entrano in campo le belve gigantesche per affrontare la
gioventù latina. Sospinge il Fenicio a corsa il suo cavallo e comanda al
moro che guida con il raffio gli elefanti di spingere a corsa il gregge
mostruoso. Già le fiere avanzano con tremendi barriti ed al grandinare
incessante delle frecce affrettano il passo. Gravano i loro lividi dorsi alte
torri armate di uomini con fuochi e frecce e da lontano piomba sul nemico un
rovescio di sassi e di strali che la libica gente riversa senza posa dal
tentennante bastione. Dinanzi alle schiere sta un lungo muro di nivei denti la
cui lancia splende dalla punta ricurva di avorio. Ecco che in mezzo ai
trepidanti una fiera afferra con il dente maledetto nota2 Ufente per l'armatura
e lo porta via nel folto delle schiere. Con non minore impeto un'altra fiera
ghermisce Tadio dove la panciera di lino era meglio avvolta ed illeso lo
solleva in alto facendo risuonare il suo scudo. Imperturbato al nuovo pericolo
Tadio rivolge a sua gloria il triste caso ed essendo vicino alla fronte
rapidamente acceca con la spada il mostro. La belva infuriata per la ferita
gitta calci all'aria, si inalbera e manda a terra la torre. Armi, guerrieri ed
il mostro cieco si abbattono con fracasso. Il latino trionfante grida:
"Lanciamo tizzi ardenti contro quei mostri e distruggiamo con zolfo le
torri poste su di loro e vaganti da ogni parte". L'ordine è
eseguito senza indugio e già sul dorso delle belve splende il fuoco e le
fiamme divoratrici nutrite dal vento che sibila entrano nell'interno delle
torri. Come quando il pastore accende intorno i fuochi sul Rodope o sul Pindo e
le fiamme si propagano man mano per il bosco che brucia, i frondosi greppi
splendono e ad un tratto ardono, divenuti una sola fiamma, gli alti gioghi.
Arroventati per l'ardente bitume gli elefanti si scagliano furiosi ed aprono un
ampio sentiero tra le file. Nessuno ardisce avvicinarli ed i più animosi
gettano da lontano lancie e frecce. Le grandi moli impazienti per l'arsura si
agitano da tutte le parti e così crescono le fiamme ed aumentano intorno
gli incendi. Poi si gettano precipitosamente nelle vicine acque del fiume, ma
deluse dalla poca acqua dei guadi corrono lungo le rive con le schiene
avvampanti finché cadono in mezzo ai profondi gorghi. Dove è
permesso combattere poiché non è giunto il fuoco Maurusio i soldati
retei sparsi in cerchio gettano piombo e frecce e pietre come se cingessero
d'assedio una fortezza alta su di un monte, e ne oppugnino gli spalti. Mincio
alzò con generoso slancio la spada su di un mostro vicino ed avrebbe
meritato fortuna propizia, ma soffiando e barrendo la belva lo afferra con la
proboscide e lo stringe, lo sbatte, lo rotea nell'aria così che quegli
precipita sfracellato al suolo. In mezzo a tante stragi Paolo scorge Varrone in
armi e gli grida: «Perché, Varrone, non affrontiamo Annibale,
quegli che tu promettesti di trarre in armi incatenato innanzi al tuo carro
trionfale a Roma? Oh patria, o plebe scellerata e bieca nel tuo favore!
Nell'angoscia estrema delle tue sciagure non saprai se desiderare chi dei due
non fosse nato, Annibale o Varrone». Così l'Emilio mentre il Libio
incalza i Romani fuggenti ed innanzi allo sguardo dello stesso Varrone li preme
alle spalle con tutte le sidonie lance. Ne è percosso l'elmo del console
e lo scudo e Paolo più fiero che mai si lancia nel folto dei nemici.
Varrone lo vede allontanarsi nella mischia e fuori di mente rivolta il cavallo
ed esclama: «O patria, tu paghi il fio di aver chiamato a capo
dell'esercito Varrone invece di Fabio! Che tempesta ho nell'animo? Nemico il
destino mi fa guerra. Quale occulta frode mi tramano le Parche! Finisca tutto
con la vita.... Ma qual Dio mi trattiene la spada e mi conserva a maggiore
dolore? E vivrò dunque? E recherò al popolo questi i fasci
spezzati e lordi per la strage dei miei? Mi debbo mostrare alle città
adirate? Fuggire.... pena più crudele di quella che mi possa desiderare
lo stesso Annibale, e rivedere fuggiasco la mia Roma?». E continuava a
lamentarsi, ma il nemico lo incalzava da presso ed il veloce cavallo lo
portò via a briglia sciolta.
X - Paolo quando vede che la rotta
aumenta - come una fiera che circondata da ogni parte dai cacciatori si slancia
contro gli spiedi e ferita lotta maggiormente con i feritori - si spinge tra la
calca incontro ai pericoli e chiede la morte ad ogni spada. Le sue grida si
levano tremende: "Fermi, vi supplico, o prodi, rivolgete i petti contro le
spade e andate tra le ombre senza esservi fatti colpire alle spalle. Vi resta
solo la gloria della morte e Paolo, il duce, sempre con voi, vi precede tra le
ombre". Corre così gridando più rapido dell'emonio nota1
Borea e della freccia che vola a ferire lanciata dal Parto fuggente. Giunse
nella mischia dove Catone oltre le forze della sua età sosteneva
arditamente una fiera lotta, e lo sottrasse agli agili Guasconi ed alle frecce
dei Cantabri che l'incalzavano. I nemici atterriti indietreggiarono, come il
cacciatore che insegue lietamente in una remota valle un capriolo e lo stanca e
gli è tanto vicino da afferrarlo, se improvvisamente da un antro sbuca
un leone che ruggendo rabbioso gli si pianta dinanzi, egli allibisce ed il
sangue gli si agghiaccia, le frecce inutili nel pericolo gli cadono di mano
né si cura più della sua preda. Paolo stermina con la spada i
nemici che ha vicino e insegue quei che fuggono con le frecce ed infuriando nel
sangue cerca gloria. Per mano di lui solo cadeva una fitta schiera di nemici;
un altro Paolo nel campo latino e Canne non avrebbe avuto il suo triste nome.
L'ala alfine ripiega e le prime schiere fuggono senza ritegno. Cadono Ocri ed
Opitero, che venivano dai sitiferi colli di Sezze e con loro Labieno che veniva
dall'alte mura della sassosa Cingoli. Cadevano tutti nello stesso momento, ma
per varia morte: Labieno ebbe una freccia nel fianco ed i due fratelli ebbero
l'uno mozzo il braccio, l'altro le gambe ed anche tu, Mecenate, onore dei
meonii e per antichi re etruschi celebrato, morivi: colto all'inguine da una
freccia tiria. Paolo schivo ormai della vita si aggira tra i nemici cercando
Annibale. Gli sembra grave il destino di cadere lasciando vivo Annibale.
Giunone paurosa per le furie dell'eroe - e se egli avesse incontrato il Fenicio
non sarebbe stato invano - assunte le sembianze del pauroso Metello così
gli dice: "Perché, o console, unica speranza del Lazio, infurii
contro il Destino? Se Paolo è salvo, è salvo il regno di Enea, ma
se cadi rovina con te l'Ausonia. Vuoi dunque venire a battaglia con il superbo
giovane e ti prepari a togliere il tuo capo alla patria già desolata?
Ora Annibale è così lieto per l'esito della battaglia che
oserebbe affrontare anche il Tonante. Varrone, lo vidi io stesso, già si
conservò a giorni migliori fuggendo. Abbia tempo il destino e mentre
è possibile conserva la tua anima che è più grande delle
nostre ed attendi a guerreggiare". Ed a lui il duce sospirando: "E'
forse lieve di cercare morte l'aver udito con i miei orecchi i mostruosi
consigli di Metello? Vai, stolto, fuggi. Gli Déi ti guardino le spalle e
sano e salvo, te l'auguro, rientra nelle mura di Roma in compagnia di Varrone.
Credi che sia degna di me, o vilissimo, una tale vita? E credi Paolo indegno di
una fine gloriosa? Certo Annibale infuria e può ben ora mettersi in
guerra con lo stesso Tonante! O degenere del valore dei tuoi avi, dove cercare
battaglia più bella? Con chi cimentarmi meglio se non con lui che
vincitore o vinto, tramandi il mio nome famoso ai posteri?". Dopo aver
così gridato il console si avventa nel folto della mischia e insegue
Acherra che correndo si rifugiava tra i suoi, girando tra gli stretti manipoli
e la calca degli scudi e delle armi, ma ancor più veloce egli l'arriva e
l'uccide. Così il bracco belga quando caccia nelle selve il cinghiale e
lo insegue con le narici a terra per tutto il bosco ed annusa tacitamente ogni
orma che sfugge ai cacciatori e non si ferma se non quando inseguendo la
traccia scopre alfine la tana nascosta tra i cespugli. Ma Giunone poiché
le sue parole furono vane e Paolo più che mai combatte furiosamente,
cambia di nuovo aspetto. Assume il volto di Gelesta, il moro, e così
allontana Annibale insconscio dal crudele conflitto: "Qua le armi o eterno
onore di Cartagine, porta il tuo braccio in aiuto di chi t'implora. Il console
latino copre le rive del fiume di orrida strage, non v'è per te onore
più bello di altro sangue nemico". Così dice la Dea e lo
porta verso altre battaglie. Lungo le rive, un vecchio guerriero di nome Crista
incalzava i Fenici. Era venuto al campo dalla nativa sua Todi, allora famosa,
con sei figli, e combattevano insieme. Era di scarsa fortuna, ma guerriero ben
conosciuto tra gli Umbri e addestrava con sanguinose imprese la gioventù
guerriera. Ora, guidata da così fiero maestro, la concorde schiera, mai
sazia di sangue umano aveva travolto con mille colpi un turrito elefante e si
compiaceva gettando fiaccole di mirare l'avvampante rovina. Ecco che
improvvisamente splende un elmo dalle piume ondeggianti sul cimiero. Il vecchio
che allo splendore riconosce il guerriero non indugia e chiama rapidamente al
gran cimento i suoi figli e comanda loro che saettino da ogni parte l'eroe
senza temere i suoi atroci occhi di bragia né le fiamme che guizzano
sull'elmo. Non altrimenti il guerriero di Giove educa ansioso nel nido la prole
che deve amministrare le folgori e prova allo splendore del sole i deboli nati.
Crista dà esempio ai figli chiamati al cimento lanciando una giavellotto
che sibila nell'aria e si arresta sulla corazza d'oro dimostrando che il suo
braccio era indebolito. Ed Annibale gli grida: "Quale furore spinge il tuo
braccio a vani colpi, o vecchio snervato? Tremante il tuo dardo mi sfiorò
appena la corazza ed ora te lo rendo ed apprendano da me a combattere meglio i
valorosi che ti circondano". Così dicendo con lo stesso dardo
trapassa il cuore al misero ma contro di lui fendono l'aria sei frecce ed
altrettante lance vibrate. Ugualmente quando nella Libia il cacciatore mauro
insegue da presso una leonessa madre, i leoncelli gli si slanciano incontro
furiosi e provano vani assalti con gli inutili denti. Il sidonio oppone a tutti
gli strali lo scudo e chiuso nell'armatura sostiene il grandinare delle lance
che gli scrosciano addosso; anela di ira per cui mai si appaga di quante morti
e ferite semina nella battaglia e vuole con il padre uccidere tutti i figli
distruggendo ad un tempo l'infelice famiglia. Rivolto allo scudiero che ardente
come lui di battaglie gli era stato compagno in ogni scontro gli dice:
"Avari, dammi dardi, poiché lo stuolo audace che fa guerra al mio
scudo desidera essere travolto alla palude infernale ed avere premio della sua
folle pietà". Così disse ed uccise il maggiore, Luca, che
con il dardo conficcato barcolla e cade supino sulle armi dei fratelli. Volsone
tenta di estrargli il ferro ed in quel momento il Fenicio con un giavellotto
colto a caso fra i morti gli trapassa la visiera e lo colpisce nel volto.
Quindi abbatte rapidamente non la spada Vesolo cui il piede vacillava nel
sangue dei fratelli ed avventa (barbaro valore!) il capo mozzo con tutto l'elmo
contro la schiena dei fuggiaschi come fosse una lancia. Un sasso rompe la
schiena a Telesino e mentre egli spira vede con le incerte pupille cadere
Quercente ucciso per un colpo di fionda lanciato da lontano. Perosino affranto
di dolore, di fatica e di paura, ma sempre irato si aggira con incerto passo e
talora si ferma qua e là per il campo. Ed ecco che Annibale lo colpisce
con il palo che il suo scudiero aveva divelto dal dorso turrito di un elefante
caduto, e lo ferisce a gran forza nell'inguine e lo inchioda a terra. Misero
tenta di intenerire con le preghiere quel cuore di ferro, ma un fuoco stigio
gli entra nella bocca aperta e col respiro cala giù sin dentro il
polmone. Così con tutti i suoi moriva Crista, nome per lunghi anni
famoso tra i popoli dell'Umbria, come quando il rovere superbo è colpito
dal fulmine o alla quercia piantata dagli antichi avi, entro una nuvola di
fumo, lo zolfo divampando divora i saldi rami che furono sacri per secoli ed
alfine vinta dal Dio la pianta precipita distesa e copre intorno tutte le erbe
con la sua rovina. Mentre il Fenicio infuriava lungo lo stagnante Ofanto, Paolo
aveva fatto con la strage di molti ampia vendetta per la prossima morte. Egli
combatteva nel folto dei nemici e sembrava il vincitore. Uccise fra gli altri
il grande Forci che aveva scolpita sullo scudo la testa di Medusa e veniva
dagli antri dell'erculea Calpe donde traeva appunto la prima origine la
spaventevole Dea. Costui osò farsi contro a Paolo e tracotante per il
suo antico nome e per la stirpe del mostro che impietra, tentò
impetuosamente di ferirlo all'inguine destro, ma Paolo lo afferrò per la
punta dell'alto cimiero, lo abbattè, lo premette al suolo e dove il
balteo alla fine della schiena gira intorno all'anca cacciò il ferro e
l'uccise. Dai visceri squarciati sgorgò un rivolo caldo di sangue ed il
battagliero atlantico disteso misurò i campi etoli. Fra tante uccisioni
ecco che una terribile frotta di Nomadi tumultuosi incalza improvvisamente i
romani alle spalle. Gente frodatrice, il condottiero l'aveva istruita ad
inopinate arti guerresche per cui fuggendo con inganno s’era con inganno
arresa ai latini. Ed ecco che ora furente li assale all'improvviso alle spalle
e ne fa orrida strage. Non mancano lance, né spade, che vengono
strappate ai cadaveri sparsi a terra. Galba vede da lontano un nemico che porta
via il suo vessillo e con l'ardire che la sventura non può domare
insegue a tutta corsa il rapitore, lo raggiunge e lo atterra ferendolo
mortalmente. Ma mentre combatte per togliergli la bandiera e riesce alfine a
strappargliela dalla mano moribonda Amorgo gli balza sopra come un lampo e gli
passa il fianco con la spada, ed egli, misero, lascia la vita nella magnanima
impresa. Volturno, quasi non fosse abbastanza atroce l'ira di Bellona, solleva
dalla pianura l'infuocata polvere e la rotea in turbine. La stridente tempesta
abbatte per tutto il campo i soldati che resistono invano e trascinatili alle
ripide sponde li getta nelle gonfie acque del fiume. E questa era anche la tua
fine, o misero Curione! E tale morte priva di gloria ti era riservata
nell'Ofanto. Mentre egli oppone alle schiere atterrite il suo petto e si
affanna generosamente ad arrestarle, la folla irruente lo travolge nelle irate
acque ed affogando giace inglorioso sulle adriache sabbie! Paolo, grande nella
sventura ed insofferente a placarsi, piegato dalla fortuna si slancia contro
l'esercito vincitore desiderando morire da forte e questo desiderio lo accende
a disperato valore. Ecco che là presso il feroce Viriato signore dei
Lusitani incalza un nemico ormai stanco per la lotta e lo uccide sotto gli
occhi del console. E Là cade, o sventura, il più nobile dopo
Paolo nella guerra, Servilio, e con la sua morte rende più lacrimevole
la battaglia di Canne. Il console non frena l'ira ed il dolore e sebbene
oppresso dalla bufera che lo persegue e lo acceca con turbini di polvere si
getta tra l'imperversare della sabbia e trafigge ed uccide Viriato che, secondo
il costume dei suoi, scioglieva già sulla cetra barbari canti. Questa fu
l'ultima prova dell'eroe. Il valore del suo braccio invitto non
risplenderà mai più e mai piú, o Roma, potrai confidare in
Paolo nella guerra. Scagliato da una mano ignota un gran sasso lo colpisce sul
volto e l'elmo di bronzo, infranto, gli rompe le ossa ed il volto sanguina.
Barcollando l'eroe indietreggia e si appoggia ad un masso, trafelato, mentre il
sangue gli sgorga dalla ferita deforme e terribile. Così il leone
feroce, scosse le frecce meno pesanti, quando riceve nel petto la lancia
mortale si ferma sulla sabbia e fremebondo trattiene in silenzio gli spasimi;
gli sanguinano le narici, il muso, la criniera; gli gorgogliano talora nelle
fauci languidi ruggiti e dalla bocca aperta gli escono insieme sangue e bava.
Irrompono quindi i libi ed il capo stesso lancia il cavallo dove le armi, i
cavalli e le dentate fiere gli aprono la via. Pisone, che era tempestato di
frecce, lo vede galoppare sui cadaveri e gli getta contro la lancia che coglie
il cavallo nel fianco e tenta di slanciarsi sulla bestia che cade, ma invano,
ché Annibale, sebbene il cavallo nella caduta lo sbalzi dagli arcioni,
si rialza prontamente e prorompe: "Forse che le ombre dei latini redivive
combattono nuove battaglie, e non riposano nelle tombe?". Così
gridando si solleva ed immerge la spada fino all'elsa nel corpo di Pisone che
si trascina a stento. Lentulo ferito ad un piede per una freccia cidonia fuggiva
a briglia sciolta quando vide accanto ad un masso in un lago di sangue Paolo
che, orrido nell'aspetto, già scendeva al Tartaro. Vergognoso, dimette
il pensiero della fuga e gli sembra di vedere Roma in fiamme, ed alle sue porte
Annibale sanguinoso: allora misura collo sguardo i campi, tomba di tutta Italia
ed esclama: "Che cosa ci rimane? Domani Annibale entrerà in Roma, o
Paolo, se tu in così grande tempesta abbandoni la poppa. Chiamo a
testimoni i Celesti: se tu nel danno estremo della sconfitta crudele non ci
guidi, se tuo malgrado non rimani in vita, perdona il mio dolore, ma sei per
Roma più funesto di Varrone! O nostra unica salvezza, il mio cavallo,
prendilo te ne prego, o Paolo. Solleverò sulle mie spalle il tuo corpo e
lo adagierò sul dorso del cavallo". E il console vomitando sangue
dalla bocca ferita esclama: "Sia lode a te, figlio d'eroi. La nostra
speranza non è morta se ci sono ancora in petti latini tali cuori.
Lancia il tuo cavallo a tutta corsa se il tuo piede ferito te lo permette e fa
che si chiudano subito le porte di Roma poiché già vedo che la
tempesta sta per piombare sulle nostre mura. Dì, te ne prego, che si
affidi a Fabio il supremo comando. Il furore impedì che fossero
ascoltati i miei consigli ed ora, giunto all'estremo della vita, non posso
mostrare alla plebe pazza altro che come Paolo sa morire. Andrò morente
a Roma? Quanto darebbe Annibale per vedermi fuggire? Ma Paolo Emilio non
è uomo da discendere alle ombre ingloriosamente. Io.... quell'io.... ma
perché, Lentulo, ti trattengo con vane chiacchiere? Sprona il tuo stanco
cavallo ed affrettati". Quindi Lentulo si avvia a Roma recando l'ordine e
Paolo non lascia invendicata la sua ultima ora, come la tigre, che cedendo
alfine alla ferita mortale, lotta distesa con la morte e spalanca la bocca
spossata ad inutili morsi ed impotente nell'ira azzanna e lambisce con la
lingua le frecce. Jerta si avvicina baldanzoso, sicuro della sua vittoria,
vibrando una lucente lancia, ma alzandosi improvvisamente il console lo
affronta e lo uccide con la spada. Quindi rivolge intorno lo sguardo in cerca
di Annibale desideroso di morire combattendo con lui, ma una nuvola di frecce
che colpiscono insieme Asturi, Celti, Mauri, Numidi e Garami, lo atterra.
Così muore Paolo. La generosa anima è spenta ed il braccio
formidabile giace nella polvere. Se fosse stato egli solo a comandare forse
avrebbe emulato in gloria Fabio. La sua nobile morte aggiunge onore a Roma ed
il suo nome vola immortale alle stelle. Con il console cadeva l'ultima speranza
dei soldati latini. L'esercito è orribilmente atterrato, come un uomo
cui si tronchi il capo e per tutto il campo infuria l'Africa vincitrice. Le
schiere dei Piceni e gli Umbri bellicosi giacciono al suolo, ed i cavalli
ernici con i giovani Sicanii. Sparse da ogni parte le insegne dei guerrieri
Sanniti, dei Serasti, delle coorti marse, elmi, scudi forati, armi infrante,
armature spezzate all'urto incessante degli scudi e morsi ancora bianchi di
spuma strappati di bocca agli ardenti cavalli. L'Ofanto inonda con i suoi
flutti sanguinosi la campagna e gonfio rigetta i cadaveri travolti alle sponde.
Così la nave lagea che appare nell'immenso mare come un'isola
galleggiante se Euro, adunatore di nuvole, la batte agli scogli, copre il mare
con naufraghi rottami. E galleggiano insieme con i miseri marinai che vanno
sputando l'acqua ingoiata, banchi, vele squarciate, alberi ed i capitelli della
nave. Quando le tenebre rapirono la luce del giorno memorando, Annibale, dopo
così grande battaglia e tanta strage, cessa alfine dal furore e concede
tregua e riposo ai suoi dopo il crudele macello. Ma vigili gli affanni gli
impediscono di riposare nella notte e si rode che dopo tanto favore degli
Dèi non sia ancora riuscito ad entrare in Roma. Decide quindi di muovere
il giorno seguente le schiere mentre ardono ancora di stragi, e già gli
sembra di infrangere le porte e di incendiare le mura e Canne ed il Tarpeo sono
un solo incendio. Di tale proposito si turba fortemente la figlia di Saturno
che teme l'ira del sommo Giove e conosce il destino della razza latina. Si
affretta a frenare l'incauto e focoso giovine e a togliergli la folle ed avida
speranza, per cui chiama a sé il Sonno che regna sulle tacite ombre e
chiude spesso per invito di lei gli occhi a Giove. E con un dolce sorriso così
gli parla: "Dio dei sogni, non ti chiamo per una grande opera, non ti
chiedo di addormentarmi con il batter delle tue ali Giove, né di chiuder
le mille palpebre e vincere con la notte il custode della giovenca inachia, il
derisore del tuo potere. Ti prego, o Nume, di immergere nel più strano
sonno il libico condottiero così che non desideri più di correre
subito contro di Roma, contro le sue mura vietate sulle quali Giove non gli
concederà di mettere il piede". Il Nume ubbidisce prontamente e
recando in un curvo corno incantati papaveri discende rapido tra le ombre. E
come giunge nel suo tacito volo alla tenda del giovine barceo gli fa vento con
le sue ali sul capo chino e con il ramo leteo gli tocca la fronte e gli stilla
nei gravati occhi il sonno. Già premono quell'anima in sussulto fieri
fantasmi. Già sogna di calpestare le sponde del Tevere con le sue folte
schiere, e vede sulla cima della rupe Tarpea lo stesso Giove fiammeggiare e
scagliare con la destra folgori vendicatrici. Da ogni parte fuma la pianura di
zolfo e ne trema l'Aniene con le sue acque azzurrine. Gli splendono dinanzi
agli occhi un'infinita distesa di campi ed una voce risuona nell'aria:
<<Hai avuta assai gloria per Canne o giovine, ed ora arrestati. O
Fenicio, non ti è concesso entrare nelle mura sacre come non ti è
concesso atterrare l'Olimpio ". Eseguito il comando di Giunone il Sonno lo
lasciò atterrito per le visioni e pauroso di maggiori pericoli. E dalla
sua mente la paurosa visione non si dileguò neppure a giorno chiaro.
Vaneggia ansiosamente per i tumulti sognati mentre Magone gli annunzia che
nella notte il campo si era reso con gli ultimi nemici. E mentre si avanza la
lunga fila dei soldati carichi di prede gli dice: " Ti prometto che tra
cinque giorni banchetteremo festanti sulla Rupe Tarpea ". Ed Annibale gli
risponde, celando il suo sgomento per gli avvisi celesti, che per le ferite dei
soldati affranti ed esausti, per le aspre battaglie non bisognava fidarsi della
fortuna. Magone sentì perduta la speranza e gli sembrò di dover
fuggire con le sue schiere da Roma quasi sul punto di entrarvi " Per
così grande rovina, non Roma, come essa temette, ma Varrone fu vinto.
Perché interrompi così lieta opera del destino e indugi il
trionfo della patria? Concedimi di andare a corsa con i cavalieri e ti giuro
sul mio capo che darò nelle tue mani Roma e che entrerai senza colpo
ferire per le porte aperte ". Invano Magone incita il fratello sospettoso
e guardingo. Frattanto i soldati romani si radunavano a Canosa difendendosi entro
le mura. Miserando spettacolo! Non si vedono bandiere, non aquile, non insegne
dei littori né le scuri ai comandi del console. Quei miseri mutilati
come schiacciati da un'enorme rovina si reggono a stento; spesso bisbigliano
con sorde grida e stanno talora muti con lo sguardo a terra. Infranti gli scudi
hanno quasi tutti il braccio sinistro nudo e le destre pugnaci sono senza
spade. I cavalieri sconfitti e feriti si strappano con disdegno dagli elmi le
piume e gli altri ornamenti di guerra e scorgi dovunque corazze crivellate di
dardi da cui pendono ancora le maure frecce. Spesso parlano fra loro con dolore
dei compagni perduti e chi piange Pisone e chi Galba e chi Curio di fine
più gloriosa e chi si duole di Scevola terribile in armi. Ma tutti ad
una voce piangono il crudele destino di Paolo come del loro padre e ricordano
che più volte egli predisse questa sciagura e cercò di rattenere
gli impeti di Varrone. Che cosa non fece per risparmiare a Roma tristi giorni?
Quale cuore e quale valore! Frattanto coloro cui preme il futuro scavano
prestamente le trincee ai piedi delle mura e muniscono, come possono, le porte.
E dove i nemici potrebbero entrare per la pianura piantano rami induriti al
fuoco, inalzando come delle corna di cervo e con reticolati coprono i trabocchetti.
Oltre la sconfitta e le ferite irrimediabili ben più crudele Furia,
l'empio timore dei Fenici, perseguita i rimasti. Costoro per fuggire Annibale e
le temute spade dei Tirii già si apprestavano a varcare il mare e
Metello, guerriero da poco, ma di stirpe famosa avrebbe dovuto essere il loro
capo nell'esilio. Egli con vergognosi consigli incitava le imbelli e degeneri
anime a tralignare e col pensiero si raffigurava il paese dove celarsi e dove
fosse ignoto il nome dei Fenici e non giungesse la fama che avessero
abbandonata la patria. Ma Scipione non appena lo seppe, grande nella sua ira
come in quel giorno che si piantò in mezzo al campo in terribile lotta
contro il Fenicio, impugnata la spada corse rapidamente dove Metello preparava
il vituperio e l'estrema sciagura di Roma. Atterrate le porte si slanciò
dentro minaccioso ed agitando la spada sul volto degli impauriti
esclamò: "O Giove, che hai la tua seconda dimora sulla rupe Tarpea
e tu, Saturnia Giunone, che non sei ancora placata dalla rovina d'Italia, o
Vergine guerriera armata dell'egida, il cui seno sfolgora per la tremenda luce
medusea, o Numi tutelari, per tutti voi io giuro, e per il capo, a me sacro
come un Dio, di mio padre generoso, lo giuro di mia spontanea volontà,
che non lascerò mai e non permetterò mai che, io vivo, alcuno
lasci i regni di Lavinio. Per questi stessi Déi giura subito, o Metello,
che anche se Roma ardesse per le libiche fiamme, tu non metterai mai piede in
terra straniera. Se non lo giuri il nemico per cui tremi, quegli che è
spavento dei tuoi sogni, Annibale è già qui, lo vedi, con la
spada nel pugno. Tu morrai qui e sangue fenicio non mi darà gloria
più bella della tua morte". Alle parole, minacciose svanì il
proposito di Metello ed ognuno di loro giurò fede alla patria, e
ripetette il giuramento imposto agli Déi cancellando nel proprio cuore
ogni pensiero empio. Mentre gli animi dei soldati romani erano così
turbati, Annibale si aggirava per la campagna cercando con lo sguardo le ferite
e notava l'opera feroce del suo braccio ed i caduti numerosi erano per lui
lieto spettacolo. Fra i caduti, con il petto trapassato dalle frecce giaceva
moribondo Clelio e rantolava, levando con sforzo il debole capo tentennante.
Non appena il suo fedele cavallo, che portava sulla groppa al campo libico
Bageso, lo riconosce, rizza gli orecchi ed annitrendo forte sbalza costui di
sella e galoppando tra i cadaveri deformi sul terreno bagnato di sangue e
sdrucciolevole va a fermarsi dinanzi al suo signore. China il collo e nel modo
solito e curvati i ginocchi, con la pancia a terra porge a Clelio la sua groppa
e manifesta tremando il proprio affetto. Nessun guerriero meglio di Clelio
aveva con migliore modo addestrato l'indomabile cavallo. Egli gli giaceva steso
sulla groppa mentre correva, e ritto in piedi ne premeva il dorso nudo mentre
più rapido di un uccello galoppava per il campo. Il Fenicio si
stupí del cavallo che gareggiava con l'uomo in sentimento e chiese chi
fosse quegli che lottava così duramente con la morte, quale nome avesse
e quali fossero le sue imprese, e subito gli abbrevia la disperata agonia.
Allora Cinna che affidandosi all'avverso destino si era dato prigioniero ai
Libi ed ora se ne andava con il compagno vincitore disse: "O fortissimo
condottiero, ben degna di essere conosciuta è la sua origine. Negli
antichi tempi Roma che aborre il giogo libico fu sotto i re. Ma poi indignata
contro il Superbo, lo scacciò e ad un tratto guerreggiò
fortemente con quei di Chiusi, e forse ti giunse la fama dell'esercito lidio di
Porsenna e di Coclite. Porsenna condottiero dei Chiusini e delle altre genti
etrusche venne per riporre sul trono gli scacciati Tarquinii. Egli strinse
d'assedio il Gianicolo ed ardì compiere grandi imprese ma fu vano il suo
ardire. Conchiusa la pace cessarono gli odii e per sicurezza della
fedeltà giurata furono dati degli ostaggi. Ma il cuore italiano non sa,
per gli Dei, piegarsi ed è pronto a sfidare ogni prova per la gloria.
Tra le fanciulle date come ostaggi di guerra al re Porsenna era Clelia, vergine
laurentina di non ancor dodici anni. Essa senza preoccuparsi né dei re
né della pace, né dei suoi teneri anni, imperturbata passò
a nuoto fendendo con le sue braccia infantili i flutti del Tevere stupito. Se
ella fosse stata uomo Porsenna non sarebbe tornato alle spiaggie tirrene. Ora
per dirlo brevemente sappi che quel guerriero caduto ebbe nome e origine dalla
illustre vergine". Cinna parlava quando improvvisamente lì presso
scoppiò un tumulto poiché i Fenici avevano tratto fuori dalle armi
e dai cadaveri lacerati la salma di Paolo. Oh! Quanto era mutato quegli che
poc'anzi sgominava le schiere puniche da colui che scosse i regni Taulanzii ed
avvinse di catene il tiranno illirico. Bianca di polvere la chioma, squallida
la barba, bruttata di sangue, sfracellati i denti dal pesante sasso e tutto una
ferita. Annibale lo guarda con gioia crescente e grida: "Fuggi, Varrone,
Paolo è morto. Racconta al tuo Senato ed a Fabio ed al popolo la
giornata di Canne. Ti lascerò fuggire se tanto ami la vita ancora una
volta. Ma quegli, la cui forte anima fu ardente di insigne valore, nemico a me
degno, abbia onore di esequie e di tomba. Quanto è grande Paolo anche
nella morte! Questo solo mi empie di letizia più che i mille e mille
nemici morti. E quando giungerà l'ultimo mio giorno vi prego, o
Dèi, di concedermi, salva la mia patria, una morte così bella
". Così disse e comandò che allo splendore dell'aurora del
giorno seguente si desse sepoltura ai compagni morti e si inalzasse alto un
mucchio di armi e si incendiasse in onore di Marte. Frettolosi, sebbene
stanchi, i Fenici obbediscono. Si disperdono intorno ad abbattere i boschi e
sui colli frondosi si odono risuonare i colpi delle asce e cadono recisi dalle
braccia vigorose roveri e pioppi alti dalle bianche fronde ed elci piantati nelle
antiche età, si abbattono insieme querce e cipressi che ombreggiano
mesti le tombe. E tutti gareggiando (pietoso ufficio ed inutile ai morti)
innalzano quindi i funebri roghi fin quando Apollo tuffati i cavalli anelanti
nelle tartessie acque disparve dal cielo e dietro il suo carro salì la
notte con le profonde ombre. Non appena i primi fulgori fetontei
riscintillarono ed ogni cosa riebbe il suo colore, arsero le fiamme ed i corpi
stillanti putredine bruciarono in terra nemica. Un'improvviso terrore per
l'incerto avvenire entra nei cuori, un muto senso di orrore tormenta il loro
pensiero che forse presto anch'essi, per l'avversa forza di Marte, attende
uguale sorte e che in suolo nemico avrebbero anch'essi tomba. Frattanto
innalzavano un monte alto di armi sacro a te, Dio della guerra. Lo stesso
condottiero agitando un ramo di pino fiammeggiante così ti invoca:
" A te, o Marte, Annibale consacra, sacrifizi di vittoria, queste spoglie
di guerra, vincitore dei Latini. Accogli benigno, tu che non sei sordo ai miei
voti, queste insigni armi che eroi superstiti ti offrono in dono". Grida e
getta la fiaccola. Il fuoco distruttore si appicca subito violento alla gran
mole, si leva altissimo fra il fumo, appare nell'aria e illumina intorno le
campagne. Quindi si affretta ai funerali ordinati per Paolo e si compiace di
onorare il nemico estinto. Il rogo era altissimo ed il feretro adorno di molli
erbe e di fronde. E sopra, onore del tumulo, la spada mortale per quanti la
provarono e lo scudo spavento dei Numidi, i suoi fasci spezzati e le scuri
depredate sul campo. Non la moglie, non i figli, non parenti lo circondavano,
non appese in alto secondo le usanze decoravano il tumulo le immagini degli
avi. Ma per Paolo più belli di ogni pompa erano gli elogi di Annibale, che
gettata sul cadavere una clamide tessuta d’oro ed un drappo fiammeggiante
di cupa porpora, gli dà sospirando l'estremo addio: "Va, o gloria
d'Italia, ove dimorano spiriti eccelsi d'insigne valore! La morte ti diede
già lode immortale mentre la Fortuna agita ancora i miei eventi e mi
nasconde l'avvenire". Quindi crepitano le fiamme e l'anima sale esultante
al cielo. Con grida crescenti va pertanto per terre e per mari la notizia della
sconfitta. Ma prima che altrove si diffonde per Roma. Il popolo atterrito non
confida nelle mura e spera appena nella Rupe Tarpea, pensa che morti i suoi
soldati l'Italia non è che un nome, e se Annibale non irrompe crede che
lo faccia solo per disprezzo. A ciascuno sembra che già ardano le case,
siano spogliati i templi, i figliuoletti uccisi innanzi gli occhi delle madri
ed i sette colli avvolti in vortici di fumo. In un sol giorno Roma pianse
più di duecento curuli e la morte di più di sessantamila
guerrieri e di altrettanti alleati e ciò dopo le tremende sconfitte
della Trebbia e del Trasimeno. Ma ciò non ostante i Senatori rimasti,
affannosi delle sorti della patria ritornano ai loro uffici. Fabio tutto vede e
tutto pondera alacremente e va gridando agli atterriti: "Su via, non resta
tempo per indugiare. Si corra tosto all'opera perché il Fenicio ardisca
invano entrare nelle mura difese. Il timore degli inerti non fa che aumentare
le sventure. Orsù, popolo, corri velocemente ai templi, strappa le armi,
spoglia gli altari ed impugna a nuova battaglia le armi dei vinti. Non bastiamo
alla patria se un solo di noi si sottrae alla prova per timore. Sui campi
aperti è da temersi il nemico: il Mauro che salta nudo a cavallo non
sarà mai capace di atterrare le mura". Mentre Fabio risolleva gli
spiriti affranti da terrore, per le vie di Roma corre la voce che Varrone si
avvicina, e subito ogni cuore freme d'odio. Come quando, unico salvato al
naufragio, giunge nuotando a riva il pilota e nessuno sa stendergli la mano o
negargliela, e quasi ha schifo che mentre tutto l'equipaggio moriva il solo
comandante si salvi. "Quale vergogna - bisbiglia il popolo -, per il
guerriero che osa appressarsi alle mura". Augurio funesto che accresce lo
sgomento. Ma Fabio andava quietando gli odiosi mormorii e distoglieva la plebe
dall'ira: "E’ vergogna, o Romani, adirarsi con l'avversa fortuna.
E’ forse degno dei discendenti di Marte il darsi vinti dinanzi alle
sventure? Non sapere premere in petto gli affanni e cercar conforto alle
proprie miserie con le pene altrui? Se ora è tempo di rimbrotti mi
sembra che sia da rimproverarsi il giorno in cui Varrone partì per la
guerra, e non oggi che egli torna senza armi". Il suo dire placa i
minacciosi e subito mutando di sentimento chi si muove a pietà di
Varrone, chi si rallegra che ad Annibale sia tolta la gioia di veder morti due
consoli. Da ogni parte in due folte ali il popolo si accalca per salutare
Varrone, che ormai si ritiene di gran cuore se, fidando nella gloria degli avi
e dell'impero, non disperò dei figli di Laomedonte. Varrone, vergognoso
e dolente della sua colpa, avanza timoroso e piangente con passo incerto entro
le mura. Egli a fronte bassa non solleva la sguardo sulla patria timoroso di
rinnovare gli affanni. Non si rallegra perché i Senatori e la plebe gli
vanno incontro, chè gli sembra che ciascuno gli chieda i suoi figli ed i
suoi fratelli e le misere madri debbano irrompere tra la calca a graffiargli il
volto. Così seguendo i littori silenziosi entra in città
né cura gli onori, chè già gli Dèi lo disprezzarono.
Ma passato il dolore Fabio con i Senatori provvede ad ogni cosa. Si scelgono
gli schiavi e se ne armano i più gagliardi. Né la vergogna lo
vieta nell'estremo pericolo poiché è certo che per salvare il
regno di Enea è necessario che si armi ogni braccio e persino gli
schiavi abbiano un ferro a difesa della rocca e del dominio e della sacra
libertà. Spogliati della pretesta i fanciulli cingono insolite armi,
coprono i volti infantili di elmi per divenire uomini di fronte al nemico. I
prigionieri mandarono invano a chiedere supplichevoli il loro riscatto per poco
oro: erano più migliaia di supplicanti ma i Senatori furono sordi alle
preghiere e li abbandonarono al Fenicio meravigliato. Infatti l'arrendersi ai
Libi con le armi in mano fu stimata la colpa maggiore. Ai soldati che s'erano
salvati fuggendo fu imposto di prestare servizio nelle lontane terre di Sicilia
finché il Fenicio rimanga in Italia. Tale fu allora Roma, ma se avesse
dovuto mutarsi dopo la tua rovina, o Cartagine, sarebbe stato meglio che tu
fossi rimasta in piedi!
XI. Ora dirò quali
popoli la sconfitta di Canne fece unire ai Cartaginesi. Nell'avversa fortuna
è incerta la fedeltà degli uomini. Inclini a disperare nelle
sventure porsero il loro braccio ai Fenici rompendo apertamente l'alleanza, per
primi i Sannili, crudeli per le antiche ire e per gli odi rinfocolati da tempo,
gli instabili Bruzi che con la loro tarda vergogna incalzarono il destino, e
con loro i Pugliesi ingannatori. Quindi gli Irpini, popolo vano, inquieto che
rompeva turpemente i giuramenti. Sembra che il maledetto esempio si diffonda
fra tutte le genti. Le coorti di Calazia e di Atella passano per paura ai
Fenici e la falantea Taranto mutevole ed audace spezza il giogo latino e l'alta
Crotone apre le porte e piega il collo al giogo straniero dei nipoti Tespiadi.
Uguale follia colpì i Locri e le turbe di quell'umida spiaggia dove
l'Italia vanta mura elleniche ed accoglie nel golfo le acque dello Ionio, che
pronte come sempre seguirono i fortunati Libi e giurarono loro di aiutarli.
Né i superbi Celti del Po tardarono ad unirsi al Fenicio e mossi
dall'antico rancore si precipitarono contro gli italiani. Se era giusto che i
Celti ed i Boi combattessero di nuovo con empia guerra, poteva Capua far sua
l'ira ed il furore dei popoli senoni? E chi crederà così mutati i
tempi da far sì che la città fondata dai Dardani stringa amicizia
con Annibale? Per la lussuria e gli ozi in cui per lunghi anni erano stati gli
animi non sentivano più la vergogna delle colpe e divenuti turpemente
schiavi dell'oro le genti, libere da ogni legge, poltrivano nell'accidia.
Rovina ancora maggiore l'efferata superbia e la ricchezza le trascinavano. Oro
ed argento ne ebbero quanto non ne largì la fortuna alle altre genti
d'Italia: portavano vesti ricchissime di porpora, pranzavano regalmente a mezzogiorno
e banchettavano sino all'alba e così vivevano sozzamente. Il loro Senato
disprezzava la plebe e questa era lieta di odiare i senatori, per cui erano
travagliali dalla discordia. La gioventù temeraria e rea trascorreva di
colpa in colpa ed i vecchi ancor più sozzi gareggiavano con lei ed i
più vili per nascita e fortuna ambivano i primi onori ed il governo
della patria cadente. Rallegrarono i banchetti anche coll'empia usanza delle
stragi, con il feroce spettacolo dei duellanti che spesso cadevano trafitti
sulle stesse mense insanguinandole. Pacuvio, turpemente famoso, seppe prendere
con astuzia quegli animi per farli passare più prontamente dalla parte
di Annibale. Egli sapeva bene che Roma non l'avrebbe mai concesso e
perciò vuole che le si chieda una parte degli onori supremi, e
cioè un console e littorii di Capua e se Roma rifiuti che siano doppi i
fasci ed uguale il Senato ed essa veda dinanzi a sè il vendicatore del
rifiuto. Si scelgono gli ambasciatori che partono guidati la Virrio, parlatore facondo,
ma di oscura nascita e fanatico. Egli non aveva ancora terminato di gridare con
paroloni di fronte al Senato, esponendo l'empio desiderio della plebe pazza,
quando i Senatori concordemente eruppero con un fremito di sdegno: il tempio
risuona di grida e trema per il frastuono.
Allora Torquato, emulo degli avi per la sua austerità esclama
«E voi osaste venire a Roma da Capua a chiedere questo? A Roma cui lo
stesso Annibale non ha ardito avvicinarsi in armi pur dopo la giornata di
Canne? Non giunse mai al vostro orecchio che una volta il popolo latino venne a
chiedere sulla rupe Tarpea la stessa cosa? Non un cenno, non una parola e le
braccia adirate scacciarono il superbo ambasciatore che precipitato fuori del
tempio con tanto impeto, cadde e battendo contro un aguzzo sasso nel cospetto
di Giove lavò con il sangue l'onta e pagò con la morte il fio
delle parole maledette. Ed ora son qui io, il nipote di quegli che
scacciò dal tempio del Tonante l'ambasciatore, di lui che console difese
il Campidoglio con la mano nuda ». E già fremendo si preparava a
compiere il gesto dell'avo ed alzava le mani contro gli ambasciatori e
poiché Fabio lo vide tremendo nella sua ira, anch'egli fremente
gridò: “Sozzi d'ogni vergogna, ecco: è vuoto un seggio reso
tale dalla tempesta di guerra, ditemi chi dei vostri volete che l'occupi? Chi
ci date per Paolo? Forse te, Virrio, chiama la sorte ed il Senato acconsente
che tu, Virrio, abbia la stessa porpora dei Bruti? Va, stolto, corri dove vuoi,
e ti conceda la perfida Cartagine i suoi fasci”. Mentre egli parla con
tanta foga Marcello impaziente e non riuscendo più a frenare la sua
rabbia lancia sguardi fulminei ed esclama torvo: “Quale pazienza e quanto
lunga è la tua, o Varrone, o sei confuso dal turbine di Marte che,
console, sopporti questi farnetici sogni? E non li cacci ancora a precipizio
dalle porte del tempio e non insegni a codesti ermafroditi quale sia il potere
del nostro Console? Gioventù smidollata e già vicina a morire
senti un consiglio: esci da Roma e schierati in fretta innanzi alle tue mura e
il condottiero ti darà con le armi la risposta che ti conviene!”.
I Senatori tutti si alzano ed incalzano con grida gli audaci che, frettolosi
sgattaiolano, fuori dalle porte. Virrio se ne va adirato per il rifiuto
ripetendo il nome di Annibale. E Fulvio allora presago della sua gloria futura
quasi vedendo Capua in rovina gli dice: « Nemmeno se tu traessi a Roma
Annibale vinto e incatenato ti sarebbe concesso di toccare le soglie sacre a
Quirino. Vattene dove ti conduce la tua pazzia! ». Si riportano subito a
Capua le risposte e le minaccie del Senato romano. Debbono dunque, o sommo
Giove, essere avvolti i destini di così fitta caligine? Verrà un
tempo più lieto ed allora Roma amica godrà di un console campano
ed i fasci, per così lunghi anni negati tra le armi, essa
affiderà spontanea e sicura ai magnanimi nipoti. Ma per castigo della
superbia degli avi Cartagine manderà i propri figli a portare i voti
prima di Capua. Allorchè Virrio espose gli atti e le parole del Senato
di Roma unendo con scaltrezza il falso al vero, il popolo udì suscitando
il segno fatale di guerra. La gioventù furibonda chiese armi e
domandò Annibale, la plebe eruppe da ogni parte ed in tutte le case si
chiamarono i Libi. Tutti celebrano le gesta famose del duce sidonio raccontando
come egli, simile ad Ercole glorioso, passasse le Alpi, superando le cime
più vicine al cielo; come vincitore interrompesse il corso del Po per il
grande numero dei cadaveri e colmasse di sangue italico, sempre vincendo, i
lidii stagni; e desse nome eterno alla Trebbia e come egli solo mandasse alle
ombre Paolo e Flaminio invitti nelle guerre. Ed inoltre vanno decantando le
prime imprese dell'eroe la distruzione di Sagunto, il passaggio dei Pirenei e
l'Ibero ed i riti di suo padre ed il giuramento di guerra fatto da fanciullo.
Egli solo, che nelle battaglie travolse ed uccise tanti capitani rimase sempre
illeso. Ed ora, se piace agli Dèi, che Capua si stringa a lui in
amicizia, perché sopportare il fasto ed il delirante orgoglio di una
gente esangue? Perché la tirannia di Roma che le nega, come a schiavi,
fasci e diritti? Più di ognuno di noi certo, è più degno
del gran nome di console Annibale che Varrone, che fa risplendere la sua
porpora fuggendo. Spargendo tali chiacchiere traevano a sorte il drappello che
andasse ad unirsi con i sidonii. Ma Decio, unico onore allora di Capua, non
deponeva il suo invitto vigore. Egli si caccia tra il popolo e poiché
non era il momento di indugiare grida «Cittadini, così correte voi
dunque ad infrangere i diritti dei vostri avi? Chiamate nostro ospite il
maledetto che ruppe la pace? Ma che
cosa è questo vostro oblio del valore, che così osate disprezzare
la sacra fede, quella che dai popoli è venerata come da ogni uomo?
Questo è il momento di combattere per l'Italia e di muovere le insegne,
ora che la sorte è nemica e la ferita chiede un balsamo sollecito. E'
necessario operare nei momenti tristi, quando l'avversa fortuna chiama a
soccorso. Secondare la lieta non fu mai d'anima grande. Qui tutti, suvvia. Io
le conosco quelle anime; sono pari agli Dèi, più forti nelle loro
sventure. Roma è ben più grande di Canne e del Trasimeno e della
gloriosa morte di Paolo. Essa allontanò dalle vostre mura l'esercito
nemico e vi tolse alla superba tirannia dei Sanniti; essa allontanò da
voi le guerre sidicine e con la pace vi diede legge e libertà. Dove
fuggite? A chi vi affidate? Io discendendo di Dardano cui il padre Capi, proavo
del grande Julo, diede il nome e la fede, me ne andrò forse insieme ai
Nasamoni eunuchi? Compagno dei Garamanti, di quel popolo di belve?
Pianterò le tende unito al gregge marmarico? E sopporterò un
condottiero il cui diritto e la cui fedeltà è solo nella spada e
la cui sola gloria sono le stragi? No, non così, Decio non ha nel cuore
mescolato il vizio e la virtù così da arrendersi a tanto. La
porta della morte è spalancata; l'invida natura non ci diede a nostra
salvezza dono maggiore che poter terminare, quando si vuole, l'iniqua vita
». Così gridava inutilmente Decio a quei sordi. Già il
drappello eletto veniva a patti con il Fenicio e andando innanzi alla sua
avanguardia una schiera numerosa di Autololi avanzava tumultuando. Annibale
stesso tolte in fretta le insegue muoveva rapido con gran genti per la
campagna. E Decio grida: «Ecco, questo è il momento. Decio vi
guida e sotto la vostra destra vendicatrice cada la gioventù barbara.
Sia gloria a ciascuno lo sterminarla, e quando il nemico oserà
appressarsi trovi la porta sbarrata da mucchi di cadaveri. Ormai solo il sangue
può lavare le anime infamate e solo la spada far cessare la vergogna
». Mentre che, a nessuno gradito, egli così parla invano, Annibale
giunto presso le mura viene informato del suo fiero ed ostinato proposito.
Subito gonfio d'ira comanda ai suoi che traggano il forte negli accampamenti.
Amore della giustizia, fedeltà e valore indomito erano scudo a
quell'imperterrita anima più grande della sua patria. Maestoso
nell'aspetto si pianta dinanzi al guerriero ed a lui che lo minaccia rivolge
torvi sguardi ed aspre parole. Il condottiero lo rimprovera perché osa
disprezzare così numerosi armati e tante insegne di guerra, e gli grida:
"Dopo Paolo e Flaminio, un Decio forsennato osa sfidarmi. Vuole combattere
con me ed aver con la morte nome glorioso. Capitani, si tolgano le insegne e
vediamo se Capua, in onta a Decio, è mia. Vediamo se egli prepara nuova
guerra a me, dinanzi al quale si dischiusero le Alpi minaccianti il cielo e
valicate solo da un Dio". Così parla con il volto rosso, lo sguardo
fiammeggiante, la bocca schiumante, e anelando e fremendo gli usciva gorgoglio
dalla gola. Ma quando entrò in città seguito dal senato e dal
popolo che gli correva incontro per acclamarlo, allora sfogò la sua
rabbia. Anche Decio ardeva per il vicino pericolo e comprendeva che era questo
il momento in cui egli inerme avrebbe potuto superare in fama l'invitto
guerriero. Non fugge e non cerca scampo fra chiusi lari, ma come se Annibale
non fosse entrato tra le mura, libero cittadino conservava il suo intrepido
aspetto. Ed ecco che una schiera armata gli si slancia addosso e lo imprigiona
e lo conduce ai piedi del condottiero, seduto sul trono. Il vincitore con
feroci parole lo investe: "E tu, presumi da solo farti sostegno di Roma
che cade? Ritornare alla vita lei che muore? Tu pazzo vuoi togliermi tanti doni
del cielo? Fui lasciato vivo per essere vinto dall'imbelle Decio, da Decio che
è da meno di qualsiasi donna della nostra Cartagine? Soldati magnanimi,
non è lecito sopportare più a lungo l'oltraggio; sia avvinto
delle meritate catene". Disse ma non terminò qui l'offesa. Ecco che
quei feroci si scagliano sopra il corpo di Decio e gli avvincono le mani di
catene. Quando il leone entra nel gregge così si slancia precipitoso al
collo di una giovenca e vincitore sbuffa e ruggisce d'ira e conficcate le
unghie nella cervice della vittima trafelata la sbrana e la divora. Mentre lo
si incatena Decio esclama " Suvvia stringetemi e siano queste catene il
prezzo del patto infausto ed onorino l'ingresso del vincitore. Perisca Decio
ben degna vittima, chè non placa il sangue dei giovenchi sgozzati il
sitibondo di sangue umano. Ecco la destra, quella che giurò. Non ancora
entrasti nella Curia, non ancora varcasti le soglie del tempio e già
comandi la prigione. Segui, segui su questa via; accumula tali imprese; mi
giungerà nel Tartaro la notizia che Capua ti ha sepolto tra le sue
rovine ". Non gli si permette più di parlare. Gli avviluppano un
drappo nero intorno al capo e lo traggono dalle mura al campo. Placate alfine
le ire il vincitore esce festante e rivolge intorno lo sguardo lieto ammirando
i templi ed i palazzi. Vuol sapere ogni cosa: e chi innalzò le mura,
quanti giovani sono in armi, quanti e quanto argento Capua ha per la guerra,
quanti sono i fanti ed i cavalli. Gli mostrano quindi l'alto Campidoglio ed i
campi Stellati cari a Cerere nota1. Ormai Febo spingeva verso la meta gli
stanchi cavalli celesti, e a poco a poco l'espero copriva con le sue diffuse
tenebre il carro che fuggiva al lido. Apprestano secondo le usanze il banchetto
e tutta Capua tripudia intorno alle mense regalmente adorne. Annibale è
condotto con gli onori che spettano ad un Dio sovra un alto seggio
fiammeggiante di porpora. Turbe di servi portano le vivande e le tazze, molti
badano ai giuochi, altri badano alle provviste. Il ricco desco splende per
antichi vasi preziosi d'oro istoriato. Le fiaccole fiammeggianti vincono la
notte e nelle sale tutto è chiasso e movimento. Il Fenicio ammira la mai
veduta sontuosità delle mense e, guarda avidamente le varie, ed a lui
ignote apparenze di quel lusso regale. Quindi si ciba, ma in cuor suo
rimprovera che per mangiare si sfoggi così riccamente e si facciano
muovere tanti paggi. Sazio alfine e rasserenata l'anima coi dolci vini,
allontana gli affanni e rischiara la fronte. Intanto Teutra cumano canta
soavemente accompagnandosi con l'euboica lira e accarezza e lusinga gli orecchi
abituati alle orride grida della guerra. E canta prima i furtivi e giocondi
amplessi di Giove con l'atlantide Elettra, da cui nacque Dardano ben degno
figlio degli Dèi. Canta come Dardano desse al Tonante un nipote grande
per l'origine: Erittonio. E canta Troio ed Ilo e come per lungo ordine d'avi
discendesse Assaraco e poi Capi a nessuno secondo per nome e per imprese e come
questi per primo desse il suo nome alle mura. Applaudono al canto i Libi ed i
Campani. Per primo allora il condottiero asperge le mense di vino in onore di
Capi e dopo di lui liba la turba e libando si accende sempre più. E
mentre i sidoni gavazzano soltanto uno (non tacerò il tuo proposito,
giovine non degno di oblio, né toglierò fama al tuo ardire che fu
figlio di un gran cuore sebbene interrotto a mezzo) che aveva serbato lucida e
chiara la mente tra gli insidiosi vapori di Bacco, tacitamente accarezzava tra
sé il pensiero di ottenere il più bel vanto della guerra:
l'uccisione del condottiero sidonio. Questi, figlio di Pacuvio, aveva biasimato
le arti paterne e perciò è maggiormente da ammirare il suo nobile
desiderio. Il vecchio grave per i cibi usciva con tardo passo dagli atri ed il
figlio lo seguiva dappresso, e quando furono giunti in un angolo solitario
dietro il palazzo il giovane osò svelare il suo audace proposito:
"Senti un consiglio degno di noi e di Capua -frattanto s'apre la toga -
guarda quest'acciaio, con questo voglio porre fine alla guerra e consacrare il
capo di Annibale al Tonante; con questo rinsaldare gli accordi violati. Se tu,
vecchio come sei, non puoi reggere a tale vista, se il cuore fiacco ti trema a
tanta impresa, va, recati al sicuro e lasciami solo al mio disegno. Onoralo
anche per sommo il Fenicio, consideralo pure uguale ai Celesti, saprai quanto
tuo figlio è più grande di Annibale ". Già fremeva il
giovane e gli occhi gli brillavano per strane fiamme ed il vecchio quasi fuori
di sè, tanto quelle parole lo avevano percosso, si getta a terra
tremando, stringe i piedi di lui e li copre di baci ed esclama: " Per
quello che mi rimane della vita, per i diritti che i genitori hanno sui figli,
per la tua salvezza che mi è più cara della mia, rinuncia all'impresa.
Che non sia contaminata l'ospitalità e non veda le tazze lorde di sangue
e le mense scompigliate nell'ardore della mischia. E poi credi di poter
sopportare il terribile sfolgorìo del superbo cimiero? Tu star contro il
duce dinanzi al cui volto, alle ardenti fiamme dei suoi occhi cedono eserciti,
città e fortezze? E se veduto l'acciaio, egli lancerà un grido
tremendo, uno di quei gridi con cui sul campo di battaglia sgomina le schiere?
T'inganni, figlio, se credi che egli assiso a banchetto sia inerme. Ormai dopo
tante guerre, l'eroe è armato di eterna maestà; quando ti
avvicinerai a lui ti sembrerà di vedere la Trebbia e il Trasimeno e le
sue tombe, e Canne e la grande ombra di Paolo. E poi che forse credi che gli
altri convitati, suoi amici rimarranno fermi? Abbandona, figlio, abbandona
quest'impresa da cui non puoi uscire vittorioso. E pure tu hai veduto or ora
Decio, e le sue catene non ti insegnarono a trattenere i tuoi pensieri ".
Così diceva Pacuvio, ma veduto che le sue parole invece di atterrire
avevano maggiormente acceso il figlio per il desiderio di tanto onore
soggiunse: "Non ti chiedo altro, ritorna al convito, affrettiamoci. Ma
sappi che il tuo ferro non deve trafiggere libici petti, guardiani del
condottiero: ecco il mio petto. Provati qui. Il tuo ferro trapasserà le
mie viscere se tu assali il Fenicio. Non disprezzare i miei tardi anni; come
padre ti opporrò il mio corpo e morendo ti toglierò quell'arma
come non posso ora ". Padre e figlio piansero commossi. Gli Dèi
vollero conservare il Fenicio alle armi di Scipione ed il destino non concesse
che una mano straniera compisse opera così grande. Bello nella sua ira,
pari all'ardire magnanimo, di quale fama lo privò l'impresa abbandonata
se gliene diede tanta solo per averla concepita? Quindi con il volto atteggiato
a finta gioia si affrettarono alle mense dove rimasero finché il sonno
non disperse gli allegri convitati. Quando la nuova aurora spingeva a fretta i
fetontei cavalli e la veloce quadriga risplendeva sulle estreme onde,
più aspri affanni tormentavano il grande figlio di Amilcare. Per
annunziare ai Senatori le imprese compiute dal duce si manda a Cartagine il
feroce Magone. Si scelgono quindi prede opime, prigionieri e spoglie tolte ai
caduti da offrire in sacrificio agli Dèi per la guerra fortunata. Si manda
poi anche Decio al quale (misero) era riservata la crudele e lenta ira del
reduce guerriero. Ma Giove dall'alto mosso a pietà per quell'ingiusta
pena spinse la nave che lo portava all'antica terra di Batti (nota2). Quivi
Tolomeo tolse quel prode alle minacce dei marinai che lo custodivano e lo
liberò dai ceppi, e la terra stessa che porse a lui vivo fido asilo
raccolse nella tranquilla tomba le sue inviolate ossa. Venere intanto coglieva
con destrezza il momento desiderato per guerreggiare nascostamente i Fenici ed
intenerirne i cuori con la dolce esca voluttuosa dei suoi tripudi. Invita i
suoi figli a spargere qua e là furtivi dardi e saettare con tacite
fiamme i chiusi petti. E ridendo dolcemente così parla loro: "Che
siamo noi? Ci disprezzi pure l'avversa Giunone, portata in alto dal destino
lieto: ella ha braccia e mani possenti e noi gettiamo con un puerile arco
piccole frecce che pungono ma non spargono mai sangue. Ciò nonostante, o
miei vezzi, tutti all'opera che l'ora è propizia: ve ne prego, infiammate
con tacite frecce le tirie genti. Ed i soavi amplessi, il molto vino, il sonno,
vincano quelle schiere che né le spade né i fuochi e i fulmini di
Marte infuriate, domarono. Lo stesso condottiero senta la voluttà per
ogni vena, e non abbia disdegno di riposare sopra molli letti e di profumarsi
la chioma con profumi assiri. Egli che si vanta di dormire d'inverno all'aperto
si compiaccia di passare le notti in ben adorne stanze. Ormai non si cibi
più come è solito in groppa al suo cavallo veloce con l'elmo in
testa; ma ripieno di cibi e di bevande doni a Bacco intere giornate oziando e
s'addormenti languidamente al suono della cetra e poi vegli le notti inebriato
dal mio dolce nume". Così disse Venere ed il lascivo e gentile
esercito plaudì e si librò ratto nel cielo sull'ali candide. La
maura gioventù sentì lì intorno aliare le frecce
infiammatrici e punte dagli strali arsero tutte le anime. Desiderano vini e
cibi e canti soavi mollemente accompagnati dal suono della lira. Ora il focoso
cavallo non suda più per le campagne né l'omero nudo si affatica
a vibrare, come usava, lance e giavellotti; ma si cullano in tiepidi bagni le
membra illanguidite, ed il rigido valore si strugge in vani piaceri. Spinto
dall'ingannevole Dea lo stesso duce fa colmare le mense di nuovi cibi ed
accetta bramoso i nuovi inviti ed offesa dai silenziosi dardi, la sua anima
mutandosi si spoglia delle avite virtù. Ormai Capua, che con uguali
onori è chiamata la seconda Cartagine, diviene la sua seconda patria.
Così il suo spirito ancora vergine si consuma alle dolci lusinghe dei
vizi. Il popolo campano beve e si dà alla gioia ed ai piaceri
sfrenatamente e sempre più avido per rallegrare i conviti alterna le
varie arti dei danzatori; così come i Memfiti nilotici al suono dei
frigi flauti gridano lascivamente intorno all'amiclea Canopo nota3. E Teutra
dava sommo diletto ai lieti Fenici con il suono della lira. E veduto che i
Fenici erano contenti alle armonie suscitate dall'agile pollice cominciò
a cantare della lira aonia. E accompagnò il dolce canto con sì
leggiadri accenti da vincere in dolcezza il cigno moribondo e così
rallegrava le mense: "I Greci udirono, meraviglia a dirsi, la fortunata
cetra da cui furono smosse le rupi ed i sassi volontariamente si accumularono
formando le mura. Intorno a Tebe volarono le pietre invocate dal plettro
anfioneo, formarono i valli ed all'improvviso apparvero sublimi le rocche
cantate. Quindi la lira acquietò le onde tempestose e comandò
alle foche e trasse il mutevole Proteo e portò Arione sul dorso della
belva marina. Fu la cetra, cara al Centauro, che sulla peliaca rupe
formò con il potere dei suoi numeri gli eroi, e la grande anima di
Achille placò la rabbia dei flutti tempestosi ed il crudele Averno. Su
quella lira fu cantato il caos e la mole orrida del mondo, buia prima che
splendesse il sole; e come il Dio dividesse le acque dalle acque ed
equilibrasse il globo della terra nell'aria; si cantò come a dimora alta
degli Dei desse l'Olimpo e quanto fossero casti e beati i secoli di Saturno. Ma
splende tra le più chiare stelle nel cielo quella cetra che Orfeo, gioia
degli Dèi del cielo e dell'Averno, suonò un giorno in riva allo
Strimone. La stessa madre immortale si meravigliò tra le aonie sorelle
del dolce canto, ed al divino suono si scossero i gioghi del Pangeo e le
Mavorsie cime dell'Emo e l'ultima Tracia. I boschi con le fiere lo seguirono ed
i monti con i fiumi e l'uccello immemore del dolce nido fu veduto fermare le
ali ed ammaliato rimaner sospeso nell'aria immota. Anzi, allora che era vietato
agli umani di correre per l'inesplorato mare, il tessalo naviglio vide
avvicinarsi alla poppa, richiamate dal canto e dal suono della cetra, le onde.
Il bistonio nota4 vate placò con il suo plettro le fiamme e il sonante
Acheronte, e fermò i sassi che precipitavano. Madri crudeli dei Ciconi,
furibondi Geti, Rodope esecrata dagli Dèi! Il capo mozzo fu portato al
mare dall'Ebro e ne risuonarono ambedue le rive, e, mentre le onde irate lo
trascinavano, al mormorio apparvero improvvisamente dal fondo le balene
esultanti ». Così Teutra con i suoni dei canti Castalii addolciva
quei cuori induriti nelle aspre guerre. Magone intanto spinto dai venti propizi
era giunto alle spiagge libiche. La nave incoronata d'alloro entra nel porto
desiderato e le spoglie nemiche appese in alto sulla prora scintillano sulle
onde da lontano. Le grida dei marinai si levano sempre più forti e ne
risuonano le spiaggie, mentre le braccia traendo concordemente al petto i remi
arrancano con voga rompendo il mare che spumeggia ai cento colpi. Il popolo a
godere tanto spettacolo si slancia fino nell'acqua e schiamazzando applaude
ardentemente e festeggia le nuove prede. Il capitano è un Dio e le madri
intorno ai figli, desti alla gioia dalle madri stesse, ed i vecchi e i Senatori
e la plebe, gli rendono celesti onori uccidendo giovenche. Così entra
Magone annunziatore festante della gloria del fratello. Si raduna subito il
Senato ed i Senatori si affollano nella Curia. Allora dopo aver venerato gli
Dèi secondo l'usanza avita Magone comincia a dire: «Io vi annunzio
oggi la vittoria, e la rovina dell'Italia, io partecipe non inutile a
così grande impresa. Ci arrisero gli Dèi. Vi è una terra
che fu nelle antiche età di Danno, gloriosa per il principe Etolio. Intorno
a quelle campagne silenzioso scorre l'Ofanto e le irriga con i suoi stagni e
quando giunge alla foce adriaca gitta strepitando le sue onde nel mare che si
ritrae. Quivi i condottieri Varrone e Paolo, di gran nome tra i Latini, si
appressano al fuggire della notte e sfolgorando nelle armi accrescono luce alla
nascente aurora. E noi subito (ché mio fratello ardeva dal desiderio
della battaglia) muoviamo contro di loro le nostre insegne fuori del campo. La
terra trema e rintrona il cielo: il nostro condottiero di cui nessuno al mondo
fu più grande in guerra copre di cadaveri i campi e il fiume. Io stesso
vidi la gioventù italica fuggire per le campagne al fiero scontro, ai
gridi, al saettare di un solo. Vidi Varrone fuggire su veloce cavallo gettando
vilmente le armi e vidi anche te, Paolo, quando trafitto il petto da numerosi
dardi cadevi magnanimo sui compagni uccisi. Quel giorno vendicò con
ampia strage le Egadi e i turpi patti! Non è lecito desiderare di
più di quello che il cielo amico ci diede; un solo giorno uguale a
quello e tu, Cartagine, sarai regina di tutti i popoli, venerata in ogni terra.
Ecco, siano testimoni della strage gli anelli di cui la nobiltà superba
usa adornare la mano sinistra». Innanzi ai volti meravigliati egli getta
numerosi gli anelli rilucenti d'oro che provano le suo parole e così
riprende: «Ora noi dobbiamo scuotere sin dal profondo Roma vacillante ed
abbatterla al suolo, ma prima è necessario ristorare le nostre forze
sfinite da tante imprese. Sia aperto l'erario ed i mercenari assoldati alla
guerra vengano pagati. Abbiamo bisogno poi di elefanti che atterriscano gli
italiani ed il nostro vitto è scarso e cattivo». Mentre
così parlava collo sguardo torvo fissava il volto di Annone, che si
rodeva in cuore di antica amarezza per la gloria del condottiero: «Ti sarà
dunque grata l'opera delle nostre braccia? Sono alfine degno di non servire
più su terra dardania? O chiedi ancora che Annibale sia consegnato a
Roma? Sciagurato, vinto da imprese così famose e da così grandi
vittorie placa ormai il tuo cuore gonfio d'odio e avvelenato d'invidia. Il
braccio che tu volevi dare ai tormenti latini ha coperto di stragi i fiumi, gli
stagni, le spiagge ed i campi!». Così Magone, e apertamente lo
approvavano gli astanti. Allora Annone, agitato per l'ira e l'invidia:
«Non mi meravigliano davvero gli oltraggi di questo giovane stolto. Cieco
d'orgoglio egli mostra la stessa tracotante anima del fratello ed il veleno
della loro inutile lingua. Ma perchè non presuma di far cambiare con le
sue chiacchiere il mio pensiero dico e confermo che questo è il tempo di
chiedere pace, questo è il momento di riporre le spade che hanno
infranto i patti e di cessare con la guerra l'eccidio. Ognuno di voi, di grazia
rifletta a quello che egli dice, che non vi è bisogno di altro per
giudicare. Egli chiede oro, soldati, viveri, elefanti, armi e navi; e se
fossimo vinti che cosa potremmo dare di più? Inondammo il suolo ausonio
di sangue latino e giacciono i rutuli là sopra i campi del Lazio e
dunque, ora, ottimo vincitore lasciaci vivere tranquilli nella nostra patria,
concedi che la guerra rapace con grave dispendio non dissipi il nostro erario
già così abbastanza spesso vuotato. Ora (e sia falso il mio
presagio, e scherniscano gli animi questo vano augurio!) non è
più lontano, lo ripeto, il giorno funesto. Lo sanno quelle anime atroci
la cui ira divampa ben più crudele nella strage. Te temo o Canne!
Cittadini, proviamo ora a chiedere pace, con le insegne calate non sarà
concessa. Roma, credetelo, ci prepara nel suo dolore strage ben più
fiera della sua ed accorderà pace vincitrice e non vinta. E tu che con
tanta superbia vanti le imprese eccelse ed empi gli orecchi degli stolti,
dimmi, il tuo secondo Marte, tuo fratello, il condottiero cui non diede
l'uguale la terra nei secoli, perché non ha ancora veduto le romulee
mura? Togliamo dal seno materno i figli per farne guerrieri ancora incapaci di
portare le armi. Egli ha comandato ed apprestiamogli mille navi rostrate,
cerchiamo per tutta la Libia gli elefanti ed egli continui a vivere in armi e
sia tiranno per tutta la vita. Cittadini, non è più segreta
l'astuzia da cui siamo ingannati, e voi non vogliate che le vostre dolci case
siano deserte, e voi raffrenate gli avidi potenti nel campo. Il più gran
dono che l'uomo conosca è la pace; ella oscura mille trionfi, difesa del
bene comune uguaglia i cittadini, e che essa ritorni sulle rocche sidonie e si
disperda la fama di perfida dalla città che tu, o Didone, fondasti. Che
se Annibale arde tanto dal desiderio di guerra e ricusa di consegnare le armi al
popolo che le domanda almeno le sue furie non saranno nutrite da noi. Magone
riporti questo al fratello». Voleva, ancora non sazio nella sua ira,
continuare, ma le alte grida contrarie lo fecero tacere: «E che? Dunque
Annibale, onore della Libia, sarà abbandonato vincitore presso la meta,
perché tu fremi d'ira? E dovremmo dunque per la tua invidia negargli
aiuto e ritardare l'impero che ormai è nostro?». Quindi accordano
frettolosamente quanto è necessario alla guerra e tutti plaudono a gara
a Magone ed al condottiero lontano. In seguito mandano altrettanti aiuti in
Spagna, mentre il livore denigra la gloria delle imprese immortali e non lascia
che si accresca la fama del condottiero.
XII- Già il crudele
inverno celava sotterra il capo irto di ghiacci e la fronte tempestosa cinta da
nubi portate dai fieri austri, e con i tepidi zeffiri soavi la primavera
rasserenatrice carezzava di nuovo le campagne. Il Fenicio esce da Capua ed
empie di spavento le terre vicine come il serpente che finché dura la
rigida bruma e soffiano da settentrione le raffiche s’intana nel segreto
covile ma quando splende il chiaro sole snoda le sue spire ed avanza rinnovato
e scuote la testa corrusca e ritto esala dalle fauci il veleno. Ma come
splendettero le bandiere sidonie le campagne divennero deserte ed il popolo
cacciato dal timore aspettò dentro le mura le libiche schiere ed anche
là trepidò incerto per gli avvenimenti. Ma nei libi non è
più quel vigore con cui piantarono le insegne sulle inaccessibili Alpi
violate e vincitori della Trebbia coprirono i lidii flutti di stragi italiche.
Ebbri di vino, fiaccati dai piaceri mal si reggono sulle membra intorpidite per
la lussuria in lungo sonno. Ora ai soldati gagliardi che passavano le lunghe
notti gelide sotto il cielo maligno con indosso le pesanti corazze, disdegnando
le tende anche quando imperversavano pioggia e grandine tempestosa, e non
deponevano neppure di notte arco e faretra e scudi e spade, quasi che le armi
fossero unite al loro corpo, ora pesa in capo l'elmo e peso grave è lo
scudo e gittano le lance fiaccamente così che non sibilano più
per l'aria. Sentì per prima la dolce Partenope il rinnovarsi della
guerra. Essa non ricca di tesori eppur vigorosa attirò per il suo porto
il condottiero desideroso che vi approdassero sicure le navi della patria.
Partenope viveva allora mollemente libera di gravi pensieri, in soavi ozi cari
alle Muse. Le diede il nome memorando una sirena, figliuola di Acheloo, che per
lunghi anni signoreggiò sui mari, delizia e morte ad un tempo per i miseri
naviganti. Annibale assalì la città alle spalle poiché di
fronte era cinta dal mare, ma non si aprì dinanzi alla potenza libica
alcun varco e con assalti ingloriosi invano si lanciò l'ariete contro le
mura. Stava il vincitore di Canne dinanzi alle trincee greche e si compiaceva
per il volgere degli eventi di essersi trattenuto, sebbene avesse insanguinati
i regni di Dauno, dal muovere contro la rupe Tarpea. «Ed ora voi che mi
chiamaste pigro ed inetto a correre insieme al destino quando poc'anzi non vi lasciai
volare dalla battaglia a Roma, animo, entrate in queste mura difese solo da
Greci e mi si appresti costà la mensa che mi fu promessa nel tempio di
Giove ». Così gridava il guerriero, timoroso della sua futura fama
se avesse dovuto ritrasi dalla prima città che assaliva, e tentava ogni
cosa e colla frode aguzzava le armi. Ed ecco che improvvisa si riversa dalle
mura una pioggia di fuoco e scroscia intorno per l'aria una tempesta di frecce,
come il fulvo uccello di Giove, se un serpente sale con taciti guizzi verso
l'eccelsa rupe ove egli nascose i suoi nati, e minacci da presso con il
terribile sibilo, assale il nemico con il rostro e con gli artigli usi a
portare le folgori volando in cerchio intorno al nemico. Stanco alfine il
Sidonio si rivolge ai porti della vicina Cuma provocando con varie mosse la
fortuna e cercando opporsi alla fama contraria. Ma la città era guardata
da Gracco che, difesa migliore delle stesse mura, rese vani gli assedi
prolungati e tolse ogni speranza di aprirsi un varco al porto desiderato. Il
Fenicio in groppa al rapido cavallo, scoraggiato, ansante volge intorno lo
sguardo e stimola i combattenti ricordando loro le inclite gesta compiute:
«Fino a quando, dimentichi delle vostre gloriose imprese, rimarrete a
marcire dinanzi a greche mura? Per gli Dei, che fate? Son forse queste altezze
più superbe delle Alpi? E che, raggiungono il cielo le rupi che vi
ingiungo di salire? Fossero pur tali e rupi su rupi si innalzassero di fronte a
noi fino alle stelle. non salireste voi con le armi in pugno fino alla cima se
Annibale vi guida? Vergogna! Vi arrestate ora sbadigliando dinanzi ad un vallo
cumano e lasciate che sotto i miei sguardi esca dalle sue mura senza essere
danneggiato? Dirà dunque il mondo che le vostre faticose imprese non
furono che opera del caso? Per i tirreni stagni i cui Dèi vi arrisero
propizi, per la Trebbia e per le sparse ceneri di Sagunto io vi supplico, siate
degni del vostro nome, abbiate sempre nel pensiero la giornata di Canne!
». Così egli cerca di eccitare il vigore dei guerrieri fiaccato
nei tempi lieti da vile mollezza. Mentre rivolge intorno lo sguardo scorge un
tempio che sorgeva alto in cima alla rocca e Virrio il fiero duce della superba
Capua gliene racconta l'origine con queste parole: «Questa che tu miri
non è opera nostra, ma dei nostri avi. Dedalo, come si racconta, per
timore delle guerre del re Ditteo, riuscì a trovare il modo di fuggire
da quella terra così da non lasciare impronte per cui il re lo potesse
inseguire. Osò inalzarsi nell'aria con le ali non concesse all'uomo.
Passò le nubi e atterrì nuovo alato i Celesti. Insegnò
anche al figlio a tentare con posticce ali il cammino degli uccelli, ma
essendosi disciolti i legami, lo vide con le infauste penne cadere nelle
turbate onde marine Cieco di dolore si batteva con le mani il petto ed ignaro
di dove andava fu tratto dal moto delle sue braccia e qui, grato per l'aereo
viaggio, inalzò al sacro Febo un tempio e depose le audaci ali».
Così diceva Virrio, ma frattanto Annibale contava i giorni trascorsi senza
combattere ed arrossiva dell'ozio. Triste per gli avversi casi getta un ultimo
sguardo alle mura inaccessibili e si rivolge verso Pozzuoli per vendicarsi dei
cumani. Ma anche là stavano contro l'audace il mare, alte mura scavate
nella roccia e braccia di difensori. Mentre le sue genti si affaticano per
aprirsi la via tra le rupi. egli contempla le meraviglie del vicino suolo e le
acque stagnanti. Erano con lui i primi cittadini di Capua e chi gli narrava
l'origine di Baia, la tiepida, e come un compagno del principe Dulichio desse
il proprio nome a quegli stagni e chi raccontava come un tempo il lago di
Lucrino avesse il nome di Cocito, un'altro gli narrava della via che Ercole
percorse tra le onde quando gettò sul mare una diga per far passare le
giovenche iberiche. Altri gli additava le miti acque del famoso Averno che
negli antichi tempi furono dette Stige. L'Averno era allora orrido per un
triste bosco di oscure ombre e terrore degli uccelli ammorbava il cielo
tenebroso con velenosi aliti. Ed era allora adorato dalle città vicine
con spaventosa religione secondo i riti di Stige. La palude che conduce, come
si racconta, alle spiaggie dell'Acheronte mostra là presso le profonde
fauci dei suoi baratri stagnanti, ampie ed orrende voragini aperte nel suolo, per
cui la luce discende talora ai Mani e li sgomenta. Si narra che colà
negli antichi tempi tra la nebbia infernale che l'avvolgeva fosse, caliginosa e
squallida, la città dei Cameri, ed intorno la notte tartarea tutto
oscurasse. Annibale vede i campi sempre crepitanti di fuochi di zolfo e di
bitume, e la terra infuocata che avvolta sin nel profondo da atri vapori,
sbuffa e divampa vomitando nell'aria la fumea dello Stige. Vulcano infuria e
sibila spaventosamente nei tremanti antri ed ora fa crollare le volte
sotterranee ed ora aprire dalle profonde voragini il mare, e rodendo le
squarciate viscere della terra manda lugubri suoni per cui rimbombano intorno
le montagne incenerite. Si racconta che i Giganti abbattuti dalla forza di
Ercole scuotano i monti rovesciati sopra di loro e con gli aneliti fiammanti
asciughino per largo tratto le campagne intorno ed ogni volta che minacciano di
far crollare i massi sovrapposti il cielo impallidisca. Di qui si vede Procida
a cui è sottoposta Mimanto feroce e poco lungi Ischia si leva gravando
il ribelle Giapeto che sfoga la sua rabbia eruttando fiamme e nero fumo se gli
è dato di uscire e prepara nuove guerre a Giove ed al cielo. Quindi
Annibale guarda il Vesuvio che gareggia con i dirupi dell'Etna ergendo le cime
divorate dal fuoco e ricoperte intorno di ceneri e di lave, quindi Miseno cui
diede nome iliaco la tomba e vede sulla stessa spiaggia l'erculea Bauli
(nota1); il Fenicio ammira infine l'ira del mare ed il suolo travagliato.
Quindi ritorna alle fereciadi mura di Pozzuoli abbandonando le vette del Gauro
ferace e festante di viti. Muove quindi in fretta le schiere verso la calcidica
Nola. Essa giace in pianura circondata intorno da rocche, difesa da un alto
muro dove l'accesso sarebbe più facile. Ma salvezza di Nola era
Marcello, che non corre in aiuto rinchiudendosi nelle torri, ma pensa di
respingere colla spada in campo aperto i Fenici. E non appena li vede da
lontano per la campagna avvicinarsi come nube alle mura, grida: «Alle
armi, o guerrieri, ecco il crudele nemico». Chiama alle armi e le impugna
egli stesso. Subito serrati intorno a lui i guerrieri pongono con l'usato
impeto le creste sanguigne sugli elmi e Marcello correndo ovunque velocemente a
battaglia: «Tu, Nerone, difendi l'ingresso della porta di destra e tu,
Tullio, quella di sinistra con le genti latine e con le coorti Laurinati,
gloria dei Volsci. Al primo segnale uscite in silenzio dai ripari e lanciate
per i campi un nuvolo improvviso di frecce ed io irromperò ad un tratto
tra i nemici con la cavalleria ». Così gridava il condottiero
italico e già le coorti libiche tentavano di assalire le porte e di
scalare le mura che disprezzavano. Squillano ad un tratto le trombe e grida di
guerrieri, nitriti di cavalli, rauchi suoni di corni e di armi percosse convulsamente
sopra i corpi echeggiano nello stesso tempo da ogni parte. Imprevedute escono
dalle porte le turbe sterminatrici e piombano improvvise come un torrente che
spinto da Borea straripa dai rotti argini furioso come il mare che urta gli
scogli o come i venti che si lanciano dalle infrante prigioni sulla terra. Il
Fenicio, visto tale impeto si turba e non osa sperare nella vittoria ed il
condotticro latino lo incalza sgomentandolo e colla lancia ferisce alle spalle
i fuggenti ed incita i suoi: «Avanti, avanti, il Dio ci è
propizio, questa è l'ora nostra. Questa la via di Capua! » E
voltosi di nuovo contro il nemico gli grida. «Fermati, dove fuggi? Non i
tuoi rimprovero, o condottiero, ma te solo. Fermati, ecco il terreno, le armi,
tutto è pronto per la battaglia. Con un cenno faccio fermare le mie
schiere e combattiamo noi soli. Io, Marcello, ti sfido ». Così
gridava incitando il discendente di Barca ad accettare la prova con la speranza
dell'onore del trionfo. Ma Giunone che guardava questa battaglia con animo
turbato ne distolse il giovane che già correva verso l'estremo destino.
Quindi egli si affanna a richiamare i fuggiaschi: « In tale stato dunque
usciamo dai maledetti covi di Capua ? Arrestatevi, vili diffama tori della
vostra gloria! E' vano ora sperare lieti avvenimenti, ora che volgete le
spalle; tutta l'Italia rinnovata piomba su di voi e voi fuggendo togliete a voi
stessi ogni speranza di pace e di salvezza». La voce del guerriero supera
lo strepito delle trombe e sebbene i soldati fossero sordi per la paura egli
con le sue tremende grida ne saetta gli orecchi Intorno arde nella battaglia il
giovine Pediano chiuso nelle armi polidamanzie. Di origine iliaca discendeva da
Antenore e famoso per la gloria degli avi e per quella che si era conquistata
sulle rive sacre del Timavo, era a tutti diletto nelle contrade Eugance.
Maneggiasse la spada o in sapienti ozi tranquilli rallegrasse la vita con la
lira aonia non ebbe mai lungo il Po o nel Veneto o alle fonti dell'Abano alcuno
che gareggiasse con lui. Nessuno più di lui fu caro a Marte e ad Apollo.
Egli inseguiva a briglia sciolta i Fenici, quando ad un tratto si vide
splendere dinanzi il cimiero e le famose armi di Paolo. Le indossava Cinipe, un
giovinetto caro ad Annibale, che andava superbo di tanto dono. Fanciullo
bellissimo aveva in volto tale grazia che non se ne conobbe mai l'uguale,
simile ai rinnovati avorii nutriti nell'aria tiburtina, pari a perla eritrea
che splende mirabilmente nel suo candore agli orecchi. Non appena Pediano lo
vede nelle fila estreme adornato dalle conosciute armi quasi che gli si
presentasse dinanzi, uscita improvvisamente dall'Averno a chiedergli le perdute
armi, l'ombra di Paolo, lo assale furibondo gridando: «E tu, vilissimo,
osi portare l'elmo consacrato di cui non si potrebbe fregiare senza colpa e
senza invidia degli Dèi lo stesso vostro comandante? Ecco Paolo!
». Così grida: quindi, invocando l'ombra del console, caccia nel
fianco a Cinipe che fugge la sua spada. Balza poi da cavallo e con le sue mani
strappa al caduto l'elmo e l'insigne armatura e lo spoglia mentre ancora
è vivo. La morte deforma il bel volto ed uno stigeo pallore invade le
bianche membra e toglie loro ogni bellezza. Le ambrosie chiome scendono sul
volto, si piega il collo ed il capo offeso ciondola e cade sul petto
alabastrino. Così la stella di Venere che sale dall'Occano al cielo ed
appare alla sua Dea splendente di nuova luce impallidisce se incontra
improvvisamente una nuvola e sempre più vanendo si nasconde nelle nere
tenebre. Anche Pediano nel togliergli la visiera si stupisce di quel volto e
placa la sua ira. Quindi spronando il focoso cavallo che con rabbiosi morsi
insanguina ed imbianca di spuma le redini porta la gran preda tra i compagni
plaudenti. Marcello fiero in armi gli si fa rapido incontro e riconoscendo le
insegne di Paolo esclama: « Salve, gloria dei tuoi grandi avi!
Orsú, degno discendente di Agenore, si conquisti ora quello che ancora
si deve: l'elmo di Annibale ». Così esclama e scaglia furibondo il
giavellotto che vola via con un tremendo sibilo. Forse sarebbe stato appagato
il suo voto se Gestare non si fosse opposto con il suo corpo allo strale. Egli
stava vicino al comandante per difenderlo e la grande asta, non sitibonda del
suo sangue, lo colpisce e con mutua morte risponde all'ira. Turbato per quella
morte Annibale volge le spalle correndo verso gli accampamenti. E già
l'esercito dei Fenici fugge precipitosamente e disordinatamente mentre
l'inseguono le frecce nemiche ed i Latini saziano finalmente col sangue le
lunghe ire, e mostrano le spade sanguinose levate in alto agli Dèi
vendicatori, giubilando. Per la prima volta si vide allora quello che nessuno
avrebbe creduto, nemmeno se lo avesse detto Giove: che il Fenicio poteva essere
vinto in battaglia. L'esercito romano si trae appresso elefanti, uomini, carri,
elmi pavesati, tolti ai soldati vivi e si ritira lieto di aver posto in fuga
Annibale. Si proclama Marcello pari a Marte, e gli si rendono onori maggiori di
quando recò al Tonante opime spoglie. Arde d'ira il Sidonio non appena
può trarsi in salvo nei ripari ed esclama «Quando e con quanto
sangue italico mi toglierò questa macchia? L'Italia dunque mi ha veduto
fuggire? O sommo degli Dèi, merito io dunque tale offesa, io il
vincitore della Trebbia? E tu, per gran tempo invitto, o esercito sidonio,
affranto per le delizie di Capua, non io, rivolgesti, tralignando, le insegne
dinanzi al nemico. Ed io ti volsi le spalle. Ti chiamai alle armi, e tu quasi
fossi il condottiero latino mi fuggisti. Che ti rimane più dell'antico
valore se fuggi alla voce di Annibale?». Così si lamentava, e
intanto l'esercito latino carico di prede opime entrava in Nola. Ma Roma
già avvezza da lungo tempo ad udire le sventure dei suoi senza ristoro
di nessun lieto avvenimento, alla notizia della vittoria alza la testa e si
rasserena a questo primo favore degli Immortali. Innanzi tutto condanna alla
pena meritata i guerrieri che schivi di battagIie e di fatiche fuggirono
vergognosamente nell'ora del pericolo. Quelli che presi dall'amore per la dolce
vita passarono al nemico sono notati d'infamia e scontano la loro viltà.
Sono anche, e for. temente, puniti coloro che per l'empio e malaugurato
consiglio di Metello si disponevano ad abbandonare la patria. Tali sono i cuori
degli eroi ed anche le donne danno prova di grande animo ardendo di partecipare
alla gloria. Le matrone si affollano e si strappano i monili dal collo e gli
anelli ed i pettini e quanti gioielli hanno offrono a gara alla patria. E in
tante strettezze l'uomo cede senza sdegno il glorioso vanto alla donna; e gode
anzi del gesto che rimarrà famoso nei secoli. Quindi gli angusti
Senatori seguono in folla l'esempio ed il popolo e la plebe ed a un tratto si
accumulano le ricchezze dei privati; da ogni parte si spogliano i Penati e non
si nasconde nulla, non si tiene nulla da parte per il tempo migliore.
Così Roma compiendo con l'aiuto di tutti lo sforzo supremo risolleva al
cielo l'esangue volto. A ravvivare ancor più nei miseri la speranza
giungono i responsi di Delfo la cui profetessa non appena intese i inessaggeri,
piena del Dio, così gridò: «Allontana, o prole di Venere, i
timori. Ormai hanno termine i tuoi lunghi disastri e le più dure prove
della guerra. Saranno lievi d'ora innanzi le tue fatiche: i tuoi timori senza
rovine. Ora tu porgi agli Dèi preghiere e voti, cospargi di caldo sangue
gli altari consacrati e sta salda nelle tue sventure. Avrai propizio Marte e lo
stesso Dio di Delfo che, come sai, alleviò sempre i mali d'Italia, ti
guarderà nei prossimi pericoli. Ma innanzi tutto s'immoli un'ecatombe e
cento altari festivi fumino dinanzi a Giove. Egli onnipossente caccerà
nella Libia il furioso turbine di guerra e lo vedrai tu stessa agitare per le
terre tormentate l'egida orrenda". Non appena il popolo apprese tali responsi
parnasi si affollò sulla Rupe tarpea prostrandosi innanzi a Giove ed
onorando di sangue il tempio intonò alto il peana ed implorò che
fossero fedeli le profezie. Frattanto, cinto delle note armi sebbene vecchio,
Torquato percorre con i soldati le spiagge della Sardegna. Infatti qui
Ampsagora che pur vantava nome di origine troiana aveva chiesto l'aiuto di
Cartagine per una nuova guerra. Egli confidava nel giovanile vigore di Osto suo
figlio, giovine ardito e degno di miglior padre che secondo le usanze dei
barbari riaccendeva tra le armi i suoi tardi anni invano feroci. Egli come vede
che Torquato si avanza velocemente e l'esercito è già ardente di
combattere, esperto del luogo insidioso si allontana per il bosco e fugge per i
sentieri più brevi e più sicuri e si nasconde nella valle
sterposa. L'isola di Sardegna sorge dal mare sonante che la cinge intorno, e
stende le sue terre, stretta dal mare per lungo a somiglianza della pianta del
piede. Perciò i Greci la chiamarono per primi Ichnusa, poi Sardo figlio
di Ercole le cambiò nome dandole il suo. Quivi, dopo la caduta di Troia,
gettati dal mare, numerosi Teucri posero la loro abitazione; e Jolao crebbe
onore a questa terra approdandovi con la schiera dei suoi Tespiadi. Inoltre
è fama che quando Atteone tutto ferito pagò crudelmente il fio di
aver guardato Diana al fonte, suo padre Aristeo fuori di mente per il nuovo
delitto, corresse le vie del mare e nelle acque della Sardegna conoscesse le
ignote spiagge di Cirene sua madre. Non ha serpenti l'isola ed è immune
d'altri veleni ma il suo cielo è triste e l'aria ammorbata da numerose
paludi. Montagnosa dalla parte che guarda l'Italia ed il mare sempre agitato
s'infrange sugli scogli; nell'interno, il Cancro con i fumosi Austri (nota2)
divora i campi aridi e squallidi. Nelle altre parti Cerere dispensa i suoi doni
largamente. Tale era il luogo e più volte nei meandri delle foreste Osto
deluse i Romani mentre attendeva per dare battaglia le libiche navi e gli Iberi
alleati. Come essi approdarono alfine all'isola, fattosi coraggio esce dagli
agguati. Gli eserciti orrendamente armati sono l'uno di fronte all'altro e
sembra a ciascuno che passi troppo tempo prima della battaglia. Le aste
scagliate da lontano ombreggiano il terreno che è di mezzo, ma ben
presto si incrociano le spade che sono le armi più fedeli e quindi da
ogni parte è una alterna strage e feriti e feritori cadono l'un dopo
l'atro sotto l'agitarsi delle ense. Spererei invano dire come si conviene delle
immense stragi e delle aspre lotte, e cantare l'ardore dei soldati. Ma voi Muse
arridete alla mia opera così che le gesta di un eroe non ben conosciute
risuonino per mio mezzo famose nei secoli, ed il poeta abbia l'onore che
merita. Ennio, disceso per antica origine dal re Messapo, combatteva nelle
prime file, con la destra onorata dalla latina vite. Era venuto dalla rozza
Calabria e nato nell'antica Rudi ora ricordata soltanto per suo figlio. Egli
pari al tracio vate che quando le navi di Argo furono assalite da Cizico
deposta la lira lanciava ferocemente rodopee frecce, meraviglioso a vedersi per
l'indomabile ardire, faceva strage di nemici. Lo vide Osto e ad un tratto gli
lanciò contro con gran forza un giavellotto che se avesse tolto quel
flagello dal campo, gli avrebbe procacciato gloria immortale. Ma Apollo, assiso
sulle nuvole, derise il vano sforzo ed allontanando il giavellotto disse:
«Hai troppo osato, o giovane speranzoso. Costui è sacro e protetto
dalle Muse, poeta degno d'Apollo. Egli canterà per primo le itale guerre
e innalzerà al cielo i condottieri. Egli farà risuonare l'Elicona
dei ritmi latini e non cederà in merito e fama al vecchio Ascreo
». Così Apollo e trapassò con un dardo vendicatore la
tempia di Osto. Alla sua caduta le schiere si dispersero disordinatamente per i
campi e fuggirono. Ampsagora udita la morte del figlio, gonfio d'ira, gemendo
ed urlando si trafigge il petto anelante e ne raggiunge l'ombra. Frattanto
Annibale sconfitto in aspra battaglia da Marcello malediva il campo e rivolgeva
le sue armi contro la misera Acerra non ben difesa. La saccheggia e quindi
lanciando le sue schiere impetuosamente su Nuceria la distrusse. Di poi
riuscì a stento e con inganno ad aprire le porte di Casilino che si
difese ostinatamente ed i cui abitanti ebbero salva la vita a prezzo d'oro. Già
si spargono le schiere per i campi daunii, dovunque l'ira o il desiderio di
prede le spinge. Petilia arde, nuova Sagunto, distrutte le sue case, infelice
vittima della sua fedeltà; essa che custodiva gloriosamente le frecce di
Ercole. Si arrende Taranto ed apre ai libii le sue porte. Ma nella rocca alta e
ben difesa si trovava un drappello romano. Quivi il mare esce fremendo da
strette foci tra gli scogli e distende lontano per i campi le sue molte acque.
E nel suo porto era ancorata la flotta, prigioniera per la fortezza soprastante
ed i Libii, incredibile a dirsi, riuscirono a trarla accortamente in secco.
Sottoposte alle chiglie fresche pelli di giovenco ed attaccatevi le ruote
portavan via per i campi le navi e superata in breve l'erta erbosa la flotta
giunse senza remi alla spiaggia e ridiscese nelle acque. Mentre così
portavan le navi un messaggero li atterrì con i suoi annunzi dicendo che
nello stesso tempo che stringevano d'assedio i nipoti di Ebalo e navigavano per
primi con i rostri attraverso le campagne, il nemico aveva assediato le mura di
Capua e strappate già le sbarre delle porte la guerra orribile infuriava
sulla misera città: Annibale lascia subito l'impresa e si slancia a
rovina per la via più breve, minaccioso, ed anelante poiché l'ira
e la vergogna lo incalzano; come la tigre furiosa cui sono stati tolti i figli
corre in breve tempo per le vette del Caucaso e varca con un balzo il Gange ed
avanza sempre più veloce finché non trova le loro impronte e
sazia la sua ira sui rapitori. Si fece incontro al Fenicio Centenio incauto ed
avventato nei pericoli, conducendo schiere disordinate. Non fu grande impresa
il vincerlo, che non appena egli fu innalzato all'onore della vite latina
subito, accesi gli animi dei coloni, trasse in fretta al macello le schiere raccogliticce
e male armate. Ne furono uccisi quattordicimila, ed altrettanti ancora che
erano guidati da Fulvio, uomo di illustre origine, ma guerriero da poco.
Vittorioso proseguì, passando sui cadaveri, la sua corsa e non si
arrestò che per farsi nome con un funerale lieto di celebrarlo. Gracco
chiamato quale ambasciatore, mentre attendeva una risposta dai perfidi Lucani
cadde, ospite, in un'insidia e vi morì. Il Libio si prese allora il
vanto di seppellirlo. Alla notizia che egli si avanzava tutto si agitò confusamente.
Ambedue i consoli giungono a gran corsa, arrivano tutte le coorti di Nola ed il
giovane Fabio conduce a marce forzate i soldati di Arpi. Nerone e Silano
marciano notte e giorno rapidissimi guidando un altro esercito ed eccitandolo
alla guerra. Tutti i capitani d'Italia convengono da ogni parte e stanno contro
Annibale solo. Egli si accampa sull'alto Tifate e dalle colline che sovrastano
le mura guarda intorno la città soggetta. Vedendo le porte degli alleati
strette d'assedio da ogni parte da tanti armati ed in modo che a lui l'entrata
ed a quelli di Capua l'uscita è impedita, ansioso ora pensa di
slanciarsi fra le coorti e sgominarle, ora, cambiando parere, studia come
allontanare con inganno dalle porte il nemico numeroso e liberare le mura. E
così con l'anima in tempesta, pensa fra sè: «Dove mi
trascini, o spirito mio malato? Forse di nuovo in luogo svantaggioso ed impari
mi metterò in pericolo? E forse Capua mi vedrà fuggire? Oppure
starò a vedere dal monte lo strazio ed il crudele scempio degli alleati?
Non mi turbai così quando, circondato da ogni parte da Fabio e dal suo
comandante della cavalleria, dispersi per le valli i giovenchi con le corna
accese e spargendo incendi uscii vincitore all'aperto. Non sono terminati tutti
i miei inganni: se mi è impedito difendere Capua voglio assediare
Roma». Si compiace del proprio pensiero e senza attendere che Titano
conduca fuori dal mare i cavalli apportatori di luce raccoglie l'esercito con
grida e con cenni e gli comunica il disegno grandioso: «Guerrieri, si
vinca con il valore ogni fatica e per quanto è possibile si affretti il
passo. Andiamo a Roma! Le Alpi ci aprirono la via di Canne ed ora si atterrino
con le scuri le mura della seconda Troia e sia questa la vendetta di Capua.
Essa rovina, ma vi è dato vedere il Palatino ed il Tonante fuggire dalla
Rupe Tarpea». Tutti affrettano il passo ed hanno Roma negli orecchi, Roma
negli occhi. E credono più saggia ora l'impresa del duce che se fosse
corso a Roma subito dopo la sconfitta dei Latini. Passano rapidamente le acque
del Volturno e per ritardare il passaggio degli italiani la retroguardia brucia
le barche. Corrono senza posa per i campi sidicini (nota3) le celeri schiere e
la tracia Cale che deve il suo nome a tuo figlio, Orizia. Il nemico passa quindi
devastando le campagne di Alife splendenti del sorriso di Bacco per le contrade
ove dimorano le ninfe Cassine. Quindi celermente Aquino e Fregella che nasconde
nel suo grembo il gigante fumoso: sale rapidamente i gioghi dove Frosinone si
inalza sulle rupi e lieta di messi stende Anagni le sue terre dal dorso alto
del monte. Disceso ormai alla pianura di Labico Annibale non si arresta alle
mura di Tusculo, indegno indugio all'alta impresa, ma le arieta e passa oltre.
Né l'ameno Algido lo ferma, né la città della Gabinia
Giunone, ma si getta fulmineo alla riva dove scorrono le fresche acque solfurce
dell'Aniene e dolcemente si riversano nel padre Tevere. Poste qui le insegne il
feroce guerriero ordina l'accampamento. Le rive fremono al calpestio dei cavalli
ed Ilia per prima atterrita fugge per le acque sommosse al sacro antro dello
sposo e dietro di lei fuggono le ninfe. Le madri latine atterrite come se le
mura fossero già abbattute si aggirano piangendo per le vie. E tutte
vedono con l'anima tremante le ombre sanguinose dei forti che caddero alla
Trebbia e sulle funeste rive del Ticino. Hanno le misere dinanzi agli occhi i
vaganti fantasmi di Paolo, di Gracco e di Flaminio. La folla s'aggira per ogni
via; i Senatori disdegnosi e grandi dissimulano con il minaccioso aspetto la
soverchia paura, e pur talvolta una tacita lagrima riga il volto degli austeri
scendendo giù dagli elmi ed essi sono ansiosi degli avvenimenti che la
Fortuna minaccia o gli Dèi preparano. Il Fenicio concesse ai suoi
soldati appena una notte di riposo e sempre vigilante, poiché disdegnoso
di starsene fermo stima che siano tolte alla vita le ore del sonno, indossa le
splendide armi e comanda ai cavalieri Nomadi di uscire. Egli si slancia dinanzi
agli squadroni e gira a briglia sciolta la cinta di Roma trepidante e scossa
dal frastuono degli scalpiti. Ed ora cerca di scoprire i punti più
deboli ora percuote con la lancia le porte chiuse gioendo del terrore dei
nemici. Di poi si ferma sulle alture e gira lento lo sguardo in basso sulla città
e domanda il nome e la ragione di ogni luogo. E tutto avrebbe veduto e saputo
particolarmente se Fulvio lasciando altre delle sue genti all'assedio di Capua
non fosse apparso come un'improvvisa tempesta. Egli ritrasse allora le sue
schiere giubilanti nell'accampamento, pago di aver veduto Roma. Non appena le
tenebre della notte disparvero dal cielo ed il mare ai primi raggi della nuova
aurora si tinse di roseo, conduce fuori dai valli le schiere tumultuanti
gridando a gran voce: «Per le innumerevoli imprese compiute, per le
destre consacrate dal sangue, o compagni, andate all'assalto degni di voi
stessi ed il vostro ardire eguagli lo spavento di Roma! Quando avrete abbattute
queste mura non vi sarà più nulla da vincere al mondo. Andate e
non vi faccia indugiare la voce che dice che costoro son figli di Marte. Che
cosa c'è da conquistare? Una città abituata ad esser vinta che fu
già saccheggiata da poche migliaia di Senoni. Forse a quest'ora i
senatori, seguendo l'esempio degli avi, pronti a morire aspettano seduti sulle
sedie curuli nobile morte». Così dice Annibale, ma nello stesso
tempo i giovani romani non hanno bisogno di discorsi, di capitani e di
consigli. Ma li spingono le madri, i figli, i diletti padri che con gli occhi
gonfi di pianto tendono le braccia. Le madri vanno mostrando i figliuoli che
inteneriscono il cuore dei combattenti con i loro vagiti e baciano più
volte dolorosamente le mani dei guerrieri. Ognuno vuole uscire e far baluardo
del suo petto a Roma e senza piangere guarda indietro un'ultima volta i suoi
cari. Ecco che le porte girando sui cardini si spalancano ed il nemico agitando
le armi avanza in file serrate. Risuonano per le alte mura voci di pianti e di
preghiere e le madri urlano correndo da ogni parte e si strappano i capelli e
si denudano il petto. Fulvio rapido si spinge innanzi alle schiere e grida:
« Chi non sa che il Libio non viene di sua volontá ai nostri
Penati? Egli fugge dalle porte di Capua». Voleva ancora parlare, ma non
potè che il cielo tuonò orrendamente ed un'improvvisa e tremenda
bufera si riversò dal cielo. Giove tornava dalle terre d'Etiopia e
vedendo il Fenicio avvicinarsi minaccioso alle mura di Romolo, chiamati in
fretta gli Dèi affidò ad ognuno, in difesa dei Penati dardani,
uno dei sette colli. Egli sublime sulla rupe Tarpea radunò
improvvisamente venti e nubi e grandine e tuoni e fulmini. Tremarono scossi i
poli, si oscurò il cielo ed una notte improvvisa nascose col suo fitto
velo le terre d'intorno. I turbini acciecano le schiere ed i soldati libii quasi
toccano le mura e non le vedono, cadono sopra di loro dalle nuvole i fulmini e
il fuoco e le fiamme sibilano e stridono sui corpi. Africo, Borea ed Aquilone
si scagliano a guerra con nere ali, irati come Giove. Piove a dirotto, e la
pioggia trascinata in neri vortici dal vento, avvolge i campi intorno
spumeggiando. Giove alto sulla Rupe Tarpea avventa le folgori e colpisce lo
scudo di Annibale che non cede. Ma la punta della sua lancia si fonde e la
spada come se fosse in una fornace ardente scorre liquida. Sebbene non le armi
fulminate Annibale trattiene le sue genti gridando loro che erano vani i fuochi
delle nubi e lo stridore dei venti radunati. Ma poiché le fila sono
malconce per così grande ira del cielo e nell'imperversare della tempesta
non si vedono né armi né nemici, fa alfine suonare la ritirata
gridando di nuovo minaccioso: «E sia, che tu debba, o Roma, questo giorno
di vita alla bufera infernale! Ma domani nessuno mi ti toglierà, neppur
se Giove discendesse in terra per te». Così dicendo freme ed il
cielo sgombro alfine si rallegra di viva luce e l'aria brilla serena. Gli
italiani sentono il Dio, depongono le armi e levando le mani verso la Rupe
Tarpea in atto supplichevole adornano il tempio di alloro come nei giorni di
festa. E vedendo asciugarsi la statua di Giove poco prima stillante largo
sudore: «Sommo Giove, fa che Annibale muoia in battaglia per le tue sacre
frecce: nessun altro braccio che il tuo può dar morte ».
Così pregarono e tutto tacque intorno perché Espero nascose il
mondo con l'ombra della notte. Ma si levò appena il sole con i primi
raggi e destò gli uomini alle fatiche del giorno, ed ecco che Annibale
dal campo ed i soldati italiani escono dai valli. Non ancora avevano impugnate
le spade ed un tratto di lancia distava tra i due eserciti quando
improvvisamente gli ampi cieli si velarono e le fitte tenebre tolsero il
giorno; Giove ritornò alla battaglia: i venti si radunarono e spinte
dall'Austro le nuvole si accavallarono sprigionando fulmini. Tuonò Giove
e ne tremarono il Pindo, il Rodope, Atlante e il Tauro, si scossero i laghi
dell'Erebo e perfino Tifeo dalla sua profonda voragine sentì la celeste
guerra. Austro aggirando una nuvola gravida di grandine assalì Annibale
riluttante ed invano minaccioso e lo costrinse a ritrarsi fino agli
accampamenti. Non appena egli si ritrasse nei ripari e depose le armi il cielo
riapparve rasserenato così che a vederlo nessuno avrebbe creduto che
poco prima Giove lo avesse scrollato con tuoni e fulmini. Annibale indomito
giura ai suoi che non sarebbe più ricaduta sopra di loro l'ira del cielo
se riarmassero la loro destra dell'antico valore e non credessero più
essere delitto distruggere Roma! «Quando mai nascose Giove invincibile i
suoi fulmini mentre la mia spada faceva stragi sui campi etolii? E quando il
Trasimeno fu rosso per il sangue di eroi? Che se il re degli Déi
combatte per le sue mura e scaglia tanti fulmini perché fra tanta
tempesta non colpisce me che due volte gli andai contro in armi? E noi
fuggiremo vilmente dinanzi alle nuvole ed ai venti? Ritorni nelle vostre anime
quel vigore per cui, contro i patti dei Senatori e la tregua giurata,
rinnovaste la guerra». Così infiamma gli animi mentre Titano
scioglie i corsieri spumeggianti. Ma la notte non placa gli affanni e il sonno
non scende per l'eroe fremente e con la luce si rinnovano le sue ire. Chiama di
nuovo alle armi i trepidanti ed il suo scudo risuona tremendo e sembra il
tuonare del cielo. Non appena sa che i Senatori confidando negli Dèi
mandano aiuti alle spiaggie Betiche e durante la notte l'esercito era uscito
dalle mura, fremendo che gli assediati fossero così tranquilli e che
Roma non s'impensierisse affatto di lui, incalza più violentemente. E
già si avvicina di nuovo alle mura quando Giove così parlò
alla mesta Giunone e l'ammonì dolcemente «O diletta sposa e
sorella, perché non tieni a freno questo giovane sidonio le cui ire non
hanno mai termine? Ha incenerito Sagunto, spianate le Alpi, dato legge al sacro
Po, arrossati di sangue i laghi ed ora vuol forse prepararsi a distruggere il
mio tempio e le rocche? Frenalo: poiché, come vedi, anela fiamme e
pretende con i suoi fuochi ardenti di imitare i miei fulmini». A queste
parole essa lo ringraziò e turbata discese ed afferrando la destra del
giovine gli disse: «Dove ti slanci, o pazzo? Hai intrapreso una guerra
maggiore di quel che sia concesso ai mortali». Così dicendo
allontanò da sè l'oscura nube ed apparve nelle sue sembianze.
«Non combattere più i coloni frigi e di Laurento. Guarda, ti
allontanerò dagli occhi la nube perché ti sia dato di vedere
tutto. Vedi dove si slancia eccelso il monte che è detto Palatino dal re
Parrasio, ivi Apollo con piena la faretra risonante tende l'arco e medita
battaglie. Ed ora rivolgiti verso i colli vicini: là dove si inalza
eccelso l'Aventino, non vedi la vergine Latonia agitare le fiaccole che
tuffò nelle acque del Flegetonte, e con le braccia nude prepararsi a
battaglia? Dalla parte opposta ecco che Marte, orrido in armi, occupa il campo
che porta il suo nome e là Quirino e più in là ancora
Giano che avanza colle sue armi, e ciascun Dio sopra il suo colle. Guarda
quanto grande Giove s'inalza e quali nembi e fiamme muova la sua egida e quanti
fulmini siano pronti per le sue ire. Volgiti e se l'osi guardalo in volto.
Quali tempeste orrende circondano il suo capo e quanti tuoni e fulmini al suo
cenno e quali fuochi splendono nelle sue pupille! Cedi agli Dèi e
desisti dalla titanica guerra». Così dicendo ritrae l'irrequieto
eroe, indocile alla Pace, che guarda il volto ed i fiammeggianti corpi dei
Superi e ridà tranquillità al cielo ed alle terre. Egli se ne
parte guardando e pur comandando ai suoi di levare le insegne dal campo si
rivolge indietro e minaccia di ritornare. Improvvisamente la luce del sole
sfolgora più viva e l'aria azzurra risplende tremolando ai suoi raggi. I
romani vedendo che Annibale e le sue genti si allontanano dalle mura si
guardano muti ed il loro aspetto dice quello che il terrore che ha invaso gli
animi non permette di credere. Credono che il togliere il campo sia un'astuzia,
una delle tante insidie dei Libii e le madri baciano silenziose i loro figli.
Quando infine l'esercito nemico allontanandosi non fu più veduto, con il
timore disparve il sospetto dell'inganno. Quindi un accorrere di folla al
Campidoglio, un abbracciarsi, un echeggiare di voci per la vittoria di Giove
Tarpeio, un inneggiare da ogni parte e un incoronare di ghirlande intrecciate
il tempio. Si spalancano tutte le porte della città ed il popolo esce
ebbro di gioia. E chi contempla il luogo dove erano le tende di Annibale, chi
il seggio donde parlò alle genti radunate, dove teneva il suo campo il
bellicoso Asture, il feroce Garamante ed il crudele Annone. Le turbe bagnatesi
nelle acque inalzano altari alle ninfe dell'Aniene e ritornano quindi alla città
festante intorno alle mura.
XIII Il cammino era lento e si dileguava alla
vista la rupe tarpea quando il condottiero agenoreo con lo sguardo torvo
rivolto alla città pensò di ritornare. Si accampò dove la
Tuzia scorre esigua labendo le erbe delle rive e con le innominate sue acque va
silenziosamente verso il fiume tosco. Quivi ora rimprovera i capitani, ora i
comandi degli dèi, ora sè stesso: "Voi che un giorno faceste
crescere i lidii stagni per il sangue, che con il suono delle armi scuoteste la
terra di dauno, dove riportate le insegne, verso quali spiagge così
pieni di spavento? E quale spada vi ha ferito? quale lancia? Ditemi, se aveste
dinanzi l'alma turrita Cartagine, quale pretesto dareste di questa ritirata
senza colpo ferire? Ai tuoni, o patria, rivolgemmo le spalle, ai venti e alle
tempeste. Sia lontana questa ignavia femminile dalle genti tirie, di ardire
alla battaglia soltanto quando l'aria è tranquilla ed il sole non
è coperto di nubi". Le
genti erano ancora attonite ed atterrite dagli dèi e sentivano l'odor
dei fulmini sulle armi ed avevano dinanzi agli occhi l'ira del Tonante, eppure
ognuno era sollecito ad ubbidire ai comandi del condottiero ed al primo cenno
di rivolgere le insegne cresceva tra le schiere il fervore. Come quando un
sassolino cade in uno stagno, e disegna dapprima a fior d'acqua brevi cerchi,
poi, rimuovendo sempre più le tremule acque, moltiplica ed allarga i
cerchi finché l'ampio gorgo giunge morente con l'estremo giro ad ambedue
le rive. Ma vi era Dasio, vergognoso vanto di Argiripa dell'inclita stirpe di
Eneo i cui antenati furono Etoli, nome non ignobile, ricco di fortuna, ma di
poca fedeltà, che disperando dell'Italia si era dato al bellicoso
Punico. Egli ricordando le antiche gesta dei suoi antenati disse: «Nella
lunga guerra che la Grecia fece a Troia, Calcante (così spesso Diomede,
fortissimo eroe, narrò ricordando a suo suocero Dauno nei banchetti)
alle coorti afflitte che circondavano senza combattere le Mura profetò:
«Se non trarrete, dall'alto tempio dove è racchiuso, il simulacro
della Dea armigera, Troia non cadrà mai per le armi dei Greci, né
Elena tornerà mai a Sparla. Gli Déí hanno stabilito che
non è concesso ad alcun mortale di entrare con la forza nella
città che possiede quel Simulacro». Allora Diomede mio avo,
insieme con Ulisse sale alla rocca per un sentiero indicatogli, uccide i
custodi alle soglie del tempio, porta via il simulacro della Dea disceso dal
cielo ed abbandona ai nostri destini l'infelice Troia. E perciò egli,
fondata sul suolo italico una città, per placare il rimorso del
sacrilegio compiuto, onora e prega la Dea e tenta di ingraziarsi i Penati
dí Troia. E già sorgeva sulla rocca di Argiripa un gran tempio,
soggiorno non gradito,alla Minerva laomedontea, quando, nell'ora in cui tutte
le cose dormono, la Dea stessa gli apparve in sogno e gli disse minacciosa:
«O Tidide, tu fai opera non degna della mia gloria, poiché non
è sul Gargano, né sulla terra daunia che mi si debbono rendere
onori. Cerca le plaghe di Laurento, dove con migliore destino si sta fondando
una nuova Troia, e porta colà le virginee bende ed i ricordi degli
antenati». Allora egli tremante fece vela per i regni di Saturno.
Già il vincitore fondava le rocche di Lavinio ed appendeva nei boschi di
Laurento le armi troiane; ma quando apparve alle spalle del fiume etrusco
Diomede ed innalzò al vento gli splendenti vessilli, tremarono di paura
i Priamidi. E il genero di Dauno levando in segno di pace un pallido ramo
d'ulivo tra il mormorare che si fece intorno cominciò a dire: «
Figlio di Anchise, deponi le indimenticate ire ed i timori! Non è nostra
la colpa delle fatiche lunghissime, del sangue versato sulle rive dell'iliaco
Xanto, sul Simoenta e sulle porte Scee. Fu opera degli Dèi e delle
Parche inique. Ed ora dimmi, perché non vorremmo noi con più
lieti auspici trascorrere la vita che ci rimane? Stringiamoci le destre
disarmate e sia questo testimone della nostra pace». Così disse ed
implorando perdono dalla Dea mostrò sull'alta poppa alle turbe attonite Minerva.
E questa sterminò i Celti che osarono irrompere tra le mura di Roma,
così che di tante migliaia non uno tornò ai focolari
paterni». Il condottiero colpito da tale racconto ordina ai manipoli
esultanti di togliere le insegne. Si incammina per i campi dove nel mezzo del
folto bosco si adora la ricca Feronia e la sacra Capena bagna le campagne.
Vuole la leggenda che, sin dal sorgere del tempio, per i doni offerti da ogni
parte si raccolsero immense ricchezze custodite, intatte per secoli dal solo
timore. Il Fenicio eccita le sue selvagge ed aride schiere a sacrilega rapina e
le infiamma nel disprezzo degli Dèi. Quindi si dirige verso le lontane
campagne prossime alle coste della Sicilia, arate dai Bruzii. Mentre si muove
penosamente per le spiaggie di Reggio, giunge Fulvio trionfante perché i
libii erano fuggiti dal territorio del Lazio, infausto messaggero ai Capuani
assediati minacciando loro l'ultimo destino. Egli, rivolgendosi intorno ai
più valorosi, esclama. «Si cancelli per vostra mano questa
infamia. Perché questa perfida, seconda Cartagine per Roma, che infranse
i patti, che pretese il diritto di alternare i suoi consoli con i nostri, che
ci condusse Annibale alle porte ed attende dalle alte torri il Fenicio ed i
suoi aiuti, sta ancora in piedi?». Fa seguire alle parole i fatti e per
raggiungere l'altezza delle mura innalza torri di legno, unisce travi con
spranghe di ferro capaci di sfondare le salde porte e le mura ed ai fianchi
parapetti di travi incrociate su ruote e vinee piene di combattenti. E non
appena ha apprestato ogni cosa dà il segnale della scalata ed atterrisce
la città mentre alla sua impresa arride un lieto augurio. Vi era una
cerva di raro colore, il cui candore superava quello della neve e dei cigni.
Dono della campagna Capi l'aveva nutrita e, per l'affezione che le dimostrava,
educata ad umani sensi quando le mura erano ancora segnate dal solco. Essa si
avvicinava sollecita e mansueta alla tavola del suo padrone e si offriva
graziosamente e prontamente alle carezze. Le donne erano solite pettinarla con
un pettine d'oro ed avvivarne il candore con acqua corrente. E la cerva,
creduta ancella di Diana, era la Dea del luogo ed a lei si ardevano incensi
come ad un Dio. Così rigogliosa aveva vissuto felicemente i suoi mille
lunghi anni quanti ne erano trascorsi da che i Teucri avevano fondata Capua.
Giunse alfine l'ultima sera, poiché agitata nel buio della notte per
l'ululare rabbioso di lupi accorrenti (triste augurio in guerra) ai primi
albori la misera usciva dalle porte e fuggiva trepidante per i campi vicini alle
mura. Catturata con lieta gara dai giovani, Fulvio, il condottiero, l'immola
vittima gradita a Latona, chiedendo aiuto alla Dea per l'impresa. Confidando in
lei muove le armi per stringere l'assedio e dovunque le mura rigirando
disegnano gonfi seni schiera i soldati a catena stringendo Capua in un cerchio
di ferro. Gli assediati tremano quando Taurea spronando il suo cavallo fiero e
coperto di spuma si slancia fuori dalle porte. Alte sul capo del fortissimo
sventolano le creste. A lui Annibale dava il vanto su gli Autololi ed i Mauri
nel lancio del giavellotto. Il cavallo si inquieta al suono dei corni e
recalcitra, ma Taurea lo doma violentemente e non appena è così
vicino al nemico da far udire la sua voce grida: «Claudio (poiché
Claudio era tra i più forti nelle armi e celebrato per mille imprese),
venga innanzi e combatta solo con me se gli basta il cuore ». Il romano
lo sente ed aspetta che gli diano permesso e diritto di combattere
poiché tra i Latini è severamente proibito di combattere a
proprio piacimento. Appena Fulvio glielo concede esce giubilando dalle file e
scalpitando sul campo innalza una nube di polvere ondeggiante. Il capuano
sdegnoso di lanciare i giavellotti con l'aiuto delle cinghie scaglia con il suo
forte braccio un'asta e la precorre nello slancio. Ma non così il
romano; egli scruta il nemico cercando dove il ferro possa penetrare arrecando
una maggiore ferita ed ora libra la lancia, ora la trattiene giuocando di
finte, quindi trapassa alfine lo scudo, ma la punta non riesce a raggiungere il
sangue di cui è bramosa. Allora snuda rapidamente la spada e già
Taurea spronando il cavallo spera di fuggire a briglia sciolta la morte che lo
minaccia, ma il rutulo non corre meno rapidamente per inseguire il fuggiasco e
l'incalza precipitoso. Così spinto il vinto dal timore ed il vincitore
dall'ira e dal desiderio della meritata gloria, entrano insieme nelle porte. Il
popolo istupidito e non credendo ai suoi occhi non si convince che il nemico
osi entrare nelle mura senza compagni, e Claudio intanto, impavido, spinge il
cavallo attraverso la città atterrita e raggiunge i suoi dalla parte
opposta. Ed ecco che i guerrieri ardono di assalire le mura e di percorrere le
vie già battute da Claudio. Ferro e fiamme scintillano da ogni parte,
scroscia la pioggia dei sassi e le lance arrivano alla sommità delle
torri. A nessuno è dato vincere gli altri in valore, uno solo il furore
ed uno l'ardire. E piombano nella città le frecce dittee. Fulvio si
rallegra che i soldati infiammati non abbiano bisogno di incitamenti e di
consigli, e quando vede che ciascuno è guida di sè stesso nella
sorte si slancia impetuoso alle porte desideroso di grande fama nel pericolo.
Erano a guardia delle sbarre tre fratelli gemelli ed ognuno di essi aveva nel
cambio delle scolte, una centuria di guerrieri eletti. Il più bello era
Numitore, il più veloce nella corsa Laurente e Laburno il più
vigoroso. In armi l’uno differiva dall'altro poiché questi tendeva
l'arco meravigliosamente, quegli combatteva scagliando lance dalla punta avvelenata
non fidandosi del nudo ferro, il terzo gettava fiaccole ardenti di zolfo. Tale
una volta sulle spiagge atlantiche era Gerione dai tre corpi che furibondo
armava le sue tre destre di armi differenti: una spargeva incendi, l'altra
scagliava frecce, la terza lance poderose, e tre diverse ferite davano un solo
movímento delle braccia. Fulvio vedendo la diversa battaglia dei tre
fratelli che ingombra di strage l'alta porta ed arrossa di sangue gli stipiti,
scaglia a tutta forza una lancia. Essa sibila nell'aria ed entra mortale nel
fianco di Numitore che era scoperto e ad arco teso saettava dall'alto. Ecco che
Virrio, temerario ed imbelle, sdegnoso di combattere nel chiuso delle mura
erompe con folle impeto dalla porta ed espone il popolo infelice all'ira dei
vincitori. Scipione gli va incontro e ne fa orrida strage. Caleno, guerriero
audacissimo cresciuto sull'ombroso Tifate, era di grande corporatura e di
uguale coraggio. Appostava i leoni e spesso muoveva a battaglia a capo
scoperto; Molte volte era solito combattere con un truce toro ed afferrarne le
corna ed abbatterlo, ed in ogni difficile prova cercava di farsi onore. Ora,
mentre Virrio usciva precipitoso dalla città, sia per disprezzo sia
perché non aveva avuto tempo, corre fuori a petto nudo e così
più libero nei movimenti incalza i Romani oppressi dal peso della
corazza. E già colto a mezza vita cadeva Veliterno e con un sasso
strappato dalla terra aveva fatto cadere Mario che era fedele compagno di
Scipione in ogni gara equestre. L'infelice con la bocca sanguinante per il
colpo chiedeva piangendo aiuto all'amico e Scipione desideroso di confortare
gli ultimi momenti dell'amico morente uccidendo sotto i suoi occhi l'uccisore,
reso più forte dal dolore gli scaglia un dardo. L'asta suonando come un'ala
precipitosa che voli, trapassa il petto al gigante e lo abbatte. Fu così
rapido Scipione come una nave leggera che corra la superfice del mare e ad ogni
tuffo che danno nell'acqua i remi spinti a forza, fugge più veloce del
vento e ad ogni guizzo si allontana di tutta la sua lunghezza. Ascanio per
arrivare più rapidamente alle mura getta via le armi inseguito subito
per i campi da Voleso. Ma arrivato, il capo mozzato da colpo improvviso gli
rotola ai piedi, mentre il corpo portato avanti dalla furia della corsa cade
più lontano. Ormai i Capuani non hanno più speranza di difendere
le mura a porte chiuse. Fuggono, ed i primi entrati, sordi alle preghiere,
chiudono fuori vergognosamente i compagni, facendo girare d'un tratto sui
cardini le porte e sbarrandole, ma troppo tardi. Allora l'esercito romano ancor
più fiero scaglia nugoli di frecce sul popolo rinchiuso, e se la notte
non avesse avvolto di cieche ombre le terre, avrebbe infranto con il suo impeto
le porte. Ma sono diverse per i guerrieri le ore della notte. Gli italiani
hanno, come può darlo la vittoria, sonno dolce e tranquillo; Capua
atterrita dalle urla e dai singhiozzi delle misere donne, dai lamenti dei padri
angosciati anela la fine delle sue sventure. Virrio, il primo ad incitare alla
ribellione, il perverso genio dei Senatori, sta incerto e muto e spento ogni
desiderio di vita, grida che ormai non c'è più da sperare
salvezza dai libi: « Volli far nostro il potere su tutta ltalia, portare
in Capua, se al valore dei Punici fossero stati propizi la fortuna e gli
Dèi, l'impero del troiano Quirino. Io contro Roma mandai l'esercito che
la distruggesse con la sua Rupe Tarpea, io solo osai chiedere con fermo cuore
che un console di Capua dividesse con Roma i fasci. Lunga è ormai la mia
vita se le rimane anche questa notte. Chi desidera aver compagna fino alle onde
dello Stige l'inviolata libertà venga questa notte alla mia mensa in
casa mia. Quivi ognuno, con la mente ebbra di vini, avrà sopiti gli
spasimi della morte scorrenti per le vene, e bevendo il balsamo di ogni male
placherà l'ira del fato con dolce veleno ». Così grida e
ritorna a casa seguito da uno stuolo. Nel mezzo della casa s'inalza un rogo di
elci raccolte, ultimo rifugio ai compagni della morte. La plebe frattanto infuria
di dolore e di timore. Si ricordano, ma troppo tardi, di Decio, del suo nobile
valore punito con così duro esilio, mentre la Fede guarda dal cielo gli
spergiuri, e ne brucia con il rimorso le anime ingannevoli. Risuona per l'aria
una mistica voce: « Gente umana, guardati dal rompere con l'empio ferro
la pace stabilita. Abbi sempre sacra la fede che giurasti; lei piuttosto che la
splendida porpora del regno. Guai a chi mente nella sfortuna, alla promessa
data e dimentica gli amici cui viene meno la speranza. Egli e la sua sposa non
saranno mai senza lutto, e la sua casa sarà la casa del pianto, e la
Fede violata lo perseguiterà senza posa e giorno e notte in terra ed in
mare ». L'implacabile Erinni celata da una nube è in ogni
crocchio, si unisce ad ogni convito e banchetta. Riempie i bicchieri di succhi
stigii, e li offre dispensando spasimi e morte. Virrio frattanto, mentre il
liquore mortale gli brucia le viscere, accende il rogo ed abbraccíati i
compagni ordina che si dia fuoco. Sul far del giorno i Romani avanzano ed i Capuani
vedono Milone star alto sulle mura ed incitare i suoi guerrieri alla scalata.
Dolenti spalancano le porte e con passo vacillante quei codardi che non seppero
togliersi alla pena con la morte passano al campo nemico. Ormai Capua si
arrende e confessa la sua follia. Le case già insozzate dai Sidonii
vengono spalancate ai Latini, ed accorrono donne e fanciulli, senatori
atterriti, ed il volgo non degno di pietà. I Romani. appoggiati alle
lance, guardavano fissi questa gente indocile nella fortuna come nella
sfortuna. Curvi, alcuni spazzano l'arena con le barbe ondeggianti sul petto,
altri insozzano vilmente le chiome canute nella polvere, ed unendo lagrime a
vergognose preghiere empiono l'aria di grida femminee. L'esercito stupito di
atti così vili attende ferocemente il segnale di abbattere le mura. Ma
un secreto sentimento religioso entra improvviso nei petti e con divino potere
acqueta subitamente gli animi fieri. Non più fiaccole e fiamme
perché un solo fuoco non distrugga anche i templi. Un Dio pietoso ed
invisibile tocca l'intimo dei cuori e suscita il ricordo che fu Capi il
fondatore della città negli antichi secoli ed insegna quanto giovi
conservare intatte case ospitali in una campagna così ampia e fertile.
Così man mano negli animi fieri si placano le furie e si spengono le
ire. Quel Dio fu Pane, mandato da Giove che voleva salva la città
troiana. Pane quasi sospeso nell'aria passa e non segna neppure con l'unghia
l'arena. Scuote con la destra una pelle di capra tegea, e nei giorni di festa
sferza con la coda il popolo che incontra. Si cinge il capo dell'acuto pino
ombreggiando le tempie e dalla fronte rubiconda gli spuntano due cornetti; gli
orecchi ritti ed una barbetta che gli scende ispida dal mento; ha la verga dei
pastori e si copre con leggiadria il fianco sinistro di una pelle di daino. Per
lui non vi è balza o dirupo che si innalzi troppo ripido sopra gli
abissi ed il suo corneo piede pare che voli per ogni via inaccessibile. Talora
si rivolta e guarda dietro le spalle il gioco della sua coda villosa e ride;
talora si copre la fronte contro il sole con una mano e con il ciglio
ombreggiato guarda i pascoli intorno. Non appena ha quietato le crudeli ire e
placate, secondo il volere di Giove, le anime infuriate ritorna ai cari boschi
dell'Arcadia ed alle sacre cime del Menalo dove diffonde il suono soave del suo
flauto, incanto delle mandrie e dei pastori. Il capitano con nobile
generosità comanda ai romani che risparmino alla città le fiamme
e che le mura rimangano illese e tutti al suo ordine ripongono le spade e le
fiaccole. Nei templi e nelle case rilucenti d'oro si predano abbondanti
ricchezze, quelle che concedendo ai Capuani di vivere festosamente li traevano
a rovina. Vesti femminili indossate dagli uomini e mense prese in terre straniere
e tazze lucenti di gemme e d'oro. Argento in grande abbondanza e vasellame
d'oro e monete in tale quantità che basterebbero a sostenere le spese di
una lunga guerra. Da ogni parte schiere di prigionieri e turbe di schiavi e di
donzelle. Fulvio, infine, fa cessare il saccheggio con uno squillo di tromba e
non inutilmente amico di illustri imprese, salito su di un piedistallo
così parla: «Milone, cittadino di Lanuvio, mandato a noi, auspice
la sacra Giunone, abbi le tempie coronate da una turrita ghirlanda murale,
onore insigne dei vincitori». E chiama per primi alla pena meritata i
più colpevoli dei grandi e li condanna al taglio della testa. Allora
Taurea avanzando imperterrito (non voglio nascondere il merito dei nemici)
grida ferocemente: «E vuoi tu, senza vendetta, troncare una vita
più grande della tua? E il capo di un eroe mozzato dalla scure
rotolerà dunque ad un tuo comando ai tuoi piedi? Gli Dèi non vi
concessero mai tanto ». Quindi fiammeggiando nello sguardo torvo come una
furia si immerge la grande spada nel petto. E Fulvio gli dice: «Segui
pure morendo il destino della tua patria; l'esito delle battaglie dirà
chiaramente quale cuore e quale braccio hanno i Romani. Se stimavi vergognoso
sopportare la nostra legge perché non sei caduto combattendo?».
Mentre Capua sconta con il sangue il suo delitto, l'empia fortuna unendo ai
lieti eventi gli avversi rapisce nel suolo iberico, somma gloria e sommo lutto
d'Italia, i due Scipioni. Mentre Scipione giovinetto stava nelle terre di
Pozzuoli, desideroso di ritornare dopo la presa di Capua alla sua casa, gli
giunse l'annuncio doloroso. Sebbene non solito a piegarsi alle sventure, si
batte violentemente il petto e si straccia le vesti, né possono
trattenerlo i compagni né il rispetto dell'uniforme militare o il
decoro; disdegna ogni conforto al suo dolore ed inveisce contro i Mani crudeli.
Passa i giorni in pianti e lamenti ed ha sempre dinanzi le care immagini
paterne e si prepara a calmare il suo dolore con la parola dei suoi grandi ed a
scongiurare le loro anime. L'invita a questo la vicina palude dove il fiume
Acherusia indica lo squallido ingresso all'Averno, ma lo spinge anche il
desiderio di conoscere il futuro. Va quindi a Cuma dove Autonoe, sacerdotessa
di Apollo, siede nell'antro sul tripode consacrato. Confida a lei i voti della
sua anima addolorata e la prega che gli conceda di vedere il caro volto del
padre e dello zio. Né indugiò la profetessa e disse «E'
costume immolare sul far dell'alba, nere pecore espiatrici ai morti e raccogliere
tutto il sangue che sgorga dalla gola delle vittime spiranti in una profonda
fossa. E così tu vedrai da ogni parte degli oscuri regni destarsi i
morti. Voce migliore della mia ti dirà quello che chiedi. Io ti
svelerò i richiesti oracoli dei campi Elisi, e tra i sacri riti ti
farò vedere l'ombra fatidica dell'antica Sibilla, fervida del Nume. Va,
e quando in cielo l'umida notte avrà raggiunto la metà del
cammino conduci le vittime prescritte pietosamente alle foci dell'Averno per
placare il crudele Dite, e porta con te miele e vino». Alacre per questo
consiglio e per la promessa della profetessa, Scipione prepara in un luogo
nascosto il sacrifizio e nell'ora comandata quando in cielo la notte era
ugualmente lontana dall'una e dall'altra meta si leva e si avvia alle soglie del
dolente Tartaro dove, come aveva promesso, la profetessa stava nell'antro
stigio. Ella lo conduce dove fra immense rovine si apre una spelonca spaventosa
anche al cielo ed erutta dall'ampia bocca il fetore della palude di Cocito, e
lo esorta a scavare qui sollecitamente con la spada la fossa e mormorando
magiche parole gli impone di sgozzare secondo il rito le vittime. Per primo
egli immola al Re degli abissi un toro nero, poi una giovenca non ancora
aggiogata, sacra alla Dea di Enna, svena quindi ad Aletto ed a te, Megera
sempre dolente, scelte e lanose pecore. Cosparge infine le vittime di latte, di
vino e di miele La profetessa grida: «Fermati, e guarda intorno quello
che sorge dall'Erebo. io vedo ormai vicino il Tartaro ed ho dinanzi agli occhi
il terzo regno. Ecco che con varie sembianze si affollano i mortali che
nacquero e morirono nelle più antiche età. Li vedrai tutti: i
Ciclopi, Scilla e i cavalli di Odrisia, nutriti di carni umane. Aguzza lo
sguardo e stringi impavido nel pugno la spada e caccia le ombre se mai
tentassero di gustare il sangue, prima che si avvicini a noi l'ombra della
casta Sibilla. Guarda là quell’ombra insepolta che si avvicina
così presto, e desidera tanto di parlarti; poiché il fuoco non ne
distrusse ancora il corpo a lei è concesso di parlare senza aiuto di
sangue». Sciplone la guarda ed improvvisamente turbato esclama
«Quale destino, o valoroso console, ti tolse alla misera patria ora che
tante orride guerre richiedono eroi? Né alcuno, Appio, ti superò
in forza e coraggio. E' il decimo giorno da che tornando da Capua ti vidi che
stavi curando le tue ferite, crucciato soltanto di non poter correre
all'assalto ed alla gloria». Ed Appio a lui: «Il giorno di poi
detti l'ultimo sguardo alla dolce luce e fui travolto per sempre qui, ma i miei
che s'indugiano in vari riti ed in pompe non abbandonano il mio corpo alle
fiamme e lo tengono lontano dalle tombe degli avi. Per le emule imprese nostre
di guerra ti prego, fa che non sia conservato da balsami il corpo putrefatto e
che la mia anima errante possa entrare all'Acheronte». E Scipione allora:
«O dell'antico Clauso, nobile stirpe, sebbene oppresso da gravi affanni
pure ricorderò quello che desideri. So che i popoli non la pensano
ugualmente intorno al modo di seppellire ed onorare i morti per cui hanno riti
e abitudini diverse. Nell' Iberia i morti come raccontano, sono gettati in
pasto degli immondi avvoltoi; presso gli Ircani i cadaveri dei re son divorati
da famelici mastini, e gli Egiziani usano comporre le salme ritte tra pietre
aromatiche ed avvicinano agli scheletri mense imbandite. Quelli del Ponto per
conservare a lungo i cadaveri tolgono il cervello dal cranio, che riempiono di
aromi. ![]()
I Garamanti li
seppelliscono ignudi nell'arena e nella Libia i Nasamoni danno loro sepolcro
nelle onde del mare. I Celti ornano d'oro i teschi e se ne servono crudelmente
come tazze. I Cecropidi stabilirono che i caduti nelle patrie battaglie fossero
arsi insieme su di un solo rogo e tra gli Sciti i cadaveri si decompongono
appesi ad un albero ed il tempo li dà alla terra a poco a poco in
brandelli putrefatti». Mentre così parlano ecco che si avanza
l'ombra della Sibilla ed Autonoe esclama «Terminate il vostro colloquio,
ecco che si appressa l'oracolo del vero che conosce tutte le cose quanto lo
stesso Apollo. E' ormai tempo di andare colla turba che ti accompagna e di
porre le vittime sul fuoco». Quando la Cumana che conosce il destino ebbe
libato il sangue delle vittime con lo sguardo fisso negli occhi del giovine e
bello eroe cominciò: «Quando la luce del cielo mi rallegrava,
nell'antro cumano risuonò fatidica la mia voce alle genti. Allora
svelando gli avvenimenti futuri degli Eneadi profetai anche di te, ma i tuoi
avi non ebbero troppa cura della mia parola e non pensarono a decifrare gli oracoli
ed a conservarli. Sappi dunque, poiché desideri saperlo - e, lo vedo,
venisti qua soltanto per avere i presagi della tua vita e contemplare, le ombre
dei tuoi parenti - sappi che il tuo destino si congiunge a quello di Roma. Tu
condottiero, innanzi tempo ed arbitro della guerra, tu vincitore vendicherai
sugli Iberi, portatori d'armi, tuo padre, e con la tua spada toglierai ogni
gioia ai Libi. Ti sarà di lieto auspicio l'espugnare Cartagine di Spagna
e sarai quindi assunto a più gravi incarichi e Giove ti guarderà
sempre finché guerreggerai in Libia e, richiamato quivi Annibale, lo
vincerai. Vergogna dell'ingrata città, sarà cacciato il gran
guerriero in bando dalle sue case e dalla patria». Così dicendo si
rivolge verso le acque infernali ma Scipione esclama: «Mi sia pure
avversa la fortuna, resisterò sempre saldamente pur di conservare
l'anima mia senza colpa. Vergine insigne, che, consacrasti la tua vita a
sollievo degli umani, odi la mia preghiera, fermati un poco e nominami le
silenziose ombre e fammi vedere la formidabile reggia di Stige». Ella
annuì e disse: «E' sconsolato questo regno che desideri vedere.
Tutto è tenebre ed infiniti popoli vagano nel buio. Un luogo smisurato
li accoglie tutti, vi è in mezzo un pozzo enorme e tutto quello che la
terra, il mare e l'igneo cielo produsse dal primo giorno, tutto la morte comune
vi affonda. L'abisso inerte ed ampio ingoia morti e morituri. Nel buio regno
s'aprono dieci porte. La prima ai forti che vissero tra le faticose imprese di
guerra; l'altra a coloro che dettarono alle genti inclite leggi e diritti e
cinsero per primi di mura le città. La terza accoglie i discendenti di
Cerere che scendono alle ombre puri da ogni macchia di frode e santissimi fra
tutti. Quindi coloro che con liete arti rallegrarono il mondo, quelli che
scrissero canti degni di Apollo; e poi ancora la porta detta dei naufraghi
s'apre per coloro che furono rapiti dai venti e dalle tempeste. Quella ampia
che le è presso si schiude al numeroso popolo dei colpevoli; Radamante
ne guarda l'ingresso e affatica i morti invano con le pene. Quindi entrano
dalla settima porta schiere di donne e là fra neri boschi la casta
Proserpina ha il suo trono. Turbe di giovanetti e di vergini, cui la fiaccola
dell'amore accese il rogo entrano poi ed i bimbi che appena aperti gli occhi
alla luce morirono: i vagiti di cui risuona la indicano. Splende quindi lontana
fra più rare ombre la porta che per nascosta via conduce ai campi Elisi.
Quivi dimorano le anime felici che non sono nel regno stigio né sotto la
volta del cielo, ma di là dall'oceano bevono le obliose acque della
vicina e sacra fonte Letea. Splendida d'oro è l'ultima porta che si
rallegra come per chiarore di luna alla luce del cielo. Di là rivolano
gli spiriti che dimenticati da Dite dopo mille lustri rivestono forme umane. Di
qui passa la Morte lurida vagando senza mai arrestarsi da una porta all'altra.
In uno spazio dove non vi sono corpi si apre una voragine cinta da limacciose
paludi. Flegetonte straripando arde le rive e scaglia con un orrendo scrosciare
onde fiammeggianti ed ardenti macigni e Cocito imperversa con i suoi vortici
spumeggianti di nero sangue; ma il lago stigio, per cui giurano gli Dèi
e Giove, trascina fango fumoso con zolfo e bitume. Ancora più triste,
gonfio di velenosa putredine scorre l'Acheronte ed erutta suonando gelida
sabbia e serpeggia per gli stagni nero e fangoso. Cerbero con le sue tre faccie
si aggira in quella mota e vi beve Tisifone e corre a dissetarvisi Megera; ma
dissetandosi non acqueta la sua rabbia. Nutrito di lagrime sgorga l'ultimo
fiume intorno agli atri ed al limitare della implacabile reggia. A guardia del
vestibolo è una schiera di mostri dai mille aspetti, ed il tumulto delle
loro voci impaurisce le ombre. Vi è l'Angoscia distruggitrice e la
Magrezza compagna delle crudeli malattie e gli Affanni ed il Dolore che si
nutrisce di lagrime, il Pallore esangue e le Insidie e la Vecchiaia lamentosa,
e poi la sconcia Povertà che spinge al delitto e l'Invidia che si
stringe la gola con ambedue le mani. Vi è l'Errore dal passo incerto e
la Discordia che unisce il cielo al mare e ne è lieta, vi è
Briareo che con le cento braccia apre le porte della reggia di Plutone, e le
Sfingi con il volto verginale macchiato di sangue, Scilla biforme, i feroci
Centauri e le grandi ombre dei Giganti. Cerbero talora, infranti i ceppi, erra
intorno e la stessa Aletto e Megera furibonda non osano avvicinarlo mentre
sciolto dalle sue mille catene, ringhia e si sferza i fianchi con la coda
viperina. Alla destra leva le sue fronzute ed ampie braccia un tasso, bagnato e
fecondato dall'onda di Cocito, e fra i suoi rami hanno nido sinistri uccelli:
l'avvoltoio divoratore di cadaveri, il barbagianni delle ali sanguinose, e gufi
ed arpie ne popolano numerose le fronde ed ululano lamentosamente, e stridono:
fra tali mostri il marito di Giunone infernale giudica, assiso sul trono, i
delitti dei re che incatenati gli sono dinanzi e sentono, ma troppo tardi, il
rimorso delle loro colpe. Vedono vagare intorno le Furie, e le pene dal crudele
aspetto e non vorrebbero aver mai veduto lo splendore dello scettro superbo. Le
ombre di coloro che furono oppressi iniquamente al mondo, prorompono in
ingiurie al duro impero e danno alfine libero sfogo alle accuse soffocate in
vita. Altri di questi re sono incatenati ad una roccia, altri rotolano, per
l'erta aspra di un monte, macigni, altri sentono in eterno il flagello vipereo
di Megera. Ecco la sorte che aspetta i cruenti tiranni. Ma è tempo ormai
che tu veda le sembianze di tua madre, ecco che la sua ombra si avanza alle
altre velocemente. Ecco Pomponia che si unì furtivamente a Giove.
Poiché Venere vedendo appressarsi le guerre africane, per prevenire la
insidiosa Giunone, infuse tacitamente nel petto del padre il suo fuoco. E se il
suo disegno non fosse stato tale, ora custodi della iliaca fiamma sarebbero
state le fanciulle libiche». Fece un cenno la Sibilla e subito l'ombra
bevve del sangue e madre e figlio vi videro l'un l'altra. Allora per primo
Scipione disse: «Madre a me sacra come un Dio, pur di vederti avrei
desiderato aprirmi le porte dello Stige con la morte. Ma per quale destino mi
fosti tolta mentre nascevo, ed il giorno che avrebbe dovuto essere lieto fu
così triste?». A lui rispose la madre: «La mia morte, o
figlio, non fu tormentata dal dolore. Diedi alla luce il frutto divino, ed al
cenno di Giove, Mercurio mi condusse per la destra ai Campi Elisi e mi
assegnò il posto dove hanno dimora per divino privilegio le grandi madri
di Ercole e Leda. Orsù, figlio mio, perché tu sia sempre impavido
in ogni guerra e non tema di non elevarti al cielo per le tue imprese, sappi
quali furono i tuoi natali, poichè mi è dato svelarteli. Mentre
sul mezzogiorno mi riposavo con un dolce sonno, sentii il mio corpo avvinto da
un improvviso abbraccio che non era già quello compiacente e per me
consueto del marito, e sebbene il mio sguardo fosse ottenebrato dal sonno, pure
io vidi, te lo giuro, Giove risplendere nel suo fulgore. Né mi
ingannò il mutato aspetto per cui si trasformò in un lucente
serpente che svolse roteando le suo enormi spire. Ma non mi fu concesso, o
figlio, di vivere oltre il parto. Ohimè, quanto mi dolsi che il mio
spirito se ne andasse prima che potessi svelarti questo segreto!». A tali
parole Scipione le gettò le braccia al collo ma tre volte l'ombra vana
lo deluse. Appaiono insieme le ombre degli eroi: il padre e lo zio. Il giovine
corre loro incontro e tenta di baciarli e di stringere le loro ombre che come
lieve aere o nubi dileguano. «Qual dio nemico mi ti tolse, o padre
diletto, sostegno del Lazio e dell'Italia? Perché dunque, misero me,
vissi anche un istante lontano da te? Avrei opposto il mio petto alla freccia
mortale che ti raggiunse. Di quali lamenti risuona tutta l'Italia per la vostra
morte! I Senatori hanno decretato concordemente un monumento nel Campo Marzio a
ciascuno di voi». Valeva ancora parlare ma le ombre lo interruppero e per
primo il padre: «Il solo valore vale di per sè ogni più bel
riconoscimento; ma pure è dolce alle ombre che il memore amore dei vivi
le segua e che la gloria non sia distrutta dalla dimenticanza. Ed ora, onore di
nostra gente, dicci quanto ti affannano le guerre. Spesso, sai, ricordo i tuoi
slanci ed il tuo coraggio quando più grave è il pericolo e sento
il cuore tremarmi di spavento. Frena. o prode, te ne prego per la nostra morte,
il tuo bellicoso impeto. Il nostro esempio ti renda saggio. Già si
trebbia nella ottava estate il secco fieno da che io e mio fratello avevamo
corsa e domata tutta la Spagna. Noi ridonammo alla misera Sagunto mura e case e
per noi le genti libere ed in pace corsero a dissetarsi al Beti e tre e quattro
volte l'indomito fratello di Annibale ci fuggì dinanzi. Il cuore dei
barbari è un covo eterno di tradimenti. Inseguo vincitore Asdrubale
già vinto e sgominato ed ecco che le coorti celtibere, plebe venale
venduta all'oro sidonio, rompono improvvisamente le file e disertano le
insegne. Allora il Libio reso più forte dalle armi dei disertori,
strapotente per numero, ci accerchia da tutte le parti. Ma la mia spada, o
figlio, prese allegra vendetta e l'ultimo giorno della mia vita fu il
più glorioso». A lui segue il fratello che racconta così
quel che accadde: «All'ultimo momento mi rifugiai in una alta torre e
quivi combattei l'ultima battaglia. I Fenici scagliarono tante e tante fiaccole
che avvolsero la torre in una sola fiammata. E non mi lamento con il cielo per
la mia morte poiché al tempo stesso ebbi morte e sepolcro. Bruciai con
indosso l'armatura. Ma temo che noi morti la Spagna non sia ricaduta sotto il
giogo fenicio». Ed il giovine con gli occhi gonfi di pianto: «O
Giove, abbia Cartagine la pena degna di tante scelleratezze. Sappiate tuttavia
che i popoli inquieti sono tenuti a bada da Marcio. Quel guerriero valoroso che
voi ben conoscete raccolse l'esercito stremato e ne prese il comando. E
già si seppe che, dispersi in battaglia, i vincitori espiarono
grandemente le orride stragi». Contente di questo le ombre ritornarono
all'amena dimora dei giusti ed il giovine li seguì per quanto potette
con lo sguardo amoroso. Ed ecco tra le folte ombre Paolo appena riconoscibile
che liba il sangue e così parla: «Luce degli italiani, le cui
imprese illustri oltre il potere di un solo eroe io vidi, chi ti conduce a
questa profonda notte, a questi regni dove non si entra che una sola volta?».
E Scipione così gli parla: « Capitano potente in armi, quanto si
pianse a Roma la tua morte e quanto a lungo sopra il tuo destino! Per poco non
furono travolte con la tua rovina le città italiane. Annibale
t'innalzò di sua mano il tumulo cercando di ottener onore onorandoti
». Paolo ode con lagrime di gioia la notizia delle esequie nemiche, e
già sì presentano allo sguardo di Scipione Flaminio e Gracco e
l'ombra dolente di Servilio ucciso nella battaglia di Canne. Il giovine voleva
parlare a quei grandi, ma lo vinse il desiderio di conoscere le ombre degli
antichi italiani. E mira Bruto cui l'atroce scure diede nome immortale, e
Camillo pari in gloria agli Dèi, e Curio sdegnoso dell'oro. La Sibilla
gli indica le ombre e gliene dice il nome «Questi è il cieco che
respinse la pace fraudoleuta e scacciò Pirro dalle mura di Roma; l'altro
sostenne da solo in riva al Tevere l'impeto del re dell'Etruria ed
impedì da solo, imperterrito sul capo del ponte rotto, il ritorno del
re. Se vuoi vedere quegli che trattò la pace della prima guerra punica
ecco qui Lutazio, il glorioso vincitore dei mari; o vuoi conoscere l'ombra
sdegnosa di Amilcare? Egli è là in fondo che conserva sulla
fronte corrucciata anche nella morte i segni dell'antico furore. Se vuoi
parlargli ed udirlo sciogligli la voce con il sangue». Quando l'ombra
ebbe placala, come gli fu concesso, la sete nel sangue, il Romano per primo
così lo rimproverò: «Son dunque tali i vostri accordi?
Questi sono, covi di inganni, i patti che tu trattasti prigioniero di Roma
sulle spiagge della Sicilia? Ora tuo figlio schernendo ogni diritto saccheggia
e deruba tutto il Lazio; egli superò le alte ed inaccessibili Alpi e
schiere di barbari corrono l'Italia e si arresta per le stragi il corso dei
fiumi». Ed Amilcare: «Mio figlio aveva appena dieci anni quando
giurò come io gli imposi guerra al Lazio; né gli è lecito
tradire gli Dèi chiamati a testimoni del suo giuramento. E se egli
devasta oggi i regni di Laurento e tenta di abbattere il potere frigio, è
in lui pietà e sacra fedeltà ed il mio vero sangue. E vogliano
gli Dèi che egli restituisca a Cartagine l'antico onore».
Così dicendo l'ombra altera si mosse a gran passi e nell'andare parve
più maestosa. Quindi la profetessa accennò coloro che diedero per
primi al popolo in tumulto, accordando ai costumi italici le norme apprese nel
Pireo, le leggi richieste. Si rallegra di vederli né si stanca di
guardarli e parlerebbe volentieri a ciascuno di loro se la Sibilla non gli
mostrasse altre infinite turbe: «Quante migliaia di anime credi, o giovine,
che siano discese quaggiù da che tu volgi lo sguardo intorno? A torrenti
da ogni parte del mondo scendono
quaggiù le ombre ad ogni ora: Caronte le raccoglie nella barca
capace senza fine e tutte passano sempre sulla prora instancabile».
Quindi, additando un giovine, prosegue: « Guarda costui che corse
rapidissimo l'universo e piantò vittorioso in ogni terra le sue insegne.
Si spinse fino ai Battri, oltre gli Sciti, bevve l'acqua del Gange, unì
con un ponte le acque del Nifate, ed inalzò la sua città sulle
sacre sponde del Nilo». E l'ombra a Scipione: «Guerra indugiata
è vergognosa. Osa: è l'ardire che corona le armi. Tardo valore
non sorse mai nei pericoli. Nelle grandi imprese precipita gli indugi, la morte
ti raggiunge mentre le compi ». Disse e disparve. Passa dopo poco l'ombra
di Creso, tanto ricco al mondo ed indifferente, da morto, ai più poveri.
Veniva frattanto dall'Elisio un'ombra dall'aspetto sacro e con le chiome lunghe
annodate da un nastro rosso. Scipione chiese alla maga: «Chi è
quell'ombra? Sulla sua fronte riplende un'anima celestiale ed una folta schiera
di anime la segue meravigliando, e la festeggia con liete voci. Nobile aspetto!
Se non fosse nell'inferno lo direi un Dio ». E la sacerdotessa di Trivia
gli rispose: «E non t'inganni poiché egli fu degno di onori
divini, che fu un grande Dio quegli che gli accese nel petto la grande anima.
Abbracciò poetando il mare, la terra, i celesti, gli inferni, e fu pari
alle Muse nel canto e ad Apollo in gloria. Svelò ai mortali, prima di
vederle, le cose di quaggiù e per il suo canto la vostra Troia
salì al cielo». Il giovine guarda e riguarda l'ombra con lieti
occhi ed esclama «Quanto, o Roma, se le tue gesta fossero cantate da
così gran poeta, andrebbe più famoso ai lontani posteri il tuo
nome. Fortunato Achille che fu mostrato alle genti da tale voce! Quanto
accrebbe il canto la tua gloria!». E chiedendo chi siano le ombre che
circondano festose il poeta, Scipione apprende che sono i grandi spiriti degli
eroi. Quindi stupefatto fissa in volto Achille ed ammira la gran corporatura di
Ettore, e vede Ajace dai lunghi passi, Nestore dall'aspetto venerando; con
infinita gioia riconosce ambedue gli Atridi, ed Ulisse saggio quanto Achille
forte. Quindi l'ombra di Castore pronta a ritornare in cielo, mentre Polluce
compieva il suo alterno corso. Ma ad un tratto gli nominano Lavinia ed egli si
volge. Gliela indica la profetessa avvertendolo di guardarla prima che la luce
lo vieti. Quindi soggiunse: «Costei, nuora felice di Venere, unì
con lungo ordine di figli i troiani ai latini. Vuoi conoscere la moglie di
Quirino, il gran figlio di Marte? Ecco Ersilia. Disprezzando un giorno la
vicina gente e gli irsuti pretendenti, ella entrò nel tugurio del
pastore che l'aveva rapita e contenta giacque con lui, sul talamo di paglia, e
dissuase i suoi dal prendere le armi. Guarda, ecco che si appressa Carmenta
madre di Evandro che con voce profetica svelò le future imprese di Roma.
Vuoi vedere in volto Tanaquilla? Anch'ella ispirata vide il futuro, predisse al
marito lo scettro regale, usa a leggere gli auguri degli uccelli volanti. Ecco
Lucrezia, onore della pudicizia romana, illustre per la sua morte, tiene la
fronte bassa e gli occhi a terra. O Roma non ti è più lecito
sperare, eppur sarebbe tanto desiderabile, vanto d'altre Lucrezie. Mira vicino
a lei Virginia che mostra, miserando segno del suo conservato pudore, il petto
sanguinoso e loda la mano paterna che la trafisse. L'altra è Clelia, la
vergine che trionfò del Tevere e della guerra etrusca, ben più
forte del suo sesso fu tale quale Roma desiderò fossero i suoi
guerrieri». Scipione turbandosi improvvisamente chiede alla vergine la
ragione dei tormenti che vede e chi siano quelle anime tormentate. Ed essa gli
risponde: «costei è Tullia, che investì con il suo carro il
corpo del padre e lo fermò tirando le redini sul volto palpitante,
né per quanto sia tormentata potrà mai espiare così grande
delitto. Essa nuota nelle onde ardenti del Flegetonte, ed il fiume che sbocca
furioso dai neri antri le flagella il volto non le lave ed i sassi ardenti che
trascina. Quell'altra cui l'aquila rode col rostro le viscere e piomba ora al
suo pasto battendo l'ala sonora è la vergine Tarpeia che vendette -
orrida colpa - la patria per oro e schiuse ai soldati sabini le porte del Campidoglio.
E delitto non meno grave è punito lì vicino; non vedi Ortro,
l'antico e fiero custode dell'armento iberio? Egli digiuno ringhia e sbrana ora
con i denti, ora con l'unghie, una donna. Ed è lieve la pena
poiché ella, sacerdotessa di Vesta, violò perdendo la sua
verginità il luogo sacro. Ma ti basti ormai, o guerriero, quello che hai
veduto quaggiù : voglio farti vedere ancora pochi spiriti che bevono
l'oblio di sè stessi prima di far ritorno nelle tenebre. Ecco Mario; non
passeranno molti anni ch egli sorgerà alla dolce luce; di umili natali
avrà più volte l'onore consolare. L'altro è Silla; anche
egli non rimarrà a lungo nelle acque soporose, chè il destino lo
chiama alla luce del giorno né alcun Dio può opporvisi. Egli
usurperà per primo la signoria di Roma, ma con la colpa avrà la
gloria di cederla spontaneamente. E nessuno fra quanti saliranno al potere lo
imiterà. Quegli di bellissimo aspetto, dalla chioma arruffata sopra
l'alta fronte è il grande Pompeo caro al popolo. L'altro che leva la
fronte stellata, disceso dagli Dei, è Cesare troiano discendente di
Julo. In quali orrende tempeste saranno travolti mare e terra da costoro non
appena sorgeranno alla luce. E quali guerre per il mondo intero! E non
sarà minore di quella del vinto la pena del vincitore». E Scipione
piangendo: «Quanti affanni prepara il destino al Lazio! Ma se è
tolta, dopo l'ultimo giorno, ogni speranza di perdono, ma se anche dopo la
morte vi sono colpe e giusti tormenti, in quale gorgo di Flegetonte arderà
Annibale per la sua perfidia? Dove sono gli avvoltoi che gli strapperanno in
eterno brano per brano il corpo rinascente?". Ed a lui rispose la Sibilla:
«Non temere che la sua vita sarà grave d'affanni, né le sue
stanche ossa riposeranno nella terra della patria. Verrà un giorno che,
sconfitto in grande battaglia, stremato, vergognoso per la sconfitta e per aver
chiesto la vita, cercherà di indurre nascostamente alla guerra i
Macedoni. Frodatore punito, dovrà lasciare la sua fedele consorte e
scacciato da Cartagine andrà profugo per i mari finché
troverà asilo fra le giogaie del cilicico Tauro. Quanto è
più facile all'uomo sopportare la fame, la servitù, il caldo ed
il freddo, fughe e tempeste, che morire a tempo! Dopo le guerre d'Italia Annibale
sarà servo di un principe assiro e sperando di turbare ancora una volta
l'Italia correrà i mari. Spinto infine alle prusiache spiaggie, umile e
vecchio, sopporterà una seconda servitù e la grazia di essere
ricoverato da un re. Ma perseguitato senza posa dagli italiani che chiederanno
che sia loro consegnato il nemico, ingoierà di nascosto il veleno e
libererà alfine il mondo dal lungo terrore». Così disse la
profetessa e disparve nel profondo Erebo. E Scipione tornò lietamente al
porto ed ai suoi compagni.
XIV Numi dell'Elicona, rivolgete ora il
vostro canto al mare ortigio ed alle città della Sicilia. E' il vostro
compito aggirarvi per le daunie contrade degli Eneadi, o per i siculi porti, o
per i campi greci o i macedoni tetti, o bagnarvi nel mare della Sardegna e
visitare le capanne degli antichi Tirii, le ultime plaghe del mondo dove muove
il giorno. Questo richiede la guerra che si combatte in così diversi
luoghi e noi corriamo dove risuonano le trombe e si agitano le armi. Un giorno
la Sicilia era unita all'Italia, quando percossa dal ceruleo tridente accolse
le acque del mare scagliate dalla furia di Noto. Una forza nascosta agitandosi
abbattè le scosse viscere della terra e dalle profonde voragini il mare
irruppe per la campagna ed inabissò le città ed i popoli. Da
allora Nereo è a guardia incessantemente dell'avvenuto divorzio e le due
terre tempestate dal mare non si possono mai congiungere. Ma il tratto di mare
che le separa è tale che, come è noto, si sente da una riva
all'altra l'abbaiare dei cani ed il canto degli uccelli mattutini. Il suolo
è così fertile da ricompensare ad usura il contadino. I colli
sono ombreggiati d'ulivi e di vigneti dal vario nome, e vi si allevano cavalli
velocissimi che non si turbano per il frastuono della guerra. Quivi il miele
ibleo gareggia con quello cecropio, e vi si trovano fonti sulfuree
meravigliosamente salubri. Altissima è la gloria di poeti degni di
Apollo e dai boschi sacri echeggia inclito in Elicona il siculo canto. Il
popolo è fecondo ma pronto alla guerra per cui adorna spesso i suoi porti
dei trofei conquistati. Dopo il regno del crudele Antifate e la dominazione dei
Ciclopi, i siciliani furono i primi a coltivare con l'aratro la terra vergine.
Venivano da Pirene e diedero il nome del loro fiume all'isola deserta, quindi
questo fu mutato dai Liguri che ben presto presero dimora sulle vinte spiagge,
guidati da Siculo. Né il soggiorno dei Cretesi fu disonorevole al luogo
quando Minosse muoveva dalle cento città ad infausta guerra per
vendicarsi di Dedalo. Un iniquo inganno delle figlie di Cocalo lo travolse
giù nell'inferno a giudicare i morti, ed i suoi guerrieri stanchi di
combattere presero dimora sulle rive della Sicilia. Di poi vi portarono le
genti troiane i teucri Elimo ed Aceste e per lunghi anni dal loro nome furono
chiamate le città che fondarono. E non meno illustre è l'origine
di Zancle (nota1) che si gloriò della falce gettatavi da Nettuno. Ma il
più bel vanto della terra ennea è la nobile città fondata
dai Greci, venuti dall'istmo di Corinto, e splende sovra tutti gli altri popoli
Efiri. Quivi Aretusa accoglie nelle sue acque ricche di pesci il suo Alfeo che
porta con la corrente i resti delle corone sacre, ma l'ingiusto fuoco ama le
grotte della Trinacria. Lipari corrosa sotterra da ampie fucine, erutta dal
vertice sgretolato nuvole sulfuree. Ed il fremito degli incendi racchiusi che
scrollano le rupi è sprigionato dall'Etna che giorno e notte
incessantemente infuria nei suoi oscuri abissi urlando come un mare in
tempesta. Un torrente di fiamme prorompe come dall'atro fiume di Flegetonte ed
una tempesta di pece getta fuori dalle caverne corrose sassi quasi
incandescenti. Ma sebbene nell'interno del monte turbini senza posa tanto fuoco
e le fiamme escano continuamente dal cratere, mirabile a dirsi, sulle alte cime
vicino al fuoco è la neve; né mai il freddo invernale è
placato dallo rupi ardenti, ma la neve bianca si ricopre di cenere e favilla.
Che dirò dei regni Eolii, e delle carceri dei venti, e delle tempeste?
Il mare Ionio batte suonando i regni di Pachino rivolti verso le terre di
Pelope che maestoso s'innalza contro la Libia e gli impeti di Coro, e Lilibeo
vede la costellazione dello Scorpione. Dal terzo lato guarda l'Italia e si
sporge nel mare con numerose colline; ivi Peloro si innalza con la sua arenosa
mole. Fu per molto tempo signore di queste terre il mite Gerone che seppe
governare con dolce impero gli animi che senza timore confidavano in lui.
Sempre fedele ai patti giurati fu per lunghi anni alleato degli Italiani. Ma
quando il destino troncò la fragile vecchiaia dell'eroe gli successe un
nipote giovinetto che condusse alla rovina per la sua sfrenatezza la reggia
così tranquilla. Il nuovo re che non aveva ancora sedici anni,
abbagliato dallo splendore del trono ed inetto al peso del regno si
lasciò guidare dagli avvenimenti. Ed in breve difese colle armi i suoi
delitti ed in poco tempo fece lecito l'illecito disprezzando vilmente il
pudore. Lo stimolava nel precipitoso furore la discendenza, da parte di madre,
da Pirro ed andava superbo della sua razza Eacida e di Achille eternato nei
campi. Arse subito di schierarsi dalla parte dei Fenici. Non indugiò e
strinse alleanza con il patto che i libii vittoriosi si ritirino dalle spiaggie
della Sicilia. Ma fu punito dalle furie vendicatrici che gli negarono anche la
tomba nel suolo che egli voleva libero anche dagli alleati. Poiché il
popolo insofferente del suo orgoglio, del fasto sanguinoso e delle sue turpi
crudeltà, mosso dall'ira e dal timore ordì una congiura e
l'uccise. Né la strage, ebbe limite; furono scannate le donne e le
innocenti sorelle vergini furono condotte fuori del tempio e trafitte. Il
popolo armato infuriò e divenuto libero rigettò il giogo. Parte
vuole allearsi ai Sidonii, parte all'Italia ed altri nel loro delirio
abborriscono ogni alleanza. Tale dopo l'eccidio del re era la sommossa in
Sicilia quando, insigne per la porpora e per i fasci assunti per la terza
volta, Marcello approdò alle spiagge di Zancle con la flotta. Quivi non
appena seppe della morte del tiranno e dei diversi sentimenti dei cittadini, quali
terre e quali forze avesse Cartagine e quale parte del popolo si conservasse
fedele ai Latini e come infine Aretusa (nota2) fosse decisa a non aprirgli le
sue porte, si precipitò alla guerra e sparse intorno per la spiaggie le
schiere devastatrici. Così Borea scendendo precipitoso dalle cime del
Rodope rovescia sulle campagne valanghe d'acqua e rumoreggiando con le stridule
ali incalza incessantemente il mare gonfio. Furono devastate per prime le
campagne Leontine su cui regnò anticamente il feroce Lestrigone. Si
accaniva il comandante, per cui l'indugiarsi a vincere i Greci sembrava come
essere vinto. Corre per le campagne come se avesse dinanzi una torma di donne e
nella sua corsa feconda di sangue nemico le terre di Cerere. Si accumulano i
morti e l'impeto guerresco toglie ogni speranza di salvezza, poiché
chiunque cerca scampo nella fuga incontra il ferro mortale di Marcello che
grida ed urta con lo scudo i più lenti: «Avanti, mietete colla
spada questo gregge imbelle. Ben poca gloria è il vincere costoro che
lottano per giuoco tra le ombre delle palestre e s'ungono il corpo di olii.
Unica gloria sarà per noi se non appena compariranno giaceranno
vinti». Così disse e tutto l'esercito si slanciò. E' una
sola gara fra Latini e Latini per chi prevale in valore e conquista spoglie
più ricche. Ugualmente si frange tra i sassi di Cafareo l'onda euboica
dell'Euripo e con uguale ira getta dall'angusta foce la Propontide le sue onde
risuonanti, e là dove muore il giorno, con uguale sciacquio il mare si
frange alle colonne d'Ercole. Purtuttavia fra tanta strage rifulse un atto di
pietà. Un guerriero di nome Asilo, fatto prigioniero sulle insanguinate
rive del Trasimeno, venuto in potere di Beria, signore generoso, mite e
affabile, fu in breve rimandato alle sue terre dove riprese alacremente le armi
per vendicarsi, nella guerra sicula, delle antiche sofferenze. Combattendo nel
più folto della mischia incontra Beria, che mandato dai Fenici al re per
stringere i patti combatteva tra gli alleati. Aveva il volto nascosto dalla
visiera quando il giovine lo assalì e lo fece stramazzare a terra mentre
sgomento barcollava. Come il misero ode la voce del vincitore, quasi
soffermandosi al limitare di Stige, scioglie tremante il soggolo dell'elmo e
mormora una preghiera. Ma d'improvviso l'etrusco attonito riconoscendolo ritrae
la spada e piangendo gli dice: «Non pregarmi, supplichevole e timoroso
perché ti lasci la vita. Giustizia vuole che io salvi il nemico. Soldato
ottimo è quegli che sopra tutti i suoi pensieri conserva inviolabile
fede. Tu mi hai salvato per primo dalla morte e non ancora eri stato salvato
dal tuo nemico. Sarei indegno di me stesso, e sarebbe giusto che ritornassi a
soffrire quello che soffrii e ancora peggio, se ricusassi di aprirti uno scampo
fra le fiamme e le spade». Così dicendo lo solleva e gli ripaga la
vita con la vita. Marcello contento della prima battaglia combattuta sulle
spiaggie sicule rivolge tranquillamente le insegne vincitrici e muove con le
schiere verso le mura di Siracusa per circondarla d'assedio. Frenando il
desiderio della battaglia cerca di sedare i ciechi impeti dei soldati e di
placare la loro ira. Però per non venir meno ai suoi propositi e
poiché non prendano la sua mitezza per timore non toglie l'assedio e
sorveglia sempre più cauto ogni cosa ed imperterrito in armi prepara con
cura inattese offensive, come il candido cigno quando,nuota negli stagni del Po
o lungo le rive del Caistro sembra immobile nella corrente eppure fende con il
remeggio dei piedi le onde silenziose. Mentre gli assediati sono incerti
muovono al campo dalle varie città gli eserciti alleati, e Messina
signora del siculo stretto appena separata dal resto d'Italia, vantandosi
dell'illustre origine osca manda i suoi guerrieri e poi Catania troppo vicina all'ardente
Tifeo, celebre un giorno per aver generato i fratelli Pii, e Camarina (nota3)
le cui paludi per volere del destino non si asciugano mai. Quindi Ibla che
gareggia audacemente con il miele di Imetto e la palmifera Selinunte e Mile
(nota4) che fu un giorno porto ospitale ed è ora infido asilo ai
naufraghi. Erice 5 con l'alta Centuripa 6 ed Entella 7, diletta all'ettoreo
Aceste, ricca di verdeggianti pampini. E non mancarono quei di Tapso 8 e di
Acra 9, le coorti di Agirina 10 e di Tindari 11 famosa.per i fratelli Laconii.
Agrigento mandò al campo torme di cavalli di cui è nutrice ed ai
cui nitriti fremeva intorno l'aria e si oscurava di polvere. Loro condottiero
era Grosfo che aveva scolpito sullo scudo un truce toro, infausta memoria di un
antico supplizio. Infatti, accesi i fuochi sotto le vittime rinchiuse, il gran
toro di bronzo tramutava i lamenti in muggiti così che sembrava di udire
le voci dell'armento quando esce di corsa dalle stalle. Ma l'artefice
dell'opera infame ebbe la pena meritata, poiché morendovi dentro fece
per primo sentire i muggiti del suo toro. Vennero dal fiume da cui trae il nome
Gela 12, da Alesa 13 ed i Palici che condannano gli spergiuri ad immediato
supplizio, e quei di Acesta 14 fondata dai Teucri e vennero le genti dell'Aci
15 che scende dall'Etna al mare e bagna di soavi onde la diletta Nereide. Il
giovane Aci tuo rivale in amore, o Polifemo, fuggendo un giorno l'ira selvaggia
del tuo cuore ardente disparve tramutato in acqua, e Galatea vincitrice si
unì alle sue onde. E giunsero coloro che bevono le acque sonore
dell'Alabi, dell'Ipsa e dell'Acate 16 splendente; gli agitatori delle tue
fonti, o vaga Crisa, dei ruscelli dell'Ippari 17, dei gorghi del Pantagia 18
facile a guadarsi e quelli del biondo e veloce Simeto. Terme 19 cara un giorno
alle Muse armò le sue genti, dove l'Imera versa le sue acque nel mare
Eolio. Poiché il fiume si divide in due bracci contrari e scorre
velocemente sia ad oriente che ad occidente. Ambedue le fonti sgorgano divise
dal Nebrode 20 che è il monte più ombroso della Sicilia. Enna 21
mandò dai sacri boschi i suoi figli. Quivi, dove immensa s'apre l'oscura
spelonca per cui si discende al tenebroso regno delle onde, approdò
Imeneo, meravigliato delle nuove plaghe. Si aprirono gli abissi dinanzi allo
Stigio che acceso da Cupido osò apparire alla luce del giorno e dalle
triste rive dell'Acheronte corse sul carro per le terre proibite. Rapita la
vergine ennea sospinse rapidamente i cavalli impauriti e stupiti del cielo allo
Stige e nascose tra le ombre la preda. Fedeli ai patti si unirono al
condottiero latino i giovani di Gallipoli e di Petrea 22, quelli di Ergezio 23,
di Adrano 24 e dei sassosi campi di Enguio 25, di Melite 26 superba per le
stoffe, e di Calatte 27 dalle spiaggie pescose, ed ancora quelli di Cefaledia
28 spaventata dei nostri marini che le tempeste gettano sulle sue rive e quei
di Taormina dalle cui cime si scorge Cariddi inghiottire nei vortici le navi e
rigettandole dal fondo lanciarle al cielo. Questi i guerrieri raccolti intorno
alle insegne latine. Le altre genti della Sicilia si uniscono ai Libii.
Agatirna 29 diede mille uomini e mille Trogilo 30 tempestato di venti, e
Facelina 31 dove è il tempio di Diana Toante. Tremila Palermo sempre
ricca e di fiere nei boschi e di pesci nel mare e di uccelli nell'aria. E non
rimasero inerti e si sottrassero al pericolo né Erbesso né
Nauloca, né Morganzia 32 dai campi ombrosi si astenne dall'infida
guerra. Amastra, Mene e Tisse, 33 di poca importanza, i giovani di Acheti e di
Mutice e Neto 34. Trapani ed Eloro 35 dalle onde risuonanti, la fiera Arbela,
l'alta Jeta, e Trocala 36 che sarà tra poco distrutta nella guerra
servile, Taba 37 esperta nella guerra e la piccola Cossira e Mute 38, cittadina
non più grande di Megara, e Gaulo 39, mirabile quando si odono nel suo
mare i canti degli alcioni e si scorgono sulle acque immote ondeggiare
soavemente i nidi, si diedero ai Fenici e li aiutarono. La celebre Siracusa
aveva anch'essa munito le sue grandi mura di genti e di ogni sorta di armi. I
capitani eccitavano con vani discorsi la plebe facile a corrompersi e per
natura avida di tumulti: "Mai tra queste mura e tra queste quattro rocche
entrarono i nemici. La nostra cittá inaccessibile per il suo porto
oscurò gli splendidi trofei di Salamina e le vittorie dei Persiani. I
nostri avi videro affondare trecento navi quando Atene per la strage del re
faretrato s'inabissò senza vendetta». Due fratelli nati a
Cartagine, figli di una fenicia e di un siracusano che cacciato dalla patria
per i suoi delitti li aveva allevati in Libia e per cui avevano nel sangue
l'infedeltà dei Tirii e la vanità siciliana, accendevano l'animo
della plebe. Quando Marcello vide che era impossibile calmare i ribelli e che
essi per primi chiedevano guerra ad oltranza, chiamò a testimonianza gli
Dei delle genti sicule, i laghi, i fiumi e le tue fonti, o Aretusa, che egli,
avverso alle stragi, era costretto dai nemici ad impugnare la spada e quindi
assalì le mura della città con una fitta pioggia di frecce e
l'assordò con lo strepito delle armi. Subito tutti presi dalla stessa
ira irrompono e gareggiano in armi. Si leva nel cielo una torre altissima la
cui costruzione rese deserto un bosco e fu opera di un greco che sovrappose per
dieci piani ponti e tavolati. Ecco che si rovescia una tempesta incessante di
fiaccole, di macigni e di pece bollente. Ma Cimbro scagliò contro di lei
una fiaccola che si appese ad un angolo ed il fuoco eccitato dal vento
penetrò nell'intimo della torre, si propagò per l'alta mole
divorando di palco in palco le travi cigolanti e salendo trionfatore
lambì sfolgorante il vertice che tremava con una colonna di fumo e di
faville. Il fumo ed una nuvola di fuliggine impedisce ogni scampo e la torre
come percossa da un fulmine rovina improvvisamente incenerendosi. Ma dall'altra
parte le misere navi subiscono uguale sorte. Non appena si accostano alle mura
bagnate dalle acque tranquille del porto, un improvviso agguato le atterrisce.
Una gran trave liscia e tonda come l'albero di una nave, con la punta armata di
ramponi di ferro, calava dall'alto delle mura, ed uncinati i soldati li traeva,
alzandosi in aria, nel mezzo della città; né solamente soldati,
che spesso lo strumento di guerra piombando impetuoso con più colpi si
aggrappava ad una trireme e stringendola tenacemente la levava in alto. Allora
lasciate improvvisamente le catene la nave precipitava (orribile vista!) nel
profondo delle acque e scompariva nell’onda con i soldati. Ed oltre a
queste insidie delle strette feritoie erano state aperte nelle mura per cui i
guerrieri potevano lanciare sicuramente le frecce contro il nemico. E questa
era la frode, che le frecce dei romani data la strettezza dell'apertura non
potevano entrare. Così l'ingegno e l'arte di un greco erano più
possenti delle armi e riuscivano a deludere in terra e in mare i minacciosi
assalti di Marcello ed a prolungare inutilmente la guerra innanzi alle mura. Fu
quell'uomo 40 gloria immortale per i coloni di Corinto, dall'ingegno superiore
a quello di tutti gli altri mortali. Povero, ma ai suoi sguardi si aprivano il
cielo e la terra, ed egli sapeva perché il sole nascente pallido
è messaggero di pioggia e se la terra è immobile o mobile
nell'aria, come Teti scorre con le sue acque tutto intorno per una legge
stabilita, e conobbe la ragione dei movimenti del mare , le varie fasi della
luna, e per quale causa il padre Oceano abbia il flusso ed il riflusso. E non
è pazzia il credere che egli contasse le sabbie del mondo, egli che
trasse per difficili salite e navi e carichi di pietre con l'aiuto di donne. Mentre
egli (Archimede) tiene a bada con le sue arti i Latini, ecco che si avanza
forte di cento vele la flotta fenicia in aiuto di Siracusa. Aumentano le
speranze degli assediati che escono baldanzosi incontro alle navi degli
alleati. Marcello dall'altra parte, imperterrito, fa dar nei remi. Le lunghe
pale fendono le acque ed il mare è tutto spumeggiante per i continui
colpi e splendono biancheggiando da lontano le scie. Da ogni parte si arranca
con uguale forza ed il regno di Nettuno trema all'infuriare della nuova
tempesta ed il fragore delle voci confuse risuona di scoglio in scoglio. E
già la flotta latina sparsasi da ogni parte sul mare si piega in doppia
ala in ordine di battaglia cingendo il campo delle acque. L'altra flotta le si
ripiega subito di fronte ed occupa il mare come una mezzaluna. Squillano le
trombe ed il clangore va lontano per i deserti marini e fa balzare atterrito
Tritone che teme sia vinto il suono dellla sua conchiglia. Si ricordano a
stento del mare con tanta forza combattono sui ponti ed altri sulle murate
delle navi scagliano dardi mentre tra una nave e l'altra il mare si copre di
frecce e ad ogni colpo dei rematori anelanti le prore avanzano scattando e
lasciano dietro nel mare che spumeggia una nera scia. L'una nave con un grande
urto di fianco spezza i remi dell'altra ed il rostro dell'una entra nel legno
dell'altra ed assalita ed assalitrice rimangono attaccate. Tra le due flotte si
vede enorme una nave, la più grande che fosse uscita dai cantieri
libici. Batteva il mare con quattrocento remi e quando le sue vele, tutte
spiegate, accoglievano anche il minimo soffio di vento la si vedeva procedere
lenta e maestosa come se andasse per sola forza di braccia. Le navi latine
agili, snelle e docili alla mano che le guida le corrono incontro. Come le vede
venire innanzi dirigendo le prore all'assalto Imilco invocati gli Dèi
del mare tende l'arco, prende in un attimo la mira e scocca la freccia
seguendone il volo con lo sguardo. La mano del pilota seduto a poppa à
inchiodata alla barra, così che non potendo muoversi abbandona il
governo. La ciurma che crede perduto il naviglio corre in soccorso ed ecco che
un'altra freccia vibrata dallo stesso arco uccide Tauro mentre sostituiva il
ferito. Una nave cumana guidata da Corbulo montata dai più forti giovani
di Stabia si avanzava, sull'alta poppa la vicina Dione, auspice Nume. Ma
raggiunto da presso il nemico, tempestata da un turbine di frecce ed entrando
il mare per le falle aperte si inabissa nei gorghi. Le onde spumeggianti
impediscono ai naufraghi di gridare e li travolgono mentre lottano invano e
tendono le misere mani fuori dalle acque. Corbulo allora spinto dall'ira si
slancia con un salto audacissimo sulla torre di rovere che si inalzava sulle
triremi unite dai raffi. E corre di ponte in ponte agitando una fiaccola fatta
di più rami unti di pece e con l'aiuto del vento la getta contro lo
specchio della nave libica. Il fuoco divoratore si appicca da tutte le parti,
discende nei boccaporti mentre i rematori atterriti fuggono dai loro banchi, ma
coloro che sono nel più profondo della stiva ignorano ancora così
grave pericolo. Rapidamente discende e ben presto si sentono le fiamme
vincitrici crepitare nella stiva. Frattanto nella parte dove la fiaccola
dardania non aveva compiuto la sua opera Imilco lanciava violentemente pietre e
tratteneva il destino della nave. Ed ecco che mentre Cnido agita nell'aria una
fiaccola un sasso scagliato da Licheo lo travolge dal banco sozzo di sangue in
mare. La fiaccola appesta l'aria intorno e si spegne friggendo nell'acqua. Ed
ecco che dall'alta poppa dove sedeva, nume tutelare, il cornuto Ammone,
guardando il mare dall'alto il fiero Sabrata scaglia un giavellotto gridando:
"Aiuta, o padre e profeta dei Garamanti, e fa che le nostre frecce
colpiscano bene gli Italiani". L'asta sibila per l'aria e trapassa il
volto a Telone, abitatore dei mari. E non meno feroci combattevano prossimi
alla morte coloro che fuggendo le fiamme si erano raccolti a poppa. Ma ben
presto, indomito il fuoco corre da ogni parte e la nave è tutta una
vampa. Dove il fuoco è meno ardente Imilco tutto bruciacchiato si cala
con l'aiuto di una fune nel mare ed i remi dei compagni lo salvano. E la nave
perde il suo timoniere, il prode Batone degno di pietà. Egli lottava con
i mari tempestosi e l'esperienza gli aveva insegnato a scansare le burrasche,
così che dal giorno innanzi conosceva le vicende dei venti e le stelle
velate non potevano ingannare il suo vigile sguardo. Quando vede che non
c'è più speranza di salvezza esclama: "O Ammone, spettatore
tranquillo di tanta strage abbi anche il mio sangue". Così dicendo
si pianta la spada nel petto e raccolto il sangue nel cavo della mano lo sparge
abbondantemente fra le sacre corna del simulacro. Fra gli altri vi era Dafni
dal nome antichissimo che aveva mutato la capanna ed i boschi per le onde
infide. Ma quale nome più famoso del suo ebbe tra i boschi e tra i
pastori il suo primo antenato! Dafni amato dalle sicule muse cui lo stesso
Apollo donò la castalia zampogna, quando disteso sulle molli erbe
suonando comandava che tacessero i rivi e le greggi corressero liete dai prati
e dai campi intorno. E quando Dafni allietava i boschi con i dolci suoni delle
sette canne le sirene non osarono cantare le note canzoni e Scilla cessò
di latrare e la furente Cariddi stette muta e sugli scogli il Ciclope
ascoltò rasserenato all'ascoltar delle note. Il fuoco distrugge la
progenie di Dafni e il dolce nome. Ecco che il bellicoso Ornito nuota sopra un
banco fumante e nuotando prolunga l'agonia. Così Aiace colpito da
Minerva domò con le braccia ardenti i flutti che sorgevano. Passa una
nave ed il marmaride Scirone che sorgeva dalle onde è tagliato in due
dallo sperone poderoso ed il rostro ne trascina per i flutti il cadavere parte
a galla parte sott'acqua. Ambedue le flotte si scontrano violentemente ed il
battito dei remi sprizza in volto ai combattenti le spume sanguinose. Rapida
come il vento s'avanza la nave del condottiero latino sospinta dai sei ordini
di rematori. Lileo si aggrappa ad un tratto per arrembarla, ma la scure
spietata gli mozza con un sol colpo i polsi ed il legno avanza colle due mani
aggrappate alla murata. L'eolide Podeto comandava una nave sicialiana e non
ancora uscito di fanciullezza né maturo per la gloria delle armi era
venuto a battaglia quasi lo spingesse l'ira di un Dio o il cuore ardente di
lotte e di trionfi. Con il bianco braccio cinto di uno scudo variopinto turbava
baldanzoso il mare con l'alta "Chimera", ed andava innanzi ai navigli
rutuli e garamanti primo fra tutti per rematori e per arcieri. Aveva già
affondato la turrita Nesso ed ora chiedeva agli Dèi (quale triste
stimolo è per il fanciullo inesperto il desiderio di grandi imprese!)
l'elmo superbo e le spoglie di Marcello, ma di rimando una freccia mortale lo
colpì. Come era bello quando lanciava alto il disco splendente o mandava
le frecce oltre le nubi; e correndo segnava appena con il piede la polvere ed
oltrepassava con un salto impetuoso il lungo tratto segnato nell'agone!
Fanciullo, dovevi esser pago dei tuoi nobili giuochi, e perché desiderare
gloria maggiore? La lancia mortale lo sommerse nelle onde e privò delle
sue travolte ossa la tomba fraterna in Siracusa, e lo piansero i flutti, le
rocche del Ciclope, le ninfe dell'Anapo, del Ciane, e d'Aretusa. La
"Perseo" e l'"Io" cozzarono l'una contro l'altra, questa
comandata dal libico Crantone, quella da Tiberino. Si afferrarono con raffi e
con catene, si strinsero e si combattè non con lance e con frecce da
lontano, ma con la spada corpo a corpo come a terra. I Latini irruppero sulla nave nemica
là dove con il ferro si apriva il primo varco, ed allora il libico
comandò ai suoi di infrangere le pesanti catene per disciogliere la nave
e trarre con sè al largo il manipolo italico. Tra la ciurma vi era
Polifemo nato nelle spelonche etnee che si compiaceva del nome dell'antico
mostro. Allattato da una lupa, era di corpo gigantesco e spaventoso e gli si
leggeva negli occhi l'indole feroce e la ciclopica sete di sangue. Con la forza
delle sue braccia enormi aveva già spezzato i ramponi di ferro e,
liberata la nave, impugnato il remo stava per prendere il largo, se Laronio non
l'avesse improvvisamente inchiodato con la lancia sul banco proprio mentre
premeva gli scalmi. Sebbene moribondo cede a stento e le braccia compiono la
remata e portano a fior d'acqua la pala che ricade inerte. All'urto dei Latini
i Fenici si raccolgono da una parte sola, ma la nave, sbilanciata dal carico
improvviso, prese acqua e si travolse. Scudi e pennacchi, lance spuntate,
simulacri di Dèi galleggiano sulle onde e chi è privo di armi,
combatte con il resto di una trave e si arma nello stesso naufragio e chi
spoglia il legno dei remi e nel suo cieco furore spezza i banchi per gettarli
contro il nemico. Non si risparmia né il timone, né la prua, si
fracassa tutto, chè ogni rottame è un'arma e si raccolgono
sull'acqua i resti della nave. Intanto l'acqua entra nelle falle aperte e
respinta negli ultimi momenti si ricongiunge gorgogliando al mare. Chi non ha
altre armi si avvinghia stretto al nemico ed affonda con lui, e chi ritorna a
galla sempre più furente in luogo del ferro combatte e nel gorgo
sanguinoso travolge i cadaveri e quindi gemiti, grida, morti e fughe, il
fracasso dei remi, il cozzo orrendo dei rostri cigolanti e il mare tutto che
arde del fuoco della guerra. Imilco affranto per la sconfitta fugge su di una
piccola nave verso le spiaggie libiche. Greci e Sidonii si arrendono infine ai
vincitori e le navi catturate son condotte con le catene in lunga fila alla
riva e le altre distrutte dal fuoco in mezzo al mare. Le fiamme risplendono e
tremolando si specchiano nelle acque. Bruciano la "Ciane" ben nota al
mare siculo e l'alata "Sireno", l'"Europa" che fu rapita
una volta da Giove tramutato in bianco toro e stringendo uno dei corni del Dio
corse il mare, e la "Nereide" dalle chiome sparse che con le umide
redini guidava il curvo delfino per i campi ondosi. Ardono insieme il veliero
"Pitone", il cornuto "Ammone" e la nave che portava alta
sulla prora oltre i sei ordini di remi il simulacro della sidonia Didone. Sono
tratte prigioniere alle rive natìe l'"Anapo", il
"Pegaso" che levava al cielo le ampie ali della Gorgone, e la nave
che aveva a prora l'immagine della Libia e poi la "Tritone",
l'"Etna" dove arde sempre il rogo dello spirante Encelado, e la
cadmea "Sidone". Senza alcun indugio l'esercito latino si
lanciò contro le mura atterrite e le insegne sarebbero entrate
vittoriose nei templi, se un tremendo contagio, causato dall'invidia degli
Dèi e dai turbamenti del mare, una crudele morìa non avesse
troncato improvvisamente ai miseri ogni gioia. Titano aveva infiammato l'aria
con i suoi strali infuocati e l'ammorbava un puzzo pestifero come se uscisse da
Cocito o dalla melma stagnante della Ciane. Si guastarono i lieti doni del
ricco autunno bruciati dagli improvvisi calori, un pesante vapore avvolse
caliginoso il cielo, e la terra squallida divenuta tutta arida e brulla
negò ogni cibo ed ogni ristoro d'ombra ai corpi languenti. Primi
sentirono il contagio i cani, poi gli uccelli che caddero al suolo tra le nere
nuvole con le ali mancanti, stramazzarono nelle foreste le belve, ed il morbo
maledetto diffondendosi sempre più spopolò gli alloggiamenti di
guerrieri. Dapprima la lingua arde asciutta e un sudore freddo si diffonde
dalle viscere per tutto il corpo, le fauci aride e gonfie si rifiutano di
inghiottire qualsiasi alimento. Un'aspra tosse squassa i polmoni e dalle labbra
arse esce l'alito infuocato, gli occhi stanchi non sopportano la luce e
rivolgono lo sguardo alle adunche narici. Dalla bocca esce sangue e marciume e
la pelle tesa ricopre le scarne ossa. Oh dolore! Il guerriero inclito in armi
è rapito da così vile morte. E sono distrutti dalle fiamme i
gradi onorati conquistati in tante battaglie. La medicina nulla giova al male
ed i morti ammucchiati sui morti ardono e si leva un alto vallo di ceneri. I
cadaveri insepolti giacciono da ogni parte poiché tutti temono di
toccarli. E diffondendosi il male cresce sempre più e si propaga
ugualmente grave entro le mura della città e semina stragi anche nel
campo fenicio. E' comune lo sterminio ed uguale contro di tutti l'ira degli
dèi e dovunque non appare altro che l'immagine della morte. Ma la
crudele forza del male non doma i Latini il cui condottiero è salvo e
sembra che la vita di lui compensi la morte di tanti. Marcello non appena
l'ardente Sirio diminuì l’arsura e cessò alquanto il
contagio della peste mortale, richiamò alle armi e passò in
rassegna i prodi superstiti, come i pescatori quando, cessate le raffiche di
Noto, il mare si calma, spingono le barche sulle placide onde. Si raccolgono
prontamente intorno alle insegne e lo squillo delle trombe ridesta in loro la
gioia della vita e muovono lietamente contro il nemico stimando bello, se lo
vuole il destino, di morire combattendo. Compiangono i miseri compagni che
morirono senza gloria come bestie sopra strame infetto e guardano i tumuli ed i
roghi senza onore e pensano che è molto meglio giacere senza tomba che
consumarsi lentamente per il male. Il condottiero alti i vessilli avanza per
primo, verso le mura ed i guerrieri celano con la visiera il volto scarno
perché il nemico non veda il pallore mortale e ciò gli dia
speranza. E già aprono la braccia ed irrompono con le file serrate nelle
mura ed al primo assalto conquistano le rocche e le case per tanto tempo inaccessibili.
In tutto il mondo non splendeva il sole su alcuna città che potesse
uguagliare allora Siracusa. Ricca di templi e di porti entro le mura, aveva
vaste piazze, alti teatri sorretti da colonne, e dighe che lottavano col mare.
I suoi palazzi superbi sorgevano in lunga fila e ciascuno occupava tanto spazio
per quanto può esser grande un podere. E che dire degli immensi giardini
cinti da alti porticati e sacri ai giuochi ginnici? Che dei rostri presi in
guerra e splendenti sull'alto dei templi? E delle armi sacre agli Dèi
prese dai campi di Maratona e dalle spiagge della vinta Africa che erano appese
alle porte? Splendida di trofei appariva la reggia di Agatocle dove erano
raccolti i tesori del mite Gerone, mirabile per le opere d'arte agli antichi.
Mai la pittura raggiunse maggiore perfezione e vi erano bronzi da far invidia a
quelli di Efira, e broccati tessuti di biondo oro raffiguranti immagini che
potevano gareggiare con quelli famosi di Babilonia e con le porpore smaglianti
di Tiro, con i tappeti di Attalo in cui l'ago descrive minutamente, e con gli
arazzi di Menfi. E tazze d'argento fulgenti tempestate di gemme e statue di
Dèi cui l'arte aveva dato l'aspetto del Nume, e perle del Mar Rosso e
sete tessute da mani di donne. Tale città e tali ricchezze capitarono in
mano di Marcello. Egli guardò dall'alto del bastione i cittadini paurosi
che fuggivano al clamore delle trombe e ripensando che ad un suo cenno prima
del giorno i palagi regali avrebbero potuto esser ridotti in cenere, si dolse
dei diritti concessi al vincitore e inorridendo li riprovò. Frena
prontamente le ire dei soldati e comanda che le case siano risparmiate e che
gli antichi Dei rimangano nei loro templi e siano onorati. Così
risparmiare i vinti fu per Marcello la preda migliore e la vittoria lieta di
sé agitò plaudendo le ali pure di sangue. Ed anche tu avesti il
compianto del condottiero, o difensore immortale della tua patria, cui tanta
rovina colse impavido mentre meditavi le figure tracciate sulla sabbia 41. Ma
il popolo si rallegrò e vinti e vincitori si rallegrarono insieme ed
acclamarono emulo degli Dèi quegli che, conservandola, fonda di nuovo la
città. Ella sopravvive nei secoli, trofeo illustre che ricorda al mondo
il cuore magnanimo degli antichi condottieri. Fortunati i popoli se oggi nella
pace le contrade italiche fossero immuni, come una volta in guerra, dai
saccheggi. Che se quegli per cui il mondo ha pace non frenasse l’indomita
rabbia del depredare, terre e mari sarebbero spogliati
dall’avidità.
XV - Ma nuovi affanni tormentavano il
Senato di Roma che non sapeva a chi affidare l'esercito trepidante dopo le
sconfitte della Spagna. Ambedue gli Scipioni erano caduti da degni discendenti
di Marte e si temeva che il popolo spagnolo atterrito per le vittorie si
arrendesse ai Fenici. Quindi i Senatori studiano affannosamente quel che
è necessario per la salvezza dello Stato e pregano mesti gli Dèi
che indichino il nuovo gagliardo comandaute delle coorti affrante. Il giovine
Scipione ardeva di vendicare la morte del padre e dello zio, ma i suoi parenti
spaventati per le sventure passate cercavano di distorglieto dall'impresa, ed
andavano gridando: « Gli Ispani sono un popolo funesto.... Egli è
troppo giovine e dovrà combattere tra le tombe dei suoi contro un nemico
che rese già vano il valore di due gran capitani ed anela sempre a
gloria maggiore; e non si addice a lui così giovane il supremo comando
dell'esercito». Il giovine stava all'ombra d'un lauro nell'atrio della
sua casa e rivolgeva tra sè i suoi pensieri, quando improvvisamente ecco
discendere dal cielo due donne dall'apparenza sovrumana: a destra la
Virtù ed a sinistra la Voluttà sua nemica. Questa le chiome
odorose e le vesti splendenti di porpora listate da biondo oro e gli occhi
splendenti di lascive fiamme. L'altra del tutto differente, con la fronte
ombreggiata dalle chiome incolte, lo sguardo sicuro ed il passo maschile,
serena nel suo pudore avanza ravvolta in una veste candida e lucente. Per prima
la Voluttà fidando nelle sue lusinghe dice: «Che furore è
il tuo, giovine esaltato, di consumare in guerra il fiore degli anni?
Dimentichi forse Canne e il Trasimeno e il Po ben più funesti dello
Stige per l'Italia? Vorrai combattere in armi il destino? E ti prepari ad
assalire anche gli eccelsi regni di Atlante e le rocche sidonie? Segui il mio
consiglio, non metterti in pericolo e non porre la vita in balia delle armi
tempestose. La Fiera Virtù, se tu la seguirai, ti trarrà tra
spade cozzanti e fiamme essa che, prodiga del tuo sangue, ti tolse e padre e
zio, essa che sospinse allo Stige Paolo ed i Deci ingannandoli con la speranza
di un epitaffio e di onori resi alle loro ombre quando non avrebbero inteso
più nulla. Vieni con me, o fanciullo, e trascorrerai gli anni della tua
vita lietamente. I tuoi sonni non saranno trepidanti per lo squillare delle
trombe, non sentirai il gelo dell'Orsa o il caldo furente del Cancro e le tue
mense non saranno mai poste su prati insanguinati. Non sarai arso dalla sete e
non affaticato dalla polvere raccoltasi tra il sudore sotto l'elmo e saranno
lontani da te insieme con i pericoli gli affanni. Ma i tuoi giorni lieti e
serene le ore e la vita gioconda ti farà sperare lunga vecchiaia. Pensa
quale fonte di piaceri diedero gli Dèi agli uomini e quanto furono
larghi di godimenti. E come essi stessi siano esempio di una vita dolce e
tranquilla e godano placidamente dei beati ozi. Io sono colei che ha unito in
amore Venere e Anchise in riva al Simoenta per cui ebbe origine la vostra
stirpe; sono io che ho tramutato il Padre degli Dèi ora in aquila ed ora
in toro. Bada, o giovine, che il tempo passa e non si nasce due volte e l'ora
fuggente si perde nel gran mare del nulla. A nessuno è concesso portar
seco nel Tartaro il gradito piacere: e chi non si dolse, ma troppo tardi, in
punto di morte, delle mie felici ore non godute?». Quand'ella tacque
parlò la Virtù: «Con quali frodi cerchi di adescare questo
giovine fiorente tra le ombre della vita, cui gli Dèi concessero il dono
di un illustre origine, e di un'anima immortale? Di quanto gli Dèi son
superiori all'uomo, di tanto l'uomo agli altri animali, e la natura lo
creò come un piccolo Dio della terra, mentre sicura legge dannò
le anime degeneri alle tenebre dell'Averno, ed a quelle che custodiscono
l'impronta della nascita apre le porte del cielo. Debbo forse ricordare Ercole
che tutto domò? O quegli che vinti i Seri e gli Indi tornando dall'Asia
domata fu trascinato sul carro trionfale per le città dalle tigri del
Caucaso? E i gemelli di Leda, sospiro dei naviganti nel mare in tempesta, o il
vostro Quirino? E non vedi come gli Dèi diedero all'uomo la fronte alta
e rivolta al cielo? Mentre le pecore stan curve a terra e tutti gli animali
fanno osceno strame di sè stessi? Gli uomini nascono per la gloria e
felice quegli che comprende l'alto fine e lo raggiunge. Pensa non ad esempi
lontani ma alla tua Roma. A poco a poco da asilo di profughi timorosi di Fidena
quanto salì in alto con le sue imprese! E pensa al contrario alle
città fiorenti travolte dalla lussuria e dal fasto. E non ira del Dio,
non arco e spada insieme nuocciono tanto quanto la sola voluttà entrando
nelle anime. A lei si uniscono il lusso e l'ebbrezza, intorno, intorno a lei va
agitando le sue nere ali l'infamia mentre mie compagne sono l'onore, il plauso
dei forti, la gloria delle illustri imprese e la vittoria dalle bianche ali. Il
mio trionfo mi leva cinta d'alloro alle stelle e casta è la mia casa
è posta in cima ad un altissimo colle dove si giunge per un ripido
sentiero sassoso. La salita, lo confesso, poiché non so mentire,
è difficile in principio e per superarla devi armarti, o giovine, di
pertinacia, di disprezzo dei falsi beni che il destino pazzo toglie e concede a
suo talento. Ma giunto lassù ti vedrai sotto i piedi la razza umana che
formicola. E colà attenditi tutto quello che è contrario a quanto
ti promette la Voluttà con le sue lusinghe. Disteso su dura paglia
passerai vegliando le notti all'aperto sempre in lotta con la fame e con il
freddo e sempre seguace fedele della giustizia ti comporterai in ogni impresa
come se avessi testimoni gli Dèì. Dove la patria ed il pericolo
dei tuoi cittadini lo richiedano sarai primo in armi primo all'assalto delle
mura nemiche sempre invincibile al ferro e all'oro. Io non ti dono vesti
macchiate di porpora, non profumi olezzanti, vergognosi per un uomo ma la
vittoria su quel feroce, per cui l'Italia arde di guerra sarà il mio
dono. Tu deporrai glorioso in grembo a Giove l'alloro dei Fenici
sterminati". Alle parole che la Virtù emise dal sacro petto il
giovine fu vinto e sorrise infiammato per gli illustri esempi. Ma la
Voluttà non contenne la sua ira: "Non rimango più oltre non
voi. Verrà il mio tempo, verrà il giorno in cui di Roma prona
alle mie leggi, io sarò sola signora". Così dicendo scuote
il capo e si nasconde tra le nubi. Forte degli ammonimenti il giovane pensa
grandi cose e si accende sempre più di amore per la Virtù. Sale
sui rostri e domanda quello da cui ognuno rifugge: il comando della terribile
guerra. Tutti lo guardano e chi vede nel suo sguardo il lampeggiare degli occhi
del padre, chi la fierezza dello zio. Ma sebbene ogni cuore esulti, il pericolo
sgomenta e diffonde tacito timore. La difficoltà della guerra li
impaurisce e sebbene favorevoli tutti pensano ansiosi alla sua giovane
età. Mentre il popolo dubbioso bisbiglia confusamente ecco che appare
attraverso il cielo un serpente chiazzato d'oro corrusco. Il suo cammino
è una striscia di fuoco e si dirige tuonando verso le spiaggie di
Atlante. Giove due e tre volte corrusco aggiunge all'augurio il suo fulmine e
tutto il mondo risuona per l'improvviso fragore. Si grida quindi alle armi e
ciascuno inginocchiato adora il lieto augurio e grida a Scipione che segua la
via additatagli dal cielo ed il segno del padre. Ecco subito i compagni ed ecco
che gli esperti delle cose di guerra si affollano gareggiando intorno al
condottiero desiderosi di partecipare ai pericoli e stimando glorioso seguire
il giovine capitano. Salpa una nuova flotta e l'Italia in armi veleggia verso
la Spagna, come il terribile Euro quando si leva contro i mari e copre con le
alte onde l'istmo ed infrange i marosi spumeggianti contro le rupi sonore e
méscola le onde dell'Egeo con quelle dello Ionio. Alto nelle armi
splende Scipione e dalla poppa della sua nave esclama "O Dio armato dal
tridente i cui regni ora solchiamo, se i miei voti sono giusti, affretta
benignamente il nostro cammino e fa che non siano vane le nostre fatiche
poiché porto per mare la guerra". E quindi spira favorevole un
lieve venticello che spinge in alto mare le vele spiegate. Ormai le agili poppe,
oltrepassato il litorale d'Italia sul Tirreno, costeggiando la Liguria,
scorgono da lontano la gran mole delle Alpi che minaccia il cielo. Scorgono le
mura della greca Marsiglia, circondata da popoli selvaggi, tremendi nelle armi
e dai barbari riti. La gente focaica conserva sempre la fede avita, le leggi e
le usanze della sua antica patria. Quindi il capitano latino fa vela per i
golfi sinuosi e si offrono ai suoi sguardi i monti superbi e boscosi dei
Pirenei che nascondono le cime tra le nubi. Poi Emporia di origine greca e
Tarrago famosa per i doni di Bacco. In questo porto si ancorano le navi e si
dimenticano i pericoli e le fatiche del mare. Le genti erano addormentate
durante la notte come in un sonno di morte quando Scipione vide in sogno il padre
e commosso dalla sua vista gli sembrò di udire queste parole:
«Figlio, tu che salvasli una volta tuo padre, devi ora, per sua gloria
nel regno dei morti, devastare la terra creatrice di guerra e domare con la
strage i superbi condottieri libici che hanno ora diviso le loro schiere in tre
campi diversi. Se si volesse assalirli insieme conducendo le genti alla
battaglia chi potrebbe tener fronte a loro tre e all'impeto di tre battaglie
nello stesso tempo? Evita così grande rischio ed attendi alacremente a migliore
impresa. Non è lontana la città che fu anticamente fondata da
Teucro: Cartagine, abitata dai Tirii. Ha lo stesso nome di quella libica e,
come quella, è signora delle terre d'Iberia. Vantata su tutte le altre
città per le sue immense ricchezze, per i suoi porti, per l'alta
posizione e per i doni delle fertili campagne e l'arte con cui allestisce
prontamente armi alla guerra. Mentre i condottieri sono lontani, tu figlio,
assali questa città, non avrai per nessuna battaglia gloria maggiore e
maggiore preda». Il padre gli diede questi avvisi e nello stesso tempo,
scomparsa la visione, egli si destò. Si alzò ed invocò
supplichevole gli Dèi dei boschi infernali e le care ombre dei suoi:
«Siatemi guida nella guerra e conducetemi alla città indicata ed
io sarò il vostro vendicatore, e splendente per la porpora sarrana,
vinti gli Iberi, vi offrirò vittime gradite ed onorerò le vostre
tombe con giuochi funebri ». Così disse e subito si avanzò
a tutta corsa per i campi insieme ai soldati. Così dal traguardo di Pisa
si slancia il cavallo che, lasciandosi dietro i cocchi che gareggiano con lui,
corre mirabilmente innanzi ai compagni della sua quadriga, e non v'è
occhio che può seguire il corso di quella fuga. Già la luce di
Iperione sorgeva per la settima volta quando egli scoprì le lontane
torri ed i soldati accorrendo videro sempre più da vicino levarsi la
sommità delle rocche. Nell'ora stabilita dal capitano giunge per mare
Lelio e chiude alle spalle con le navi la città. Cartagine privilegiata
per la natura del luogo innalza altissime le sue mura circondata tutto intorno
dal mare, e dalla parte dove sorge il sole un'isoletta chiude lo stretto
ingresso del golfo, e dalla parte dove tramonta dietro i monti le acque
stagnano in ampie lagune ora più basse ora più alte a seconda del
flusso e riflusso. Ma da dove guarda la gelida Orsa la città scende fino
al mare che con le sue profonde acque le fa eterna difesa. I soldati latini
avanzano impetuosi su per le balze come se portassero vincitori le insegne in
pianura. Ari comandava la città e nel pericolo fidando nell'altezza e
sicurezza del monte raccolse i soldati sulla sommità della rocca. Il
luogo era qui baluardo a sè stesso ed i difensori potevano agevolmente
combattere la gioventù italica che ondeggiando per le erte balze periva
orrendamente mutilata precipitando in basso. Ma quando al rifluire della marea
le acque si ritrassero e fu possibile passare a guado là dove poc'anzi
remavano alte navi il condottiero latino condusse improvvisamente e
silenziosamente i soldati nella laguna e corse per la via delle acque verso le
mura. Di corsa girano tutti dalla parte dove Ari fidando nel mare aveva
lasciato incustodita la città. Allora il Fenicio si arrese
vergognosamente inerte ai Latini. Il sole nascente aveva veduto porre l'assedio
di Cartagine e la vide presa prima di tramontare. La nuova aurora diradava
appena le ombre notturne allorchè s'immolarono grandi vittime sugli
altari di Nettuno e di Giove. Si uguagliarono quindi i meriti alle ricompense
ed i forti ebbero la mercede conquistata col sangue. Chi si fregia il petto di
splendenti decorazioni, chi si cinge il collo guerresco di monili d'oro e chi
splende per l'onore eccelso della corona murale. Ma fra tutti ha il più
grande onore Lelio, grande per avi e per cuore che ottiene trenta bovi, il
titolo glorioso di vincitore del mare e le armi indossate poco prima dal
condottiero libico. A seconda del merito i prodi hanno lance, vessilli, o altre
cose del bottino. E dopo che furono resi i dovuti onori agli Dèi e agli
eroi, Scipione passò in rassegna le spoglie depredate e le divise.
Ordinò che una parte dell'oro fosse mandato al Senato, un'altra lasciata
per la guerra, conservò altri tesori per doni regali ed innanzi tutto
per adornare i templi degli Dèi, il rimanente lo assegnò ai
più valorosi. Quindi chiamò a sé il signore degli Iberi
che ardeva d'amore per la sua fidanzata Costei era raro fiore di bellezza ed il
vincitore la rese intatta al lieto amante. Quindi i Romani liberi da affanni
preparano lungo la spiaggia le mense e riaccendono con giuochi festanti la
gioia del convito. Allora Lelio esclamò: «Salve, o condottiero,
illustre e casta anima. La gloria dei sommi eroi, eternata nei canti degli
antichi poeti, cede dinanzi alla tua. Il re di Micene che corse il mare con le
mille navi e quegli che unì le armi argive alle tessale, ambedue per
amore di una donna violarono il patto consacrato. Non vi fu allora nel campo
greco una sola tenda che non fosse abitata la donne prigioniere. Solo a te,
più che ad altri la Febade di Troia, è sacra una vergine
straniera ». Uguali cose dicevano fra loro i soldati sereni finché
la notte con il suo manto di tenebre salì alta conciliando il sonno. Ma
frattanto l'Etolia era sgomentata per l'improvviso apparire di minacciose navi
dei Macedoni. Ai suoi nemici si erano uniti i vicini Acarnani ed il re Filippo
che si unì ai Libii contro Roma fu l'improvvisa causa delle nuove
sommosse. Filippo era d'illustre stirpe, orgoglioso per il regno avìto
degli Eacidi e per Achille che egli vantava suo proavo. Assalì di notte
Orico (nota2) e la vinse e portò violenta guerra per le contrade
dell'Illiria dove i Taulanti vivono oscuramente senza mura. Quindi infestando
il mare con le sue armi assalì ora le spiaggie dei Feaci (nota3), ora i campi
Tesprozii (nota4) e provò inutilmente la sua tracotanza in Epiro.
Avanzò quindi rapidamente le insegne per le coste dell'Anatolia e
portò guerra nei territori dell'Ambracia e della Pellea. Corse per i
guadi nuvolosi di Leucade e vide il tempio di Apollo ad Azio e Itaca, i regni
di Laerte e Samo dalle scogliere risonanti e le coste sassose di Nerito.
Desiderando visitare le sedi di Pelope e le mura dell'Acaia si volgeva verso i
regni Eneidi malvisti da Diana ed a Calidone offrì ai Greci le sue armi
contro Roma. Andò a Patra e ad Efira, alla regale Pleuro e sul Parnaso
dalla doppia cima, caro ad Apollo. Tornò più volte in patria
perché i suoi paesi erano infestati dal sarmatico Oreste o perché
il nemico gli occupava i campi della selvaggia Dolopi; ma ciò non
ostante deciso a continuare la sua folle impresa tenne viva una parvenza di
guerra sulle spiaggie della Grecia finché, vinto in terra ed in mare,
perduta ogni speranza di aiuto da parte dei Tirii, chiese supplichevole pace ai
Latini, e si rifugiò per non sottostare allo straniero nel suo regno.
Aumentò allora la fama e il potere dei Latini la presa di Taranto
città tindarica. La traditrice cadde alfine in mano del vecchio Fabio e
fu l'ultima prova delle armi del sommo temporeggiatore, e fu gloria del suo
sagace ingegno l'occuparla senza colpo ferire. Quando seppe che il capo dei
Fenici era innamorato di una donna il pacato eroe si compiacque di un'astuzia.
Il fratello della donna amata stava fra i romani ed incitato da Fabio ottenne
con grandi promesse dalla sorella che il Libio lasciasse aperta una porta.
Ottenuto ciò Fabio di notte fece entrare l'esercito nelle mura
incustodite. Ma chi avrebbe temuto che Febo avrebbe allora mosso gli avversi
cavalli dalla città romulea, e chi, che Marcello sarebbe morto in armi?
Così grande eroe dall'ardente anima mai timorosa dei pericoli, si
spense. Quanta gioia ebbe Annibale per la sua fine! Egli solo, se il destino
gli avesse concesso vita più lunga, avrebbe potuto togliere a Scipione
il nome e la gloria di condurre a termine la guerra. Nei campi daunii dove si
combatteva la guerra l'esercito italiano e quello libico erano separati da un
colle. Compagno di Marcello, pari negli onori e nei rischi e nel comando
dell'esercito, era Crispino, ed a lui così disse Marcello: «Desidero
perlustrare le vicine foreste ed appostarmi là in alto sul monte prima
che i Fenici osino occupare di nascosto i valichi. Se vuoi, o Crispino,
accompagnami, compiremo meglio l'impresa se saremo in due». E così
d'accordo sembra loro già tardi di slanciarsi sui cavalli che sbuffano.
Marcello vedendo il figlio che esultante al rumore della guerra cingeva le
armi, gli dice: «Tu hai nelle vene sangue di soldato ben più
bollente del mio. Siano liete le tue prime imprese. Sii sempre come io ti vidi
nella città sicula, quando, sebbene non fosse l'età di
combattere, con negli occhi il mio stesso sguardo brandisti focoso le armi.
Vieni gloria mia, ed impara da tuo padre come si combatte». Quindi
abbracciando il giovinetto prega brevemente: «O sommo tra gli Dèi,
fa che su queste spalle io porti a te le spoglie opime del condottiero
libico». Ma Giove ad un tratto versò nell'aria serena alcune
sanguigne gocce che bagnarono infauste le armi latine. Si erano appena
slanciati nelle gole del monte mortale quando dalle boscaglie sbucò velocemente
una torma di Nomadi e con una furia di tempesta scagliò nugoli di
frecce. Marcello non appena si vede circondato in modo tale da non poter
sperare più nulla nel suo braccio e negli Déi, non desidera altro
che scendere gloriosamente alle ombre. Scaglia con forza la lancia e levandosi
sugli arcioni infuria colla spada e sarebbe forse uscito salvo dalla bufera se
un giavellotto non avesse colpito sotto i suoi occhi il figlio. Tremò
allora il braccio del padre che fiaccato dall'improvviso dolore non ebbe
più la forza di combattere. Una lancia trapassò il suo petto ed
egli cadde bocconi battendo il suolo con il volto insanguinato. Non appena il
condottiero Tirio vide Marcello cadere con il petto trapassato dallo strale,
gridò: «Cessa ormai, o Cartagine, di temere le leggi latine. E' a
terra il terribile eroe, l'alta colonna della repubblica. Ma il forte tanto
simile a me abbia sepolcro onorato. E' ignota ai grandi la bassa
invidia». Subito vengono spogliati i boschi di alti alberi e l'altare
sepolcrale si leva alto nel cielo così che sembra il rogo del
condottiero sidonio. Vi si gettano sopra vittime ed incensi, i fasci e, ultimo
dono, lo scudo dell'eroe. Annibale stesso vi da fuoco esclamando: «E'
imperitura la gloria di aver tolto al Lazio Marcello. Forse ora le itale genti
deporranno alfine le armi. O miei guerrieri, siate superbi di onorare la grande
anima e con suprema pietà donate ai nemici le ceneri del forte. Queste,
o Roma, le avrai sempre da me». Anche Crispino ebbe ugual sorte e moribondo
fu trasportato dal suo cavallo all'accampamento. Questo avveniva in Italia, ma
nelle campagne dell'Iberia si combatteva guerra più fortunata. La
vittoria improvvisa con cui fu presa la nuova Cartagine atterrì i popoli
intorno. I comandanti depongono ogni speranza di resistere unendosi non appena
vedono le prime meravigliose imprese del giovane, che fece sua, in meno di un
giorno, armato dei fulmini paterni, una città fortificata in cima ad un
monte che appena si vede dal basso e la coprì di morti, mentre il grande
Annibale assediò Sagunto, di molto inferiore a Cartagine per
fortificazioni e guerrieri, per un anno intero. Poco lontano da Scipione,
difeso intorno da boschi e da trincee stava il campo di Asdrubale che voleva
emulare le gesta del fratello. Con lui era la maggior parte dell'esercito
libico: i ribelli Afri, i Cantabri, e gli Asturi più veloci dei Mauri. E
tutta la Spagna onorava la maestà del condottiero come era spavento per
le spiaggie di Laurento il nome di Annibale. Ricorreva appunto la
solennità della fondazione della grande Cartagine, quando essa divenne
da povere e poche capanne città. Asdrubale lieto di festeggiare
l'origine della sua patria coronò le insegne di fiori ed onorò
gli Dèi con sacrifizi. Aveva sulle spalle uno splendido mantello che gli
era stato donato da Annibale, cui l'aveva mandato insieme con altri doni in
segno di amicizia un principe siculo. Ornamento insigne dei re dell'Etolia,
ricamato in oro, vi era nel mezzo un'aquila che rapiva a volo nell'aria un
giovinetto e vicino, trapunto in porpora, l'immane antro dimora dei Ciclopi.
Quivi Polifemo, sozzo di sangue, sdraiato divorava con le sue fauci
apportatrici di morte membra umane e gli giacevano intorno rosse ossa spolpate.
Con la mano tesa chiede ad Ulisse colme tazze e mescola nella sua bocca vino e
bava sanguigna. Sfolgorante per il siculo mantello, pregava sugli altari erbosi
quando tra la folla apparve un messaggero sul cavallo lanciato a tutta corsa,
che avvertì dell'appressarsi del nemico. Le schiere trepidano sgomente,
interrompono subito i sacrifizi e lasciando deserti gli altari si rinchiudono
nelle trincee. Al primo albore del nuovo giorno escono a battaglia. Sabbura
è colpito da una lancia scagliata da Scipione, ed al colpo ambedue gli
eserciti sono scossi come da un presagio e Scipione esclama: "Ombre
dilette, ecco che giace la prima vittima a voi consacrata. Orsù, correte
da prodi alla battaglia ed alla strage come quando ambedue i vostri grandi
capitani erano in vita". Egli così parla ed i soldati si slanciano.
Micono è ucciso da Lena, Cirta da Latino, Tisdro da Maro, Nealce, il
fratello incestuoso, da Catilina, e Cartalo, re dei deserti libici, da Nasidio.
Le genti di Pirene videro atterrite anche te, o Lelio, gloria dell'italico
nome, quando in mezzo alla schiera sidonia infuriavi meraviglioso. La natura
diede a Lelio ogni suo dono, ed a lui sorrisero tutti gli Dèi. Quando
apriva bocca nel Foro per parlare spandeva intorno così dolce fiume da
uguagliare il miele del vecchio di Pilo. Se i Senatori incerti gli chiedevano un
consiglio, egli rapiva il cuore di tutti come con un canto magico. Ed egli
stesso quando lo squillo della tromba risuonava negli orecchi, correva
così ardito alla battaglia come se fosse solamente un uomo d'armi. La
gloria era per lui il fine di ogni impresa. Toglie a Gala la vita rubata
poiché la madre lo sottrasse agli altari di Cartagine sostituendolo con
un altro: ma è breve la gioia di chi inganna gli Dei. Quindi trafigge
Murro, Alabi e Drace che implorava pietà gridando come una donna e
mentre piange e grida Lelio gli recide il capo e ciò non ostante la gola
mandò ancora un debole suono. Ma il Libio non combatte con uguale
ardore. Fugge per forre boscose verso inaccessibili rupi, né la
sconfitta e la strage dei suoi lo arrestano. Rivolge il suo pensiero alle Alpi
ed all'Italia e questo lo conforta nella fuga. Comanda di nascosto ai suoi
soldati che cessino dalla battaglia e fuggano come possono alla spicciolata per
boschi e rupi e si raccolgano poi sulla cima di Pirene. Egli si spoglia per
primo delle armi superbe e con indosso soltanto una corazza spagnola si
inerpica per i gioghi e lascia le coorti sgominate ed in fuga Scipione allora
occupa con le insegne vincitrici il campo abbandonato. Mai città invasa
diede più ricca preda e questa, come il Libio aveva preveduto, frena il
furore della strage. Così il castoro quando sta per essere raggiunto nel
fiume si strappa dall'inguinaia le parti che gli sono causa di tanto pericolo,
e mentre il cacciatore le raccoglie avidamente si allontana nuotando. Non appena
i Libii fuggirono al sicuro nei boschi tra le giogaie, il condottiero latino si
rivolse verso più grande e più certa vittoria. Appese ad una rupe
dei Pirenei lo scudo con su la scritta: «Scipione vincitore consacra a
Marte le spoglie di Asdrubale». Il Fenicio frattanto non temendo
più nulla, arma di là dai monti le genti della Bebricia. Spende
largamente per assoldare e profonde per la nuova guerra le rapine dell'altra.
Eccitavano gli animi l'oro e l'argento sparsi abbondantemente per quelle ricche
campagne. Quindi coloro che sono sulle rive del Rodano e nella pianura ove
tacito e lento scorre l'Arari, anime venali, ripopolarono il campo. Trascorso
il rigore dell'inverno Asdrubale passa in fretta per il paese dei Celti e vede
con stupore le cime superate delle Alpi e mentre va cercando le vestigia delle
impronte di Ercole trova quelle divine impresse dal fratello. E come giunse al
vertice e ristette nel campo di Annibale esclamò: «O Roma, quali
mura mai tu innalzi? Sono forse tanto alte che resistono ancor più di
queste già superate da mio fratello? Tanta gloria risplenda sempre
benigna ed un Dio nemico non c'invidi il tendere alle stesse». Disse e
discese rapidamente con l'esercito per la via segnata nelle rocce. Il primo
infuriare della guerra non atterrì così fortemente le genti che
gridano: «Ora son due gli Annibali e gli eserciti nutriti di italo sangue
si uniscono ed i condottieri trionfanti raddoppiano le stragi. Piomberanno alle
mura di Roma e gli stessi dardi che poc'anzi lanciarono tirie braccia saranno
di nuovo lanciati». L'Italia crucciata per i nuovi casi così si
lamenta: «O Dei, sarò dunque così vilipesa dalla rabbia dei
Libii, io, che diedi asilo e regno nelle mie terre a Saturno che fuggiva il
governo del figlio? Ecco è già la decima estate da che sono
calpestata. Un superbo cui non rimane altro che far guerra al cielo volse
contro di me dall'estremo lembo del mondo le armi ed inondò le mie terre
dalle Alpi profanate con un'orda furiosa e selvaggia. Quante volte fui bagnata
dal sangue dei miei figli e quanti ne coprii col mio seno! Nei miei campi ora
non v'è più albero lieto di frutta e le messi tagliate dalle
spade cadono immature, i villaggi ricadono nel mio grembo ed il mio regno
è squallido per la miseria e la rovina. Sopporterò dunque anche
costui che irrompe nei miei campi e minaccia di ardere i miserabili avanzi
dell'eccidio? L'errante africano ari le mie zolle ed il Numida semini i solchi
italici se io non inabisserò tutte in una sola tomba le torme che
scorazzano giubilando per le mie campagne». La madre Italia così
fremeva e mentre la notte addormentava gli uomini e gli Dei essa corse agli
accampamenti dell'amicleo nipote. Egli dalle boscaglie sorvegliava Annibale
accampato nel territorio lucano e la Dea Italia così gli parla:
«Gloria dei Claudi, ultima speranza di Roma ora che Marcello è
scomparso, destati e levati. Devi osare una grande impresa, un fatto eccelso,
se desideri reggere i destini della patria, per cui il vincitore che lo
compirà ne tremerà anche quando i Libii saranno cacciati dalle
porte. Le terre cui da secoli ha dato nome la Sena sfolgorano per le armi dei
Libii, se tu con le schiere dei cavalieri non corri immediatamente a battaglia
porterai, ma troppo tardi, soccorso a Roma distrutta. Condannai i vasti campi
del Metauro ad essere sepolcro delle ossa dei Sidonii». Così disse
e sembra che nel partire porti con sé Nerone trepidante e spinga fuori
le schiere dalle porte infrante. Claudio si sveglia tutto infiammato con
l'animo sossopra, tende le mani al cielo ed invoca umilmente la Terra, la Notte
e tutti gli astri e supplica la luna che gli sia di scorta nel cammino con il
suo tacito lume. Quindi sceglie i guerrieri degni di tanta impresa, e corre
più rapido di uccello che voli o di torrente invernale per le contrade
di Larino, per i campi dei Marrucini bellicosi e quelli dei Frentani che
serbano intemerata fede. E da dove i Pretuzi arano lieti le zolle vitifere
avanza così che sembra un fulmine a vederlo o una freccia scagliata dai
Parti. Ogni soldato incita sè stesso: "Avanti, avanti. Gli
Dèi dubbiosi hanno posto in te la salvezza d'Italia e da te dipende il
trionfo o la rovina di Roma». Così gridano e si slanciano innanzi.
Avanti a tutti si avanza Nerone e li incita coll'esempio così che per seguirlo
accelerano la corsa e giorno e notte volano infaticabilmente alla battaglia. Ma
Roma non appena sa che un nuovo pericolo l'incalza così fieramente,
piena di spavento, rimane trepidante, e si cruccia che Claudio abbia troppo
sperato. Ancora una sconfitta e l'ultimo filo della sua vita è troncato
poiché non armi, non oro, non soldati e non più sangue le rimane
da versare. Egli che non bastò a tener fronte in campo al solo Annibale
combatterà contro Asdrubale? Annibale non appena vedrà che Nerone
si è allontanato colle sue schiere sarà di nuovo alle porte
poiché è giunto a corsa il fratello e gli contende superbamente
la somma gloria di distruggere Roma. I Senatori, costernati nell'intimo del
cuore fremono, ma preoccupati dell'onore di Roma studiano ansiosamente in
segreto il modo di togliersi alla temuta servitù ed alla contraria ira
del cielo. E mentre Roma è in pianto Claudio fra le ombre dell'oscura
notte entra nel campo fortificato in cui si trovava, presso ad Asdrubale,
Livio. Livio, uomo espertissimo in armi ed animoso, ebbe nome illustre in
guerra sin dai suoi primi anni. Quindi accusato falsamente dalla instabile
plebe visse solo con il suo dolore nel silenzio dei campi. Ma quando il terrore
crebbe con il pericolo e tanti e tanti condottieri morirono nell'implacabile
guerra, fu chiesto il braccio del forte ed egli donò alla patria le sue
ire. Ma sebbene si muovessero nell'oscurità Asdrubale si avvide delle
nuove forze. Lo turbarono gli scudi polverosi, i cavalli ed i guerrieri che
sfiniti tradivano con l'aspetto le ansie e la fatica della rapida corsa, ed il
suono delle due trombe fu per lui segnale chiarissimo. Tutto gli conferma che
nel campo ormai sono due i comandanti. «Ma se Annibale è ancora in
vita, come hanno potuto i consoli unire gli eserciti? Non vi è altro
consiglio che protrarre la battaglia prendendo tempo finché non si
potrà sapere il vero». E così pensa di fuggire e timoroso
non indugia. Già la notte, madre del sonno, sopiva nel petto dei mortali
gli affanni e tutto taceva avvolto cupamente nella profonda tenebra. Asdrubale
ad un tratto esce silenziosamente dall'accampamento e comanda che l'esercito lo
segua il più piano possibile. Non v'era luna in cielo ed essi passano
rapidi e cheti per i campi silenti. Ma la terra commossa dal passaggio di tanta
gente risuonò. L'esercito cieco errando nel buio si smarrisce per le vie
già percorse e girando intorno in breve spazio ricalca le proprie orme.
Poiché dove il fiume gira le rive sinuosamente e dopo un breve cerchio
riporta le acque allo stesso punto, colà si rivolge l'esercito rimanendo
sempre, a causa delle fitte tenebre, allo stesso punto. Non appena sorge il
sole si scopre la fuga ed uno squadrone di cavalleria si lancia fuori dai valli
ed in un attimo la campagna balena intorno per le armi tempestose. Non ancora sono
state snudate le spade che già le frecce son rosse di sangue. Volano le
saette dittee per arrestare la fuga dei Libi e fischiano nugoli di lance ed
ogni colpo è mortale. Il nemico non pensa più alla fuga e cerca
in fretta e in furia di ordinarsi a battaglia riponendo l'ultima speranza nelle
armi. Il condottiero sidonio si avvede del pericolo e si slancia alto sul
cavallo tra la folla tumultuante agitando le mani e grida: «Io vi prego,
o guerrieri, per la gloria da voi cercata nelle estreme contrade del mondo, per
le alte imprese del fratello, che proviate che chi vi guida ha lo stesso sangue
di Annibale. La fortuna vuole che con la sua rovina il Lazio conosca l'esercito
che domò l'Iberia e che è uso a portar guerra alle colonne
d'Ercole. Giungerà forse, in tempo per combattere, lo stesso Annibale.
Vi scongiuro, fate in modo che egli trovi, spettacolo degno di lui, il campo
coperto di nemici morti. Qualsiasi condottiero era da temere Annibale l'uccise.
Unica speranza di Roma, chi è che ci sta di fronte? Un Livio, che esce
ora dall'oscurità dove nascose per lungo volger d'anni la vergogna della
sua condanna. Avanti, vi si presenta per essere ucciso e voi abbattetelo,
perisca per la vostra mano turpemente poiché sarebbe vergognoso per
Annibale il cimentarsi con lui». E dall'altra parte Nerone: «O
soldati, che si aspetta per terminare la guerra? Gloria meravigliosa ci diede
la marcia celerissima, ora il braccio compia l'ardua impresa. Invano lasciaste
vuota la trincea se la vittoria non coronerà la vostra opera. Per vostra
gloria si dirà: Giunsero e
vinsero ». E dall'altro lato Livio senza elmo sul capo, i capelli
bianchi al vento esclama «Guardate, o giovani, come mi slancio nella
battaglia. Quanto campo vi apre la mia spada, tanto occupatene fino ai valichi
delle Alpi per troppo tempo dischiusi ai Fenici. Se il nemico non è
sconfitto prima che sopraggiunga Annibale, qual Dio ci toglierà, quanti
siamo qui, alle ombre infernali?». Quindi si mette l'elmo e sancisce con
la spada le orride parole nascondendo nell'ira della strage la sua vecchiaia.
Infuria nel più folto della mischia e tanti dardi lancia altrettanti
nemici uccide, semina il terrore e la morte e dinanzi a lui fuggono i fieri
Autololi, i Macei, e le capellute genti del Rodano. Nabi era venuto dalle fatidiche
arene di Ammone e quasi fosse sotto la protezione del Nume, baldanzoso e sicuro
copriva il campo di morti poiché aveva promesso superbamente di adornare
i templi con itale spoglie. La sua veste azzurra cosparsa di gemme garamanzie
splendeva come un cielo stellato ed il suo cimiero sfolgorava di gemme come il
suo scudo d'oro. L'infula scendendo dal cornuto elmo ispirava alle genti
riverenza agli Dèi e sacro terrore. Aveva l'arco e la faretra piena di
frecce tinte nel sangue dei serpenti ed armato di veleni combatteva
tremendamente. Inoltre seduto sulla groppa del suo cavallo, reggeva, fermata al
ginocchio, secondo il costume delle sue genti, una lancia sarmatica rivolta in
modo da ferire chi gli venisse incontro. Aveva già trapassato l'armatura
ed il corpo di Sabello sotto gli occhi del console e gridando con urla feroci
lo trascinava rendendo grazia ad Ammone. Ma insofferente del barbaro orgoglio e
della sua furia Livio scocca una freccia e toglie al vincitore la preda e la
vita. Alle grida che si levano intorno si slancia Asdrubale. Arabo frattanto si
accingeva a prendere la veste gemmata ed il pavese d'oro e con ambedue le mani
aveva ghermito il ricco manto e denudava il corpo ancora tiepido, ma Asdrubale
con un colpo di lancia gli trapassa la schiena. Egli cade sul morto e gli rende
così la sacra veste d'oro. Quindi cade per mano di Canto, signore delle
spiaggie arenose cui diedero nome gli invitti Fileni, Rutulo. Egli aveva sui
monti in ricchi ovili più di mille pecore e traendo i tranquilli ozii
temperava alle mandrie l'ardore del sole nelle fresche acque del fiume e
lietamente tosava le fulgide e candide lane sui verdi prati e quando il gregge
faceva ritorno dal pascolo al chiuso si compiaceva di vedere come gli agnelli
riconoscono la propria madre. Cadde poiché lo tradì il bronzo
dello scudo trapassato e pianse, ma troppo tardi, di avere abbandonato le
paterne stalle. I Latini allora più furiosi di un torrente si scagliano
come una tempesta, un guizzar di fulmine, un'onda trascinata da Borea, o una nube
quando Euro confonde cielo e mare. Dinanzi a loro erano schierati in prima fila
i Celti che stanchi per il lungo cammino, insofferenti del sole e delle
fatiche, all'urto delle feroci punte cedono subito e la paura che è
propria della loro razza li volge alla fuga. I Latini li inseguono e colpendoli
alle spalle con lance e frecce tolgono loro ogni scampo. E cadde Tirmi per un
sol colpo e Rodano per più, raggiunto da una freccia Morino vacilla ed
una lancia lo finisce. Livio irruente, a briglia sciolta insegue i fuggiaschi e
sopravanzandoli li urta col cavallo. Recide netto con la spada il collo gonfio
a Mosa che si rivolge: il capo con tutto l'elmo batte pesantemente a terra ed
il cavallo spaventato fugge portando ancora in groppa il corpo tronco. Catone che
vede dal folto della mischia quello sterminio esclama «Così
quest'uomo fosse stato contro il Libio quando quegli attraversava le Alpi.
Quale braccio tolse all'Italia e quante stragi risparmiò ai Libii
l'empio voto nel Campo Marzio!». I sidonii piegano da ogni parte
atterriti dallo spavento dei Galli e la loro fortuna cade mentre la vittoria
affretta il volo verso i Latini. Il console alto sul suo destriero, insaziabile
di gloria, imperversa con tutto il fuoco dei suoi giovani anni. Ecco che si
avanza Asdrubale seguito da una schiera bianca di polvere e lancia giavellotti
da tutte le parti gridando: "Fermatevi, innanzi a chi fuggite? Non vi
vergognate? Un vecchio stanco atterrisce coorti di giovani? Sdegnate di avermi
a condottiero? Non discendo io forse dal padre Belo e non è vanto della
mia famiglia la sidonia Didone? Mi fu padre Amilcare, fortissimo tra i forti e
tale è mio fratello e tale sono io, al cui braccio monti e laghi e fiumi
e tutto cede. La grande Cartagine mi proclama secondo ad Annibale ed i popoli
del Beti che provarono il mio braccio nelle battaglie mi uguagliano a
lui». Così gridando si lancia in mezzo ai nemici e vedute le armi
splendenti di Livio scocca celermente una freccia che sfiorando il sommo dello
scudo di bronzo e la corazza va a cadere alla sommità della spalla e
scalfisce la pelle che sanguina appena. Ciò non ostante il Libio arse
per la vana speranza di una vittoria. A quella vista i Latini si arrestarono
confusi, ma Livio deridendo il vano assalto gridò: «Sono ferito, o
compagni, come dall'unghia di una femmina che graffia fra il suono delle tibie
o dalla mano di un bimbo. Animo, mostrate voi ora in che modo ferisce il
braccio dei Latini». Così disse ed il cielo si oscurò per i
nuvoli di frecce. La vasta campagna è tutta intorno coperta di stragi ed
i cadaveri caduti si ammucchiano nel fiume congiungendo una riva all'altra.
Così quando Diana si affatica nella caccia, per porgere lieto spettacolo
alla madre, percorre i boschi ombrosi e le foreste di Menalo di Cinto mentre
intorno a lei le Naiadi con le faretre accorrono con passi risuonanti ed i
turcassi ripieni tintinnano. Le fiere sanguinose giacciono dovunque sulle
balze, negli stessi covili, in fondo alle valli, per i fiumi, nei verdi antri
muscosi e Latona, alta sulle vette, guarda con occhi lieti la preda abbattuta.
Claudio non appena sa che il vecchio è ferito, acceso d'ira si scaglia
nel folto. Vede che la battaglia è ancora incerta ed esclama:
«Quale sarà dunque il destino d'Italia? Se costoro non cadono,
sarà forse vinto da voi Annibale?». Si avventa precipitoso tra i
nemici e scorge Asdrubale che combatte ferocemente tra i primi. Come un mostro
marino che spinto da lunga fame abbia percorso indarno i marosi sterili, quando
scorge alfine da lungi un pesce, furibondo lo insegue ed ingoia avidamente
l'acqua e la preda, così Nerone non indugia e prorompe: «Non mi
sfuggirai più: qui non vi sono per la tua salvezza le boscaglie dei
Pirenei né mi lascerò ingannare dalle tue promesse come in Iberia
quando prigionero simulando perfidamente accordi mi sfuggisti di mano».
Così dicendo scaglia un giavellotto e non invano, chè entra nel
fianco ad Asdrubale. Quindi imperterrito gli è sopra con la spada alzata
e premendo con lo scudo il corpo trepidante gli dice: «Se in quest'ultimo
momento hai qualche cosa da dire a tuo fratello glielo riferirò io
stesso». Ed il Sidonio gli risponde: «Non temo la morte. Gioisci
della tua vittoria, poiché non manca chi vendicherà prontamente
la mia ombra. Se vuoi riportare a mio fratello le mie ultime parole, digli che
bruci trionfante il Campidoglio e mescoli le mie ceneri con quelle di
Giove». Voleva ancora parlare, nella feroce ira della morte, ma il
vincitore gli tronca colla spada l'infido capo. Morto il comandante l'esercito
disperato fugge. La luce del giorno aveva già fugato le tenebre notturne
e l'esercito romano si rifocillò parcamente e si addormentò.
Ancora prima che sorgesse il nuovo sole riporta le insegne vincitrici nei valli
da prima chiusi per timore. E Claudio allora levando in cima ad una lancia il
capo del comandante ucciso esclama: «Ecco, o Annibale, che il capo di tuo
fratello ci compensa del Trasimeno, di Canne e della Trebbia. Vieni pure ed
unisci i due campi in uno e raddoppia perfidamente la guerra. Uguale mercede
aspetta quanti in armi discesero con te dalle Alpi». Annibale represse il
pianto alla notizia e temprò il dolore con la sua forte anima.
Mormorò fra i denti che avrebbe più tardi degnamente onorato di
esequie il fratello e frattanto muove lontane le insegne e dissimulando la
sventura evita i rischi delle incerte battaglie.
XVI - Annibale dolente per la patria
e per se stesso si ricovera nei campi di Abruzzo, e là chiuso nei valli
desidera di riprendere la guerra interrotta. Ugualmente il toro, non più
dominatore del gregge, fugge dalle stalle nel folto del bosco e tutto solo si
prepara a battaglia. Ora si avventa precipitoso su e giù per le ardue
giogaie, ora facendo risuonare intorno valli e boschi dei suoi fieri muggiti,
abbatte alberi e con le corna cozza rabbiosamente alle rupi. Da un'alta cima il
pastore trepidante lo guarda mentre si prepara a nuove battaglie. Ma lo spirito
bollente che avendo gli aiuti che aveva richiesti avrebbe da solo messo
l'Italia a rovina, ora, senza aiuto, per colpa dei suoi, languisce poltrendo in
ozi forzati. Eppure gli erano di schermo le tremende gesta del suo braccio, lo
spavento che aveva sparso con tante orride stragi, per cui era creduto sacro il
suo capo, ed il suo solo nome valeva armi, guerrieri e difesa al campo ed aiuti
non concessi. Tante schiere di barbari, diversi per lingua, per indole e per
costumi tutte rimasero fedeli nelle avversità chè la venerata
maestà del condottiero le tenne unite sotto i vessilli. E la guerra non
era favorevole ai Latini soltanto in Italia. I Libii respinti alfine
abbandonarono le aurigere campagne dell'Iberia e Magone perduto il campo
fuggì spaventato a vele spiegate in Libia. Larga del suo favore la
Fortuna preparava un nuovo trionfo al condottiero latino. Nuovo comandante,
Annone conduceva a marce forzate schiere di barbari dagli scudi suonanti e
portava tardi aiuti al campo di Iberia. Era esperto ed astuto e prode
guerriero, ma contro Scipione era vano ogni suo pregio come in paragone della
luna gli astri cedono il loro splendore, e la luna di fronte al sole, tutti i
monti ad Atlante, i fiumi al Nilo, e tutti i mari dinanzi al gran padre Oceano.
Egli stava trincerando frettolosamente il campo quando, mentre sul far della
notte le tenebre discendevano tutto intorno, Scipione lo assalì. Le mura
incompiute rovinano con improvviso fracasso sui guerrieri e le pesanti zolle si
tramutano in tumulo per i sepolti. Uno solo vi fu degno di esser ricordato per
la sua grande anima per cui è bello celebrarne la fama. Un guerriero di
nome Laro dalla statura gigantesca che incuteva timore anche inerme, combatteva
atrocemente come sogliono i Cantabri, agitando l'ascia e sebbene vedesse da
ogni parte o dispersi o uccisi i suoi compagni, copriva da solo il campo di
cadaveri. Se aveva di fronte il nemico sfogava la sua ira colpendolo sul capo,
se era assalito di fianco combatteva roteando la scure. Quando il nemico sicuro
della vittoria gli veniva alle spalle, imperturbato colpiva dietro di sè
colla bipenne, sempre esperto in ogni sorta di lotte. Scipione, il fratello dell'invitto
condottiero, gli scaglia contro con gran forza un giavellotto che strappa le
piume ondeggianti sul cimiero. L'ispano para il colpo troppo alto con la scure,
s'avanza infuriato dando un urlo terribile e vibra l'arma contro il Latino.
Tremano le schiere e lo scudo rimbomba fragorosamente alla percossa, ma
l'ardire è punito chè, dato il colpo nel ritrarsi si incontra
nella spada e cade morto sulla fedele scure. Alla rovina dell'ultimo baluardo
gli infelici fuggono disperdendosi per la campagna e cessò ogni aspetto
di battaglia e non si videro che, spietato macello, trucidatori da una parte e
vittime dall'altra. Ecco che in mezzo alla folla è condotto prigioniero
Annone colle braccia incatenate dietro le spalle. Egli chiede, avvinto di
catene, per il dolce lume del cielo, la vita. E Scipione esclama: “Ecco
gli eroi che aspirano all'impero dell'universo! Essi vogliono fiaccare il
popolo togato, il bellicoso e sacro popolo di Quirino. Stolti, e perché
combattere ancora quando è così lieve per voi la
schiavitù?”. Mentre così diceva giunge a gran corsa un
esploratore e annuncia che, ignaro dei casi, Asdrubale si avanza a marce
affrettate per unirsi ad Annone. Scipione muove rapidamente le insegne per
incontrarlo e come vede avvicinarsi la desiderata ora della battaglia ed il
nemico che si affretta alla morte, rivolto al cielo prorompe: “Nulla
più vi chiedo oggi, o Dèi. Riconduceste alla battaglia le orde
fuggiasche e ne sono lieto. Ora, o soldati, ogni nostro desiderio è
nella spada. Correte, chè ci spingono alla vendetta le ombre crucciate
di mio padre e di mio zio. Divini astri di guerra risplendete sul mio capo e
guidatemi, vi seguo. Se il cuore presago non mi inganna farò dei nemici
strage degna di voi. Non terminerà dunque la guerra, nelle contrade
ispane? Non verrà mai quel giorno in cui, o Cartagine, ti vedrò
atterrita per il risuonare delle nostre armi alle tue porte?”. Echeggiano
i rauchi squilli delle trombe e l'aria risuona di urla feroci. Quanti ne
inghiotte il mare tempestoso quando i venti furibondi inabissano le flotte,
quanti ne distrugge Sirio quando piove fuoco e morte con i suoi raggi fatali
per cui ardono le spiagge affannose, tanti ne uccidono le spade e l'ira atroce
dei combattenti. Uguale strage non fece mai l'orrida rabbia delle belve insaziabili
negli inospitali deserti, e mai voragine ingoiò più gente di
quella mortale battaglia. Il sangue scorre per le trincee e per i campi, le
armi sono infrante e giacciono a terra i Libii ed i bellicosi Iberi. Solamente
dove combatte Asdrubale resiste ancora, sebbene stanca e con gli scudi
crivellati di colpi, una falange. Né quel giorno gli animosi avrebbero
terminato l'accanita battaglia, se un giavellotto trapassando la corazza non
avesse ferito leggermente il comandante. Allora egli uscì dal campo e
nascosto dalla notte fuggì sul suo cavallo lungo la spiaggia verso il
porto tartessiaco. Uguale in armi ed in valore andava con lui Massinissa, il re
numida che unito poi di amicizia a Roma fu celebrato per la lunga
fedeltà. Affranto per l'aspra fuga dormiva nel buio della notte quando
una luce improvvisa gli risplendette sul capo ed una fiamma gli sfiorò
senza offesa i capelli ricci girandogli intorno alla fronte. Accorsero i
familiari e ciascuno a gara tentò di spegnere con fresca acqua il fuoco
serpeggiante. Ma la vecchia madre esperta di portenti esclamò
“Così sia confermato, o Dèi benigni, l'augurio e per secoli
risplenda sul suo capo questa luce. E’ lieto presagio, e non temere,
figlio: le fiamme che t'ardono alle tempie sono pegno di perenne amicizia con i
popoli latini per cui avrai regno maggiore di quello di tuo padre ed il tuo
nome sarà congiunto ai destini d'Italia”. Così parlava la
profetessa ed il giovine commosso dal palese prodigio pensò che nessun
onore egli aveva avuto dai Libii e che la stella di Annibale tramontava sempre
più. L'aurora fugava appena le ombre notturne dal cielo ed arrossava il
volto delle sorelle Atlantidi quando il re s'avviò verso le tende latine
ancora nemiche. Quivi entrato nelle mura ed accolto benignamente da Scipione
così parlò: “Per gli avvisi degli Dèi, per i
responsi sacri di mia madre e per la tua gloria, o condottiero romano, caro
agli Dèi, mi tolsi ai Libii e venni a te spontaneamente. Se mi hai
veduto più volte affrontare animosamente in battaglia le tue folgori, o figlio
del Tonante, eccoti un braccio non indegno di te. Non mi muove incostanza, o
vanità di cuore instabile, non spero mercede dal tuo trionfo: fuggo il
popolo infido e spergiuro. E poiché vincendo sei giunto alle colonne
d'Ercole assali ora con me il covo donde si è mossa l'iniqua guerra.
Devi cacciare a ferro e fuoco alle spiagge di Libia colui che già da
dieci anni occupa le terre di Laurento e pensa sempre di assalire le mura di
Roma”. Così disse il Numida e Scipione gli strinse la destra e gli
rispose: “Roma ti appare grande per le armi ma ben più grande
è per la sua fede. Infrangi l'alleanza dei bilingui ed avrai il premio
del tuo illustre valore. Massinissa, Scipione sarà prima vinto in armi
che in gratitudine. Metterò in opera il tuo consiglio di portare guerra
alle spiagge di Libia poiché la lungo tempo lo medito ed il pensiero di
Cartagine mi tormenta sempre”. Disse, e gli presentò una
gualdrappa ricchissima ed un cavallo bardato di porpora e generoso che egli
aveva tolto a Magone fuggiasco, la coppa d'oro che Asdrubale soleva usare per
le libagioni sacre ed un elmo chiomato. Si stabilisce quindi l'alleanza e come
se già vi si fosse, pensa alla distruzione di Cartagine. Il re
più possente delle spiaggie Massile ed il migliore soldato era Siface.
Egli dettava legge fino all'estremo oceano ad infiniti popoli ed aveva terre
sterminate, falangi di elefanti spaventevoli in guerra, di cavalli e di armati.
Nessuno era più ricco di lui di avorio e di oro massiccio né
alcuno tingeva più lane nei getuli bronzi. Scipione desideroso di
allearsi con il potente signore prima che egli, con danno dei Latini, si dia ai
Libi, comanda di far vela e nel suo pensiero studia già la guerra in
Africa. Aveva appena raggiunto il desiderato porto quando fuggiasco su veloce
naviglio vi approdava, giungendo dalle coste vicine, anche Asdrubale. Nella sua
sventura egli veniva a cercare una nuova alleanza e chiedeva soccorso al re
massilo. Siface udì che ambedue i condottieri delle gran genti che si
disputavano accanitamente l'impero del mondo giungevano nel suo regno e lieto
dell'onore li invita cortesemente alla sua reggia. Quindi li mira in volto
serenamente e parla per primo al giovine italiano: “Illustre figlio di
Dardano, quanto sono lieto di vederti e di accoglierti! Con che gioia ricordo
tuo padre Scipione cui tanto somigli! Mi rammento, quando, desideroso di vedere
l'oceano e le sue onde, mossi alle spiaggie dell'erculea Gadi ed incontrai con
grande gioia ambedue i condottieri romani in riva al Beti. Mi diedero in dono
armi scelte tra le loro prede, e morsi mai veduti prima d'allora nel mio regno
ed archi pari in forza a quelli massili e mi fornirono di istruttori che
disciplinassero secondo le vostre leggi all'arte della guerra le mie torme
vaganti disordinatamente. Offrii in cambio l'oro e l'avorio di cui abbonda il
mio regno, ma furono vane le mie preghiere, ognuno dei due accettò
soltanto una spada dal fodero d'avorio. Dunque entra lietamente nel mio palazzo
e poiché la fortuna ha tratto qui anche il condottiero libico odi benignamente
quello che voglio dirti. E tu che comandi alle sidonie rocche di Cartagine apri
alle mie parole i tuoi orecchi e la tua mente. Chi ignora quale diluvio di armi
inondi le campagne italiche e minacci di sterminio il Lazio? E quanto sangue
tirio bevano da due lustri ora le sicule ed ora le iberiche spiaggie? E
perché non si pone fine alle stragi? Perché non deponete
volontariamente le spade? Tu rimani nel confini sidonii e tu in quelli latini,
e se consentite all'accordo ecco qui tra voi arbitro non indegno Siface”.
Voleva ancora parlare, ma Scipione non lo permise. Gli spiegò le usanze
di Roma ed il supremo potere del Senato per cui era vano parlare di accordi che
spettavano solo alla decisione dei Senatori. E così il re pose fine ai
consigli e si trascorse il resto del giorno banchettando e la notte sopì
con il sonno gli aspri affanni. L'aurora sorgente riportava ai mortali il nuovo
giorno; condotti fuori i cavalli dalle stalle Febo li aveva aggiogati, ma non
era ancora salito sul cocchio e lo splendore vicino appariva lungo la marina
quando Scipione balzò dal letto e mosse, sereno in volto, verso le
stanze del re. Egli si compiaceva secondo le patrie usanze ad allevare dei
leoncelli e si curava di ammansirne l'ira e la ferocia, ed appunto allora accarezzando
le fulve criniere ed i colli scherzava imperterrito con le fauci feroci. Non
appena gli si annuncia che è giunto il condottiero latino indossa il
manto ed impugna colla sinistra il simbolo insigne del suo antico regno ed
adorno il capo della candida benda cinge al fianco come è d'uso la
spada. Invita quindi l'ospite nella reggia ed in una stanza segreta siedono con
uguali onori Scipione ed il re scettrato. Il vincitore della Spagna così
comincia: “Venerando re Siface, appena domate le genti di Pirene pensai
di venire nei tuoi regni e le ire del mare che ci divide non indugiarono il mio
proposito. Non ti chiedo cosa ardua e disonorevole se ti propongo di allearti
ai Latini e di seguire la loro fortuna. Tutte le tue genti massile insieme ed i
campi vasti che uniscono le Sirti e la possente ed avita signoria non ti
daranno vanto maggiore del valore di Roma né maggior gloria
dell'amicizia sacra con il popolo di Laurento. Che dirti di più? Non vi
è Dio propizio a quegli che offende colle armi l'Italia”. Il
massilo acconsente con lieti cenni del capo ed abbracciandolo gli dice:
“Siano confermati i lieti auguri e siano propizi i Celesti ai nostri
voti. Invochiamo intanto il Giove dei deserti e quello Tarpo”. Subito si
inalzano gli altari erbosi e già pende la scure sopra le vittime pronte,
quando il toro si slancia improvvisamente e fugge muggendo dagli altari ed
empie tutta la reggia di rauchi lamenti e di terrore; e la benda regale, fregio
avito, senza che nessuno la tocchi cade dalle tempie di Siface al suolo.
Così il Cielo annunziava con segni funesti la rovina del regno e il
triste destino del re massilo e verrà il giorno in cui vinto e spogliato
del regno sarà tratto incatenato dietro il carro trionfale al tempio del
Tonante da colui che poc'anzi gli chiedeva umilmente alleanza. Scipione stretti
i patti ritorna al porto e spiegate al vento favorevole le vele s'affretta
verso le ben note spiagge. Quivi accorrono desiderose ad incontrarlo le genti
che vengono da ogni parte di Pirene ed uno solo è il volere della folla,
uno solo il grido che lo saluta re poiché non conoscono per onorarlo
nome piú bello. Ma l'eroe benigno in volto ricusa l'onore indegno di un
cittadino di Roma e spiega il pensiero e le usanze della sua patria e come i
Latini odino il nome di re. Quindi pensando a quello cui tende sopra ogni altra
cosa, poiché non ha più di fronte nemici, raduna i Latini e i
popoli del Beti e del Tago e così parla loro: “Poiché
piacque agli Dèi che da queste ultime spiaggie del mondo scomparissero i
Libi o sepolti negli iberici campi o costretti a correre fuggendo alle deserte
lande natie, io penso di celebrare qui nella vostra terra le esequie dei miei
cari e dar pace alle loro ombre vaganti. Udite ed acconsentite. Quando il
settimo giorno apparirà nella volta del cielo, coloro di voi che sono
più esperti nel maneggio delle armi o nel guidare le quadrighe o
celerissimi nella corsa e scaglino con più forza le stridule frecce, si
raccolgano qua e si contendano il premio con onorate gare. Darò in
ricompensa le più ricche fra le spoglie tirie, né alcuno di voi
partirà senza aver avuto il mio dono”. Così con il
desiderio dei premi e degli onori infiamma gli animi. Giunto il giorno
stabilito la campagna è piena di popolo mormorante. Scipione colle
lacrime agli occhi dirige secondo il rito funebre l'ordine della cerimonia:
ogni guerriero latino ed ibero porta un dono e lo getta sul rogo fiammeggiante
mentre il duce versa sopra gli altari ora una coppa di latte ora una di sacro
vino o vi sparge fiori odorosi. Evocate le ombre degli eroi, celebra piangendo
le glorie di ambedue e ne commemora riverente le gesta. Quindi dà
principio nel circo ai giuochi desiderati ed indice da prima le corse dei
cavalli. Non ha ancora dato il segnale che già la folla dei partecipanti
freme ed ondeggia come un mare, sebbene cogli occhi fissi ai cancelli ed alle
porte. E non appena dato il segnale, cigolarono le sbarre e si videro lanciarsi
le zampe dei corridori e il clamore si levò al cielo. Ciascuno segue a
capo basso come un lottatore il suo cocchio e parla ad alta voce ai cavalli
galoppanti. Il circo rintrona al fracasso ed ognuno è frenetico nella
foga di incitare colla voce e colle sferze i cavalli. Dal terreno sabbioso si
leva alta una nuvola di polvere ed avvolge tutto intorno cocchi e guidatori. La
folla delira e per il corsiero che gli è maggiormente caro o per colui
che lo guida e chi si infiamma per l'onore della sua patria, chi per il nome
dell'antica razza ed uno guarda con ansia fiduciosa il puledro dal collo
indomito ed un altro si compiace dell'esperto corridore d'antica fama. Il
calaico Lampone balza volando dinanzi a tutti e divora giubilando la via
così celermente che lascia dietro di sé l'ala del vento. La plebe
applaude clamorosamente e per il tratto già percorso spera compiuti i
suoi voti, ma quelli che per maggior esperienza vedono più lontano,
biasimano la foga precipitosa all'inizio della corsa e rimproverano gridando da
lontano l'auriga che affatica improvvidamente i cavalli: “Dove corri,
Cirno? - poiché Cirno lo guidava - Giù la frusta e stringi le
redini! ». Egli non sente ed avanza senza pensare ai cavalli ed al tratto
che gli rimane da percorrere. Alla distanza di un carro lo segue l'asture
Pancate cui risplende in fronte come a quelli della sua razza una stella bianca
e bianchi ugualmente ha i garetti. Non grande ed appariscente, ma pieno di
fuoco corre velocemente per il campo come se avesse le ali e disdegna le
briglie e ad ogni balzo sembra più grande. Lo guida Ibero scintillante
di porpora cinifia. Terzo Caucaso corre alla pari con Peloro. Caucaso disdegna
fieramente le carezze sulla cervice e maciulla irrequieto il morso tutto sangue
e spuma. Docilissimo invece ed obbediente, Peloro non esce mai di un passo
fuori delle ruote e volta stretto rasentando la meta. Bello per il collo alto e
la criniera foltissima ed agitata, egli non ebbe, cosa mirabile, padre
poiché la madre Arpe l'aveva concepito nei campi dei Vettonii
all'alitare dei primi Zefiri. Lo guida il nobile Durio mentre Caucaso ha per
auriga il vecchio maestro Atlante. Egli era venuto dalla etolica Tide fondata
dall'errante Diomede e la fama lo diceva discendente di quei corridori troiani
che furono tolti ad Enea in riva al Simoenta dall'audacissimo Titide. Erano
giunti alla metà della corsa e raddoppiando la lena correvano per lo
stadio. Pancate si accaniva a raggiungere il primo e ad ogni slancio sembrava
che dovesse montare alto sul cocchio che gli era dinanzi e con gli zoccoli
inarcati scalpitava sulle ruote calaiche. Atlante giunse per ultimo ma non dietro
a Durio, ultimo anch'egli ed ambedue andavano così concordi che
sembravano battere l'arengo fuori della lizza. Non appena Ibero vide che ormai
la quadriga di Cirno non balza alta coll'impeto di prima ed i cavalli callaici
ansanti ed esausti andavano innanzi a furia di sferzate, come un nembo che
piomba improvviso dall'alto del monte si stende rapidamente sino al collo dei
corridori e tempesta di sferzate e di grida Pancate che è secondo:
“Asture, e tu sopporti che mentre sei in gara un altro ti vinca? Coraggio,
vola, divora la strada come sai fare. Non vedi che Lampone è trafelato
ed oppresso e non gli basta il fiato per arrivare alla meta?”. A queste
parole il cavallo si precipita come se scendesse in quel momento dal chiuso
nell'arengo ed invano Cirno si affanna a sbarrargli la via o a stargli a
fianco: egli passa avanti e se lo lascia alle spalle. Il circo freme di grida e
di applausi e l'aria rintrona al fragore. L'asture avanza superbo con il collo
in alto e trascina al volo gli altri cavalli aggiogatí al cocchio.
Ultimi nello Stadio Atlante e Durio giuocano ambedue d'astuzia, ora l'uno passa
a destra e quello si adopera di sgusciare a sinistra ed invano armeggiano per
ingannarsi, finché Durio fidando nel vigore degli anni tira a gran forza
le redini e gettandosi di traverso investe il carro del vecchio e stanco
Atlante che urla a ragione: “Dove vai con tanto fracasso? Che modo da
pazzi è questo di correre? Dai morte a me ed ai miei cavalli”.
Grida e cade sull'asse infranto con il capo all'ingiù. I cavalli si
staccano miseramente e Durio prende lo slancio a briglia sciolta lasciando per
ultimo nel mezzo del circo il vecchio Atlante che si leva a stento da terra.
Ormai non è difficile raggiunger la stanca quadriga di Cirno che sempre
più fiacco impara, ma troppo lardi, a moderare la corsa, mentre
incalzando sfrenatamente Peloro lo supera e la plebe lo incita cogli applausi.
Ibero si vede già alle spalle ed a fianco imminente il capo del focoso
emulo e sente dietro di sè l'anelare caldo dei fiati e gli spruzzi della
schiuma. E Durio si spinge sempre più nell'arena e flagella di sferzate
i cavalli e non invano, ché a poco a poco riesce a raggiungere a destra
il carro che gli è dinanzi. Stordito per così grande speranza
grida: “Peloro, è tempo di mostrarti vero figlio di Zefiro. Chi
ebbe vita da vile giumento impari ora da te quanto vale l'origine immortale.
Vincitore, tu devi consacrare a tuo padre altari e doni”. E forse avrebbe
innalzato a Zefiro gli altari promessi se trepidante nell'impeto della gioia
non gli fosse caduta di mano, mentre gridava, la frusta. Misero allora come se
gli fosse stata tolta dalle tempie la corona, infuria contro sé stesso,
lacera la veste dorata e lucente e a petto nudo piange e si lamenta. La muta,
ora che è perduta la sferza, non lo seconda più ed invano egli
scuote le redini a forza sopra i dorsi. Pancate, ormai sicuro della vittoria,
si avanza verso la meta e con la testa alta sembra chiedere il primo premio. Il
venticello gli scompiglia la criniera sparsa sul collo e per le spalle e
caracollando superbo sugli agili garetti si arresta vincitore fra le grida
assordanti del popolo. Gli aurighi ebbero tutti in premio una scure d'argento
massiccio ed altri doni a seconda del merito. Il primo ebbe un veloce cavallo,
nobile dono del signore dei Massili; il secondo due coppe scelte tra la ricca
preda dei Libii e i tesori del Tago; il terzo la spoglia di un leone villoso ed
un elmo sidonio adorno di piume. E sebbene avesse interrotto la corsa per lo
spezzarsi del giogo, il vecchio Atlante ottenne l'ultimo premio. Il duce mosso
a pietà dai molti anni e della sua disgrazia gli diede uno schiavo bello
e giovine ed un elmetto crinito. Ciò fatto invitò ai lieti
giuochi della corsa podistica accendendo i cuori con i premi e dice: “Il
vincitore avrà in dono quest'elmo che splendeva tremendo per gli Iberi
sul capo di Asdrubale. Il secondo questa spada che mio padre tolse a Yempse
dopo averlo ucciso. Il terzo avrà per ultimo premio un toro. E tutti gli
altri se ne andranno lieti, armato ciascuno di due frecce di metallo
nativo”. Splendidi di giovanile bellezza si levarono per primi fra gli
applausi della folla Tartesso ed Espero che venivano ambedue da Gadi loro
patria, città illustre fondata dai Fenici. Quindi si avanzò
Betica cui fiorivano le guance per la prima peluria, nato a Cordova generosa
fautrice di gare festose. Apparve quindi fra il tumulto di tutto lo stadio
Eurito dalla chioma bionda e dal corpo candido come neve che era nato sulle
rocce di Setabi ed i cui parenti trepidanti erano nel circo. Poi Lamo e Sicori
ambedue nativi della bellicosa Ilerda e dopo di loro si avanza Terone avvezzo a
dissetarsi al fiume chiamato Lete che lambisce con le sue acque obliose le
rive. Fermi, diritti sui piedi e chino il petto sentivano tutti battere il cuore
per il desiderio di gloria. Squillò la tromba e rapidi si slanciarono
sulla pista come una freccia scoccata dall'arco nell'aria. Gli spettatori
gridano favorendo l'uno o l'altro e ciascuno, alto, sospeso sulla punta dei
piedi, chiama a nome con voce affannosa il suo favorito. Il drappello
bellissimo sembra che voli e i loro piedi non lasciano impronta sulla sabbia.
Son tutti bei giovani ed hanno tutti ugualmente bionde le guance ed egualmente
agili, veloci e degni della vittoria. Percorsa ormai la metà dell'arengo
Eurito, sebbene per breve spazio, avanza per primo. Non meno celere, Espero lo
incalza ardente alle spalle così che piede subentra a piede e l'uno si
appaga di essere primo e l'altro spera di sorpassarlo ed ambedue corrono con
maggior foga mentre l'anima accesa rafforza le loro membra ed in tanta lotta i
giovanetti risplendono più belli. Ecco Terone che moderando la corsa
veniva per ultimo, non appena sente che gli bastano le forze le spiega con un
improvviso slancio e sorpassando il vento si spinge innanzi simile a Mercurio
quando solca l'aria con i talari ai piedi. La folla rimane stupita. Egli
sorpassa questi e quegli e mentre poc'anzi era ultimo ora terzo incalza Espero
né quello soltanto, ma lo stesso Eurito trepida a tanto slancio per il
suo primo premio. Il quarto era Tartesso che seguiva a gran lena (se ciascuno
dei primi tre avesse mantenuto sempre lo stesso ordine) il fratello da cui ora
lo divideva Terone. Questi impaziente di tregua si slancia e lascia Espero
pieno gli cruccio alle sue spalle. Ora lo precede uno solo e la vicinanza della
meta è uno stimolo maggiore ai corridori e, per quanto la fatica e il
tumulto dell'anima lo consente ad entrambi, ciascuno spera fino all'ultimo di
giungere primo. E l'uno è alla pari dell'altro e vanno come due ruote. E
forse sarebbero giunti insieme alla meta ambedue vincitori se Espero, cieco
d'ira, non avesse afferrato le chiome di Terone che ondeggiavano sulle spalle
impedendogli di correre. Lieto che l'emulo sia trattenuto Eurito si slancia a
volo alla meta ed ottiene inclito premio l'elmo splendente. Così gli
altri furono lieti dei doni promessi e ciascuno con le chiome intonse coronate
da una verde fronda se ne va facendo tintinnare le due ferree frecce. Quindi ha
inizio la funesta prova del torneo di spada, triste saggio di spietata
battaglia. Non li spinge alla gara il sangue versato nei delitti, ma desiderio
di gloria incita gli animi al feroce pericolo e con giuochi usati offriva degno
spettacolo al guerresco popolo ispano. Si levano tra la folla che grida e
condanna tanto furore (che cosa non si osa per il regno? e di quale delitto si
rimane immuni?) due fratelli che armati si contendono con empia battaglia il
trono. Era tale l'uso: i fratelli privi del padre combattevano a morte con i
fratelli per il soglio. Piombarono, coll'impeto che si accompagna alla sete di
regnare, l'uno sull'altro e si saziarono ambedue di sangue e spingendo la spada
con uguale forza caddero entrambi con il petto trapassato. Alle ferite mortali
si aggiungevano parole ingiuriose ed imprecandosi a vicenda esalarono la feroce
anima. Né ebbero pace in morte poiché mentre una sola fiamma
ardeva sul rogo i cadaveri uniti, l'empio fuoco si divise in due e le ceneri
sdegnose non vollero comune riposo. A seconda dell'arte e del valore, gli altri
campioni ebbero diversi premi e furono tratti giovenchi usi a dissodare le
glebe con l'aratro e furono dati ai vincitori giovinetti e schiavi mauri
esperti cacciatori di belve, premi d'argento, vesti preziose tolte ai nemici,
cavalli ed elmi splendenti predati ai Libii. Ultimo alfine dei giuochi fu la
gara dell'arco. Sorse per colpire nel segno Burro noto per illustri avi, venuto
dalle rive dove le aurifere sabbie del Tago biondeggiano deposte; Glagio, che
con i giavellotti scagliati dal suo braccio precorreva i venti, e Aconteo,
cacciatore famoso, alle cui frecce nessun cervo, per veloce che fosse,
riuscì mai a sfuggire. Poi Indibile per lungo tempo nemico feroce ed ora
alleato dei Latini ed Ilerda prode guerriero che feriva colle frecce gli uccelli
volanti nell'aria. Burro colpì nel segno ed ebbe in dono una schiava che
sapeva tingere nel murice di Tiro le bianche lane. Dopo Burro raggiunse per
secondo il bersaglio Ilerda ed ebbe per secondo premio un fanciullo che quasi
per giuoco atterrava le cerve fuggenti con le frecce. Aconteo ottenne il terzo
premio ed ebbe due cani audaci nell'inseguire con alti latrati il cinghiale.
Quando cessarono le grida e gli applausi del popolo, Lelio ed il fratello del
condottiero adorni di porpora fiammante chiamarono i due grandi nomi e
scagliarono insieme nell'aria una lancia. In tal modo si compiacquero entrambi
di onorare le sacre ceneri e di aggiungere pompa ai giuochi celebrati. Il
condottiero stesso, con nel volto la gioia che gli ride nel cuore, ricompensando
i pietosi con doni meritati, offre al fratello una corazza a squame d'oro
ribattute ed a Lelio due focosi asturi. Quindi levandosi scaglia a gran forza
la lancia vincitrice e saluta con un grande grido d'onore le dilette ombre. La
lancia volando si piantò mirabilmente nel suolo in mezzo al campo ed
improvvisamente sotto gli occhi di tutti germogliò e mise foglie ed alti
rami e nascendo apparve una quercia ombrosa. Gli auguri presaghi divinarono
eccelse cose poiché videro per prodigi manifesti il volere dei Numi.
Fiducioso dell'augurio, poiché i Libii sono ormai cacciati da ogni
angolo del suolo ispano, il vendicatore della patria ritorna a Roma con fama
trionfale. Uno é il desiderio del Lazio, che con l'onore dei fasci si
affidi al guerriero il supremo incarico della guerra libica, ma le fredde anime
dei vecchi sempre avversi ai consigli arrischiati sdegnano con orrore, nella
loro prudenza, l'impresa audace. Pertanto non appena insignito del supremo
onore il console apre il suo pensiero ai Senatori e prega che gli sia concesso
il potere di distruggere Cartagine. Allora il venerando Fabio levandosi
così parlò: “Non credo che si possa temere, poiché
sono sazio della vita e della gloria, che io mi opponga al console, al giovine cui
tanto onorato cammino rimane da percorrere, per invidia. Il mio nome non
risuona ignoto nel mondo e le mie gesta non chiedono nuova gloria, ma Fabio,
fedele alla sua patria finché ha un'ora di vita, non tace quando il
silenzio è colpa. Ti prepari, o console, a portar guerra alle libiche
spiaggie? Già, l'Italia non ha nemici da vincere ed Annibale è
cosa da poco! Ma quale lode maggiore speri nelle campagne elissee? Se cerchi
con tanto desiderio la gloria, ebbene mietila qui. La fortuna ti pone contro a
prossimo cimento un'emulo ben degno e l'Italia vuole alfine il sangue del
feroce straniero. E dove porti le insegne di guerra? Guarda dapprima l'incendio
dell'Italia e spegnilo. Hai dinanzi dei nemici stanchi e oppressi e non
l'insegui ed abbandoni, come se tradissi, i sette colli indifesi. Forse che
quando tu devasterai le Sirti e le deserte lande dell'Africa quegli non
piomberà, orribile flagello, su queste mura che ben conosce? Chi
salverà da lui il Tempio di Giove spoglio di uomini e di armi? Ed a qual
prezzo affidi tu Roma ad un veterano esausto? Allo scoppiare di tanta ira di
Marte potremo noi forse richiamarti dalla lontana Libia come Fulvio poc'anzi
dalle torri di Capua? Sii vincitore in casa nostra e libera infine questa
misera Italia che da quindici anni si consuma in lutto e poi va contro i
Garamanti ed i lontani Nasamoni e prepara pure il tuo trionfo: per ora la
nostra miseria ci vieta tali imprese. L'onore della tua gente: tuo padre
valoroso, anch’egli console, muoveva un tempo contro la Spagna, ma come
seppe che Annibale scendeva furioso dalle valicate Alpi rivolse indietro
spontaneamente le schiere e gli si oppose per primo. E tu al contrario, o
console, te ne vai lontano da Annibale vincitore e presumi in questo modo di
trarlo dal cuore d'Italia. E se egli imperturbato non si muove? Se egli non
segue le tue armi quanto piangerai, o console, un giorno il tuo consiglio sulle
rovine di Roma! E sia pure che egli si muova e spieghi le sue vele dietro le
tue: non sarà forse lo stesso Annibale le cui trincee tu vedesti dalle
nostre mura?”. Così disse Fabio ed i senatori assentivano
fremendo. Ma il console gli rispose: “Quando, morti ambedue i magnanimi
condottieri, le contrade dell'Iberia furono tutte ridotte in potere dei Libii
allora né Fabio né alcuno di quanti ora consentono con lui si
mosse a soccorso. Allora, sebbene giovinetto, io solo mi opposi, oso dirlo, a
tanta ira degli Dèi ed io solo sostenni il peso tremendo di tanta
guerra. La schiera dei vecchi gridò allora che mal si affidava la guerra
ad un fanciullo e questo stesso vate di guai profetò funesta la mia
ardita impresa. Sia grazie ed onore agli Déi che vegliano auspici e
fedeli sugli Eneadi. Scipione, il fanciullo inutile, l'imberbe non preparato
alla guerra rese senza alcun danno all’Italia le province di Spagna e
mise in fuga i Fenici. Sceso con il sole fino all'ultimo Atlante distrusse per
tutta l'Africa il nome della Libia e non fece ritorno a Roma prima di aver
scorto in riva all'Oceano Febo sciogliere i cavalli fumanti sopra una spiaggia
romana. Unì in alleanza a Roma più re ed ora gli rimane la strage
di Cartagine come ultima impresa. L'eterno Giove me lo indica ed ecco che qui
la turba dei vecchi trema per Annibale e fomenta ipocritamente mal simulati
timori, invidiosa che io abbia la gloria di far terminare le lunghe ed orride
stragi. Ma stia tranquilla che il mio braccio è ben provato e gli anni
mi accrebbero il vigore. La si smetta dunque cogli indugi e mi si lasci libera
la via che il cielo mi destina per vendicare l'antico obbrobrio. Il sagace
Fabio ebbe la gloria di non essere vinto e gli basta di aver salvato Roma
temporeggiando. Ma né Annone, né Magone, né il figlio di
Amilcare o di Gisgone sarebbero stati vinti da noi se si fosse fatta la guerra
rimanendo sempre dietro un bastione. Un Sidonio uscito appena di fanciullezza
ha potuto giungere alle campagne di Laurento e qui alle sacre sponde del
Tevere, alle mura di Romolo, e scorrere, orrido scempio, ogni terra
d’Italia; e perché noi non potremo portare le nostre insegne nella
Libia e scuoterla da presso? Le sue marine sono accessibili e senza rischi ed
il suo paese esulta ricco in pace. Tremi alfine Cartagine che è stata
sempre così temuta e sappia che sebbene Annibale sia ancora in Italia
noi abbiamo armi d'avanzo. Costui che per la vostra arte di indugiare è
incanutito nel Lazio e da quindici anni fa scorrere torrenti di sangue nostro,
costui lo trarrò alfine trepidante nel suo tardo spavento di
costà al suo covo in fiamme. Roma dovrà dunque vedere sulle sue
mura le nefande impronte sidonie e Cartagine udire le notizie dei nostri
affanni e combattere sicura a porte aperte? Fulmini pure un'altra volta con i
suoi arieti il Fenicio le nostre torri se non udrà prima che per opera
mia i templi dei suoi Dèi sono in preda alle fiamme”. Acceso da
queste parole il Senato segue il destino ed implorando dagli Dèi che
l'impresa sia prospera per l'Italia permette a Scipione di intraprendere la
guerra.
XVII - Era scritto nelle
profezie della Sibilla che le terre d'Italia non sarebbero state dello
straniero se la statua della Madre dei Celesti fosse stata portata dalla Frigia
nelle mura della città degli Eneadi. Inoltre doveva essere ricevuta
dall'uomo che per consiglio dei Senatori fosse il migliore di tutti. Gloria
splendida oltre ogni trionfo! Già sulla nave si avvicinava Cibele e per
decreto dei Senatori le andava incontro alle foci del Tevere Nasica. Egli era
cugino dell'eroe inviato come condottiero in Libia e la sua famiglia era
illustre per molti avi. Non appena il nume giunse all'alta sponda egli lo prese
con le supplici mani e quando la prora entrò nel Tevere dalle acque
sonore, le matrone corsero a gara a tirare il canapo attaccato alla nave per
trarla lungo i fiutti. Risuonano intorno tintinnando i cembali e rintronano
rauchi i timpani accoppiati. E sopra loro echeggia il coro degli evirati
sacerdoti che sulla cima del Dindimo sono iniziati ai casti riti e vanno
cantando per gli antri dittei, per i gioghi dell'Ida e per i boschi silenziosi.
Fra il rimbombo di tanti suoni e di canti bacchici si ribellò il sacro
legno alle funi tese e rimase immobile come incagliato, in mezzo al fiume.
Allora il sacerdote dalla poppa gridò: “Che le funi non siano
toccate da mani impure! Profane del casto ministero, andate lontano di qui.
E’
[1] Si consideri che 9896 sono i versi dell'Eneide di Virgilio (9900 con i 4 apposti -in italiano tra parentesi- all'inizio del poema). Ma su questo torneremo più avanti.
[2] D.J.Campbell, The birthplace of Silius Italicus, in Classical Review 50, 1936, pp.56-58; A.N.Sherwin-White: The letters of Pliny, p.227, n.1. Ma si è supposta anche una origine campana (capuana) per il legame affettivo - forse anche di ascendenza virgiliana- verso quella regione.
[3] Laudizi, cit., p.14
[4] Marziale, 11, 48; 11, 49; 12, 67.
[5] Laudizi, cit.; ARRIAN. Epicteti Dis..3,8,7). Ma McDERMOTT W.C.-ORENTZEL A.E., Silius Italicus and Domitian, AJPh 98,1977, p.26 n.11 ritengono improbabile che l'Italicus di Epitteto sia il nostro poeta.
[6] Così suggerisce anche Onorato Occione nel Proemio della sua traduzione italiana di Silio, ripreso anche da N.D.Young, cit., p.9.
[7] <<"The Punica of Silius
Italicus is the longest Latin poem..." with 12,202 lines.>>
(N.D.YOUNG, Index... cit. p.9; ediz. DUFF, Loeb Classical Library,
[8] Antonio Petrucci, postilla finale nel I volume della traduzione in prosa de Le Puniche, cit.
[9] Riferimenti e bibliografia in Laudizi, cit., p.19-26.
[10] Laudizi, p.24.
[11] Maestro di Alessandro Magno. Il più completo filosofo dell'umanità prima di Hegel. Aristotele è onnicomprensivo quanto Hegel, ma meno profondo per ciò che concerne lo Spirito (Assoluto) e la dialettica. Il marxismo ha mutuato dalla dialettica hegeliana (più complessa di quella aristotelica) la dialettica storica, ma ha avuto ragione solo a metà, poichè la sistematizzazione politica aristotelica (monarchia, aristocrazia, democrazia, con le degenerazioni di tirannia, oligarchia e demagogia -il moderno fascismo), unita alla dialettica hegeliana nella prospettiva storica, può vedere nel capitalismo non un momento "negativo", una antitesi, che genera il socialismo quale sintesi finale, bensì è il capitalismo stesso il massimo punto d'arrivo, la sintesi del processo storico tra feudalesimo e borghesia. Il socialismo è quindi una prospettiva, uno sviluppo "interno" al capitalismo, deriva direttamente dallo sviluppo di quest'ultimo, e tanto meno ne rappresenta una forza ostile, una forza che deve combatterlo o eliminarlo. Si è osservato che il marxismo è stata la prima filosofia occidentale a penetrare in Oriente: in realtà, anche nelle opere filosofiche di Mao Tse Tung, quasi tutte dedicate alla dialettica (al metodo dialettico), è la dialettica hegeliana a essersi trapiantata nella filosofia tradizionale cinese.
[12] Musica suonata dal flauto (aulé) o dalla cetra (cìtara), ma comunque accompagnata da parola. La musica da sola è esclusa, e rientra nel ditirambo o nel nomo.
[13] Prosa e poesia senza accompagnamento musicale sarebbero quindi questa "arte che non ha un suo nome".
[14] Scrittori di Siracusa (V sec.), autori di mimi sulla vita quotidiana.
[15] L'etimologia sembrerebbe così dare ragione all'apparenza della forma metrica, e non alla sostanza del contenuto.
[16] Filosofo di Agrigento, V sec. Autore di poemi in esametri (uno Sulla natura e uno mistico su Le purificazioni.
[17] Poeta tragico ateniese (IV sec.).
[18] Il nomo, accompagnato da cetra o flauto, passò da argomenti religiosi anche a quelli profani, ma ebbe sempre carattere drammatico.
[19] C. Pellegrino, Il Carrafa, cit., III, p.315.
[20] Ibid. p.315-316.
[21] Ibid. p.316.
[22] F.De Sanctis, Saggi critici, Bari 1969, III p.123.
[23] Lett.It., cit., 3-1 (Le forme del testo 1.), Torino 1984, p.567.
[24] Aristotele, Poetica, IV.
[25] E.NORDEN, Die römische Literatur, B.G.Teubner, Leipzig 1954 (trad.ital."La letteratura romana, Laterza 1984, pp.131-132.
[26] Properzio, il poeta dell'amore, che però loda la fatica "maggiore" intrapresa da Virgilio e un poco si cimenta nella mitologia epica della primissima Roma, aveva come modello epico latino "unico" e integrale Quinto Ennio. La ripresa dell'ispirazione delle greche Muse in Properzio doveva avere molto del carattere dell'Ennio epico per noi perduto.
[27] Lo si può dedurre anche dai frammenti rimasti.
[28]
[29] ALBRECHT M. von, Silius Italicus, Freiheit
und Gebundenheit römischer Epik, Amsterdam 1964, pag. 122 (bibliografia alle pagg. 215-237).
[30] J.BAYET, Littérature latine, Paris 1965 (ed.ital. Letteratura latina, Firenze 19823, pag.288).
[31] MONACO,DE BERNARDIS,SORCI, L'attività letteraria nell'antica Roma, Palumbo 1991, pag.435.
[32] "L'opera di Silio Italico appare piuttosto come l'espressione di una non trascurabile competenza retorica" (MONACO, DE BERNARDIS, SORCI, L'attività letteraria nell'antica Roma, Palumbo 1991, pag.441).
[33] MONACO,DE BERNARDIS,SORCI, L'attività letteraria nell'antica Roma, Palumbo 1991, pp.444-45.
[34] Nato nel 1939. Non sono ancora apparsi, in italiano, i suoi saggi critici (The redress of poetry") relativi alle lezioni di Oxford.
[35] "Non vado a cercare un messaggio esplicito e non ne voglio consegnare uno alla poesia". Si osservi d'altronde che la effettiva "politicità" di Heaney, le sue prese di posizione "irlandesi" espressamente dichiarate sono del tutto implicite (come egli afferma) nella sua poesia. Non si tratta cioé di uno stereotipato "l'arte per l'arte".
[36] Pensiamo non tanto ad Auerbach, cioé all'aspetto allegorico, quanto al dopo De Sanctis, alla poesia delle illuminazioni.
[37] Il termine è mutuato schematicamente da L. Canali, Introduzione a : Cesare Ottaviano Augusto, Res gestae divi Augusti, Roma 1984, pag. 15.
[38] Il Cesare sterminatore di "barbari" non era certo, come sarebbe oggigiorno, la stessa persona del "cittadino" Cesare, filo-popolare verso i "cittadini" della sua città-stato. Ma, per ironia della storia, proprio i Galli pacificati, divenuti anche senatori, potevano essere politicamente degli estimatori di Cesare.
[39] A tal punto che, secondo Norden (e secondo noi giustamente), la decadenza degli studi greci a Roma dopo i Giulio-Claudii fu una delle cause dell'inizio della decadenza della letteratura latina. Si studiavano ormai solo i modelli latini e non direttamente i fondamentali antecedenti greco-ellenistici. Ma si veda più avanti una relativa eccezione ammessa dal Norden per Valerio Flacco, riguardo a una tecnica squisitamente virgiliana.
[40] E.NORDEN, ed.ital."La letteratura romana, Laterza 1984, pag. 131-132.
[41] M.CITRONI, Produzione letteraria e forme del potere. Gli scrittori latini nel I secolo del'impero, in "Storia di Roma" Einaudi II-3.
[42] M.CITRONI, Produzione letteraria e forme del potere. Gli scrittori latini nel I secolo del'impero, in "Storia di Roma" II-3, pag. 450.
[43] Si leggano le massime di questo filosofo, anche nella traduzione latina di Angelo Poliziano e in quella italiana di Giacomo Leopardi, per intendere il valore di queste personalità.
[44] J.BAYET, Littérature latine, Paris 1965 (ed.ital. Letteratura latina, Firenze 19823, pag.294.
[45] La terminologia è del Laudizi, cit., p.144.
[46] E' ancora terminologia del Laudizi, Ibid.
[47] Quanto a torto, lo hanno dimostrato Cesare Luporini per Leopardi, la verità storica e poetica per Carducci e le vicissitudini letterario-politiche di Vittorini per l'epoca di Cardarelli.
[48] A parte l'ovvia, naturale "propaganda" romana contro questo inumano aspetto della religiosità punica, finalmente Sabatino Moscati ha riconosciuto che questi, peraltro rari, sacrifici riguardavano solo i primogeniti delle più importanti e più ricche famiglie di Cartagine : erano cioè il massimo tributo di dolore e di rinuncia che i Punici potessero effettuare per farsi perdonare dalle divinità in caso di carestìe ed epidemie che decimavano la popolazione (con una millenaria tradizione, alle spalle, di partenze e divisioni della cittadinanza verso nuove terre che sfamassero i sopravvissuti).